12 febbraio 2008

Le infrastrutture della mente

Il nostro mondo è dominato dall'etica del movimento. Chi non si muove è perduto. Chi sta fermo è un ignobile ozioso, un sovversivo, un nemico del PIL. Si fa un gran parlare delle infrastrutture di acciaio e cemento, di binari, autostrade, ponti, gallerie. Strutture che portano camion vuoti e macchine con una persona. L'auto è un accessorio del petrolio, serve a consumare petrolio, a far vendere petrolio. Una scatola di lamiera piena di gadget che ha la velocità media di un mulo. Delle infrastrutture della mente, che non costano, che liberano il tempo, che ci danno la possibilità di scegliere se spostarci o star fermi dove siamo, di queste infrastrutture non si occupa nessuno. La connettività veloce a tutte le famiglie [...] non è una priorità. L'incentivazione del telelavoro per evitare il congestionamento delle città non è una priorità. Una diversa organizzazione delle aziende sul territorio utilizzando la Rete non è una priorità. La diminuzione dei costi dell’ADSL non è una priorità. E non lo è neppure la copertura ADSL al 100% del territorio nazionale [...]. La Rete libera il movimento delle intelligenze, delle idee. La Rete non provoca incidenti stradali e fa risparmiare tempo, un'enormità di tempo. Voglio un mondo dominato dall'etica del tempo, contro lo spreco delle code, degli uffici, degli ascensori. L'uomo è fatto di tempo, è un prodotto con una data di scadenza. Liberiamo il tempo dalla mobilità fine a sé stessa. Utile ai petrolieri, al Ministero delle Finanze e ai costruttori di strade e di macchine. Meno mobilità, più tempo per noi stessi, anche per oziare, ma senza eccedere, perchè "non far niente è il lavoro più duro di tutti".

dal blog di Beppe Grillo, 1 luglio 2007

Riprendo l'articolo dallo stimolante e battagliero blog Ali e Radici.
Mi piacerebbe che la riflessione di Beppe Grillo, un furbastro che io non amo ma che qui dice cose molto sagge e condivisibili, coinvolgesse tutti gli amici di Anni Quaranta.

Il buco? Visco smentisce indignato, il suo ministro conferma

Padoa-Schioppa: «Tesoretto non c'è». E scatta la rivolta dei sindacati.

«Non c'è nessun tesoretto. L'ho detto a dicembre e da allora la situazione è solo peggiorata». Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, come dice la "Repubblica", interviene sulla questione mentre sta volando a Bruxelles all'Ecofin. Ma le sue parole non sono piaciute ai sindacati. "Non crediamo al ministro, che troppe volte ha detto una cosa e poi ce ne ha fatta trovare un'altra" ha detto il segretario della Cisl Bonanni.

da Tgfin di oggi


Meno male per Berlusconi che ci sono questi due a smontare le favole-bugie di Veltroni.
Ne vedremo delle belle se il Padoa, cittadino francese, non adotta il silenzio stampa come le squadre che escono da due anni di sconfitte consecutive

11 febbraio 2008

Hello boy!

Mi ero ripromesso di mettere un punto fermo sulle mie considerazioni sul Milan. Visto il primo tempo di Milan-Siena non avrei potuto aggiungere che altre note sconfortate.
A metà della ripresa, preso dalla disperazione, Ancelotti, l'allenatore più conservatore del mondo, ha messo in campo un diciassettenne bresciano di nome Paloschi, già provato con successo nella Coppa Italia a perdere.
Diciassette secondi gli sono bastati per realizzare un gol entusiasmante con la spavalderia di un veterano. Poi, per il restante minutaggio, una prestazione vera, da giocatore vivo che ha saputo rianimare i pochi veri atleti di questa squadra, maxime Ambrosini.
Il ragazzo è un bel talento, ben strutturato, con una tecnica di base confortevole .
Se Ancelotti non lo piallerà, come ha fatto con Gilardino, potrebbe essere in un prossimo futuro un titolare fisso del Milan.

Il Sindaco di Marte

Proprio nel giorno in cui il quotidiano economico "Il Sole" denuncia l'esistenza di un buco nella finanza pubblica di 6-10 miliardi - ovviamente, sapientemente occultato dal governo Prodi, illuminato professore di economia che non ha ancora ben capito il concetto di competenza temporale - Obama Veltroni, con alle spalle il meraviglioso e bucolico paesaggio di Spello, sussurra all'Italia che, grazie all'avveduta politica economica del governo di sinistra, il PD è pronto ad andare alla vittoria e a distribuire innumerevoli tesoretti.
Quest'uomo è veramente incredibile ma pericoloso. Indaffarato, come sindaco di Roma, ad organizzare festival del Cinema, opere umanitare, visite al Papa, si è distratto e non ha capito in che paese stava vivendo.
Viveva su Marte, da cui ora discende per portare la bella novella agli Italiani: con l'eredità dello zio Romano avremo un lustro di felicità.
È abile e punta tutto su una certezza: l'Italia è un paese di pirla, abituato ad osannare chi interpreta i loro sogni.
Vuoi vedere che il suo dream si avvera e ci fa governare da quelli degli ultimi due anni ma vestiti della festa?

08 febbraio 2008

I sondaggi di Ballarò

Al loft di Veltroni c’è un via vai da stamattina. Fassino, Violante, e poi Romano Prodi con tutti i ministri dell’Ulivo. Tutti i big del Pd si stanno presentando alla spicciolata come in devoto pellegrinaggio presso la corte del re Walter. Niente di insolito, la campagna elettorale è già iniziata. Ma che ci faceva Nando Pagnoncelli - il sondaggista di Ballarò, per capirci - nel quartier generale di Veltroni?
"Il Partito democratico da solo riscuote l'attenzione degli elettori e abbatte il muro tra i due schieramenti. E' un partito nuovo, moderato, giovane che rompe un vecchio equilibrio e ha la possibilità di muovere flussi elettorali", ha affermato uscendo sorridente dal loft.
E poi ha aggiunto: “La vera scommessa per il Partito democratico sarà quindi intercettare il voto degli indecisi, degli insoddisfatti, dei delusi che al momento sono ben un terzo dell'elettorato".
E ancora: “Il Pd può pescare a sinistra. Abbiamo indicazioni su elettori che pur sentendosi vicini a Rifondazione, sono tentati di votare Partito democratico perché sarebbe un voto utile".
Ma non solo: il Pd "può pescare anche tra i moderati della Cdl perché si presenta come una cosa nuova e appunto moderata e non come un partito dell'anti-berlusconismo che è un collante, ma ormai è un'arma spuntata". Basta toccare i tasti giusti: occupazione, costo della vita e salari, sicurezza e diminuzione delle tasse. E poi si sa, conclude Pagnoncelli, "i sondaggi saranno in continua evoluzione fino all'ultimo giorno prima del voto”. Quindi tutto è ancora possibile.
A questo punto sorge un dubbio: o Veltroni ha finalmente trovato uno spin doctor degno del miglior Obama, con buona pace del fido Bettini, o anche per Pagnoncelli è cominciata la campagna elettorale nelle fila del Pd.
Ma se delle due nessuna, che dovremmo pensare dei sondaggi che ogni settimana ci propina Floris a Ballarò?


da L'Occidentale, del 7 Febbraio 2008

04 febbraio 2008

Festa e perdono

L'Italia è quel Paese in cui se un tuo caro è stato massacrato e ucciso da un criminale, meglio ancora se extracomunitario e clandestino, dopo poche ore ti ritrovi il giornalista sotto casa che ti chiede se sei disposto a perdonare. E se non lo fai sei brutto e cattivo e finisci sotto sdegno mediatico.
L'Italia è quel Paese in cui se le carceri scoppiano di detenuti, anziché costruirne di nuove (e favorire l'occupazione) si fa una legge chiamata indulto per svuotarle un po'.
L'Italia è quel Paese in cui se un giovane Rom guida ubriaco e falcia le giovani vite di quattro ragazzi innocenti viene spedito agli arresti domiciliari in un residence sull'Adriatico, naturalmente con vista mare. E magari, per combattere la noia di quelle giornate un po' vuote e un po' tutte uguali, si butta nel business e lancia una linea di abbigliamento.

L'Italia è quel Paese in cui se un gioiellere subisce una rapina a mano armata e spara per difendersi, uccidendo, anziché ricevere appoggio e comprensione ("una medaglia d'oro!" direbbe mio padre) finisce sotto processo, e poi dimenticato.
L'Italia è quel Paese in cui se vai per uccidere con un estintore in mano e invece finisci ucciso, diventi eroe nazionale e ti dedicano vie e piazze.
L'Italia è quel Paese dove politici e magistrati stanno quasi sempre dalla parte sbagliata.


di Nautilus, dal blog Ali e Radici

Ma Moratti fa la vittima

La questione arbitrale da ieri non è meno urgente del caso Moratti. L’uomo è scontato nella sua imprevedibilità: un giorno predica distensione, l’altro va alla guerra. Nell’anno secondo post Calciopoli il nostro don Chisciotte si arma contro i fantasmi della Triade, tanto ingombranti da avvelenare la meritata rivincita; riporta in vita lo spettro dello scudetto del 2002 «che non fosse stato per una banda di truffatori avremmo conquistato», omettendo che poteva perderlo solo l’Inter, e così è stato, nonostante la conclamata banda di truffatori; squaderna per l’ennesima volta i processi, compresi quelli alle intenzioni, invece di goderne i frutti con lo stesso aplomb - anche troppo, a dire il vero - che lo distingueva nei tempi grami dello strapotere juventino. Moratti sbaglia i tempi del tackle e un arbitro diverso dagli attuali probabilmente estrarrebbe il cartellino rosso, sanzionando l’excusatio non petita, con l’aggravante della reiterazione: lui attacca il passato e la sua squadra approfitta dell’ennesima svista. Tanto clamoroso è l’abbaglio di Tagliavento (il pallone scagliato da Stankovic colpisce il viso di Vannucchi, non la mano) che nemmeno s’accendono i soliti dibattiti tra giustizialisti e garantisti. Mancini si consegna a braccia alzate, trasfigurato rispetto al fustigatore delle vedove bianconere: non era rigore. Infatti. Il cambio di strategia - dal silenzio stampa alla confessione - ovviamente non commuoverà il partito della sudditanza psicologica. Della serie: l’Inter è forte, però quanto l’aiutano. E poi quanto compensano, aggiustano, pasticciano. Otto rigori tre domeniche fa, quella successiva zero, questa ancora otto. Sono gli arbitri degli eccessi, così permeabili allo spirito del tempo da stravolgere i pesi e le misure nel volgere di una settimana. Marziali, lassisti e ancora marziali, alla ricerca disperata di una tregua con la pubblica opinione. Navigano a vista, magari fosse buona. Forniscono alibi eccezionali. Nella giornata in cui l’Inter sale +8, le remano a favore in tanti, Roma e Juventus almeno quanto Tagliavento. I giallorossi sono ormai un caso clinico: soffrono la responsabilità di dover riaprire in qualche modo il campionato, ogni volta che l’Inter presta il fianco immancabilmente si defilano, a Siena addirittura crollano. Non bastasse questo deficit psicologico, le voci (non smentite) sulla possibile cessione della società sfilacciano i nervi. A Totti per primo. Il problema della Juve è di altra natura. Non ha il telaio per reggere l’andatura dei nerazzurri, il mercato di gennaio le ha consegnato un mediano - vedremo se ottimo o buono - certo non l’uomo in grado di indirizzarne i destini, non a caso il recupero di Tiago è diventato una priorità.

Guido Boffo, su La Stampa del 4 febbraio 2008


I Gobbi, da quando hanno preso lo sberlone politico, sono diventati più attenti ai condizionamenti che caratterizzano, da sempre, ogni stagione calcistica. Ora è il ciclo favorevole degli Onestoni a cui, come a tutti i parvenus, manca il buon gusto o meglio il "bon ton" come scriveva una delle ex-mogli del clan dei Moratti.

02 febbraio 2008

Ministro Turco

Ultime esternazioni del defunto Governo Prodi.
La diossina che sprigiona dalla monnezza campana incendiata non nuoce alla salute.
Chi lo afferma è un terrorista.
Livia Turco oggi ad un convegno a Napoli dopo essersi consultata con De Gennaro.
Ma perché l'hanno mandata a casa e non a riaprire la Icmesa di Seveso?

La crisi di governo: incontri

Oggi Marini incontra le parti sociali, domani Marini va a messa, lunedì Marini incontra Berlusconi e Veltroni, martedì Marini riflette, mercoledì va da Napolitano, giovedì Napolitano riflette, venerdì Marini e Napoltano riflettono insieme, sabato Marini e Napolitano incontrano le loro mogli, domenica la moglie di Napolitano incontra la moglie di Amato...

Jena, su La Stampa del 2 Febbraio 2008

01 febbraio 2008

Il peggiore calcio della Serie A

Fatta eccezione per le tre o quattro di fondo classifica, che hanno altri pensieri che non gli schemi ed il bel giuoco, il Milan gioca il peggior calcio della Serie A.
Così macchinosi, lenti, stucchevoli, noiosi, non ce ne sono. Dopo dieci minuti che li vedi allo stadio o in poltrona, ti viene l'ansia ed una voglia irrefrenabile di tornare a casa o cambiare canale.
Qualche gonzo crede che il possesso-palla sia indice di classe, come se il calcio misurasse i risultati sulle palle trattenute e non sulle sfere che entrano nella rete avversaria.
Vedere girare la palla da un lato all'altro del campo ricorda tanto il declinante calcio danubiano, il titìc-titòc delle squadre di Lidas nelle giornate di scarsa vena, i cestisti che affrontano una zona 1-3-1 a due all'ora e arrivano all'ultimo secondo tirando alla disperata verso il mucchio.
Con questo metodo di gioco si immalinconiscono i fuoriclasse come Kakà e si esalta l'esercito dei tromboni sfiatati che Ancelotti schiera ogni domenica. Non è un caso che anche un ex-ex-atleta come Ronaldo faccia ancora la sua porca figura, e che se non fosse per i muscoli di cristallo potrebbe giocare tutte le partite, tanto lo sforzo energetico è pari ad una nostra passeggiatina.
Questo è il volto del declino.
Peccato si sia lasciata la dignità negli armadietti di Milanello.

I riti della prima repubblica

Un presidente ottantenne con un lungo itinerario da comunista riformista lungo tutta la prima repubblica, a quella si è fermato nella sua tarda vecchiaia.
Davanti ad una crisi di una chiarezza accecante, invece di procedere allo scioglimeno delle Camere, ha dato incarico al suo vice in pectore per ripetere un giro di consultazioni ora però allargato ai sindacati (azionisti del governo Prodi), a Luca di Montezemolo, prima scadente presidente della Confindustria, ora scaduto (come il suo sodale Prodi), alle organizzazioni di categoria e, udite, alle associazioni dei consumatori. Buoni ultimi i referendari.
L'obiettivo? Un governicchio che arrivi ad ottobre per salvaguardare i diritti pensionistici degli onorevoli, o forse anche lo scioglimento del solo Senato per guadagnare un altro anno.
Cadono le braccia, ed in questo marasma gli unici seri appaioni coloro che dicono: meglio lasciare gli scranni e tornare al paese.
Il quale Paese se ne strafotte delle leggi elettorali e del fatto che le legislature durino due o cinque anni, ma aspetta solo che qualche nuovo governante metta rimedio allo scempio delle tasse che crescono ad una velocità tripla dell'inflazione.
Basterebbe che i rappresentanti del popolo dedicassero il tempo speso in consultazioni per farsi un giro nei supermercati, negli uffici, sui tram, ovunque, e capirebbero cosa sta a cuore ai cittadini.

27 gennaio 2008

Vent'anni con Silvio

Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica? Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica). Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere? Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale. Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino. Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni. Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze. E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. È così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era. Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.

di Luca Ricolfi, su La Stampa

È persino patetico il tentativo della sinistra radicale di considerare il berlusconismo un accidente della storia generato dalle cattive azioni della classe politica comunista. Prescindendo dalle analisi sui ritardi di autocoscienza democratica del vecchio PCI, poi PDS, poi Ulivo, poi PD, cui il paese non ha assistito come nel salotto della contessa Crespi o degli Agnelli, ma pagando tributi pesanti di sangue, di arretramento delle libertà, di disfacimento del tessuto connettivo della scuola, della magistratura, del sindacato, quello che questi critici non riescono a comprendere è che la storia repubblicana dell'Italia è fors'anche connessa a quella della sinistra comunista ma che al centro delle nostre vicende ci sono stati altri in termini propositivi e positivi. Ci sono stati i De Gasperi, gli Scelba, i Fanfani, i Moro e cioè complessivamente la Democrazia Cristiana sino agli anni '70 e poi i Nenni ed i Craxi quali esponenti del socialismo riformista, che assieme alla declinante DC assicurarono il governo del paese. Dopo vi è Tangentopoli, cioè il tentativo comunista di conquistare il potere per via giudiziaria, facendo assolvere i compagni e trasformando in macerie il sistema delle alleanze che aveva guidato il paese per decenni.
Se da quel sisma spunta un Berlusconi e non Ochetto è semplicemente perché una larga e maggioritaria parte del paese è moderata. Se Berlusconi sopravvive ai guai giudiziari enfatizzati dal pool del tribunale di Milano è perché dall'altra parte ci sono gli gnomi, gli Scalfaro, i D'alema, i Prodi, i Veltroni, i Fassino: tutti incapaci di costruire una piattaforma di sinistra riformista in cui la maggioranza del paese possa fiduciosamente riconoscersi. Queste sono le radici del nuovo ventennio, a mio parere, e queste le ragioni per cui, ne sono fermamente convinto, passato Berlusconi il paese continuerà ad essere maggioritariamente moderato, così come sostanzialmente succede in tutte le democrazie occidentali.

26 gennaio 2008

La parabola del prodismo

Nonostante nella giornata di ieri Romano Prodi si sia mostrato assai accondiscendente nei confronti di Walter Veltroni è illusorio credere che ora, dopo la caduta, il «prodismo» sia destinato a una immediata scomparsa, ad andarsene subito, in silenzio. È stato troppo importante per la sinistra italiana: verosimilmente, la sua uscita di scena sarà lenta, accompagnata da potenti colpi di coda.
Che cosa è stato il prodismo? E, prima ancora, è legittimo parlare di prodismo? È legittimo perché, come altri «ismi» importanti della nostra storia (dal degasperismo al berlinguerismo, dal craxismo al berlusconismo), quel termine designa non solo l'avventura personale di un leader e di un gruppo di uomini a lui fedeli ma anche una cultura politica: Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico.
Politicamente, il prodismo è stato il frutto di una anomalia altrettanto radicale di quella che ha caratterizzato la storia del centrodestra, l'una e l'altra figlie del caos e della destrutturazione partitica seguiti al crollo della Prima Repubblica. All'anomalia dell'imprenditore che fonda un partito, «inventa» il centrodestra e ne diventa capo inamovibile ha fatto da pendant, a sinistra, l'anomalia di un uomo privo di una propria base partitica di potere che, nonostante ciò, per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, viene scelto dalla sinistra come candidato premier.
Quell'anomalia si spiega con il fatto che gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico-culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post». Nel '96, Prodi era perfetto per il ruolo. Veniva dalla sinistra democristiana, da un mondo che aveva sempre dialogato col Pci e ne aveva condiviso i nemici (l'alleanza contro Craxi fu la progenitrice della successiva alleanza contro Berlusconi). In più, la sua fama di tecnocrate, la dote di relazioni con il business e con la finanza di cui disponeva e la sua concretezza padana promettevano di dare alla sinistra quel valore aggiunto di «modernità» di cui essa aveva allora disperatamente bisogno.
C'è una differenza fondamentale fra il Prodi che affronta le elezioni del 1996 e poi governa per due anni e il Prodi dal 2006 ad oggi. È quella che corre fra un fenomeno politico nella fase iniziale, ascendente, e lo stesso fenomeno colto nel momento discendente della sua parabola.
Nel 1996 Prodi suscitò grandi attese nel «popolo di sinistra». Suscitò, per esempio, l'entusiasmo di tanti intellettuali (molti dei quali, già fiancheggiatori del Pci, si trovarono a proprio agio con un uomo della sinistra cattolica, per giunta professore, ossia uno di loro). Inoltre, più e meglio degli ex comunisti, egli sembrava in grado, usando le corde del cattolicesimo sociale, di «far ragionare» anche la sinistra estrema. Promise l'Europa, il mercato, l'equità sociale, la normalità democratica.
Mise in piedi una coalizione che non era solo «contro» (Berlusconi) ma che aveva anche qualche idea sul che fare per l'Italia. I suoi due anni di governo furono dominati dall'esigenza del rigore (Ciampi, al Tesoro, fu il suo alter ego) e dalla ricerca, coronata da successo, dell'ingresso nell'euro. Poi l'uomo «senza partito» venne messo da parte, tradito dalla sinistra estrema ma anche dal fatto che gli «ex» pensarono (sbagliando) di poterne ormai fare a meno. Richiamato in servizio nel 2006 (per le stesse ragioni per cui era stato incoronato dieci anni prima) si è trovato ad operare in tutt'altre condizioni. Era ormai diverso lui ed erano diversi i tempi. Nel 2006 la coalizione messa in piedi è stata, a differenza del '96, solo un'accozzaglia eterogenea creata per battere Berlusconi. La nuova legge elettorale ha avuto le sue colpe ma è falso che tutte le colpe siano della legge elettorale. Arrivato fortunosamente al governo, Prodi si è trovato privo di una «missione» e, per giunta, a capo dell'esecutivo più spostato a sinistra dell'intera storia repubblicana. Era rimasta solo, del tempo che fu, l'aspirazione al rigore (con Padoa-Schioppa al posto di Ciampi), bilanciata, però, dalla forza del «partito della spesa» e dal fatto che ora Prodi, molto più che nel '96, si proponeva come il garante del rapporto fra moderati e sinistra estrema. Dietrologie a parte, è vero che l'incoronazione di Walter Veltroni a leader del Partito democratico ha dato al prodismo la botta definitiva. A differenza di D'Alema (l'ultimo dei togliattiani), Veltroni è davvero un «post», uno che si è lasciato alle spalle il passato. La sua affermazione come leader ha reso superflui Prodi e il prodismo. Per un paradosso storico i prodiani furono i primi a volere il Partito democratico ma la sua nascita ha segnato l'inizio della loro fine politica. È tutto qui il nodo della ormai famosa «vocazione maggioritaria». Nella visione che era stata dei prodiani il Partito democratico doveva essere il baricentro di una più larga Unione nella quale far convivere la sinistra estrema e quella moderata. Nella visione di un «post» senza complessi come Veltroni il Partito democratico deve diventare adulto camminando sulle proprie gambe. Non è che quella dei prodiani sia una visione «maggioritaria» e bipolare e quella di Veltroni no. Sono due modi diversi di declinare l'idea maggioritaria. Solo che in quella di Veltroni non c'è più posto per i mediatori fra sinistra moderata e sinistra estrema. Al di là delle apparenze odierne la partita non è finita e Prodi non è uno che si fa mettere da parte. Chi scommette sul fatto che le tensioni interne al Partito democratico diventeranno fortissime scommette sul sicuro.


di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera

Mi sembra un'analisi felicissima di un fenomeno politico e di costume che ha condizionato l'Italia per 13 anni. Quando si esaurirà anche il berlusconismo (ma sono convinto che la sinistra se lo dovrà sopportare ancora qualche anno con l'abituale corredo di scioperi, azioni giudiziarie, santori e travagli, alleati malpancisti) per la politica italiana si aprirà finalmente una fase nuova.

25 gennaio 2008

C'era il governo Prodi

Questo è un fatto oggettivo. Il governo è caduto al Senato per mano della propria maggioranza, per l'appagamento di un italiano all'estero, per le astuzie luciferine di uno dei Padri della Patria. Uno dei politici peggiori e più spocchiosi della storia repubblicana si ferma. Spero non sia solo per un giro.
L'immediato domani è incerto per le lacerazioni della maggioranza unicamerale e per le divaricazioni tattiche dei maggiori partiti. L'ultimo rumor in ordine di tempo parla di un governo tecnico proposta dal PD, a guida Gianni Letta, per fare la riforma elettorale. Se vero, è la conferma che l'asse Veltroni-Berlusconi resiste e che andremo a votare nella primavera del 2009 al compimento della mezza legislatura (scatto della pensione per i neonominati).
Questa è la nostra classe politica, ispirata da profonde pulsioni morali. Ne abbiamo avuto conferma assistendo sul Canale 824 a tutto il dibattito senatoriale. Tra dotte citazioni latine, richiami a Gramsci, alla Costituzione sacra ed inviolabile, al Popolo sovrano, con sovrappiù di una appassionata lettura di una poesia di Pablo Neruda e di un ardito confronto del discorso di Romano con quello crepuscolare al Lirico di Benito nel 1944, il tutto condito da insulti, sputi, schiamazzi e bottiglioni di spumante pronti per il botto, si è giocata la battaglia senza esclusione di colpi per l'acquisto dei voti che stavano sul crinale del quorum. Tutte le armi sono state usate, dalla stantia assunzione del segretario particolare del senatore dell'Udeur alle promesse di radiosi domani nei nuovi governi. Uno spettacolo inverecondo, stupendamente sintetizzato dal Maestro Mario Cervi: «Alcuni esponenti della politica somigliano a quel principe di casa Savoia che non finiva mai una guerra dalla stessa parte in cui l'aveva cominciata, e se finiva dalla stessa parte voleva dire che aveva cambiato casacca due volte».
Per costoro saremo chiamati all'ennesima elezione.
L'orizzonte è color pece.

23 gennaio 2008

21 gennaio 2008

La repubblica dei pirla

Oggi guardavo le fiancate della "Celeste", che è la nostra auto di servizio (quella che pernotta in strada) e il reticolo di sfregi da punteruolo, chiave, e altri oggetti contundenti sulle fiancate. Mi sono convinto che la massima americana di marketing "member get member" è profondamente vera. Trova un pirla che ti sfregia la macchina, ed il richiamo per la comunità dei pirla ad imitarlo è assicurato. In queste intraprese, l'Italiano è l'essere più consociativo del mondo. Basta guardare i muri, i vetri dei tram, i treni, le manifestazioni ed i cortei. In estrema sintesi, un paese di pirla!

17 gennaio 2008

Campania chiama Italia

Malaticcio e nullafacente, ho assistito a tutta la conferenza stampa del Sen. Clemente Mastella, Ministro Guardasigilli dimissionario e dimissionato da un provvedimento giudiziario.
Quaranta minuti di un fluviale monologo, durante il quale si è dipanata una sorta di sceneggiata napoletana autocelebrativa, ora suadente ora minacciosa, con accenni di finta commozione per la sorte della moglie che è agli arresti domiciliari non perché ha fatto impazzire la maionese ma perché, come presidente della regione Campania, ha serenamente comunicato ad un traditore del partito che poteva considerarsi «un uomo morto». Non sono mancati gli excursus sulla sua benemerita carriera politica, i geniali provvedimenti adottati come ministro, le minacce al magistrato che ha firmato le ordinanze di carcerazione alla consorte ed a mezzo partito dell'Udeur in Campania, e la promessa che appena finito di confortare la moglie tornerà a fare politica più forte che pria.
Un piccolo gioiello, una rappresentazione assolutamente geniale del politicante italiano, ché dire meridionale sarebbe ingeneroso verso l'eguale creatività dei colleghi del Nord.
Se uno straniero desideroso di capire le storture della politica italiana volesse un esempio pratico, gli si potrebbe fornire la cassetta dell'evento. Se un sociologo volesse spiegare perché gli italiani diffidano della politica potrebbe, invece di intervistare i professionisti dei sondaggi, fare l'analisi logica e grammaticale dell'eloquio mastelliano.
Se qualcuno volesse arditamente capire perché la giustizia funziona come la politica nel bel paese, potrebbe analizzarsi l'altra emblematica cassetta della conferenza stampa del Procuratore capo di Santa Maria Capua a Vetere, di colui cioè che ha spiccato i mandati contro i Mastella e gli amici.
Eloquio dialettale, sincretismi, autoritarismo minaccioso, piglio di chi, a quindici giorni dalla pensione, sa di potere tenere in balìa anche il ministro suo superiore gerarchico.
Perché la legge è eguale per tutti, conclude il magistrato all'indirizzo del Mastella e dei giornalisti vocianti.

Sono orgoglioso di essere nato in Italia.

Deserto

Ho soggiornato a Natale sino a fine anno sul Mar Rosso, a Sharm. Non nascondo tutta la mia diffidenza per una scelta che era di ripiego rispetto al progetto iniziale di una crociera sul Nilo.
Sono tornato con il rammarico di chi lascia un mondo diverso ed incantato e non tanto per la località marina, che ha subito le violenze dell'edilizia turistica di massa, e meno ancora per l'invadente e sgradevole presenza assolutamente maggioritaria di compatrioti casinari, vocianti, attaccabrighe, con prole numerosa come solo si vedeva ai tempi del Testone. Non per questo, ma per la magica esperienza nel deserto del Sinai fra i beduini, o verso il monastero di Santa Caterina. Un mondo pietrificato, in cui il senso dell'immenso si disegna sugli sfondi montagnosi, nell'infinito del cielo color cobalto non ingombrato da alcun filamento di nubi, nello scenario della volta notturna affollata di stelle e costellazioni ignote, e con la mezza luna rovesciata rispetto alle nostre latitudini. Poi, allontanandosi di soli pochi metri dai compagni di escursione, il silenzio inquietante che ti accompagnerebbe inesorabile se tu fossi pellegrino come qualche ramingo perduto.
Questo mondo ti entra nella mente e risveglia arcaiche memorie o future angosce, quei colori netti senza sfumature sembrano appartenere ad un dopo che dovremo percorrere in solitudine, nella speranza di trovare, oltre il profilo lontano delle pietraie, l'oasi dell'eterno.

16 gennaio 2008

Patologia

All'improvviso uno sconosciuto

Le esagerazioni giornalistiche fanno parte del normale marketing cialtrone, essendo il tifoso di quelle solite cinque squadre l'architrave del sistema, ma questo non toglie che l'esordio milanista di Pato abbia portato una ventata di freschezza in una serie A già scritta: i nuovi aggettivi per l'Inter, i complimenti alla Roma, il carattere della Juve ed il Milan che risucchia Fiorentina e Udinese per il quarto posto non sembrano argomenti emozionanti come quello che si vede in campo. Pato ha impressionato per le giocate in campo (ma per Del Piero o, per non andare lontano, Gilardino, la pagella sarebbe stata "Si muove bene facendosi trovare spesso smarcato in posizione di tiro: impreciso sottoporta, il gol del cinque a due è da incorniciare: voto 6,5") e divertito per la sopresa che ha creato nella maggioranza di presunti addetti ai lavori. Ridottisi a pomparlo utilizzando golletti in allenamento (li segna anche Emerson, premio Bronzetti 2007) piuttosto che il suo straordinario valore già dimostrato nel calcio vero: dal debutto super con l'Internacional di Porto Alegre al Mondiale per club vinto da coprotagonista un anno prima... del Milan, segnando un gol (sia pure all'Al Ahly: segnatura comunque importante, che lo ha fatto diventare il più giovane marcatore nella fase finale di una competizione Fifa, oscurando il Pelé 1958 contro il Galles di John Charles) e giocando la finale, non certo clandestina, con il Barcellona. Per tacere del Sudamericano Under 20 stradominato con il suo Brasile (il capocannoniere fu però l'uruguagio-palermitano Cavani) e di giocate televiste in tutto il mondo, supportate da un fisico che alla sua età pochi campioni hanno avuto già così strutturato: insomma, ragazzino solo per l'anagrafe e perfettamente inserito nella tendenza dei grandi club europei. In sintesi: il fenomeno di fama universale viene messo sul mercato, più o meno a caro prezzo (non è quasi mai questo il problema, a un certo livello di immagine l'ingaggio si paga da solo), solo quando è in parabola discendente o umanamente diventa ingestibile, quindi diventa logico strapagare e difendere anche mediaticamente i Pato piuttosto che i Gourcuff. Come sembrano lontani i discorsi di Berlusconi sul Milan dei giovani lombardi: il più giovane, fra quelli cresciuti nel vivaio, ha 39 anni...


di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva

14 gennaio 2008

Pubblicità mendace

Non credete agli spot di Fastweb. Sono inefficienti come tutti gli altri ed anche menefreghisti con il cliente. Un guasto tecnico del 5 Novembre al modem é stato rimediato il 10 Gennaio.
Mi è mancato l'appuntamento con il mio diario elettronico e le quattro stronzate che scrivevo.
Rimedieremo da oggi per il divertimento o il tedio di pochi amici.
Buon anno a tutti!

21 novembre 2007

Giù le mani da Internet

Col pretesto dei diritti degli utenti si creano solo burocrazie e censure.

Stefano Rodotà, in un torrenziale intervento su Repubblica, sostiene che debbono essere meglio garantiti i diritti degli utenti di Internet, sottoposti alle vessazioni della pubblicità molesta. E’ vero che l’uso spregiudicato dei dati personali da parte di varie agenzie che vendono elenchi di indirizzi e-mail è la fonte di fastidiose intromissioni nella posta elettronica personale. Ma, in realtà, quando si parla di diritti nella comunicazione informatica è evidente che il vero problema è rappresentato da quei governi che agiscono per censurare la libera espressione del pensiero, a cominciare da quello di Pechino, che ha persino indotto o costretto a collaborare grandi compagnie di comunicazione informatica come Google. Rodotà sostiene che i codici di autoregolamentazione affiderebbero ai privati la tutela di un diritto “pubblico”. Per la verità gli interventi statali o sovranazionali in tutela della privacy, finora, si sono solo tradotti in un carico burocratico supplettivo, mentre non hanno per nulla protetto la privacy, evitando ad esempio che le intercettazioni delle conversazioni private venissero pubblicate integralmente sui giornali. Infine l’idea che ad amministrare la protezione dei diritti in Internet sia una specie di Spektre giudiziaria mondiale che Rodotà chiama “global community of courts” fa venire i brividi. Chissà che non ne facciano parte anche gli zelanti sostenitori della sharia al potere in Iran. Qualcuno è disposto ad affidare loro la tutela dei suoi diritti? D’altra parte l’irritazione degli utenti Internet per lo spam ha già spinto le principali compagnie a stilare regole per contrastare il fenomeno, la tecnologia sta elaborando nuovi sistemi di difesa. La felice anarchia degli internauti, nata senza intromissioni statali, è cresciuta a dismisura fino a oggi. Vuol dire che la libertà si espande, e non ha bisogno di tutori burocratici o istituzionali, che come dimostrano i precedenti, sanno solo creare nuove pastoie.


da Il Foglio di oggi

20 novembre 2007

Il maoismo di Berlusconi

La svolta movimentista sistema molte pendenze salvo una: l’alternanza.

Berlusconi aveva preso per tempo la decisione di bombardare il quartier generale del centro destra, compresa la sua Forza Italia, e alla fine ha varcato la linea rossa. Faccio un nuovo partito, ha spiegato dettando la svolta a un megafono, lo legittimo nel rapporto personale con il popolo elettore che chiamo a raccolta per mandare a casa Prodi, mi emancipo dalle costrizioni della mia vecchia alleanza rimettendo a posto rivali insidiosi, e discuto una legge proporzionale con il Partito democratico anche per correre da solo. Nell’annuncio di domenica al gazebo c’era lo sbocco di un progetto che avevamo raccontato ai lettori nella primavera scorsa, quando emerse alla luce in modo credibile il fenomeno-spia di una Michela Vittoria Brambilla, la giovane leader dei Circoli della libertà che aveva ricevuto dal Cav. un mandato analogo a quello delle guardie rosse sotto Mao, violenza esclusa, e imponenti risorse per assolverlo. Con una mobilitazione di successo, paragonabile nei numeri della partecipazione alle primarie del Pd, e una correzione di rotta di 180 gradi, realizzata nelle forme tipiche dello showman che conosciamo, Berlusconi non ha solo dato soddisfazione alla sua impazienza verso alleati malmostosi e infidi, ha anche determinato una situazione politica integralmente nuova. In simmetria perfetta con la nascita del Pd leggero e leaderista, che aveva mutuato dal berlusconismo l’essenza della propria forma e la vocazione maggioritaria autosufficiente, il Cav. ha sancito la fine degli unionismi, dei coalizionismi forzati, sia a destra sia a sinistra. Nella lettura delle novità e dei sondaggi, quell’imprenditore della politica, all’origine di una delle più straordinarie avventure del potere europeo e occidentale da molti decenni a questa parte, è secondo a nessuno. Nel nuovo schema berlusconiano c’è spazio per negoziare il sistema tedesco, fondato su un solido sbarramento contro le formazioni minori; qualche diffidenza verso la correzione blandamente maggioritaria della riforma Veltroni-Vassallo, che offre un diritto di tribuna consistente ai partiti radicati in un territorio circoscritto; qualche possibile apertura verso il referendum, che come tutti sanno porterebbe sulla carta a un maggioritario bipartitico in cui il premio è secco e spetta a chi arriva primo, al partito di maggioranza relativa non apparentato ad alcun altro. Ma al di là dei tecnicismi, il senso della svolta è semplice, dal punto di vista di Berlusconi: Prodi ha fallito, l’Unione è in smantellamento, Veltroni ha bisogno di una prova elettorale a breve, penso di poterla sostenere vittoriosamente, e comunque in casa mia comando io in stretta relazione con un’opinione popolare che padroneggio senza fatica e non i leader di centrodestra che ho salvato dalla marginalità e coltivano smodate ambizioni alle mie spalle, infliggendomi colpi traversi sia quando sono al governo sia quando sono all’opposizione. Oltretutto, nel nuovo sistema, soprattutto se riportato a rapporti di forza proporzionali tra i partiti, vincere e perdere diventa un concetto relativo, e la posizione centrale di un partito del popolo e delle libertà garantisce comunque lunga vita e larga influenza a chi ha i voti, cioè a Berlusconi in persona. L’ironia della storia è buffa e anche spietata: si sta ricostruendo nella sostanza la Prima Repubblica, e si sta smantellando il bipolarismo composito e fazioso della lunga transizione, mentre le querce e le margherite e le forze italie si trasformano ribattezzandosi come partiti, ma il tutto avviene nel segno dell’appello al popolo e alla democrazia dei cittadini, tra primarie e gazebo che tagliano la testa alle vecchie nomenclature delle tessere e degli apparati. Quanto all’alternanza alla guida dello stato e al famoso diritto elettorale di scegliere il governo nelle urne, li salvi chi può.

da Il Foglio di oggi

08 novembre 2007

Roma chiama Italia, modello Veltroni

Oggi, alle 15.50 su Rai Uno, nel corso di una trasmissione dedicata alla sicurezza sulle due ruote, lo speaker ha comunicato che la Honda esperimenta le proprie innovazioni sulle moto a Roma, considerata la città con il peggiore manto stradale al mondo a causa dello stato dell'asfalto, buche, sanpietrini e morfologia collinare. Fatta eccezione per l'ultima connotazione, tutto il resto è ascrivibile a merito della giunta Veltroni. Siamo in fremente attesa di potere godere degli stessi privilegi in tutto il resto della penisola.

06 novembre 2007

Li come Liedholm

Sapeva allenare con lo sguardo, con l’accento e con lo stile. Campione che inventava campioni.

Gre, No, Li, e poi Rivera, Ancelotti, Pruzzo, Capello, Baresi, Maldini, Conti e ora Totti. Era naturale, quasi automatico: la squadra saliva, quattro rimanevano indietro, quattro si fermavano al centro e due lì, che aspettavano davanti. Era la Roma, il Milan, la Fiorentina, il Varese, il Monza, il Verona, erano gli ottantacinque anni di Nils Liedholm, il maestro, morto ieri, con cui il Milan vinse lo scudetto della Stella: il decimo, quello con il rosso del diavolo e quello con gli occhi del Barone. Era la maglietta giallo, rosso e Barilla di Bruno Conti, quella della Roma del 1983, del primo anno dopo il Mondiale spagnolo e dell’anno della Coppa Campioni all’Olimpico persa sul dischetto con i diavoli del Liverpool; quella Roma con cui Liedholm vinse lo scudetto e che l’allenatore svedese avrebbe ritrovato nel 1996 con i vent’anni e i capelli corti di Francesco Totti. Era Nils Liedholm, era la zona disegnata senza lavagne, senza gessetti, senza uomo da seguire, era la rivoluzione con quel dribbling che non era mai un peccato, con il fantasista che doveva fare il quarto in difesa e che Liedholm invece no, prima della partita lo fermava, lo prendeva e gli diceva sì, tu giochi al centro, giochi un po’ più avanti. E lo faceva con Di Bartolomei (alla Roma) e lo avrebbe fatto, oggi, anche con Andrea Pirlo, al Milan. “Lo guardavi e tremavi. Poi però sorrideva – dice Roberto Pruzzo, bomber della Roma di Liedholm dal 1980 al 1984 –. Ero io che la sera lo riaccompagnavo a casa in macchina: e lui era sincero, ti difendeva sempre, aveva un grande ascendente sulla stampa, si divertiva molto con quel suo accento che sembrava sempre così poco italiano. Era il suo stile, aveva cambiato il calcio con la qualità e senza catenacci. Era anglosassone, scopriva i talenti. Scoprì Falcao, scoprì Cerezo, e ne scoprì tanti, scoprì anche me; ed era bello, perché allenava semplicemente con lo sguardo”.

“Non lo vedevi ma lo sentivi”.

Diceva così, diceva ancora forza Roma, forza Milan il “Li” del Gre-No-Li; era arrivato in Italia dalla Svezia, era arrivato al Milan con Gunnar Gren, Gunnar Nordahl, erano loro i Tre; tre come gli olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard, tre come quei capitani del Milan passati accanto al Barone Nils: quindi Rivera, Baresi e Paolo Maldini. Sembrava qualcosa di più però, Nils. “Era impressionante. Lo guardavi e aveva qualcosa di più. Era il grande capitano del Milan, era il fenomeno con quella fascia grande grande, era il campione che inventava campioni, era quello che tu guardavi e lui non parlava, ma ti dava sicurezza; non lo vedevi ma lo sentivi. E tu crescevi, e lui ti spiegava. Dolce, non duro. Sembrava un vescovo. Allenava, insegnava. Nils giocava con noi, scendeva in campo con i giocatori: si allenava, tirava in porta, poi esultava. Eravamo il Milan, eravamo una squadra: allenatore e giocatore. Tutti insieme. Era così anche a Firenze. E lui non era come qualcun altro oggi: non era uno che metteva un terzino a centrocampo, o un’ala in difesa. Lui conosceva i ruoli, e li rispettava. Al massimo li inventava, i ruoli. Perché il libero vero è quello che fu fatto da Liedholm: ed è vero, con lui c’era anche molta libertà: se c’era un dribbling si sorrideva, non ci si arrabbiava. E poi mai un errore, mai un problema, mai uno scandalo, lui. Era la zona, quella di Nils, ma sembrava la rivoluzione”, dice al Foglio Nevio Scala, scoperto a Milanello nel maggio del 1963 proprio da Liedholm e suo grande allievo in quegli indimenticabili sei anni passati da Scala come allenatore del Parma. Il vescovo. Il maestro. Entrava così, con il pallone sotto braccio, con i capelli tirati indietro, con la testa alta, gli occhi giù in basso, le gambe lunghe, il sorriso, la maglia col collo a V. Funzionava così, in campo con Nils. “Sapevamo come muoverci, ma dovevamo decidere noi in campo. Perché noi eravamo diventati professionisti per scelta, non per obbligo. E Nils voleva i piedi buoni, i passaggi, le marcature non fisse, il possesso palla. Ma soprattutto, in campo, voleva allenatori”, scrive Gianni Rivera nell’introduzione del libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio”. Perché Liedholm ha attraversato la prima e la seconda repubblica del pallone rimanendo sempre l’allenatore più antico: quello che ha inventato un calcio quasi impossibile, con quindici tocchi a centrocampo, con i passaggi fitti fittti e con un calcio con cui – da allenatore – ha vinto in fondo solo uno scudetto a Milano e uno a Roma. Ma è questo il calcio poi ereditato da Arrigo Sacchi, da Capello, da Ancelotti. Il calcio veloce, quasi impossibile di Zeman, il calcio con la squadra che saliva, i quattro indietro, i quattro al centro e quei due lì davanti e con quella rivoluzione così antica che anche ora che è scomparso, Nils continuerà a inventare il pallone del futuro, ancora per un po’.

di Claudio Cerasa, su Il Foglio di oggi

Avremmo voluto che non morisse mai, magari acciaccato nella sua bella casa di Cuccaro, ma vivo a dispensare barlumi di saggezza ed ironia. Il vecchio caro Lidas è stato uno dei maestri del calcio Italiano, giocatore tatticamente fondamentale sia da mezzala del Grenoli che mediano di spinta all'arrivo del Pepe Schiaffino. Ho ancora negli occhi giovincelli, in un settembre del '54 , all'avvio di campionato, un Milan-Triestina 4 a 0 con l'esordio dell'ufo uruguagio ed il Barone per la prima volta mediano, un giovanotto arrivato da Trieste, Cesarino Maldini, un argentino cedutoci dalla Juve, Ricagni, genialoide goleador. Calcio paradisiaco, geometrie disegnate con il compasso, naturalmente campioni d'Italia a fine anno. Presidente Andrea Rizzoli, allenatore Testina Puricelli. Anni di godimento degli occhi e della mente, con il Barone a predicare calcio razionale, puntuale, elegante, sempre a testa alta a ricevere palla dai compagni come una cassaforte e redistribuirla per le volate vincenti. Smise oltre i 40, sempre in maglia rossonera. Poi fece di mestiere quello che la natura gli aveva dato in dote naturale: il maestro-allenatore. Inventò la zona all'italiana. Gran possesso di palla, tecnica sopraffina, difesa impenetrabile, estro in attacco. Spezzò il pane della scienza nella sua Milano, a Verona, Firenze e soprattutto a Roma con il suo Aladino Falcao e con quel genio sulla fascia che di nome faceva Bruno Conti. Tornò a Milano per vincere la stella e poi, ormai vecchio, nel primo Milan berlusconiano, ove si trovò ad operare con le scelte di mercato italiane del Cavaliere, invero mediocri. Finì con un grave gesto di intimidazione, una bomba carta contro la sua panchina lanciata dal parterre, dopo una sconfitta interna con l'Avellino. Esonerato dal Berlusca e sostituito da un giovanotto con i denti aguzzi: Capello. Una brutta pagina finale per una gloria milanista che non cancella lustri di ammirazione, rispetto, godimento per gli occhi e per la mente, innovazione tattica, capacità di insegnamento a decine di giovani che hanno calcato con profitto i campi della Serie A.

Grazie Lidas, incomparabile maestro di vita.
E che le zolle ti siano lievi.

05 novembre 2007

Di Rom si muore

Una donna a Roma è stata barbaramente trucidata da uno zingaro, forse pazzo, forse ubriaco.
Le anime belle, dopo centinaia di episodi simili, di ruberie metodiche nelle periferie delle metropoli, di degrado come scelta di vita di queste comunità, hanno deciso che è il momento di dire basta.
Su ordine di Veltroni, attento all'immagine patinata della Roma che governa, si è scatenata una campagna mediatica contenente minacce di espulsioni immediate, processi-lampo, detenzioni sicure. Il governo ha provveduto con esemplare rapidità, con un decreto di nanetto Amato. Esecutori del giro di vite questori, e qui mi fido, e magistrati (aspettiamoci severe condanne ad anni di residence vista mare).
La beffa è sentire che la Romania, patria della più numerosa comunità di zingari itineranti, è uno dei paesi più sicuri d'Europa, mentre l'Italia è il ventre molle d'Europa dove chiunque, malintenzionato, si può stabilire liberamente, delinquere e farla franca.
Ogni qualche mese, dopo una catena di crimini odiosi e di sopraffazioni al diritto di vivere in pace degli Italiani, esce con un grande tramestio un decreto "facite la faccia feroce".
Nessun sollievo per il paese e nessun problema per i delinquenti. Gli antidoti sono ovunque: burocrazia, magistratura, sinistra radicale, cattocomunisti perbenisti.
Questa è la storia della presenza Rom in Italia, così come degli islamici e dell'umanità varia cacciata dalla Germania, Francia e persino Spagna.
Si controbatte che gli immigrati sono una risorsa. Vero. Ma parliamo, a titolo di esempio, di filippini, polacchi, ucraini, sudamericani, fra le cui fila i delinquenti sono l'eccezione statistica di tutte le comunità umane. Gli altri, per ragioni diverse, sono una minaccia perché rifiutano l'integrazione nel paese che li ospita, perché della loro cultura fanno una corazza impenetrabile.
Quando le cose stanno così, un Paese ha il diritto di difendersi con il rifiuto dell'ospitalità.
Da noi invece solo chiacchiere ed una falso solidarismo.
Possiamo giusto aspettarci di essere integrati da loro, o un rigurgito di razzismo violento.
In tutti i casi, sintomi di una incapacità di governare i fenomeni di mobilità del terzo millennio.

PS: Leggo che in Sicilia non ci sono che sporadiche comunità di Rom. È più efficace la malavita dello stato?

Il cosiddetto Derby d'Italia

Viene chiamata con una definizione del genio Breriano la partita fra bianconeri e nerocelesti. Una volta era decisiva per lo scudetto ma, da almeno vent'anni, per cause diverse (era morattiana ante commissario Rossi e scandalo di Lucianone) conta solo per le botte che si scambiano generosamente in campo i contendenti ed i veleni dello spogliatoio.
Ieri sera è finita pari, 1-1. Partita bruttina, gioco paesano, botte quanto basta per tenere alta la tradizione.
Eppure la partita ha detto qualche cosa di importante.
La Juve ha recuperato grazie ai suoi vecchi fuoriclasse, quelli salvatisi dallo scippo morattiano-iberico e da qualche giovanotto pescato in quel meraviglioso vivaio che Lucianone aveva costruito.
I nuovi, voluti dalla dirigenza post-moggiana, non valgono il prezzo del biglietto del tram. Dimostrazione lampante che nel calcio non bastano i soldi (vero Galliani?) ma occorrono competenze, conoscenze, ma anche cellulari ed arbitri amici.
L'Inter ha mostrato crepe sorprendenti. La difesa, se aggredita con rabbia, va pericolosamente in affanno e si rifugia nel pestaggio scientifico. Il proboscidone bosniaco è un fenomeno quando ha un metro di spazio. Marcato a uomo, si trasforma in un fantasmino insolente.
Un'ultima considerazione ed una rivalutazione dell'intuito di Galliani. Suazo è un brocco veloce. Solo la bulimia di Moratti poteva strapparcelo per 30 miliardi.

PS: Da ieri il piazzale di San Siro si chiama Angelo Moratti.
È ora di costruirci un nuovo stadio.


Analisi sentimentale di una partita di calcio, di Er Go’ de Turone

Niente da fare, alla fine la sento anch’io, come se fosse una partita speciale. Sarà la voglia di rivincita, il desiderio di dimostrarci ancora vivi. La vivo anch’io come un’attesa diversa dalle altre. Forse, a pensarci bene, sarà anche per quei 3 dati che ho letto nel pomeriggio su un giornale (bianco, ovviamente). Le statistiche erano queste. Ultimo scudetto conteso tra le 2: 2005, Juve sul campo, Inter a tavolino. Ultima vittoria dell’Inter in quello stadio: 1983, 3-3 sul campo, 0-2 a tavolino. Vittoria con maggior scarto: 9-1 Juve, Inter in campo con i primavera. Cosa c’entra quest’ultima? Beh, facile. Perchè l’Inter era scesa in campo con i giovani? Per protesta, perchè volevano la vittoria a tavolino, e invece era stata ordinata la ripetizione di una partita sospesa per invasione. Allora si’, guardo quei dati e un po’ rido, un po’ comincia a salire la tensione. Arrivo al pub, qui a Bruxelles, alle 20. Sono il primo. Il grande schermo è occupato dal football americano, da non crederci. Ma forse hanno ragione loro, Juve-Inter non ha motivo per essere una partita speciale: in Europa l’Inter non ha lasciato grandi ricordi negli ultimi 40 anni, e di signori anziani che possano ricordare Mazzola e Corso, nel pub ce ne sono proprio pochi. Vado in una delle sale dove trasmetteranno la partita, ovviamente sono il primo. Pian piano arriva gente, con uno sguardo cerco di capire che tipi sono, per chi tiferanno. Più juventini, direi. La vediamo con sky, quindi ho modo di vedere l’abbraccio dei tifosi al pullman bianconero, l’augurio della curva (Montero torna per Ibra!), i cori, i fischi. Sale, la tensione, sale. Il pullman dell’Inter, bloccato dai tifosi juventini, è in ritardo, cosi dicono. La partita comincia in ritardo. Ecco qua, penso io. Vincono a tavolino. La partita è equilibrata, il fuorigioco è utile ma pericoloso, ed ecco che ne fanno uno, che rischiano di farne un altro. Ma Ibra, troppo tifoso nerazzurro, si emoziona e si fa anticipare a porta vuota. Secondo tempo, la Juve è calata, quasi assente. Loro rischiano di dilagare in contropiede. Esce Cruz, uno lento, ma che segna ogni 2 occasioni. Entra Suazo, uno velocissimo, ma che non segna neanche a porta vuota. Meglio cosi. Altra grande intuizione di Mancini. Fuori Figo, dentro Burdisso. Bravo, l’uomo che vince sempre. Da noi, invece, entra Camoranesi, unico fuoriclasse in campo tra tutte e due le squadre, fa 3 dribbling in un minuto, cambia la partita. Palladino, che tanti juventini criticano e io davvero non capisco perchè, da tutta la partita salta Maicon senza problemi, lo frega un’altra volta e mette al centro, poi Iaquinta, Camoranesi… Gol. Gol, si. Abbiamo segnato. Un anno e mezzo dopo, riecco quella scena. Si abbracciano tutti. E’ giusto cosi, visto che loro non hanno allenatore, mentre noi abbiamo meno qualità, ma una tonnellata di carattere in più. Sono felice. mi spiace solo per Bergomi, lo sento un po’ giù e proprio non capisco perchè. L’Inter è più forte, niente da dire. Non ha un briciolo del carattere della Juve capelliana, ma è forte. Prova a vincere nonostante il suo allenatore, il che è comunque lodevole. Sono felice per un pareggio contro l’Inter, e qui chi ha il compito di rifare grande la nostra Juve si fermi magari a leggere queste due righe. Facciano il possibile, al più presto, per riportare le cose al proprio posto. Perchè Juve-Inter ieri per noi era una partita speciale, mentre nei 100 anni precedenti speciale lo era stata solo per loro, perchè quella domenica affrontavano i più forti. Perchè ieri, dopo un pareggio in casa, eravamo a festeggiare per un punto guadagnato. Mentre da quando esiste il calcio, un pareggio in casa contro l’Inter vuol dire solo due punti persi. Poche chiacchiere, allora, e al lavoro. Sin da gennaio. Per ora, accontentiamoci di Moratti e dei suoi arbitri "eccessivamente bravi", del "pareggio ingiusto" di Mancini, delle mani sulla testa di Cambiasso scandalizzato per una decisione arbitrale, ovviamente del tutto corretta. E teniamoci Ranieri e Molinaro, che non saranno Lippi e Zambrotta, ma hanno fatto togliere un ammonizione a un avversario. E ci hanno aiutato a ricordare, in una serata dove tutto sembrava essere invertito, che la Juve in fondo è sempre la Juve, e l’Inter è sempre l’Inter. Al di là del risultato, e di quel punto guadagnato in una partita speciale, che dall’anno prossimo deve tornare ad essere solo due punti persi, in una partita normale. Forza Juve. I love football.

dal blog Camillo, di Christian Rocca

29 ottobre 2007

Alla fine della corsa (parte seconda)

Ipotesi: i rossoneri sono già a fine corsa.

Sta evolvendosi in modo abbastanza paradossale la crisi del Milan, battuto in casa anche dalla Roma sempre con il solito 1-0. La spiegazione attuale di Berlusconi-Galliani è che non ci sono spiegazioni e proprio questo deve portare serenità. Se non ci sono cause non c'è nemmeno malattia, questo è il senso che il Milan racconta al proprio capezzale. Una situazione quasi surreale che conferma la difficoltà a capire la fine di una grande epoca da parte di chi l'ha costruita. Galliani dice ancora adesso di non saper trovare in Europa un giocatore migliore dei suoi undici titolari. Il problema non è nemmeno se ha ragione oppure no. Il problema del Milan non sono infatti gli uomini, è la squadra. Il Milan gioca con una lentezza paralizzante. Non può essere sempre colpa degli avversari che si chiudono. Loro si chiudono, ma il Milan gira intorno al muro con una riluttanza e una mancanza di risultati da far pensare allo snobismo. La partita con la Roma è stata equilibrata solo nel punteggio. Nel gioco la Roma ha avuto per trequarti gara una superiorità evidente. Non solo, ma ha mostrato anche come una squadra possa avere più soluzioni offensive indipendentemente dal modulo degli avversari. Eppure non era una Roma stellare, come non era stato straordinario il piccolo Empoli otto giorni fa. È il Milan che in questo momento non c'è più. Ma davvero è sorprendente avere difficoltà quando si hanno sulle fasce giocatori di 37 e 39 anni come Cafu e Maldini, quest'ultimo sostituito addirittura da Serginho? Davvero è sorprendente se Seedorf e Pirlo non sono sempre brillanti dal momento che non possono più saltare una partita? Il Milan non fa più turnover perché non ha più riserve. E non ne ha perché non sono all'altezza. Forse non tocca a Berlusconi e Galliani capire i problemi del Milan. Dall'interno è più difficile, si finisce per avere punti di riferimento sbagliati e si è condizionati dai sentimenti. Ma il Milan adesso gioca a una velocità non italiana. Che lo facciano grandi giocatori è certamente consolante, ma non risolve il problema.


di Mario Sconcerti, su Corriere.it

27 ottobre 2007

Letizia Moratti e la sua giunta

L'Ultimissima Cena.

Invoco un secolo di tregua per il Cenacolo di Leonardo. Da quando Dan Brown lo ha posto al centro del suo complotto planetario, per l’affresco milanese non c’è più stata pace. La polemica sull’identità del personaggio alla destra di Gesù - Giovanni o la Maddalena - ha attirato addosso al dipinto ancora più turisti. E i turisti hanno attirato ancora più smog. Circostanza smentita ieri dall’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi, che ha addossato tutte le colpe del logorio all’improvvido pennello di Leonardo: «Quella cagata di affresco non si può danneggiare più di così». Sgarbi va capito. E’ inconcepibile che gli studiosi internazionali non abbiano neppure contemplato l’ipotesi che la figura alla destra di Gesù nell’Ultima Cena possa essere lui. Inoltre, avendo egli esaurito la lista di persone da insultare, era abbastanza prevedibile che prima o poi avrebbe cominciato ad attaccar briga con gli oggetti inanimati. Prossimamente prenderà a schiaffi un obelisco egizio e querelerà l’Everest per eccesso di freddezza nei suoi confronti. Passare in quindici anni dagli improperi a Di Pietro a quelli contro Leonardo rappresenta anche per Sgarbi un bel salto esistenziale. Ora che il più è stato fatto, avrà meno remore a definire «cagata» un canto di Dante, una sonata di Mozart o un gol di Maradona. Purtroppo non basta seppellire di letame i capolavori per passare alla storia. Fra un secolo la «cagata» di Leonardo avrà ancora torme di visitatori. Quelle di Sgarbi, invece, non interessano più a nessuno già adesso.


Massimo Gramellini, su La Stampa di oggi

Una recente indagine promossa dal Giornale ha testimoniato che il livello di gradimento del sindaco Moratti e della sua giunta è basso quasi quanto quello di Prodi. Chiunque la abbia votata rimane sempre più perplesso per le iniziative pseudoambientaliste della nuora dell'Onestone, non capendone la concreta utilità. Sporcizia crescente, microcriminalità, degrado edilizio, sono il contrappasso di una candidatura per l'Expo del 2015 di cui nessuno capisce l'importanza e la rilevanza se non i diretti interessati all'"affaire".
A tutto ciò si aggiunga il capriccio della nomina di Sgarbi all'assessorato alla cultura. L'uomo è certamente intelligente, volitivo, può vantare molti crediti (leggi condanne per querele che gli sono costate una marea di risarcimenti) nei confronti del regnante di Arcore ma, oggi, come dicono i milanesi di domani sui maleodoranti tram che talvolta devo usare, è completamente sclerato.
Se la nostra città ha qualcosa di universalmente noto ed ammirato è la leonardesca ultima cena. E' del tutto naturale che l'uomo della cultura della giunta Moratti la definisca una cagata.
Vuoi mettere i graffitari del Leonka?
Concludo con una piccola preghierina al Cavaliere, impegnato in una silenziosa ed improbabile campagna acquisti (comprare uno con il Dna democristiano è più costoso e defatigante che portare Ronaldinho a Milano). Con gli acquisti non può provvedere d'urgenza a qualche taglio a Milano? Se non proprio la Moratti almeno Sgarbi ce lo deve (come milanista aggiungo Galliani).

26 ottobre 2007

El nost Milan: Baia del Re

Nasci alla Baia del Re, e nemmeno sai che significa... Quante volte ho sentito ripetermi questa frase? Nemmeno una, quasi nessuno sa che il quadrato compreso tra le vie Montegani, Palmieri, Barrili e Neera e Naviglio Pavese si chiama così, tranne qualche simpatico vecchietto o vecchietta, che forse avrebbe anche fatto carte false per andarsene, di tanto in tanto, ma dove poi non si sa, e quindi è meglio rimanere qui, che mi sono affezionato.
Ci nasci, e basta. E non ti fai nemmeno tante menate pseudo sociologiche sulla zona degradata, sulla delinquenza che domina incontrastata, sulla povertà e sull'emarginazione. E' la tua zona, sono i tuoi amici, la tua scuola materna e elementare, ma la scuola media e quella superiore non è che siano tanto distanti, questione di metri.
E' il tuo oratorio, dove giochi a pallone tutte le volte che puoi, con tutti quelli che passano di lì: partite memorabili, anche due contro due. Partite che hanno creato legami che durano, anche se non frequenti più. Pomeriggi interi a giocare a calcio balilla, bevendo le spume nere della signora T, primo ed unico esempio di autorità costituita e riconosciuta alla Baia del Re.
Sono molti dei tuoi amici, che magari rivedi dopo vent'anni e ti rimetti a parlare con loro come se avessi smesso il pomeriggio precedente: Giacobbe, diventato pugile, orgoglio della zona e non solo, per sua fortuna; Max, icona della Fossa dei Leoni, portiere imbattibile cresciuto a pane e Milan, solo un po' miope; Moreno, il sosia del conte Oliver del gruppo TNT, però migliore dell'originale negli affari; Fabrizio e quelli come lui, accasati ma ricchi di vita e di cose da raccontare.
Ci nasci, e magari ci fai il rilevatore per il censimento, perché nessuno ha il coraggio di andare in quelle case, in quei cortili. Ci vai, e non che tu sia coraggioso o incosciente. Ci vai e basta. E vedi cose indegne di un paese civile, muri ammuffiti e vecchiette barricate in casa per paura di tutto, ma anche malavitosi che si sono creati una reggia abusiva che sembra di stare in un altro mondo. Ci vai e vedi egiziani ingegneri, avvocati e fisici che sono qui a fare i sottocuochi perché si guadagna di più così e mandiamo a casa la metà dei soldi e a casa ci torneremo presto, perché qui ti trattano di merda.
Ci nasci e vadi dal balcone retate della polizia degne di un film americano, elicotteri che sorvolano la zona, strade bloccate da mezzi blindati, uomini col passamontagna che entrano dalle finestre delle case.
Ci nasci e ci vivi in strada, quando sei piccolo, in bici magari, col rischio che se sbagli strada, o ora, la bici vola via. Ma si sa, adesso è molto più pericoloso, una volta invece sì che si viveva bene.
Ci nasci e magari temi gli immigrati, ma all'epoca erano della "bassa Italia", mentre adesso sono nordafricani, cinesi, cingalesi, russi.
Ci nasci e ci fai la guerra partigiana, combatti per la libertà, e magari ci muori.
Ci nasci e la convivenza è sempre difficile, ma non te ne vai. Non puoi. Non riesci. Adesso poi che il quartiere è stato ristrutturato... O no?
Dedicato alla Baia del Re, nome attribuito alle case popolari costruite nella periferia sud di Milano in onore al comandante Umberto Nobile, che alla guida del dirigibile Italia raggiunse il polo nord con una sfortunata spedizione nel 1928, partendo proprio da qua.


di Marco Accorsi

Non ci credo ancora, ma forse se ne vanno

Esigo, voce del verbo perdere: declinazione di una conferenza stampa di un premier aggrappato all’uscio.

Esigo, voce del verbo perdere. Anzi aver già perduto. C’era la profonda verità dell’epilogo nel lessico e nel volto sfinito di Prodi, mentre davanti ai microfoni esigeva, appunto, rispetto da una maggioranza che non lo regge più. In bocca a un premier nelle condizioni prodiane, esigere è una forma verbale che perde autonomia e tracima nello smarrimento. Come dire lei non sa chi sono io, come dire lei mi deve rendere conto, come promettere che ti aspetto fuori. Di regola, se non si tratta di tasse, l’esattore certifica la propria sconfitta e il rifiuto di ammetterla. Si esige la spiegazione dall’adultero, si esige la risposta a una domanda retorica. Con questo suo cedimento solitario alla rabbia indotta dalla durezza della realtà, Prodi entra una volta in più nella galleria troppo italiana in cui soggiornano quelli che non ci vogliono stare. E’ un moto scontato con una screziatura tenera, perché oggi Prodi ha il caratteristico torto del perdente ma pure delle ragioni. Ha stampato la propria faccia su un prodotto politico a scadenza ravvicinata. Ma quelli che glielo avevano fornito, i contraenti della cooperativa chiamata Unione, un contratto con lui l’avevano firmato. Generico, verboso, paralogico e incapacitante. Però il programma c’era, è stato rimpannucciato una seconda volta dopo la sfiducia del febbraio scorso. Poi è finita che nel centrosinistra ognuno s’è preso una parte di verità per smerciarla appena possibile al proprio elettore. Il Pd ha raccolto il meglio che poteva e ha già eletto il dopo Prodi senza esigere nulla.


da Il Foglio di oggi

22 ottobre 2007

Alla fine della corsa

Stop. Basta. Con il ritardo di un anno, inframezzato da una fortunosa e sviante notte magica ad Atene, la carovana Milan ieri ha alzato bandiera bianca.
Una sconfitta in casa, sebbene con una delle ultime, l'Empoli, non è una tragedia, come dice il commediante Mauro Suma. Un inizio di stagione disastroso come quello di Radice, presidenza Farina, è invece il referto di una diagnosi impietosa. La squadra è finita con i suoi ex-fuoriclasse ormai affannatti dagli anni, con il caravanserraglio di brocchi e brocchetti comprati nell'ultimo triennio, con le turbe mentali di un portiere da psicanalista, con un allenatore incapace di inventare non dico un gioco ma un semplice schema. La società è finita in una marmellata di marketing paesano, sempre più lontana dal core business sportivo, sempre più vicina allo sputannamento commerciale, al bla-bla televisivo cucito con il nulla, alle millanterie patetiche di un pelato strappato alle antenne televisive.
Quando si butta ai maiali la perla di una squadra che sino ad Ankara ha incantato il mondo, quando ci si fa trovare con il dito impiastrato di marmellata nel tentativo infantile di imitare un genio della truffa come Moggi, quando si tenta di trasformare un'impresa sportiva, che deve rispondere a puntuali dinamiche di rinnovamento, nell'album Panini delle vecchie glorie, succede tutto quello che ci ha propinato l'estate /primo autunno dell'anno di grazia 2007.
Se il fato ci fosse benevolo, ora sarebbe bene uscire dalla Coppa Europea ed andare a vedere la volontà di rifondazione della proprietà, della real casa di Arcore.
Perché la sensazione è che in villa ora comandi la figlia, che poco apprezza le dissolutezze senili del padre, specie quando queste intaccano il portafoglio ereditario.
Leggiamo le carte e se futuro gramo ha da essere, pazienza.
In fondo anche con Farina abbiamo visto in B il meraviglioso Milan di Castagner dare spettacolo.
Va tutto bene, tutto meglio di questa spocchiosa accozzaglia di indolenti ex-atleti.

18 ottobre 2007

El nost Milan: Barona

La Barona, un Bronx milanese.

Sentivo il bisogno, una volta tanto, di pubblicare il rovescio della medaglia (tutte le medaglie hanno un rovescio), le realtà scomode. Questo è un lembo di città al sud ovest di Milano, di nuova edificazione, strappando campo per campo alla campagna e demolendo le vecchie cascine (Boffalora, Barona, Moncucco, Battivacco, Cantalupa). Qui vivono più di 50.000 persone (come una piccola città di provincia), qui fino a 30 anni fa c'erano le marcite (ci sono ancora) e pascolavano le pecore. La nostra amministrazione prima ha fatto costruire le case, poi le strade (mi pare logico), poi qualche sparuto negozio, infine un paio di scuole e dopo molto tempo un ospedale. Null'altro. Cioè il nulla, un quartiere dormitorio di vecchi, di giovani disadattati, di extra comunitari. Una normale squallida solitudine urbana. Per fortuna da qualche anno sono finite le sparatorie, .... ed è comparsa la droga. Dimenticavo, buon'ultima hanno costruito anche una caserma dei Carabinieri (peccato solo che non si vedano mai in giro). Una cattedrale in un deserto. Non è ora, dopo tante promesse, di garantirci una miglior qualità della vita?
Il nostro nuovo Sindaco Letizia Moratti, appena insediato, ha dichiarato che concentrerà le sue energie per prima cosa sulle tematiche sociali, iniziando dalla Barona per fronteggiare il disagio minorile. Grazie, era ora.

dal sito di Umberto Pini, www.pbase.com/ugpini

17 ottobre 2007

Questa estate ho letto

La calura ispira letture leggere, divertenti, ottimiste. Non mi sono sottratto al clichè con tre libri della mia nuova fresca passione.

Andrea Vitali: Il segreto di Ortelia, Un amore di zitella, Una finestra vista lago.
Confermo un convincimento. Trattasi di un grande affabulatore, con spunti di genialità e una padronanza ritmica non frequente. Non tutto il materiale è di prima mano e l'inventiva talvolta si fa affannosa, ma per chi ama il piccolo mondo della provincia, le sue passioni, i vezzi, le crudeltà, l'opera di Vitali è irrinunciabile.

Georges Simenon: Lettera al mio giudice.
La storia cruda ed ansiosa di un assassinio-suicidio. Il meglio delle atmosfere e della filosofia di vita di Simenon. Le sue opere sembrano tutte varianti intorno al fallimento esistenziale di un uomo eppure si leggono, ognuna, con l'ansia della scoperta di una nuova vicenda diversa dalle precedenti. Forse perchè l'uomo è sempre diverso nel percorrere il suo destino già disegnato.

Alicia Gimenez-Bartlett: Nido vuoto.
Giallista anglo-spagnola di Barcellona, ha un suo folto stuolo di ammiratori. Si fa fatica ad accettare un personaggio così essenzialmente femminile, ma superata la diffidenza maschilista non si può non rimanere attratti dall'arguzia e dall'ironia di questo commissario di polizia e dai contrappassi con il suo vice Garzon, una summa dei difetti del maschio. Bella la trama che non delude i giallisti.

Sebastiano Vassalli: L'italiano.
Non posso mancare un libro di Vassalli, che purtroppo ormai non si cimenta più nei romanzi. Anche quest'opera sono racconti che ambiscono rappresentare, in un arco temporale plurisecolare, il carattere della gente italica. Non sono convinto che ci sia riuscito pienamente ma alcune pagine sono cammei imperdibili. Suggerisco: Chi, io?, Il trasformista, Si. Tu?

Walter facci dormire

Mi è venuto il prurito di commentare l'elezione di Veltroni segretario del neonato Partito Democratico ma mi è subito passato. L'uomo è talmente evanescente nella sua finta ed eucumenica bontà da non stimolare i mie istinti polemici. Per una volta mi sento d'accordo con sclero Silvio. Veltroni segretario? E chi se ne frega.

10 ottobre 2007

Ritorniamo

Causa un maldestro uso del computer, il trappolone si è quasi fuso. Qualche amico dirà immediatamente che era il minimo che ci si potesse aspettare da me.
Ora mi è stato reso incerottato, senza memorie che un'equipe italo-inglese sta tentendo di riesumare, ma funzionante.
Sfortunatamente in queste settimane non è successo nulla di bene e quindi ricominciamo da dove ci siamo lasciati.
Prodi resiste tra lazzi e frizzi, Veltroni si appresta a diventare segretario del Partito democratico, rospo Dini, stufo di astinenza, fonda un nuovo partito, la Mussolini torna in An, la Brambilla celebra in un bagno di folla la nascita ufficiale dei Circoli ma non sa a cosa servano.
Ditemi voi se questo è un paese serio!
PS: Il Milan prosegue il suo declino inesorabile in campionato e coppe. Il patron è impegnato nella preparazione di un nuovo disco e manda avanti l'ineffabile antennista brianzolo, ora insultato anche dai suoi dipendenti della curva sud.
Almeno una volta mi appoggiavo al Milan. Ora mi resta solo questo pezzo di ferro smemorato!

26 settembre 2007

Un bel capitano

Maldini non li deve incontrare.

Il Milan batte il Benfica senza l'apporto della curva e pareggia contro il Parma con gli ultras scatenati. Giustizia è fatta. Ancora una volta si dimostra che il discorso del pubblico, soprattutto della curva vicina alla squadra, dodicesimo uomo e altre amenità, è solo una delle tante ipocrisie, tenuta in piedi da giocatori e dirigenti, perché non possono fare altrimenti, e anche dei giornalisti perché temono per la propria incolumità. Le curve sono una tassa da pagare per tutti, è evidente. Insomma, per farla breve, se i tifosi avessero davvero un ruolo decisivo, allora le squadre turche e greche dovrebbero vincere sempre la Champions. Ci risulta escano sempre al primo turno e gli avversari manco se ne accorgono dei 50.000 scalmanati; ma forse ci sbagliamo.

È diventato un luogo comune, quello dell'aiuto del pubblico. La Roma gioca divinamente e vince in casa come in trasferta; nessuna differenza di rendimento. Così come tre anni fa perdeva sempre con Bruno Conti in panchina, nonostante i 70.000; l'incitamento era lo stesso. A proposito di ex giallorossi, l'unico italiano che non è riuscito a fare carriera come allenatore in Romania è Giuseppe Giannini, cacciato dal FC Arges, squadra retrocessa grazie a lui. Bergodi invece è sempre più amato, Zenga è tornato e Pedrazzini, che faceva il vice di Walter e poi di Hagi, si prepara di esordire in Champions contro l'Arsenal, sulla panchina dello Steaua. A proposito di Romania: là i media difendono la polizia, non gli ultras. D'altronde solo in Italia potrebbe accadere una cosa del genere, con cronisti semianalfabeti che si improvvisano sociologi e cercano di giustificare tutto e tutti.

Ma torniamo alla favola della curva che ti spinge verso la vittoria: perché se Gilardino avesse segnato negli ultimi minuti avrebbe ringraziato loro; i giornali comici, o fanzine, come preferite, avrebbero scritto che senza l'apporto dei tifosi si sarebbe rimasti sul 1-1. Invece si è rimasti per davvero sull'1-1: come la mettiamo? Semplice, 35.000 oppure 65.000 fa lo stesso. Zitti oppure rumorosi, ancor di più. Se ricordiamo bene in Champions l'Inter ha otenuto un anno tre vittorie su tre senza spettatori, mentre l'anno dopo ha vinto solo due volte.

Chi davvero ci ha delusi è Maldini. Quando abbiamo letto che giovedì i giocatori rossoneri, il capitano per primo, hanno ricevuto la delegazione dei tifosi a Milanello, ci sono cadute le braccia. Ci sono giornalisti che aspettano mesi per un'intervista con un giocatore (rossonero, giallorosso, nerazzurro, non importa), invece gli scalmanati e gli sfaccendati vengono ricevuti. Bah. Quello che non capiamo è perché capitan Maldini, oppure Galliani, non abbiano detto semplicemente "Fatte quello che vi pare, noi siamo il Milan, deve essere un onore tifare per noi e starci accanto, se non vi va state a casa". Cosa cambia per una società come il Milan avere oppure no uno striscione pro Dida e Gilardino? Perché non si mette mai in difficoltà gente che si spara e si ammazza per cento biglietti gratis?

In Italia si diceva che sono rimasti tabù soltanto due argomenti, Garibaldi ed i sindacati. Sbagliato, ce ne sono tre: il terzo sono le curve. Dove sono i giornalisti coraggiosi? O si può manifestare il coraggio solo in pizzeria con gli amici? Un noto cronista é stato picchiato dagli ultras in una caldissima piazza, dovendo cambiare città. Il suo giornale, così (finto) battagliero contro la Juve che non rinnova a Del Piero (che ha 33 anni, cosa potrà mai dare a 35?), non ha scritto una riga. Su un proprio dipendente picchiato per aver fatto il suo dovere. Cosa ci possiamo allora aspettare dai dirigenti, che devono solo regalare cento biglietti, senza rimetterci il timpano, come il giornalista? Ovviamente nulla. Avanti così, facciamoci del male.

Dominique Antognoni, su La Settimana Sportiva

25 settembre 2007

Il riformismo borbonico

I preposti al nulla.

Perfino nel nome c'è un che di surreale, di Kafkiano, oltre che di ammuffitamente burocratico: "il dirigente preposto".
E' il personaggio che, in tutte le società quotate e a proprietà pubblica, a partire dai bilanci del 2007, dovrà controfirmare i conti aziendali, assumendosene la corresponsabilità penale insieme con l'amministratore delegato e prima dei semplici consiglieri di Amministrazione.
E' il tipico "ipercorrettismo" nominalistico all'italiana, buono solo a moltiplicare i moduli da riempire e le firme da apporre ma del tutto inefficace rispetto alle finalità perseguite.
Come il "responsabile della sicurezza" istituito nel '94 dalla legge 626 non ha ridotto di un millimetro l'incidenza degli infortuni sul lavoro (che ha continuato a muoversi in linea con le medie UE) ed ha solo costretto le aziende a "chiedere un favore" a qualche dirigente più disponibile o ricattabile degli altri, così il dirigente preposto non aggiungerà un lumen alla visibilità sui bilanci societari.
Cosa si vuole che ne sappia e ne capisca il "dirigente preposto", dei conti societari, più di colui che ne porta la pagatissima responsabilità? Niente.
Quegli stessi conti che beffardamente Enrico Cuccia, uno competente, parlando un giorno con un pm, definì "tutti falsi". Ma tant'è: il dirigente non serve a niente, ma la "culla del diritto", l'Italia, si è messa all'occhiello un altro fiore dell'assurdo.


da Economy di questa settimana

23 settembre 2007

Capire e darsi una mossa

Un paese cambiato più in fretta dei suoi leader.

Una risata vi seppellirà: il vecchio tormentone è l’incubo peggiore dei politici, e Beppe Grillo lo impersona alla perfezione. Da che mondo è mondo, il potere si regge sulla tradizione, sulla legge e sul carisma, e la classe politica italiana ha dei problemi con tutti e tre. Orfana della prima Repubblica e in perenne attesa della terza, oscilla spericolatamente tra condoni e indulti, s’indigna se un terrorista, dopo 26 anni di latitanza, viene arrestato, insulta chi è stato ucciso dalle Br, chiede il trasferimento dei magistrati scomodi, caccia i finanzieri che non obbediscono
ai ministri e quando s’avvede che i cittadini non ne possono più dello "stile italiano" si traveste da Rudolph Giuliani. Ma nella New York della tolleranza zero i governatori che vanno contromano
in autostrada finiscono dentro, mica cercano di fare i furbi fingendosi parlamentari, e quelli che lo sono non dirottano le autoambulanze per andarsene a spasso.

L’impopolarità bipartisan della nostra classe politica, da cui scaturisce il fenomeno Grillo, non apparirebbe tanto maiuscola se l’Italia non fosse così clamorosamente migliore di chi la rappresenta. Quel che i politici sembrano scordare, e ciò li porta a sottovalutare le "grillate", è che gli italiani non vivono sull’Isola dei famosi ma tirano ugualmente la cinghia; senza attendersi alcun premio si sono caricati in spalla l’euro e il deficit pubblico e ora accettano di lavorare più dei loro padri "soltanto" per pesare un po’ meno sui propri figli.
Questi cittadini sanno bene che le invettive di Grillo sono di pancia e che difficilmente quel che passa per la pancia arriva alla testa, ma una sapienza antica non deve essere scambiata per
dabbenaggine. Il comico-tribuno è il catalizzatore di un pensiero fortemente critico nei confronti del sistema politico e questo orientamento preesisteva al V-Day. Grillo, grande animale da
palcoscenico, l’ha fiutato, braccato, azzannato. Enfatizzato. La vera sorpresa di questi giorni - purtroppo, tardano ad avvedersene proprio i politici - è che i trecentomila e più che applaudono Grillo e i moltissimi cittadini che, pur non amando il comico, condividono la stessa inquietudine di fondo, sono i veri protagonisti di una commedia il cui finale è tutt’altro che scritto.
Questo movimento d’opinione, infatti, non assomiglia tanto all’Uomo qualunque perché richiama piuttosto altri fenomeni tipici della stagnazione. L’odierna speranza degli italiani, diffusa quanto giustificatamente impaziente, che la politica abbia un sussulto assomiglia piuttosto a quella che proruppe nel primo referendum Segni. Oggi come allora, e dopo tante attese deluse, la sfiducia nella classe politica è alta, le invettive dei guitti altisonanti e la sordità del Palazzo preoccupante. Eppure, oggi come allora, il senso critico con cui la società contesta l’andazzo politico è degno del massimo rispetto, perché a esprimerlo è un Paese che paga ogni giorno un prezzo molto alto per coltivare la comune appartenenza a una società umana, una nazione, uno stato.
Si pone, dunque, il problema di interpretare con sapienza questo sentimento critico, ma ancora costruttivo, degli italiani senza indulgere al nichilismo dei guitti. L’ex presidente Ciampi, quando lo invita a fondare un partito, sa bene che Grillo non ha né gli strumenti né la voglia di intraprendere una simile strada. E sa che, se la sua è una risposta antisistemica, non deve necessariamente diventarlo quella di chi, applaudendolo, mostra il desiderio di dare un’anima nuova al Paese. A questi italiani guarda Napolitano quando ammonisce i politici a far meno passerella in tv e si può ben dire che il capo dello Stato invochi una politica nuova per un Paese che è cambiato più in fretta dei suoi leader. Gli italiani, infatti, non vanno contromano in autostrada.


Paolo Viana, su Avvenire di oggi

19 settembre 2007

Il paese dei Pulcinella

In questo paese allo sfascio, governato dalla peggiore coalizione del dopoguerra e con l'opposizione più farlocca della storia, a portare un raggio di speranza è arrivato un ex-comico, tale Beppe Grillo, ora blogger professionista, pseudo difensore dei diritti degli oppressi. Per non sembrare al popolo un alieno ha intitolato le sue oceaniche adunate di piazza "Vaffa.. day", indirizzando il suo perentorio invito al governo, all'eterno nemico Berlusconi, ai deputati, ai burocrati, ai nullafacenti d'Italia. Tutte genie che erano là sotto il palco ad applaudirlo freneticamente ed a chiamarlo uomo della provvidenza. E' successo dieci giorni fa e già la sinistra ne ha fatto un possibile alleato, le voci contrarie lo demonizzano ma con il timore di essere le prime vittime della sua rivoluzione. Il babà Veltroni non ha ancora detto la sua banalità, ma quando aprirà le labbra, ispirato, ci sarà sicuramente da rotolarsi per terra. Naturalmente in questa operazione di deificazione-demonizzazione nessuno si chiede da dove venga questo obeso quasi sessantenne che odia i settantenni, come abbia costruito il suo impero economico, quali ombre (e che ombre!) macchino la sua bella vita di intemerato ambientalista, di italiano puro al servizio permanente della verità e dell'onestà fiscale. Ma non disperiamo. Se fonderà un partito, se disturberà il potere e la sinistra di governo, se raccoglierà troppi voti, il suo giudice a Berlino è già pronto ad intervenire.

17 settembre 2007

Il Sindaco

Gattuso conquista la Spagna
El Pais lo intervista, ma soprattutto cancella un'etichetta: quella dell'atleta tipico del calcio italiano brutto e senza classe. Il rossonero parla a ruota libera: di se stesso, del Milan e di una gaffe sulla Regina...

MADRID (Spagna), 17 settembre 2007 - In Spagna Rino Gattuso viene costantemente citato come modello del calcio italiano: duro, ruvido, brutto da vedere, senza classe. Viene trattato male, Rino, malissimo. Come la serie A, la nostra Nazionale, i nostri club (salvo qualche eccezione per il Milan). Tifosi e commentatori locali soffrono terribilmente a veder l'Italia vincere, e se la prendono con lui, uomo-immagine di un calcio speculativo, barbaro. Dopo tanti anni di trionfi con il Milan e la Nazionale, il centrocampista viene ancora chiamato 'Gatusso', evidentemente l'invidia e il pregiudizio condizionano anche lo spelling. Ma, come nel suo stile, Gattuso si sta lentamente prendendo la rivincita: la sua tenacia, il suo persistere al fianco di giocatori stimati anche in Spagna come Kakà, Pirlo e Seedorf, stanno facendo breccia nei cuori dei puristi spagnoli. Giovedì scorso El Pais è andato a inte rvistarlo. Il colloquio è stato pubblicato oggi, con un titolo che non ha bisogno di traduzione, "Tengo dentro un animal".

LA TECNICA - Un'intervista franca, aperta, divertente, con tante domande sulle scarse qualità tecniche del giocatore calabrese, che però non si scompone. Anzi, stoppa l'avversario e rilancia: "A volte mi guardo i piedi e penso: 'Maledetti, mai che mi diate una gioia...'. Ad Ancelotti glielo dico sempre: 'Immagina se avessi i piedi buoni, non sapremmo dove mettere le coppe...'. C'è gente come Kakà che nasce fenomeno e gente come me che deve costruirsi, lavorare con passione, passione e ancora passione".

GATTUSO - "Io non sono cambiato. Il mercato fa sì che io guadagni in un mese ciò che mio padre ha guadagnato in una vita, ma l'unica differenza rispetto a quando ho cominciato è nel conto corrente bancario. La mia anima e la voglia di giocare sono rimaste identiche".

I GIOVANI E I VALORI - I ragazzi sono cambiati tantissimo. Prima a 13-14 anni il problema principale era trovarsi una fidanzata. Ora cercano solo lo sballo. C'era anche allora gente così, ma erano una minoranza. Il divertimento era giocare a calcio sulla spiaggia tutto il giorno e poi tornare la sera per vedere se si riusciva a organizzare un'altra partitella. Oggi tutto questo non esiste più, nell'Italia meridionale non c'è più una società con dei valori, non c'è rispetto".

IL MILAN - La chiave è lo spogliatoio, non ci sono grandi segreti. Quando vedi uno come Maldini che a 39 anni fa di tutto per recuperare e giocare una finale di Champions, che lavora come un matto, che sputa sangue e sudore... Solo un idiota non capirebbe che è un esempio per tutti. Seedorf ha vinto 4 Champions con tre squadre differenti, ma l'ho visto piangere d'emozione dopo la semifinale con il Manchester. Ti rendi conto che in questo club ci sono valori importanti. Il Milan ha il suo Dna, glielo ha dato Berlusconi. È una squadra che anche quando ha problemi trova le motivazioni per far bene. Ha dei codici che non si possono infrangere. All'inizio, quando facevo il furbo con arbitri o avversari, mi convocarono in sede per dirmi di controllarmi: stavo indossando la maglia del Milan e non potevo permettermi di fare casini".

L'IDEA DI FUGA - "Sì, dopo la finale di Istanbul avevo pensato di andarmene. Pensavo non ci fossero motivi per restare. È stato il momento più duro della mia carriera, però il club mi ha fatto cambiare idea".

LA SCOZIA - "Continuo a ringraziare mio padre per avermi aiutato a prendere la decisione di andare a Glasgow. Da solo non riuscivo a farlo, ma per rispetto alla mia famiglia, che guadagnava 800 euro al mese, non potevo rifiutare un contratto da 1 milione di euro. Poi lì ho imparato tante cose. Sono arrivato che conoscevo solo i cattolici e mi sono dovuto confrontare con la realtà protestante del club. Un giorno come un imbecille ho chiesto chi era la signora la cui foto adornava la parete dello spogliatoio. Tutti a ridere: era la Regina".

Da Gazzetta.it di oggi

Il caro Ivan Gennaro non è un artista del pallone alla Pirlo, che disegna magiche traettorie di 40 metri o alla Kakà, fantasista travolgente. Gliene manca la fantasia, la classe pura, lo scatto prolungato. Ma è la quintessenza del calciatore di centrocampo: duro, infaticabile, coraggioso, leale, mai brutale con gli avversari. Dove c'è pericolo, lui è lì a tamponare, a soccorrere il compagno, a fare il gioco di contenimento asfissiante. Quando si rovescia l'azione è lui ad avviarla, a cercare gli spazi per proporre un triangolo, un dai-e-vai. Quando c'è da sfondare in attacco, c'è lui dietro le prime linee a creare diversivi sulle fasce, a recuperare palloni sporchi, a rilanciare in the box.
E' un uomo di grandi valori morali. Non ha mai ferito un avversario. Spaventato sì, con la sua irruenza, la grinta da antico guerriero dell'Aspromonte.
In una squadra come il Milan di oggi, fatta di asettici professionisti, troppo educati, troppo disincantati, con l'anima pallida, è il cuore che pulsa, quello che non ci sta mai a perdere, quello che esalta e si esalta invocando l'appoggio del pubblico a muso duro.
Per un vecchio milanista deluso è la ragione ed il motivo per cui resta la voglia di alzarsi dalla poltrona e continuare ad andare sugli spalti di San Siro.
Lunga gloria a te, Ivan Gennaro!

05 settembre 2007

Ben ritrovati

Sono sbarcato a Linate ieri sera tardi ed ho ritrovato il mio contesto certamente da riordinare dopo molti giorni di assenza.
Avevo anche nostalgia di questo diario elettronico e dei pochi e cari amici che lo leggono. Ho scoperto che banzai ha intrapreso un'avventura che, ad una frettolosa prima lettura, appare fascinosa.
Ho ritrovato un antipasto di freddo del nord, la casella piena di posta pubblicitaria (che brutto segnale del degrado dei tempi!), il piazzale del parcheggio stracolmo.
Occorrerà poco per riabituarsi alla normalità.
Vengo dalla Sicilia occidentale, da giornate calde, da mari incontaminati, da sorprendenti incontri con un'umanità bella e fantasiosa. Dal cuore del Sud, nei raffronti la città terrona era frequentemente Milano.
Spero di avere il tempo di parlarne, di ripensare al nostro universo di luoghi comuni.

10 agosto 2007

Petrolieri democratici

Al direttore - Moratti che compra l’Unità? Avrà nostalgia dei bidoni.

Maurizio Crippa, su Il Foglio di oggi

02 agosto 2007

Facce di bronzo

Al direttore - Il Getty Museum ci restituirà 40 capolavori. In cambio, potremmo dargli le facce di bronzo dell’Udc.

Maurizio Crippa, su Il Foglio di oggi

Duri e puri

Ci piace, a parte che era doverosa, la solidarietà fulminea giunta all’Antonio Bassolino messo sotto inchiesta per truffa ai danni dello stato dopo la famosa invasione dei rifiuti. Ci piace, sopra tutto, la pronta e sperticata fiducia manifestata al governatore da Fassino e da D’Alema. Ci piacciono le loro parole: “Chiunque lo conosca non può avere alcun dubbio sulla dedizione personale, il rigore amministrativo, il senso delle istituzioni che hanno sempre ispirato la sua azione politica”. Ci piace ancor di più la frase dopo: “La sua onestà non può essere messa in discussione neanche dagli avversari”. Ci piace questa idea di non poter mettere nemmeno in discussione l’onestà di Bassolino. Ci piace. Ci piace pensare che questi post-neo-tardo-ex comunisti siano rimasti onesti, disinteressati, generosi, lontani da qualsiasi interesse personale, da qualsiasi tornaconto ed egoismo. Come un tempo. Ma sopra ogni altra cosa, ci piace la conclusione che da quanto sopra detto viene fuori, vale a dire che smerdassero Napoli così, per il puro piacere di smerdarla.

Andrea's Version, su Il Foglio di oggi

31 luglio 2007

Estate 2007

L'estate è fatta per una indolente inerzia. Il caldo opprime di giorno, asfissia di notte. La mente rallenta le sue funzioni, l'afflosciamento generale rende tollerabile tutto, anche una ordinaria edizione serale del Tg5. A tale proposito, sembra opportuno sottolineare che il cambio di direttore ha reso il prodotto ancora più schifoso. Il minutaggio delle disgrazie, morti ammazzati, terronamenti vari dalle regioni del sud, è passato da 15 a 25 minuti. L'unico momento di requie sono i grafici delle previsioni del tempo.
Poi finalmente, che sollievo, arriva la pubblicità.
Questa è una stagione di silenzio anche per la politica. Almeno, lo era ai tempi della mitica Balena Bianca, quando erano consentite solo esilaranti interviste sotto l'ombrellone a politici rintronati dal sole.
Nell'era Prodi, lo scannamento tra alleati continua truce e violento anche in agosto.
Più si insultano, più si è certi che non romperanno mai.
Lo stato sociale, le pensioni, Alitalia (a quando il fallimento?), la finanziaria. Tutti polveroni per il loro pubblico pagante mentre l'opposizione sbadiglia su spiagge italiche o esotiche, salvo qualche arrapato dell'Udc che esagera con l'amore a pagamento.
Ma la più divertente è la competizione per il duce massimo del Partito Democratico.
Dopo ameba-Veltroni, sono comparse alcune ballerine di terza fila di matrice Pipi ed una sgallettata disperata come la Bindi.
Ma non basta.
Al gioco volevano partecipare anche Pannella e Di Pietro.
Candidature rifiutate.
Motivazione?
Quella del compagno Ricucci.
Sono capaci tutti di fare i froci con il culo degli altri.