Non è vero che i morti sono tutti uguali: continuiamo a credere che gli atti delle persone abbiano una certa importanza anche nei paesi in cui la responsabilità individuale di fatto non esiste. Per questo l’ondata di retorica sulla morte del tifoso del Parma, condita dalla solita ipocrita decisione di non giocare la partita, ha avuto toni se possibile ancora più assurdi di quelli usati l’11 novembre scorso per la morte di Gabriele Sandri, un altro ragazzo di buona famiglia bisognoso psicologicamente di dare un inquadramento militare alla propria passione calcistica. Come nel caso del tifoso laziale, Matteo Bagnaresi e i suoi compagni avevano attaccato briga con tifosi della Juventus durante una sosta all’autogrill: non erano insomma passanti o appassionati di calcio che si stavano facendo gli affari loro, fra una rustichella fredda ed un very best di Pupo pescato nel cestone. Rispetto all’episodio di quasi cinque mesi fa, nato da un litigio fra cani sciolti ormai terminato e male interpretato da un poliziotto, quello dell’area di servizio Crocetta Nord ha una connotazione più classicamente da tifo organizzato. Un centinaio di Boys del Parma incrocia un gruppo di juventini lontani dal mondo ultrà (Juventus Club Crema) e dopo averli 'avvertiti' già in autostrada, assedia il loro pullmann con le solite modalità. Pezzi di vetro, cinghie, bottiglie, minacce, con tentativo di salire sull’automezzo: intenzioni al centodieci per cento non pacifiche, paura fra gli occupanti, alcuni dei quali già colpiti mentre erano allo scoperto, ed ovvia richiesta all’autista di scappare il più in fretta possibile. Qui Bagnaresi si piazza davanti al pullmann con le mani alzate: un pacifista sfortunato? Non escludiamo niente, ma di sicuro non si trovava lì per caso come sarebbe potuto essere, ad esempio, per un qualunque altro cliente dell'autogrill. Poi l’incidente e tutte le cose che si sono dette, con l’italianissimo tentativo di mettere tutto e tutti sullo stesso piano quando invece ci sono stati aggressori e aggrediti, professionisti della provocazione senza causa (ci riferiamo a tutti gli ultras del mondo, non solo i Boys) e tifosi normali, gente che veniva da tre anni di Daspo (come Bagnaresi) e persone che volevano solo occupare la propria domenica. Poi la nostra cultura-blob può mettere Sandri e Bagnaresi sullo stesso piano morale di Salvo D’Acquisto, anzi lo sta già facendo, con annessi minuti di silenzio, trofei alla memoria e sociologia del ‘siamo tutti colpevoli’, dimenticando che qualche volta alla morte si va incontro.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
01 aprile 2008
Expo cosa?
Con enfasi paesana è stata festeggiata l'assegnazione dell'Expo 2015 a Milano.
Abbiamo spezzato le reni a Smirne, che buona parte della stampa locale ha pervicacemente collocato in Grecia per lungo tempo.
La geografia, è noto, da tempo non è più materia di insegnamento nelle scuole, sostituita da droghe leggere e palpeggiamenti delle parti intime delle insegnanti.
La vittoria è stata un'opportuna occasione per recitare l'abituale teatrino all'italiana.
È risaputo che nel Belpaese il palcoscenico della vittoria è sempre affollatissimo. Mancava vasavasa Cuffaro, impegnato in una fiera gastronomica del cannolo siciliano, ma gli altri c'erano tutti ed hanno trovato modo di azzuffarsi ed insultarsi, rivendicandosi meriti ed onori.
È persino ricomparso il desparecido della politica italiana Prodi.
Avrà colto l'occasione per perfezionare la svendita di "Aliscioperi" ad Air France.
Forse gli unici che si sono fatti un mazzo tanto per portare a casa questa manifestazione molto retrò e sostanzialmete inutile sono stati Formigoni e Moratti.
Da lombardo-milanese, avrei apprezzato che tanto impegno fosse stato indirizzato verso una migliore vivibilità del territorio, ormai ridotto a livelli meditterranei.
Ma forse, con i finanziamenti promessi questo miracolo potrebbe realizzarsi.
Ora, finita la sbornia di spumante e parole in libertà, c'è da chiedersi come sarà gestita questa avventura.
La domanda non è superflua poiché sul nostro passato grava la macchia di Italia '90, che rappresenta un epocale scempio di denaro pubblico che i signorini dei quartieri alti (dentone Moratti ed emége Montezemolo) realizzarono in combutta con il declinante partito socialista, ormai dedito a tempo pieno al pizzo tangentaro (agli smemorati consiglio di rileggersi le cronache del tempo).
Il rischio è quello di mettere in piedi uno spettacolo indecoroso fatto di opere faraoniche ed inutili,vedi terzo anello e copertura di San Siro, arrembaggio dei soliti noti toponi, ricorsi al Tar dei verdi-ecologisti, sospensione dei lavori, ritardi disastrosi nella realizzazione delle opere, ritorno trionfante della magistratura militante.
Insomma, un bella Milanopoli per i nipoti del prossimo ventennio.
L'altra ipotesi, pragmatica e modesta, è imitare Lisbona, Siviglia e, perché no, Torino, senza i furti, approfittando di un'inutile occasione per modernizzare e rilanciare la città.
Vedaremm.
Ma senza illusioni.
Abbiamo spezzato le reni a Smirne, che buona parte della stampa locale ha pervicacemente collocato in Grecia per lungo tempo.
La geografia, è noto, da tempo non è più materia di insegnamento nelle scuole, sostituita da droghe leggere e palpeggiamenti delle parti intime delle insegnanti.
La vittoria è stata un'opportuna occasione per recitare l'abituale teatrino all'italiana.
È risaputo che nel Belpaese il palcoscenico della vittoria è sempre affollatissimo. Mancava vasavasa Cuffaro, impegnato in una fiera gastronomica del cannolo siciliano, ma gli altri c'erano tutti ed hanno trovato modo di azzuffarsi ed insultarsi, rivendicandosi meriti ed onori.
È persino ricomparso il desparecido della politica italiana Prodi.
Avrà colto l'occasione per perfezionare la svendita di "Aliscioperi" ad Air France.
Forse gli unici che si sono fatti un mazzo tanto per portare a casa questa manifestazione molto retrò e sostanzialmete inutile sono stati Formigoni e Moratti.
Da lombardo-milanese, avrei apprezzato che tanto impegno fosse stato indirizzato verso una migliore vivibilità del territorio, ormai ridotto a livelli meditterranei.
Ma forse, con i finanziamenti promessi questo miracolo potrebbe realizzarsi.
Ora, finita la sbornia di spumante e parole in libertà, c'è da chiedersi come sarà gestita questa avventura.
La domanda non è superflua poiché sul nostro passato grava la macchia di Italia '90, che rappresenta un epocale scempio di denaro pubblico che i signorini dei quartieri alti (dentone Moratti ed emége Montezemolo) realizzarono in combutta con il declinante partito socialista, ormai dedito a tempo pieno al pizzo tangentaro (agli smemorati consiglio di rileggersi le cronache del tempo).
Il rischio è quello di mettere in piedi uno spettacolo indecoroso fatto di opere faraoniche ed inutili,vedi terzo anello e copertura di San Siro, arrembaggio dei soliti noti toponi, ricorsi al Tar dei verdi-ecologisti, sospensione dei lavori, ritardi disastrosi nella realizzazione delle opere, ritorno trionfante della magistratura militante.
Insomma, un bella Milanopoli per i nipoti del prossimo ventennio.
L'altra ipotesi, pragmatica e modesta, è imitare Lisbona, Siviglia e, perché no, Torino, senza i furti, approfittando di un'inutile occasione per modernizzare e rilanciare la città.
Vedaremm.
Ma senza illusioni.
31 marzo 2008
Gli invincibili di Galliani
Milan 2007-2008, partite casalinghe:
- giocate: 15
- vinte: 4
- pareggiate: 7
- perse: 4
- abbonati truffati: circa 45.000.
- giocate: 15
- vinte: 4
- pareggiate: 7
- perse: 4
- abbonati truffati: circa 45.000.
29 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (4)
Ognuno ha il suo vecchio settantenne
“E’ il profilo di una campagna elettorale normale da Paese europeo: ed è un po’ avvilente che la si consideri noiosa” dice lo staff di Veltroni alla Stampa (25 marzo).
Forse è una normale campagna elettorale da Paese europeo eccezionalmente noioso.
Il mondo al contrario di Afef
“Come se fossero in grado di dare lezioni di igiene a noi di Napoli” dice Rosa Russo Jervolino al Corriere della Sera (28 marzo).
Tutta fierezza e monnezza, la Jervolino è fatta così.
di Lodovico Festa, su L'Occidentale
“E’ il profilo di una campagna elettorale normale da Paese europeo: ed è un po’ avvilente che la si consideri noiosa” dice lo staff di Veltroni alla Stampa (25 marzo).
Forse è una normale campagna elettorale da Paese europeo eccezionalmente noioso.
Il mondo al contrario di Afef
“Come se fossero in grado di dare lezioni di igiene a noi di Napoli” dice Rosa Russo Jervolino al Corriere della Sera (28 marzo).
Tutta fierezza e monnezza, la Jervolino è fatta così.
di Lodovico Festa, su L'Occidentale
Sondaggi
Fra poche ore sarà vietato pubblicare sondaggi pre-elettorali e finirà questa oscena sceneggiata delle previsioni, che i molti istituti di ricerca hanno costruito usando panel di comodo a seconda del committente politico.
Ciò che nel mondo anglosassone è scienza asettica, rigorosamente testata nei decenni (e non pur priva di rischi di errore, come già si vide nelle ultime presidenziali Usa), nel Belpaese è divenuta una carnevalata, finalizzata a disinformare l'opinione pubblica.
I fondamentali della ricerca statistica (campionamento, rappresentatività socio-territoriale, analisi delle tendenze) sono nella bisaccia segreta del ricercatore, così come i metodi di rilevamento e le modalità del quesito.
Le previsioni sono così inattendibili che ci si è inventata la media delle rilevazioni, che è bestemmia scientifica, come fare media tra numero di mele e pere.
Ora lo spettacolino cala il sipario e nel gran finale spara le ultime previsioni, la cui media dice che la partita alla Camera sembra delineata a favore del PDL che, al contrario, sarà soccombente al Senato.
Verrebbe da dire: tutto secondo copione e previsione senza necessità di istituti di ricerca, tutto come il sentiment dell'opinione pubblica aveva colto dall'inizio della campagna elettorale, tutto come nella consapevolezza di PDL e PD che hanno fatto una delle campagne elettorali più ridicole ed insulse dell'Italia repubblicana.
Un voto con esito scontato, e come anticamera della grande coalizione che in un lustro avrà il terribile compito di riscrivere tutte le regole dell'ordinamento democratico, dalla Costituzione alle leggi elettorali, essendo inoltre la passerella per un ricambio profondo della classe di governo in questo paese.
Aspettiamo questo nuovo scenario senza entusiasmi e con modeste speranze che da tanto squallore riesca a nascere un ipotetico nuovo.
Ciò che nel mondo anglosassone è scienza asettica, rigorosamente testata nei decenni (e non pur priva di rischi di errore, come già si vide nelle ultime presidenziali Usa), nel Belpaese è divenuta una carnevalata, finalizzata a disinformare l'opinione pubblica.
I fondamentali della ricerca statistica (campionamento, rappresentatività socio-territoriale, analisi delle tendenze) sono nella bisaccia segreta del ricercatore, così come i metodi di rilevamento e le modalità del quesito.
Le previsioni sono così inattendibili che ci si è inventata la media delle rilevazioni, che è bestemmia scientifica, come fare media tra numero di mele e pere.
Ora lo spettacolino cala il sipario e nel gran finale spara le ultime previsioni, la cui media dice che la partita alla Camera sembra delineata a favore del PDL che, al contrario, sarà soccombente al Senato.
Verrebbe da dire: tutto secondo copione e previsione senza necessità di istituti di ricerca, tutto come il sentiment dell'opinione pubblica aveva colto dall'inizio della campagna elettorale, tutto come nella consapevolezza di PDL e PD che hanno fatto una delle campagne elettorali più ridicole ed insulse dell'Italia repubblicana.
Un voto con esito scontato, e come anticamera della grande coalizione che in un lustro avrà il terribile compito di riscrivere tutte le regole dell'ordinamento democratico, dalla Costituzione alle leggi elettorali, essendo inoltre la passerella per un ricambio profondo della classe di governo in questo paese.
Aspettiamo questo nuovo scenario senza entusiasmi e con modeste speranze che da tanto squallore riesca a nascere un ipotetico nuovo.
Poeti: Edgar Lee Masters
Constance Hately
Tu lodi il mio sacrificio, Spoon River,
perché allevai Irene e Mary,
orfane di mia sorella!
E biasimi Irene e Mary
perché mi disprezzarono!
Ma non lodare il mio sacrificio,
e non censurare il loro disprezzo;
io le allevai, ebbi cura di loro, è vero!
ma avvelenai questi benefici
col costante rinfaccio della loro dipendenza.
Knowlt Hoheimer
Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nel cuore
mi augurai di essere rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?
da Spoon River Anthology
(traduzione a cura di Fernanda Pivano)
Tu lodi il mio sacrificio, Spoon River,
perché allevai Irene e Mary,
orfane di mia sorella!
E biasimi Irene e Mary
perché mi disprezzarono!
Ma non lodare il mio sacrificio,
e non censurare il loro disprezzo;
io le allevai, ebbi cura di loro, è vero!
ma avvelenai questi benefici
col costante rinfaccio della loro dipendenza.
Knowlt Hoheimer
Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nel cuore
mi augurai di essere rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?
da Spoon River Anthology
(traduzione a cura di Fernanda Pivano)
25 marzo 2008
Promemoria per la BCE da Bob Kennedy
Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l'università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava - tra l'altro - l'inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate. Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale, che lo avrebbe probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d'America.
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.
Robert Kennedy
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.
Robert Kennedy
20 marzo 2008
Santa Pasqua
Concediamoci una pausa per meditare sulla Passione di Cristo ed anche per prenderci qualche giorno di vacanza.
A tutti gli Amici, un cordiale ed affettuoso arrivederci a presto.
A tutti gli Amici, un cordiale ed affettuoso arrivederci a presto.
19 marzo 2008
Il ventennio di Geronzi
Se Cesare Geronzi non avesse fatto carriera, diventando da dominus della finanza romana e calcistica del centro sud a occupante di una delle poltrone più importanti d'Italia (presidente di Mediobanca), la Roma non sarebbe in vendita ma si sarebbe trovato qualche finanziamento-magheggio in attesa di soci di osservanza geronziana piuttosto che del cattivo americano (variante giornalistica: il mafioso russo, alla Ramenko) di turno. Di sicuro i media sportivi non hanno mai parlato abbastanza di quello che è stato l'uomo più potente del calcio italiano negli ultimi venti anni: più di Berlusconi e Moratti, che con vari gradi di pulizia (ma comunque con soldi loro) hanno sempre lavorato solo per le rispettive società, più dei vari Cragnotti e Tanzi, da lui sostenuti anche nelle imprese più folli, più di Franco Carraro, nel corso degli anni solo spostato di casella, da una federazione ad una banca, addirittura più dell'editorialista cattolico (in attesa dei pezzi di Rosa & Olindo sulle questioni condominiali) Luciano Moggi che è sempre stato un suo uomo, ben prima della Gea dei figli di papà (Moggi e Geronzi, fra gli altri). Una buona occasione per analizzare il geronzismo potrebbe essere il procedimento penale per fallimento del Perugia. Durante la seconda udienza è infatti emerso che Geronzi è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero. A sua volta Luciano Gaucci è accusato di diffamazione nei confronti dello stesso Geronzi, della moglie e della figlia Chiara (l'ex socia Gea, attualmente giornalista del Tg5, covo di 'figli di' degno di un ospedale pubblico italiano). Vale però la pena ricordare, al di là dei tecnicismi del processo, uno degli inizi 'sportivi' del tutto: cioé la denuncia dell'ex allenatore Arcadio Spinozzi, secondo cui la vendita di Nakata alla Roma per 40 miliardi servì solo a ripianare il debito con la Banca di Roma piuttosto che a soddisfare i tanti altri creditori del Perugia, fra cui Spinozzi stesso. La cosa interessante è il pegno del 99% delle azioni del Perugia dato a Capitalia a garanzia del credito: mettendo insieme tante cose, pensando alla Moggi League dei direttori sportivi forforosi e a tanto altro, viene in mente quel Perugia-Juventus 1 a 0 ed a come la società bianconera accettò il verdetto di una partita clamorosamente irregolare.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
di Stefano Olivari, su Indiscreto
17 marzo 2008
L'ambasciatore d'Israele ha capito d'Alema
Ci sono dichiarazioni che vale la pena riportare per intero: "Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas - ha detto l’ambasciatore d’Israele in Italia, Gideon Meir all'Ansa - in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona".
"Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest'organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene", ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi alle parole di "apprezzamento" espresse dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, in merito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.
"La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell'uno accanto all'altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo".
"E' un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c'è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini".
L'ambasciatore israeliano ha già detto tutto il necessario, forse lasciando di stucco tutti quelli che avevano tirato un sospiro di sollievo per la partenza del predecessore, Ehud Gol, uno che non le mandava a dire.
Meir ha avuto bisogno di qualche tempo per ambientarsi e capire la situazione italiana. Ma ora ha dimostrato di averla capita perfettamente e la descrive in modo vivido: oggi l'Italia ha un ministro degli Esteri che tratta Israele come un impresario di pompe funebri con la salma del defunto.
L'unica cosa che resta inspiegabile è che molti ebrei italiani inorridiscano per la candidatura di Fiamma Nirenstein o protestino per quella di Ciarrapico nel centro-destra, ma si sentano perfettamente a posto con la coscienza votando D'Alema o il suo partito.
da l'Occidentale del 13.03.08
Ho riportato questo stralcio di agenzia, ovviamente sottaciuto dalla grande stampa indipendente, ed il susseguente commento perché si presta a due breve considerazioni.
L'una, di natura contingente, attiene a questa mediocrissima campagna elettorale in cui i partiti candidati vincitori recitano illusionistici copioni ed evitano accuratamente di prendere posizione sui grandi temi politici. Berlusconi ripete antiche formule, liturgiche invettive e puntuali smentite il giorno dopo, esattamente come da dieci anni a questa parte. Veltroni, ammantato di penne e piume stregonesche, distribuisce sul tavolino vetrini colorati e parla di una paese che non c'è e non ci sarà mai perché devastato dalla cura di governo della sua parte politica. Intanto il paese non ne può più, è nauseato della commedia e voterà secondo pelle, consapevole di adempiere ad uno stanco ed inutile rituale.
Diversa considerazione, anche perché terribilmente drammatico, merita il problema del Medio-Oriente.
La personale scelta di civiltà di stare dalla parte di Israele e di auspicare il buon esito delle trattative di pace, o tregua duratura che sia, con Abu Mazen, sono puntualmente contraddette dal riaccendersi della violenza bellica in una catena di provocazioni-risposte esemplari che trascina senza fine questo conflitto.
Mi pare chiaro che sinora hanno vinto i falchi dei due schieramenti, gli intransigenti militari della stella di David ed i terroristi palestinesi finanziati dai governi arabi ed integralisti che hanno bisogno di mantenere destabilizzato questo scacchiere del Mediterraneo.
Eppure una pace diffidente è possibile, se è vero che da anni le armi e le provocazioni tacciono fra Egitto ed Israele che si sono combattute due guerre totali e disastrose.
È necessario che la politica internazionale sia messaggera di pace, come sembra stia facendo da qualche anno a dispetto di qualche ballerina di terza fila, indegnamente promossa da Prodi a ministro degli Esteri di questa povera Italia, che scherza ancora, come a Villa Giulia nel '68, con le bottiglie incendiarie lungo il muro di cinta delle polveriere.
"Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest'organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene", ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi alle parole di "apprezzamento" espresse dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, in merito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.
"La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell'uno accanto all'altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo".
"E' un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c'è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini".
L'ambasciatore israeliano ha già detto tutto il necessario, forse lasciando di stucco tutti quelli che avevano tirato un sospiro di sollievo per la partenza del predecessore, Ehud Gol, uno che non le mandava a dire.
Meir ha avuto bisogno di qualche tempo per ambientarsi e capire la situazione italiana. Ma ora ha dimostrato di averla capita perfettamente e la descrive in modo vivido: oggi l'Italia ha un ministro degli Esteri che tratta Israele come un impresario di pompe funebri con la salma del defunto.
L'unica cosa che resta inspiegabile è che molti ebrei italiani inorridiscano per la candidatura di Fiamma Nirenstein o protestino per quella di Ciarrapico nel centro-destra, ma si sentano perfettamente a posto con la coscienza votando D'Alema o il suo partito.
da l'Occidentale del 13.03.08
Ho riportato questo stralcio di agenzia, ovviamente sottaciuto dalla grande stampa indipendente, ed il susseguente commento perché si presta a due breve considerazioni.
L'una, di natura contingente, attiene a questa mediocrissima campagna elettorale in cui i partiti candidati vincitori recitano illusionistici copioni ed evitano accuratamente di prendere posizione sui grandi temi politici. Berlusconi ripete antiche formule, liturgiche invettive e puntuali smentite il giorno dopo, esattamente come da dieci anni a questa parte. Veltroni, ammantato di penne e piume stregonesche, distribuisce sul tavolino vetrini colorati e parla di una paese che non c'è e non ci sarà mai perché devastato dalla cura di governo della sua parte politica. Intanto il paese non ne può più, è nauseato della commedia e voterà secondo pelle, consapevole di adempiere ad uno stanco ed inutile rituale.
Diversa considerazione, anche perché terribilmente drammatico, merita il problema del Medio-Oriente.
La personale scelta di civiltà di stare dalla parte di Israele e di auspicare il buon esito delle trattative di pace, o tregua duratura che sia, con Abu Mazen, sono puntualmente contraddette dal riaccendersi della violenza bellica in una catena di provocazioni-risposte esemplari che trascina senza fine questo conflitto.
Mi pare chiaro che sinora hanno vinto i falchi dei due schieramenti, gli intransigenti militari della stella di David ed i terroristi palestinesi finanziati dai governi arabi ed integralisti che hanno bisogno di mantenere destabilizzato questo scacchiere del Mediterraneo.
Eppure una pace diffidente è possibile, se è vero che da anni le armi e le provocazioni tacciono fra Egitto ed Israele che si sono combattute due guerre totali e disastrose.
È necessario che la politica internazionale sia messaggera di pace, come sembra stia facendo da qualche anno a dispetto di qualche ballerina di terza fila, indegnamente promossa da Prodi a ministro degli Esteri di questa povera Italia, che scherza ancora, come a Villa Giulia nel '68, con le bottiglie incendiarie lungo il muro di cinta delle polveriere.
15 marzo 2008
Poeti: Eugenio Montale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
14 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (3)
“Stiamo riconquistando un’immagine competitiva” dice Romano Prodi alla Stampa (14 marzo). È il dramma di quelli che credono di giocare a tressette ciapanò (in cui vince chi prende meno punti) mentre tutti stanno giocando al tressette normale.
“La Confindustria, con furbizia, punta a abbassare il salario della maggioranza dei lavoratori” dice Guglielmo Epifani alla Repubblica (14 marzo). Invece la Cgil, con la sua oculata strategia di lotte, è riuscita ad abbassare il salario proprio di tutti i lavoratori.
“Laddove si manifestino convergenze sul programma, non escludiamo collaborazioni con nessuno” dice Massimo D’Alema al Riformista (14 marzo). No, questa volta non si rivolge ad Hamas bensì all’Udc.
“Meglio essere pessimisti che stupidi” dice Alessandro Profumo al Corriere della Sera (14 marzo). Sì, si sa: il pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà. Il dramma è che ci sono anche i pessimisti stupidi.
Lodovico Festa
“La Confindustria, con furbizia, punta a abbassare il salario della maggioranza dei lavoratori” dice Guglielmo Epifani alla Repubblica (14 marzo). Invece la Cgil, con la sua oculata strategia di lotte, è riuscita ad abbassare il salario proprio di tutti i lavoratori.
“Laddove si manifestino convergenze sul programma, non escludiamo collaborazioni con nessuno” dice Massimo D’Alema al Riformista (14 marzo). No, questa volta non si rivolge ad Hamas bensì all’Udc.
“Meglio essere pessimisti che stupidi” dice Alessandro Profumo al Corriere della Sera (14 marzo). Sì, si sa: il pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà. Il dramma è che ci sono anche i pessimisti stupidi.
Lodovico Festa
Alitalia
Se anche Air France ha paura dei sindacati un motivo c'è.
Nonostante l’offerta vincolante di Ar France per comprare Alitalia sia prevista per domani, il ministro Bianchi ha detto di ritenere “cosa saggia” che si aspetti il prossimo governo per procedere.
La ragione di tale “saggezza” va ricercata nei “vincoli” posti da Air France all’acquisto. La necessaria ristrutturazione dell’azienda non piace ai sindacati, ed è normale che il compratore voglia la garanzia di poter procedere, una volta acquisita la compagnia, a rimetterla in ordine.
L’allergia all’opzione Air France di buona parte della classe politica (e di non pochi di quelli che saranno presumibilmente al governo), assieme con la nota facilità di mobilitazione dei sindacati del ramo, lasciano presagire che il treno della privatizzazione potrebbe essere perso. Con soli due esiti possibili: o il fallimento della compagnia, o qualche giochetto improbabile e vischioso per salvarla dal patatrac.
La vicenda Alitalia dovrebbe insegnare invece due cose, soprattutto al centro-destra. La prima è che c’è un solo modo per evitare che altri privatizzino poi male: privatizzare prima bene. Se in cinque anni di berlusconismo non fosse girato il carillon del “patriottismo economico” (un Paese importante deve avere un vettore col suo vessillo nazionale!), si sarebbe potuta vendere Alitalia attraverso una gara più trasparente, e soprattutto il contribuente non avrebbe perso tanto tempo e tanto denaro.
La seconda è che il potere dei sindacati in questo Paese resta fortissimo. L’Italia, non avendo avuto una Thatcher, non ha avuto neanche una vertenza coi suoi “minatori”: e i risultati si vedono. Da noi il governo non riesce a piegare una corporazione chiassosa ma numericamente esigua come quella degli “operai del traffico”, i tassinari, figurarsi se riesce a dare un giro di vite alle sigle dei dipendenti Alitalia.
Ma chi mai comprerebbe un’impresa certo che qualsiasi tentativo di rimetterla a nuovo costerà reputazione, lacrime e sangue, visto che i lavoratori cercheranno di stoppare ogni tentativo di razionalizzazione del personale?
E’ vero che i liberisti rischiano di passare per campioni del licenziamento facile, personaggini con la bava alla bocca ogni volta che ad alcuni (agli altri) si consegna il foglio di via. E’ un po’ la caricatura che se ne fa anche dibattendo il saggio di Giulio Tremonti, “La paura e la speranza”.
Quelli che scoperchiano le frontiere, aprendo possibilità prima inimmaginabili al grosso del pianeta, vengono spacciati per consapevoli affamatori dei propri vicini di casa. Quando invece le libere organizzazioni dei lavori, se libere, possono rivestire un ruolo importante in una prospettiva liberista: dove invece non ce l’ha la pretestuosa e radicale dissociazione degli interessi degli impiegati da quelli dell’imprenditore, come se l’impresa non fosse la barca su cui stanno gli uni e l'altro. E come se i diktat sindacali producessero solo benefici nell’immediato, e non un conto salato da pagare: nel caso di Alitalia, il fallimento.
E’ chiaro che, alle obiezioni “solidaristiche” alle liberalizzazioni, può sembrare assurdo replicare che un’economia di mercato si sa adattare, e pertanto la sua più completa liberalizzazione e liberazione dalla presa delle corporazioni nel lungo periodo va a vantaggio anche di chi oggi ne esce apparentemente perdente. Sarà ottimismo, ma non è immotivato.
L’alternativa è, come insegna il caso Alitalia, la mera preservazione dell'esistente. Un tempo presente in cui abbiamo tutti i difetti che gli anti-liberalizzatori ascrivono a liberalizzazioni ancora non fatte, e in più la sistematica depressione delle forze vive di questo Paese.
Siamo sicuri che il cambiamento sia necessariamente verso il peggio?
Alberto Mingardi, su l'Occidentale
Nonostante l’offerta vincolante di Ar France per comprare Alitalia sia prevista per domani, il ministro Bianchi ha detto di ritenere “cosa saggia” che si aspetti il prossimo governo per procedere.
La ragione di tale “saggezza” va ricercata nei “vincoli” posti da Air France all’acquisto. La necessaria ristrutturazione dell’azienda non piace ai sindacati, ed è normale che il compratore voglia la garanzia di poter procedere, una volta acquisita la compagnia, a rimetterla in ordine.
L’allergia all’opzione Air France di buona parte della classe politica (e di non pochi di quelli che saranno presumibilmente al governo), assieme con la nota facilità di mobilitazione dei sindacati del ramo, lasciano presagire che il treno della privatizzazione potrebbe essere perso. Con soli due esiti possibili: o il fallimento della compagnia, o qualche giochetto improbabile e vischioso per salvarla dal patatrac.
La vicenda Alitalia dovrebbe insegnare invece due cose, soprattutto al centro-destra. La prima è che c’è un solo modo per evitare che altri privatizzino poi male: privatizzare prima bene. Se in cinque anni di berlusconismo non fosse girato il carillon del “patriottismo economico” (un Paese importante deve avere un vettore col suo vessillo nazionale!), si sarebbe potuta vendere Alitalia attraverso una gara più trasparente, e soprattutto il contribuente non avrebbe perso tanto tempo e tanto denaro.
La seconda è che il potere dei sindacati in questo Paese resta fortissimo. L’Italia, non avendo avuto una Thatcher, non ha avuto neanche una vertenza coi suoi “minatori”: e i risultati si vedono. Da noi il governo non riesce a piegare una corporazione chiassosa ma numericamente esigua come quella degli “operai del traffico”, i tassinari, figurarsi se riesce a dare un giro di vite alle sigle dei dipendenti Alitalia.
Ma chi mai comprerebbe un’impresa certo che qualsiasi tentativo di rimetterla a nuovo costerà reputazione, lacrime e sangue, visto che i lavoratori cercheranno di stoppare ogni tentativo di razionalizzazione del personale?
E’ vero che i liberisti rischiano di passare per campioni del licenziamento facile, personaggini con la bava alla bocca ogni volta che ad alcuni (agli altri) si consegna il foglio di via. E’ un po’ la caricatura che se ne fa anche dibattendo il saggio di Giulio Tremonti, “La paura e la speranza”.
Quelli che scoperchiano le frontiere, aprendo possibilità prima inimmaginabili al grosso del pianeta, vengono spacciati per consapevoli affamatori dei propri vicini di casa. Quando invece le libere organizzazioni dei lavori, se libere, possono rivestire un ruolo importante in una prospettiva liberista: dove invece non ce l’ha la pretestuosa e radicale dissociazione degli interessi degli impiegati da quelli dell’imprenditore, come se l’impresa non fosse la barca su cui stanno gli uni e l'altro. E come se i diktat sindacali producessero solo benefici nell’immediato, e non un conto salato da pagare: nel caso di Alitalia, il fallimento.
E’ chiaro che, alle obiezioni “solidaristiche” alle liberalizzazioni, può sembrare assurdo replicare che un’economia di mercato si sa adattare, e pertanto la sua più completa liberalizzazione e liberazione dalla presa delle corporazioni nel lungo periodo va a vantaggio anche di chi oggi ne esce apparentemente perdente. Sarà ottimismo, ma non è immotivato.
L’alternativa è, come insegna il caso Alitalia, la mera preservazione dell'esistente. Un tempo presente in cui abbiamo tutti i difetti che gli anti-liberalizzatori ascrivono a liberalizzazioni ancora non fatte, e in più la sistematica depressione delle forze vive di questo Paese.
Siamo sicuri che il cambiamento sia necessariamente verso il peggio?
Alberto Mingardi, su l'Occidentale
13 marzo 2008
Cent'anni di avanspettacolo
Annunciando la fine della sua avventura interista in conferenza stampa, Roberto Mancini ha sorpreso i talebani del morattismo, ancora con il cervello pieno di interviste del centenario, libri di Oliviero Toscani (il cui figlio ha casualmente prodotto un film sulla storia nerazzurra), documentari di Salvatores (la cui assistente è una delle figlie di Moratti), celebrazioni di un'era poco credibile in ogni caso: lo sporco duopolio Galliani-Moggi, con intermezzo geronziano, ha reso spazzatura dodici anni di albi d'oro, ma non è detto che chi è arrivato dietro fosse più forte o più meritevole. Insomma, Moratti è rimasto Moratti. Per avere molte certezze bisogna essere molto tifosi, ed i tifosi del morattismo si erano così affezionati alle belle sconfitte, alle immagini in bianco e nero ed ai mezzi giocatori da non concepire l'arrivo sulla loro panchina di un vincente come Roberto Mancini. Vincente non nel senso becero della bacheca, secondo cui Trapattoni varrebbe cento Zeman, ma nel senso di provare a vincere. Che, come si è visto con il Liverpool ed in poche altre occasioni, non significa riuscirci: a volte c'è chi è più forte, chi nel momento giusto sa essere più forte, chi è bravo nello sfruttare le tue mancanze ed i tuoi sbagli (e Mancini sia con il Valencia che con il Liverpool ne ha fatti: peggio l'insistenza su Stankovic, con Jimenez trascurato, che la scelta di un Burdisso al quale per mancanza di fiducia i compagni non passano la palla quando si sovrappone). Ci sarà tempo e modo per tornare su quello che ha significato Mancini per l'Inter, forse anche prima dei due mesi e mezzo da lui ipotizzati e che ieri sera Moratti ha ipotizzato non essere gli ultimi della sua vita interista. E' invece evidente che si tratti solo di una tregua, per rimanere attaccati ad uno scudetto che prima di Mancini sembrava un traguardo pazzesco e che adesso sembra quasi un premio di consolazione. Solo la rimonta della Roma ha fatto cambiare idea riguardo alla malsana idea del traghettatore: l'emergente Mihajlovic, al presidente molto più caro di Mancini, l'autocandidato Zenga e via peggiorando. Di sicuro una buona parte del mondo Inter si merita allenatori che dicano che Recoba è una grande risorsa, Adriano uno attaccato alla maglia e Coco un fenomeno incompreso. Mourinho non fa parte di questa razza, il più diplomatico Benitez forse sì. 2. L'unica cosa sicura è che Moratti, ormai da mesi invidioso del carisma del suo ex idolo e che prende come pugnalate espressioni tipo 'L'Inter di Mancini', ha preso malissimo il fatto di essere stato mediticamente scavalcato anche martedì sera. Tanto che nell'incontro avvenuto alla Saras, secondo quanto fatto trapelare da alcuni cortigiani (non necessariamente la verità), il petroliere avrebbe usato nei confronti del tecnico toni durissimi, mai adoperati nemmeno nei confronti di farabutti del passato che lavoravano per altre società facendogli strapagare cariatidi e svendere giocatori validi. Mancini ovviamente non si è scusato (di cosa poi?), come invece si dedurrebbe dalle sue stesse dichiarazioni ufficiali, ma ha preso e portato a casa: meglio chiudere con uno scudetto sofferto e le dimissioni che con un esonero. Traghettatore o non traghettatore, annunciando personalmente la fine della propria era l'allenatore è riuscito nella più facile delle sue imprese interiste: mettere a nudo la pochezza di una società e di un'ambiente che si erano illusi di avere fatto un salto di qualità. Con vari effetti collaterali. Primo: ha evitato di essere messo quotidianamente sulla graticola da Moratti nella quotidiana esternazione sotto gli uffici della Saras, come capitato a tutti, ma proprio tutti i suoi predecessori, da Ottavio Bianchi a Zaccheroni. Secondo: se Moratti non lo caccerà prima, come è ancora possibile, Mancini avrà ottenuto da quella parte di squadra che rema dalla sua parte una dedizione totale, decisiva per resistere al ritorno della Roma. E pazienza per il dirigente in pectore Figo, che per amore della maglia ha rinunciato agli Emirati Arabi, per il declinante Materazzi, l'idolo della Gazzetta Toldo o il presuntuoso Vieira: sei punti, anzi sette visti gli scontri diretti, su una squadra che penserà anche alla Champions League li si potranno mantenere anche con Pelé e Balotelli. Terzo: ha permesso a giornali e tivù di rimpiere spazi con le reazioni livorose dei suoi antipatizzanti, i tromboni del 'Mancini non ha fatto la gavetta'. Mentre Ancelotti, Van Basten, Rijkaard hanno iniziato dalla squadra del condominio...Da quella brava persona di Moggi, che aveva capito tutto da tempo (è pronto per Berlusconi, basta che gli tolgano qualche anno di squalifica) a Gino e Michele (!), tutti a parlare di gesto inopportuno ed a prendere le parti di Moratti dimenticando chi metteva in campo squadre orrende pur potendo contare sul miglior Ronaldo o sul miglior Vieri. Ma fra poco partirà comunque la restaurazione: dentro tutti quelli simpatici, fuori Mancini. Che non si attaccherà al contratto con scadenza 2011, nonostante al mondo solo Juande Ramos guadagni più di lui: al di là di ipotesi e scambi di telefonate non ha niente in mano, a parte la certezza di non poter più allenare in Italia a questo livello. Il moggismo sopravvive a Moggi e si trova benissimo con Moratti ed i baciamaglie a lui devoti
Stefano Olivieri, su la Settimana Sportiva
Stefano Olivieri, su la Settimana Sportiva
12 marzo 2008
Cent'anni di patacche
Dopo tutte le soddisfazioni che ci hanno regalato negli ultimi quarant'anni, gli onestoni hanno fatto un tuffo in Europa e sono immediatamente annegati nel porto di Liverpool.
A fine partita psicodramma, con l'annuncio di Ciuffettino che a fine anno lascerà l'Inter.
Dentone, dopo la bevuta di sabato notte con babbione Celentano, ha perso la parola.
Dovevano segnare 15 gol ieri sera, ne hanno fatti zero in 180 minuti.
Grazie per sempre.
Non ci fate mancare mai niente.
A fine partita psicodramma, con l'annuncio di Ciuffettino che a fine anno lascerà l'Inter.
Dentone, dopo la bevuta di sabato notte con babbione Celentano, ha perso la parola.
Dovevano segnare 15 gol ieri sera, ne hanno fatti zero in 180 minuti.
Grazie per sempre.
Non ci fate mancare mai niente.
09 marzo 2008
Il rigore dei cent'anni
La vittoria interista nel giorno dell'anniversario con la modesta Reggina è stata spianata da un rigore fantasma fischiato ad inizio partita dall'arbitro Brighi, pupillo di Collina.
Ora è più comprensibile chi sia il ragazzo della via Gluck, cantato in piazza sul palco dal duo di vecchi babbioni Celentano-Moratti.
Ora è più comprensibile chi sia il ragazzo della via Gluck, cantato in piazza sul palco dal duo di vecchi babbioni Celentano-Moratti.
08 marzo 2008
Il paradosso di Tremonti
Questione dell'aborto a parte, quella innescata da Giulio Tremonti su protezionismo e globalizzazione, con le reazioni polemiche che ha suscitato, è, almeno fino ad ora, l'unica discussione politico- culturale degna di questo nome della campagna elettorale. Investe un tema su cui l'intero Occidente è diviso e, plausibilmente, si dividerà ancor più nei prossimi anni. Una divisione che, per giunta, è impossibile ricondurre alla logora distinzione destra-sinistra. Si pensi, ad esempio, al fatto che il protezionismo è una delle bandiere del candidato alla nomination democratica Barack Obama.
Tremonti, armato dell'intelligenza e dell'anticonformismo che tutti gli riconoscono, ha rotto lo schema classico che vede (dall'epoca reaganiana e thatcheriana in poi) i liberal- conservatori combinare anti-proibizionismo in economia e tradizionalismo nelle questioni etiche. Riprendendo temi che aveva già sollevato in passato e a cui ha dato veste più sistematica nel suo ultimo libro, Tremonti ripropone l'idea della necessità di una dura difesa europea, e occidentale, dalla concorrenza asiatica. Nel quadro di una rivolta, anche morale, contro la rinuncia della politica a guidare il mercato. Sarebbe facile (ma sbagliato) dire che in questo modo i «no-global», coloro che combattono il mercato globale, hanno trovato un campione, inaspettato ma anche molto più preparato di quelli che si erano scelti fino ad oggi. Sarebbe sbagliato perché Tremonti non è certo, a differenza dei no-global, un avversario del capitalismo e della libera impresa. Ciò che propone è una protezione del capitalismo occidentale dal dumping sociale, ossia dall'aggressione economica portata da Paesi nei quali le condizioni politiche garantiscono bassi salari e vantaggi competitivi. Una protezione che, nella visione di Tremonti, spetta agli statisti, a una politica di nuovo consapevole del proprio ruolo di comando, assicurare.
Non c'è dubbio che una posizione come quella di Tremonti sia fatta per dividere trasversalmente gli schieramenti. Contrastata dai liberali del centrodestra (ben rappresentati da economisti come Renato Brunetta o Antonio Martino) può trovare orecchie attente nel sindacalismo, Cgil compresa. Può attrarre quella parte del ceto medio, per esempio il mondo artigianale, estraneo ai processi di internazionalizzazione dell'economia, ma può anche arrivare a spiazzare e imbarazzare la sinistra estrema .
Non è certo l'unico, né il primo, Tremonti, a mettere in guardia contro la cosiddetta «faccia oscura della globalizzazione». In Occidente lo hanno già fatto molti altri prima di lui. Ma c'è una differenza. Tremonti occupa un ruolo politico di primissimo piano all'interno di uno schieramento liberal-conservatore e, se le elezioni daranno la vittoria al Popolo della libertà, sarà di nuovo alla guida dell'economia italiana. Ha ragione Alberto Mingardi quando, sul Riformista, osserva che Tremonti sembra proporre l'archiviazione del reaganismo, sinonimo (più nell'immaginario che nella realtà) di liberalismo economico senza vincoli, e il ritorno a forme di conservatorismo «sociale» come quello che fu incarnato in Europa dal generale De Gaulle.
Come Francesco Giavazzi (su questo giornale), come Renato Brunetta, come Antonio Polito ( Il Riformista), come Fabrizio Onida ( Il Sole 24 ore), anche chi scrive pensa che la strada indicata da Tremonti non sia quella giusta, e che la concorrenza, anche quella drogata dei colossi asiatici, possa essere affrontata solo con riforme liberalizzatrici e con la lotta contro l'oppressione burocratico-statale dell'economia. E non mi sembra che questo sarebbe un compito indegno, o subalterno, da proporre alla politica. Per esempio, piuttosto che la creazione di istituti di credito, se non pubblici, comunque guidati dallo Stato, non servirebbe di più al nostro Mezzogiorno, come ha proposto l'Istituto Bruno Leoni, la sua trasformazione in una no taxation area per le imprese disposte ad investirvi?
Pur non condividendo, riconosco tuttavia che quella di Tremonti è una posizione rispettabile e seria. E' quello, comunque, uno dei più importanti temi con cui gli occidentali dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Nonostante il ruolo politico di Tremonti, tuttavia, non credo che, in caso di vittoria del centrodestra, la sua posizione culturale possa tradursi in immediata azione politica. Non solo perché nel centrodestra sono in molti a pensarla diversamente da lui. Ma anche, o soprattutto, perché chi avrà responsabilità di indirizzo economico nei prossimi anni sarà inevitabilmente «assalito dalla realtà», dovrà fare i conti, prima di ogni altra cosa, con la necessità, comunque, di liberalizzare l'economia, colpire le rendite politiche annidate al centro e alla periferia, fare insomma tutte quelle cose che piacciono ai liberali, a quelli che pensano che il mercato, meglio senza frontiere, non sia solo il mezzo più efficiente per creare e distribuire ricchezza ma sia anche garanzia di libertà (per chi ce l'ha) e di emancipazione (per chi vi aspira).
Angelo Panebianco, sul Corriere
Le posizioni ideologiche di Tremonti non sono mai banali ed immeditate. Se un campione del liberismo senza barriere elebora una ricetta economica protezionistica le ragioni vi sono. È agli occhi di tutti l'insostenibilità della concorrenza asiatica costruita su costi bassissimi e disprezzo per le regole ecologiche anche elementari. I nostri mercati potranno resistere rifugiandosi nelle nicchie di prodotto o cambiando radicalmente le regole della convivenza sociale nel mondo Occidentale.
Tema affascinante e non eludibile.
Piacerebbe un ampio dibattito fra i frequentatori del blog, mentre daremo conto dei contributi degli economisti che vorranno misurarsi su questa tesi tremontiana.
Tremonti, armato dell'intelligenza e dell'anticonformismo che tutti gli riconoscono, ha rotto lo schema classico che vede (dall'epoca reaganiana e thatcheriana in poi) i liberal- conservatori combinare anti-proibizionismo in economia e tradizionalismo nelle questioni etiche. Riprendendo temi che aveva già sollevato in passato e a cui ha dato veste più sistematica nel suo ultimo libro, Tremonti ripropone l'idea della necessità di una dura difesa europea, e occidentale, dalla concorrenza asiatica. Nel quadro di una rivolta, anche morale, contro la rinuncia della politica a guidare il mercato. Sarebbe facile (ma sbagliato) dire che in questo modo i «no-global», coloro che combattono il mercato globale, hanno trovato un campione, inaspettato ma anche molto più preparato di quelli che si erano scelti fino ad oggi. Sarebbe sbagliato perché Tremonti non è certo, a differenza dei no-global, un avversario del capitalismo e della libera impresa. Ciò che propone è una protezione del capitalismo occidentale dal dumping sociale, ossia dall'aggressione economica portata da Paesi nei quali le condizioni politiche garantiscono bassi salari e vantaggi competitivi. Una protezione che, nella visione di Tremonti, spetta agli statisti, a una politica di nuovo consapevole del proprio ruolo di comando, assicurare.
Non c'è dubbio che una posizione come quella di Tremonti sia fatta per dividere trasversalmente gli schieramenti. Contrastata dai liberali del centrodestra (ben rappresentati da economisti come Renato Brunetta o Antonio Martino) può trovare orecchie attente nel sindacalismo, Cgil compresa. Può attrarre quella parte del ceto medio, per esempio il mondo artigianale, estraneo ai processi di internazionalizzazione dell'economia, ma può anche arrivare a spiazzare e imbarazzare la sinistra estrema .
Non è certo l'unico, né il primo, Tremonti, a mettere in guardia contro la cosiddetta «faccia oscura della globalizzazione». In Occidente lo hanno già fatto molti altri prima di lui. Ma c'è una differenza. Tremonti occupa un ruolo politico di primissimo piano all'interno di uno schieramento liberal-conservatore e, se le elezioni daranno la vittoria al Popolo della libertà, sarà di nuovo alla guida dell'economia italiana. Ha ragione Alberto Mingardi quando, sul Riformista, osserva che Tremonti sembra proporre l'archiviazione del reaganismo, sinonimo (più nell'immaginario che nella realtà) di liberalismo economico senza vincoli, e il ritorno a forme di conservatorismo «sociale» come quello che fu incarnato in Europa dal generale De Gaulle.
Come Francesco Giavazzi (su questo giornale), come Renato Brunetta, come Antonio Polito ( Il Riformista), come Fabrizio Onida ( Il Sole 24 ore), anche chi scrive pensa che la strada indicata da Tremonti non sia quella giusta, e che la concorrenza, anche quella drogata dei colossi asiatici, possa essere affrontata solo con riforme liberalizzatrici e con la lotta contro l'oppressione burocratico-statale dell'economia. E non mi sembra che questo sarebbe un compito indegno, o subalterno, da proporre alla politica. Per esempio, piuttosto che la creazione di istituti di credito, se non pubblici, comunque guidati dallo Stato, non servirebbe di più al nostro Mezzogiorno, come ha proposto l'Istituto Bruno Leoni, la sua trasformazione in una no taxation area per le imprese disposte ad investirvi?
Pur non condividendo, riconosco tuttavia che quella di Tremonti è una posizione rispettabile e seria. E' quello, comunque, uno dei più importanti temi con cui gli occidentali dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Nonostante il ruolo politico di Tremonti, tuttavia, non credo che, in caso di vittoria del centrodestra, la sua posizione culturale possa tradursi in immediata azione politica. Non solo perché nel centrodestra sono in molti a pensarla diversamente da lui. Ma anche, o soprattutto, perché chi avrà responsabilità di indirizzo economico nei prossimi anni sarà inevitabilmente «assalito dalla realtà», dovrà fare i conti, prima di ogni altra cosa, con la necessità, comunque, di liberalizzare l'economia, colpire le rendite politiche annidate al centro e alla periferia, fare insomma tutte quelle cose che piacciono ai liberali, a quelli che pensano che il mercato, meglio senza frontiere, non sia solo il mezzo più efficiente per creare e distribuire ricchezza ma sia anche garanzia di libertà (per chi ce l'ha) e di emancipazione (per chi vi aspira).
Angelo Panebianco, sul Corriere
Le posizioni ideologiche di Tremonti non sono mai banali ed immeditate. Se un campione del liberismo senza barriere elebora una ricetta economica protezionistica le ragioni vi sono. È agli occhi di tutti l'insostenibilità della concorrenza asiatica costruita su costi bassissimi e disprezzo per le regole ecologiche anche elementari. I nostri mercati potranno resistere rifugiandosi nelle nicchie di prodotto o cambiando radicalmente le regole della convivenza sociale nel mondo Occidentale.
Tema affascinante e non eludibile.
Piacerebbe un ampio dibattito fra i frequentatori del blog, mentre daremo conto dei contributi degli economisti che vorranno misurarsi su questa tesi tremontiana.
Poeti: Trilussa
Per cui....
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
- È la solita lagna! -
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi più chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei ridì..... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
- È la solita lagna! -
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi più chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei ridì..... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
Inter, duecento di questi pacchi
Altro che odiarli. Io li amo gli indossatori di scudetti altrui e i formidabili vincitori di tornei aziendali Tim. Sono circa duecento i motivi del mio amore sconfinato e ammirato che a un certo punto è diventato irresistibile quando Massimo Moratti è diventato presidente della seconda squadra di Milano. In dodici anni e mezzo non hanno vinto nulla di rilevante e si sono sinceramente convinti che la colpa sia stata di una banda di truffatori. No, non si riferiscono a chi ha falsificato passaporti e ammesso la colpa in sede penale. Nemmeno a chi ha ricettato patenti false e messo sotto controllo mezza serie A. No, neanche a chi ha messo a bilancio la vendita fittizia del proprio marchio. Non a chi ha gonfiato i bilanci. Né a chi non si sarebbe potuto iscrivere al campionato se fossero state rispettate le regole valide per gli altri. Io li amo di un amore eterno perché Moratti ha detto che ogni tanto va a leggersi i nomi della gran bella squadra che ha costruito negli anni (quella senza Ibra e con Recoba, senza Viera e con Vampeta, per capirci) e capisce che senza la banda di truffatori avrebbe vinto due scudetti l’anno, come ora che non ha più avversari. Eccola la rosa. La sentenza a un giudice terzo, a patto che non sia nominato da Guido Rossi.
Portieri (15): Ballotta, Bindi, Carini, Cordaz, Ferron, Fontana, Frey, Frezzolini, Julio Cesar, Mazzantini, Nuzzo, Orlandoni, Pagliuca, Peruzzi, Toldo.
Difensori (58): Adani, Andreolli, Angloma, Barollo, Bergomi, Bia, Blanc, Bonucci, Brechet, Burdisso, Camara, Cannavaro, Centofanti, Cirillo, Coco, Colonnese, M. Conte, Cordoba, Dellafiore, Domoraud, Favalli, Ferrari, Festa, Franchini, Fresi, Galante, Gamarra, Georgatos, Gilberto, Gresko, Grosso, Helveg, Macellari, Materazzi, Mezzano, Mihajlovic, Milanese, Padalino, A. Paganin, M. Paganin, Panucci, Pasquale, Pedroni, Pistone, Potenza, Rivas, Roberto Carlos, Samuel, Sartor, M. Serena, Silvestre, Simic, Sorondo, Tarantino, Tramezzani, Vivas, West, Wome, J. Zanetti, Ze Maria.
Centrocampisti (64): Almeyda, Aloe, Beati, Belaid, Berti, Bianchi, Biava, Binotto, Brocchi, Cambiasso, Carbone, Cauet, Cinetti, Dabo, Dacourt, Dalmat, D’Autilia, Davids, Dell’Anno, Di Biagio, Djorkaeff, Emre, Fadiga, Farinos, Figo, Guglielminpietro, Ince, Jonk, Jugovic, Karagounis, Kily Gonzales, Lamouchi, Luciano, Maa Boumsong, Manicone, Marino, Morfeo, Moriero, Nichetti, Okan, Orlandini, A. Orlando, Paulo Sousa, Peralta, Pinto Fraga, Pirlo, Pizarro, Rebecchi, Seedorf, Seno, Sergio Conceiçao, Sforza, Shalimov, Simeone, Solari, Stankovic, Trezzi, Vampeta, Van Der Meyde, Veron, Winter, Zanchetta, C. Zanetti, Zé Elias.
Attaccanti (40): Adriano, M. Altobelli, Baggio, Batistuta, Bergkamp, Branca, Caio, Choutos, Colombo, Corradi, Crespo, Cruz, Delvecchio, Di Napoli, Ferrante, D. Fontolan, Ganz, Germinale, Kallon, Kanu, R.Keane, Martins, Meggiorini, Momenté, Mutu, Pacheco, Pancev, Rambert, Recoba, Robbiati, Ronaldo, Ruben Sosa, Russo, Sinigaglia, Slavkovski, Hakan Sukur, Ventola, Veronese, C. Vieri, Zamorano.
Allenatori (12): Bianchi, Castellini (due volte), Cuper, Hodgson (due volte), Lippi, Lucescu, Mancini, Simoni, Suarez, Tardelli, Verdelli, Zaccheroni.
dal blog Camillo, di Christian Rocca
Portieri (15): Ballotta, Bindi, Carini, Cordaz, Ferron, Fontana, Frey, Frezzolini, Julio Cesar, Mazzantini, Nuzzo, Orlandoni, Pagliuca, Peruzzi, Toldo.
Difensori (58): Adani, Andreolli, Angloma, Barollo, Bergomi, Bia, Blanc, Bonucci, Brechet, Burdisso, Camara, Cannavaro, Centofanti, Cirillo, Coco, Colonnese, M. Conte, Cordoba, Dellafiore, Domoraud, Favalli, Ferrari, Festa, Franchini, Fresi, Galante, Gamarra, Georgatos, Gilberto, Gresko, Grosso, Helveg, Macellari, Materazzi, Mezzano, Mihajlovic, Milanese, Padalino, A. Paganin, M. Paganin, Panucci, Pasquale, Pedroni, Pistone, Potenza, Rivas, Roberto Carlos, Samuel, Sartor, M. Serena, Silvestre, Simic, Sorondo, Tarantino, Tramezzani, Vivas, West, Wome, J. Zanetti, Ze Maria.
Centrocampisti (64): Almeyda, Aloe, Beati, Belaid, Berti, Bianchi, Biava, Binotto, Brocchi, Cambiasso, Carbone, Cauet, Cinetti, Dabo, Dacourt, Dalmat, D’Autilia, Davids, Dell’Anno, Di Biagio, Djorkaeff, Emre, Fadiga, Farinos, Figo, Guglielminpietro, Ince, Jonk, Jugovic, Karagounis, Kily Gonzales, Lamouchi, Luciano, Maa Boumsong, Manicone, Marino, Morfeo, Moriero, Nichetti, Okan, Orlandini, A. Orlando, Paulo Sousa, Peralta, Pinto Fraga, Pirlo, Pizarro, Rebecchi, Seedorf, Seno, Sergio Conceiçao, Sforza, Shalimov, Simeone, Solari, Stankovic, Trezzi, Vampeta, Van Der Meyde, Veron, Winter, Zanchetta, C. Zanetti, Zé Elias.
Attaccanti (40): Adriano, M. Altobelli, Baggio, Batistuta, Bergkamp, Branca, Caio, Choutos, Colombo, Corradi, Crespo, Cruz, Delvecchio, Di Napoli, Ferrante, D. Fontolan, Ganz, Germinale, Kallon, Kanu, R.Keane, Martins, Meggiorini, Momenté, Mutu, Pacheco, Pancev, Rambert, Recoba, Robbiati, Ronaldo, Ruben Sosa, Russo, Sinigaglia, Slavkovski, Hakan Sukur, Ventola, Veronese, C. Vieri, Zamorano.
Allenatori (12): Bianchi, Castellini (due volte), Cuper, Hodgson (due volte), Lippi, Lucescu, Mancini, Simoni, Suarez, Tardelli, Verdelli, Zaccheroni.
dal blog Camillo, di Christian Rocca
07 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (2)
“La campagna elettorale di Epifani: lo statuto dei lavoratori va lasciato così com’è” - dice un titolo dell’Unità (7 marzo). È meraviglioso votare il Pd: i parlamentari di Epifani, Passoni e Nerozzi, difenderanno l’articolo 18 “così com’è”, mentre Ichino e Calearo si impegneranno a cambiarlo.
“Bisogna saperli leggere i sondaggi” - dice un corsivo di Europa (7 marzo). Certo, finché Veltroni leggi i grafici al contrario e crede di stare vincendo, non si va molto avanti.
“Comincio la mia campagna elettorale da Pompei” - dice Massimo D’Alema al Corriere della Sera (7 marzo). Pompei, uno dei pochi luoghi in Campania dove qualche secolo fa sono stati accumulati più rifiuti di quelli che Bassolino è riuscito a mettere insieme in quindici anni di leadership regionale.
Festa, su l'Occidentale.
“Bisogna saperli leggere i sondaggi” - dice un corsivo di Europa (7 marzo). Certo, finché Veltroni leggi i grafici al contrario e crede di stare vincendo, non si va molto avanti.
“Comincio la mia campagna elettorale da Pompei” - dice Massimo D’Alema al Corriere della Sera (7 marzo). Pompei, uno dei pochi luoghi in Campania dove qualche secolo fa sono stati accumulati più rifiuti di quelli che Bassolino è riuscito a mettere insieme in quindici anni di leadership regionale.
Festa, su l'Occidentale.
06 marzo 2008
Poeti: Alda Merini
Milano
Milano è diventata una belva
non è più la nostra città
adesso è una grassa signora
piena di inutili orpelli
Milano è diventata una belva
non è più la nostra città
adesso è una grassa signora
piena di inutili orpelli
Fine di un ciclo glorioso
Martedì il Milan si è arreso negli ottavi di Champions sul proprio terreno ad un Arsenal giovane, strarompente vitalità e maturità tattica, armonioso ed equilibrato in tutti i reparti.
Non c'è stato un momento della partita in cui si sia avuta la sensazione che il Milan potesse farcela. Semmai si sperava nella lotteria dei rigori ma, negli ultimi dieci minuti, quando si raschia il barile del fiato residuo, i leoncini di Londra c'erano e schiantavano i campioni uscenti.
Bene così. È la naturale conseguenza di una stagione disastrosa, di una squadra vecchia ed usurata, la cui dirigenza ha pervicacemente rifiutato l'avvio di un rinnovamento che i tifosi avveduti invocavano, inutilmente.
La ricostruzione ora è un impegno non aggirabile, ma l'incapacità tecnica e la modesta conoscenza del mercato dell'attuale dirigenza rendono l'impresa molto ardua.
Occorrerebbe cominciare l'opera avvicendando vecchi arnesi presuntuosi ed inebriati di se stessi, come Galliani e soci.
Ieri sera la Roma ha espugnato il Bernabeu con una prova di grande maturità tattica. Forse i giallorossi hanno finalmente superato l'ammissione all'Università del calcio.
Se domani sarà ancora Madrid e non Siena, anche il campionato locale potrebbe essere rimesso in discussione.
Non c'è stato un momento della partita in cui si sia avuta la sensazione che il Milan potesse farcela. Semmai si sperava nella lotteria dei rigori ma, negli ultimi dieci minuti, quando si raschia il barile del fiato residuo, i leoncini di Londra c'erano e schiantavano i campioni uscenti.
Bene così. È la naturale conseguenza di una stagione disastrosa, di una squadra vecchia ed usurata, la cui dirigenza ha pervicacemente rifiutato l'avvio di un rinnovamento che i tifosi avveduti invocavano, inutilmente.
La ricostruzione ora è un impegno non aggirabile, ma l'incapacità tecnica e la modesta conoscenza del mercato dell'attuale dirigenza rendono l'impresa molto ardua.
Occorrerebbe cominciare l'opera avvicendando vecchi arnesi presuntuosi ed inebriati di se stessi, come Galliani e soci.
Ieri sera la Roma ha espugnato il Bernabeu con una prova di grande maturità tattica. Forse i giallorossi hanno finalmente superato l'ammissione all'Università del calcio.
Se domani sarà ancora Madrid e non Siena, anche il campionato locale potrebbe essere rimesso in discussione.
Sondaggi
Il settimanale sondaggio Demoskopea su Sky dà il PDL ed alleati al 45%, PD al 36%, Sinistra e Rosa di Centro fra l'8 ed il 7% percento ciascuno.
Le distanze fra i due grandi concorrenti non sembrano variare nel corso delle ultime settimane.
Veltroni dichiara il ricongiungimento, ma è un altro dei suoi sogni ben confezionati dai media ossequienti. L'avere cominciato con largo anticipo la campagna elettorale non ha portato frutti, mentre la composizione delle liste ha aperto antiche e risapute faide.
Il Pdl per ora viaggia con il vento di bonaccia e sottotraccia.
Vedremo chi terrà meglio gli affanni del mese cruciale e come si orienteranno i voti degli indecisi.
Le distanze fra i due grandi concorrenti non sembrano variare nel corso delle ultime settimane.
Veltroni dichiara il ricongiungimento, ma è un altro dei suoi sogni ben confezionati dai media ossequienti. L'avere cominciato con largo anticipo la campagna elettorale non ha portato frutti, mentre la composizione delle liste ha aperto antiche e risapute faide.
Il Pdl per ora viaggia con il vento di bonaccia e sottotraccia.
Vedremo chi terrà meglio gli affanni del mese cruciale e come si orienteranno i voti degli indecisi.
27 febbraio 2008
Grand'Italia e dintorni
«Se per vita umana si intendono le persone in carne e ossa, mi pare che i medici italiani difendano la vita», dice Livia Turco a La Stampa (26 febbraio). Se invece per vita umana si intende anche quelle cosucce schifosette dei feti con pochissime ossa e carne, allora vuol dire che si intende mistificare.
«Le nostre liste non ce le faremo dettare dalle procure», dice Pierferdinando Casini a La Stampa (26 febbraio). Giorno dopo giorno, Casini sembra sempre di più Mastella: presto o tardi si farà anche una piscina a forma di cozza.
Lodovico Festa
«Le nostre liste non ce le faremo dettare dalle procure», dice Pierferdinando Casini a La Stampa (26 febbraio). Giorno dopo giorno, Casini sembra sempre di più Mastella: presto o tardi si farà anche una piscina a forma di cozza.
Lodovico Festa
26 febbraio 2008
Chi si lamenta è un provinciale
Grazie Juve. Ridere fa sempre bene, lo dicono i medici, i sociologi ed addirittura i giornalisti. Ridere è salutare, però i tempi sono duri, l'inflazione reale è superiore a quella dell'Istat e onestamente mancano i motivi per far vedere i trentadue denti. Per fortuna la società Juventus ce ne ha offerto uno. Come tutti sapranno, i mattacchioni di Corso Ferraris hanno pensato bene di scrivere una letteraccia, del genere «Se si continua così, noi non ci stiamo». Perbacco. Domanda: se contro il Toro il povero arbitro Rizzoli sbaglierà, quale sarà la risposta bianconera? Uscire dal campo? Togliersi le mutande? Pernacchie? E poi l'Atalanta, oppure il Siena, il Catania, il Genoa e le altre perché mai non dovrebbero fare la stessa cosa? O si è deciso che solo contro la Juve si fischia in maniera errata? Lo sappiamo, l'argomento è noioso: arbitri pro e contro i bianconeri, negli ultimi due giorni se ne è parlato a non finire. Noi vogliamo solo fare una piccola e modestissima considerazione. Visti dall'estero, dove abbiamo vissuto i nostri primi tren'anni, i numeri uno della Juventus non ci hanno mai entusiasmato. Gianni Agnelli faceva ridere solo i giornalisti italiani, che si rotolavano per terra prima ancora che l'Avvocato aprisse bocca. Umiliazione in più, umiliazione in meno cosa contava per loro? Tanto poi raccontavano agli amici come il patron della Fiat (patron quando faceva utili, in caso contrario pagavate voi) portasse l'orologio e questo bastava per dare un senso alla propria vita. A proposito, provate oggi a indossare l'orologio sopra la camicia: ve ne direbbero di ogni. A meno che non diate pubblicità ai media, in quel caso diventereste chic e trendy. Spirato l'Avvocato é arrivato il fratello, grado di simpatia meno mille. Capita. Ora c'è Cobolli Gigli, uno che di caccia al fagiano sembra saperne una più del diavolo ma sul calcio le spara a caso. È il classico ragazzo che alle feste del liceo ballava il lento quando gli altri si scatenavano. Fuori situazione, sempre. Gran brava persona, ma forse è arrivato troppo in fretta a dare lezioni sul calcio; solo due anni addietro aveva dubbi sul fatto che si giocasse in undici oppure in sette, su un campo d'erba oppure sulla neve. Guardare una gara di polo a Cortina, vestito con il pellicciotto ed un calice di champagne in mano ci sembrerebbe più nelle sue corde. Una lettera da lui scritta crea un effetto strano, cioè l'effetto contrario a quello desiderato. Altro che indignazione. È come guardare Stanlio e Ollio. Ha continuato la verace (si fa per dire) protesta Alessio Secco, uomo buono come il pane. Di lui pensiamo ogni bene, al di là della cattiva stampa che ha (come se Moggi telefonasse solo a lui, in Italia). Sono loro che gridano contro le ingiustizie? Ma dai. L'unico vero, in senso calcistico, è Claudio Ranieri, difatti i bianconeri guadagnano molto in immagine quando ad apparire è lui. Il resto pare uno scherzo riuscito male. Un grande club (non è il caso di questa Juve) avrebbe semplicemente scritto una nota secca e da venir i brividi freddi: «Noi, Juve, sappiamo solo lavorare, lottare, sempre e comunque, e lo faremo ogni attimo della nostra vita nonostante gli arbitraggi negativi. Nessuno piegherà mai i nostri giocatori, i nostri ideali, i nostri valori. Siamo nati per vincere». Troppo semplice, forse. La conclusione è la solita: o c'è un disegno contro la Juventus, cosa che non si può escludere a priori, ed allora Cobolli deve far saltare tutto il calcio italiano, da Abete in giù, a colpi di denunce alla magistratura sportiva ed ordinaria, oppure non c'è ed allora le lettere ed i dossier mettono i bianconeri sullo stesso piano delle piccole squadre. I sopracitati giornalisti che si sbellicavano dalle risate ricorderanno la battuta del'Avvocato loro idolo: '«Chi si lamenta è un provinciale».
di Dominique Antognoni, in esclusiva per La Settimana Sportiva
Come forse gli amici sanno, sono in silenzio stampa sul Milan, il cui gioco indigna la mia fede cinquantenaria.
Ma il calcio è una malattia della mente e non si può fingere che non esista più.
Tema arbitraggi e la Juve. La Dominique è una giornalista brillante, spiritosa, anche dissacrante verso un Totem dell'Italia consociativa ed assistenziale.
Ma, c'è un "ma".
Io non trovo patetica l'niziativa della mediocre dirigenza bianconera. In primo luogo perché, dopo lustri, ha trovato il coraggio di scrivere le proprie lamentele anziché telefonarle. E questo è un fatto rivoluzionario per chi ha comandato in Federazione da sempre e ben prima che Moggi sposasse gli usi della Casa al suo personale progetto di potere.
In secondo luogo, perché il problema arbitrale ha toccatto livelli di nequizia francamente inaccettabili.
Le giustificazioni date agli errori (inesperienza, psicologia fragile, ambiente ostile) non stanno in piedi.
Questo campionato, che pretende essere ai massimi livelli della professionalità, che è venduto come un piatto da gourmet alle televisioni, che vede un giro di investimenti miliardario (in €uro) non può essere gestito come il torneo delle parrocchie.
Se Collina non ha saputo addestrare in modo accelerato i giovani virgulti passati indenni dalle esperienze delle serie inferiori (dove certi errori si pagano a sganassoni) si faccia da parte.
Se Abete, dopo mesi di disastri, non ha l'umiltà di chiedere alle federazioni europee direttori di gara idonei ai grandi eventi, si dimetta.
Questa dirigenza di stampo melandriano non può pretendere l'impunità.
Il pubblico più avveduto ha già capito che la rappresentazione non è credibile e se ne sta a casa.
Quando i conti non torneranno più nemmeno con i tifosi in poltrona, il giocattolo sarà buttato in un angolo anche dalle satellitari.
E allora i Berlusconi, i Moratti, i Della Valle e giù sino agli Spinelli ed ai Zamparini, finalmente senza reti di protezione, scapperanno senza ritegno verso divertimenti meno rischiosi per i loro
portafogli.
di Dominique Antognoni, in esclusiva per La Settimana Sportiva
Come forse gli amici sanno, sono in silenzio stampa sul Milan, il cui gioco indigna la mia fede cinquantenaria.
Ma il calcio è una malattia della mente e non si può fingere che non esista più.
Tema arbitraggi e la Juve. La Dominique è una giornalista brillante, spiritosa, anche dissacrante verso un Totem dell'Italia consociativa ed assistenziale.
Ma, c'è un "ma".
Io non trovo patetica l'niziativa della mediocre dirigenza bianconera. In primo luogo perché, dopo lustri, ha trovato il coraggio di scrivere le proprie lamentele anziché telefonarle. E questo è un fatto rivoluzionario per chi ha comandato in Federazione da sempre e ben prima che Moggi sposasse gli usi della Casa al suo personale progetto di potere.
In secondo luogo, perché il problema arbitrale ha toccatto livelli di nequizia francamente inaccettabili.
Le giustificazioni date agli errori (inesperienza, psicologia fragile, ambiente ostile) non stanno in piedi.
Questo campionato, che pretende essere ai massimi livelli della professionalità, che è venduto come un piatto da gourmet alle televisioni, che vede un giro di investimenti miliardario (in €uro) non può essere gestito come il torneo delle parrocchie.
Se Collina non ha saputo addestrare in modo accelerato i giovani virgulti passati indenni dalle esperienze delle serie inferiori (dove certi errori si pagano a sganassoni) si faccia da parte.
Se Abete, dopo mesi di disastri, non ha l'umiltà di chiedere alle federazioni europee direttori di gara idonei ai grandi eventi, si dimetta.
Questa dirigenza di stampo melandriano non può pretendere l'impunità.
Il pubblico più avveduto ha già capito che la rappresentazione non è credibile e se ne sta a casa.
Quando i conti non torneranno più nemmeno con i tifosi in poltrona, il giocattolo sarà buttato in un angolo anche dalle satellitari.
E allora i Berlusconi, i Moratti, i Della Valle e giù sino agli Spinelli ed ai Zamparini, finalmente senza reti di protezione, scapperanno senza ritegno verso divertimenti meno rischiosi per i loro
portafogli.
22 febbraio 2008
Intenzioni di voto
Secondo il più recente sondaggio di Sky (sempre più apprezzabili e complete le news della satellitare) la situazione dei concorrenti al governo, alla data, é:
PDL- 48%,
PD- 38%.
Minore del solito la consistenza degli indecisi.
Due sintetiche considerazioni.
La scelta di Veltroni di andare da solo, con pochi cespugli, sembra vincente, così come è positivo il trend di crescita, ma non trionfale come lasciano intendere al loft.
Il divorzio da Casini non sembra per ora avere creato sconquassi nell'elettorato di centro-destra che, se così andasse, avrebbe consensi a sufficienza per governare.
Vedremo se la rimonta del potenziale perdente sarà sufficiente a colmare il divario, ora abbastanza netto.
PDL- 48%,
PD- 38%.
Minore del solito la consistenza degli indecisi.
Due sintetiche considerazioni.
La scelta di Veltroni di andare da solo, con pochi cespugli, sembra vincente, così come è positivo il trend di crescita, ma non trionfale come lasciano intendere al loft.
Il divorzio da Casini non sembra per ora avere creato sconquassi nell'elettorato di centro-destra che, se così andasse, avrebbe consensi a sufficienza per governare.
Vedremo se la rimonta del potenziale perdente sarà sufficiente a colmare il divario, ora abbastanza netto.
La freccia della storia è tornata indietro
Cinquant'anni fa, quando l'insurrezione castrista abbattè la dittatura di Fulgencio Batista, Cuba era definito "il bordello degli americani ricchi". Oggi, invece, è il bordello degli europei (e dei canadesi) poveri. Un bel miglioramento, non c'è che dire. Mezzo secolo fa i contadini cubani soffrivano di penuria alimentare, ora pare che il programma"riformista" di Raul Castro sia quello di dare loro da mangiare. Per il popolo cubano cinquant'anni di esaltazione, all'inizio sincera, alla fine burocratica, della rivoluzione dei Caraibi hanno significato un'impressionante stagnazione, una specie di blocco della storia, che li vede ora più o meno nelle stesse, miserevoli condizioni in cui versavano prima dell'affermazione del regime "progressista".
Anche da altri punti di vista la situazione è rimasta eguale. Le libertà politiche, che non c'erano prima, non ci sono neppure oggi. Le camarille oligarchiche che detenevano il potere sono state sostituite da una monarchia comunista ereditaria; sul piano dei diritti civili vale la pena di ricordare, per esempio, che a Cuba l'omosessualità è un reato che comporta la galera. Insomma Fidel Castro che, per almeno una generazione di intellettuali europei ha rappresentato l'incarnazione della "freccia della storia" che esportava nel refrattario continente americano la scintilla innovatrice del marxismo, è nei fatti la dimostrazione che quella freccia non porta da nessuna parte, che immobilizza le capacità di crescita e di innovazione in una cupa dittatura pauperista. Naturalmente, c'è chi attribuisce il clamoroso fallimento alla malvagità dell'America, che con l'embargo si è rifiutata e si rifiuta di sostenere un regime che aveva proclamato e continua a proclamare sempre più vanamente l'obiettivo esplicito di minacciarne la stabilità e la democrazia, anche con missili atomici. Ora pare che la "nuova" dirigenza della dittatura militare nazionalista dell'Avana voglia imitare quella di Pechino, dando libertà ai capitalisti e continuando a negare al popolo i diritti democratici: un programma che ha un carattere oggettivamente fascista.
da Il Foglio del 21 Febbraio 2008
Anche da altri punti di vista la situazione è rimasta eguale. Le libertà politiche, che non c'erano prima, non ci sono neppure oggi. Le camarille oligarchiche che detenevano il potere sono state sostituite da una monarchia comunista ereditaria; sul piano dei diritti civili vale la pena di ricordare, per esempio, che a Cuba l'omosessualità è un reato che comporta la galera. Insomma Fidel Castro che, per almeno una generazione di intellettuali europei ha rappresentato l'incarnazione della "freccia della storia" che esportava nel refrattario continente americano la scintilla innovatrice del marxismo, è nei fatti la dimostrazione che quella freccia non porta da nessuna parte, che immobilizza le capacità di crescita e di innovazione in una cupa dittatura pauperista. Naturalmente, c'è chi attribuisce il clamoroso fallimento alla malvagità dell'America, che con l'embargo si è rifiutata e si rifiuta di sostenere un regime che aveva proclamato e continua a proclamare sempre più vanamente l'obiettivo esplicito di minacciarne la stabilità e la democrazia, anche con missili atomici. Ora pare che la "nuova" dirigenza della dittatura militare nazionalista dell'Avana voglia imitare quella di Pechino, dando libertà ai capitalisti e continuando a negare al popolo i diritti democratici: un programma che ha un carattere oggettivamente fascista.
da Il Foglio del 21 Febbraio 2008
20 febbraio 2008
Da Cossiga a De Mita, affettuosità fra ex Dicci
Il senatore a vita, Francesco Cossiga, ha inviato una lettera a De Mita: «Esimio Onorevole, da lunghissimo tempo ormai i nostri rapporti si sono definitivamente deteriorati e si sono non interrotti, ma rotti. Ma Lei rimane pur sempre per me uno dei leader più prestigiosi e intelligenti della Democrazia Cristiana e in essa della Sinistra di Base, anche se pessimo segretario politico e ancor peggiore Ministro e Presidente del consiglio: una versione moderna e democratica del clientelismo meridionale. Lei rimarrà sempre nella storia politica del Paese e in particolare in quella della Democrazia Cristiana». «È ingiusto - aggiunge il presidente emerito della Repubblica - che non la vogliano ricandidare! Non immiserisca però questa Sua figura, La prego - anche a difesa della dignità di tutti noi democratico-cristiani -, insistendo per essere candidato nel Partito Democratico che non La vuole. E, La prego! non scivoli nel patetico e nel ridicolo, dando vita ad una piccola e fasulla lista campana! Caso mai, in cambio, si faccia dare... qualche Asl», conclude Cossiga.
Veltroni va giù con la scure. Per ora a farne le spese sono i margheritini e Visco che è elettoralmente una disgrazia e semmai verrà buono dopo per il governo. Fra le vittime anche
Benvenuto, padre da tre legislature dell'incompiuta riforma delle popolari.
L'Obama de noantri è coerente con il suo programma di cambiamento. Se volesse provvedere anche a ritirare la Melandri, la Turco, la Bindi, concambiandole con qualche giovane passionaria, amici o nemici gliene saremmo vivamente grati.
Veltroni va giù con la scure. Per ora a farne le spese sono i margheritini e Visco che è elettoralmente una disgrazia e semmai verrà buono dopo per il governo. Fra le vittime anche
Benvenuto, padre da tre legislature dell'incompiuta riforma delle popolari.
L'Obama de noantri è coerente con il suo programma di cambiamento. Se volesse provvedere anche a ritirare la Melandri, la Turco, la Bindi, concambiandole con qualche giovane passionaria, amici o nemici gliene saremmo vivamente grati.
Poeti: Trilussa
LA POLITICA
Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principi benedetti:
chi vo' qua, chi vo' là... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
(1915)
ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialsta
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto:- Amico mio,
pensa - je disse che ce sò pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
- No, no: - rispose era Gatto senza core -
io nun divido gnente co' nessuno:
fo' er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
(1916)
Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principi benedetti:
chi vo' qua, chi vo' là... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
(1915)
ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialsta
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto:- Amico mio,
pensa - je disse che ce sò pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
- No, no: - rispose era Gatto senza core -
io nun divido gnente co' nessuno:
fo' er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
(1916)
16 febbraio 2008
La notte degli addii
Con la cautela con cui va decifrata una decisione definitiva di un ex-democristiano, sembra che Casini abbia scelto la libertà da Berlusconi e si presenterà, con l'Udc, solo alle elezioni nell'orgogliosa ricerca del sacro Graal: il centro che fu.
Non si capisce se si tratti di divorzio o di pausa di riflessione.
Certo che gli ex amanti, dopo tante prove di abbandono, ora si prendono a male parole anche se subito aggiungono: è lui che mi ci ha tirato per i capelli.
Non so come finirà alle elezioni per il bel Casini. Forse un naufragio, forse un nuovo rinascimento, forse semplicemente l'approdo al Pd.
Per Berlusconi invece il danno è grave, checché gli raccontino i suoi sondaggisti.
Per me ora con Veltroni la partita è alla pari, e mi sembra che il sindaco di Marte abbia più filo da svolgere e balle da raccontare al popolo.
Peccato.
Speravamo di esserci liberati di Visco!
Non si capisce se si tratti di divorzio o di pausa di riflessione.
Certo che gli ex amanti, dopo tante prove di abbandono, ora si prendono a male parole anche se subito aggiungono: è lui che mi ci ha tirato per i capelli.
Non so come finirà alle elezioni per il bel Casini. Forse un naufragio, forse un nuovo rinascimento, forse semplicemente l'approdo al Pd.
Per Berlusconi invece il danno è grave, checché gli raccontino i suoi sondaggisti.
Per me ora con Veltroni la partita è alla pari, e mi sembra che il sindaco di Marte abbia più filo da svolgere e balle da raccontare al popolo.
Peccato.
Speravamo di esserci liberati di Visco!
Ho letto e consiglio
Alan Bennet, Nudi e crudi.
Per chi ama l'umorismo anglosassone un'operina imperdibile. Le prime 50 pagine sono da antologia.
Andrea Vitali, La signorina Tecla Manzi.
Lo considero un clone minore di Piero Chiara, che è l'amor mio. Ha scritto di meglio ma anche qui è descrittore impagabile di atmosfere lacustri.
Cormac McCarty, La strada.
Un capolavoro possente. Non può mancare nella biblioteca degli inizi di millennio.
Maurizio Cucchi, La traversata di Milano.
Solo per milanesi che riescono ancora ad amare la loro città. Un'escursione storico-letteraria nelle vie centrali e nelle periferie brumose.
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.
Un architrave della letteratura italiana del Novecento. Incantevole come una corale di Bach. Si rilegge per essere educati al capolavoro.
Per chi ama l'umorismo anglosassone un'operina imperdibile. Le prime 50 pagine sono da antologia.
Andrea Vitali, La signorina Tecla Manzi.
Lo considero un clone minore di Piero Chiara, che è l'amor mio. Ha scritto di meglio ma anche qui è descrittore impagabile di atmosfere lacustri.
Cormac McCarty, La strada.
Un capolavoro possente. Non può mancare nella biblioteca degli inizi di millennio.
Maurizio Cucchi, La traversata di Milano.
Solo per milanesi che riescono ancora ad amare la loro città. Un'escursione storico-letteraria nelle vie centrali e nelle periferie brumose.
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.
Un architrave della letteratura italiana del Novecento. Incantevole come una corale di Bach. Si rilegge per essere educati al capolavoro.
15 febbraio 2008
Le streghe son tornate
Aborto, il giornale dei Vescovi sulla vicenda di Napoli: «Alimentato un altro caso mediatico»
CITTA’ DEL VATICANO - Sulla vicenda di Silvana, la donna che appena dopo aver subito un aborto terapeutico al Nuovo Policlinico di Napoli è stata interrogata dalla polizia intervenuta in seguito ad una denuncia anonima, si è creato «un altro caso mediatico». Lo scrive "Avvenire" in un articolo di cronaca in cui si rileva anche che «lo scandalo di cui ci si deve occupare» non è il blitz della polizia, quanto quello di un «aborto consumato in solitudine nel bagno dell'ospedale». «Un'altra scelta deve esserci sempre - si legge nell'articolo sul quotidiano dei vescovi - non si può mai lasciare una donna spalle al muro davanti al bivio dell'aborto. Ma di questo nelle piazze e sui giornali non si è sentito parlare: si è invece tentato di rendere incandescente il clima alimentando incidenti e creando un altro caso mediatico, proprio mentre la ricostruzione dei fatti di Napoli faceva affiorare più di un dubbio sulla versione sbrigativa della prima ora».
Da Papanews, del 15 febbraio 2008
CITTA’ DEL VATICANO - Sulla vicenda di Silvana, la donna che appena dopo aver subito un aborto terapeutico al Nuovo Policlinico di Napoli è stata interrogata dalla polizia intervenuta in seguito ad una denuncia anonima, si è creato «un altro caso mediatico». Lo scrive "Avvenire" in un articolo di cronaca in cui si rileva anche che «lo scandalo di cui ci si deve occupare» non è il blitz della polizia, quanto quello di un «aborto consumato in solitudine nel bagno dell'ospedale». «Un'altra scelta deve esserci sempre - si legge nell'articolo sul quotidiano dei vescovi - non si può mai lasciare una donna spalle al muro davanti al bivio dell'aborto. Ma di questo nelle piazze e sui giornali non si è sentito parlare: si è invece tentato di rendere incandescente il clima alimentando incidenti e creando un altro caso mediatico, proprio mentre la ricostruzione dei fatti di Napoli faceva affiorare più di un dubbio sulla versione sbrigativa della prima ora».
Da Papanews, del 15 febbraio 2008
Poeti
Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza.
No, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.
di Alda Merini, poetessa milanese
Hanno scritto (2)
Vi dico che chi sta neutrale conviene che sia odiato da chi perde e disprezzato da chi vince.
Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Hanno scritto (1)
Non chiedetemi dove andremo a finire, perché ci siamo già.
Ennio Flaiano (1910-1972)
Ennio Flaiano (1910-1972)
12 febbraio 2008
Le infrastrutture della mente
Il nostro mondo è dominato dall'etica del movimento. Chi non si muove è perduto. Chi sta fermo è un ignobile ozioso, un sovversivo, un nemico del PIL. Si fa un gran parlare delle infrastrutture di acciaio e cemento, di binari, autostrade, ponti, gallerie. Strutture che portano camion vuoti e macchine con una persona. L'auto è un accessorio del petrolio, serve a consumare petrolio, a far vendere petrolio. Una scatola di lamiera piena di gadget che ha la velocità media di un mulo. Delle infrastrutture della mente, che non costano, che liberano il tempo, che ci danno la possibilità di scegliere se spostarci o star fermi dove siamo, di queste infrastrutture non si occupa nessuno. La connettività veloce a tutte le famiglie [...] non è una priorità. L'incentivazione del telelavoro per evitare il congestionamento delle città non è una priorità. Una diversa organizzazione delle aziende sul territorio utilizzando la Rete non è una priorità. La diminuzione dei costi dell’ADSL non è una priorità. E non lo è neppure la copertura ADSL al 100% del territorio nazionale [...]. La Rete libera il movimento delle intelligenze, delle idee. La Rete non provoca incidenti stradali e fa risparmiare tempo, un'enormità di tempo. Voglio un mondo dominato dall'etica del tempo, contro lo spreco delle code, degli uffici, degli ascensori. L'uomo è fatto di tempo, è un prodotto con una data di scadenza. Liberiamo il tempo dalla mobilità fine a sé stessa. Utile ai petrolieri, al Ministero delle Finanze e ai costruttori di strade e di macchine. Meno mobilità, più tempo per noi stessi, anche per oziare, ma senza eccedere, perchè "non far niente è il lavoro più duro di tutti".
dal blog di Beppe Grillo, 1 luglio 2007
Riprendo l'articolo dallo stimolante e battagliero blog Ali e Radici.
Mi piacerebbe che la riflessione di Beppe Grillo, un furbastro che io non amo ma che qui dice cose molto sagge e condivisibili, coinvolgesse tutti gli amici di Anni Quaranta.
Il buco? Visco smentisce indignato, il suo ministro conferma
Padoa-Schioppa: «Tesoretto non c'è». E scatta la rivolta dei sindacati.
«Non c'è nessun tesoretto. L'ho detto a dicembre e da allora la situazione è solo peggiorata». Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, come dice la "Repubblica", interviene sulla questione mentre sta volando a Bruxelles all'Ecofin. Ma le sue parole non sono piaciute ai sindacati. "Non crediamo al ministro, che troppe volte ha detto una cosa e poi ce ne ha fatta trovare un'altra" ha detto il segretario della Cisl Bonanni.
da Tgfin di oggi
Meno male per Berlusconi che ci sono questi due a smontare le favole-bugie di Veltroni.
Ne vedremo delle belle se il Padoa, cittadino francese, non adotta il silenzio stampa come le squadre che escono da due anni di sconfitte consecutive
«Non c'è nessun tesoretto. L'ho detto a dicembre e da allora la situazione è solo peggiorata». Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, come dice la "Repubblica", interviene sulla questione mentre sta volando a Bruxelles all'Ecofin. Ma le sue parole non sono piaciute ai sindacati. "Non crediamo al ministro, che troppe volte ha detto una cosa e poi ce ne ha fatta trovare un'altra" ha detto il segretario della Cisl Bonanni.
da Tgfin di oggi
Meno male per Berlusconi che ci sono questi due a smontare le favole-bugie di Veltroni.
Ne vedremo delle belle se il Padoa, cittadino francese, non adotta il silenzio stampa come le squadre che escono da due anni di sconfitte consecutive
11 febbraio 2008
Hello boy!
Mi ero ripromesso di mettere un punto fermo sulle mie considerazioni sul Milan. Visto il primo tempo di Milan-Siena non avrei potuto aggiungere che altre note sconfortate.
A metà della ripresa, preso dalla disperazione, Ancelotti, l'allenatore più conservatore del mondo, ha messo in campo un diciassettenne bresciano di nome Paloschi, già provato con successo nella Coppa Italia a perdere.
Diciassette secondi gli sono bastati per realizzare un gol entusiasmante con la spavalderia di un veterano. Poi, per il restante minutaggio, una prestazione vera, da giocatore vivo che ha saputo rianimare i pochi veri atleti di questa squadra, maxime Ambrosini.
Il ragazzo è un bel talento, ben strutturato, con una tecnica di base confortevole .
Se Ancelotti non lo piallerà, come ha fatto con Gilardino, potrebbe essere in un prossimo futuro un titolare fisso del Milan.
A metà della ripresa, preso dalla disperazione, Ancelotti, l'allenatore più conservatore del mondo, ha messo in campo un diciassettenne bresciano di nome Paloschi, già provato con successo nella Coppa Italia a perdere.
Diciassette secondi gli sono bastati per realizzare un gol entusiasmante con la spavalderia di un veterano. Poi, per il restante minutaggio, una prestazione vera, da giocatore vivo che ha saputo rianimare i pochi veri atleti di questa squadra, maxime Ambrosini.
Il ragazzo è un bel talento, ben strutturato, con una tecnica di base confortevole .
Se Ancelotti non lo piallerà, come ha fatto con Gilardino, potrebbe essere in un prossimo futuro un titolare fisso del Milan.
Il Sindaco di Marte
Proprio nel giorno in cui il quotidiano economico "Il Sole" denuncia l'esistenza di un buco nella finanza pubblica di 6-10 miliardi - ovviamente, sapientemente occultato dal governo Prodi, illuminato professore di economia che non ha ancora ben capito il concetto di competenza temporale - Obama Veltroni, con alle spalle il meraviglioso e bucolico paesaggio di Spello, sussurra all'Italia che, grazie all'avveduta politica economica del governo di sinistra, il PD è pronto ad andare alla vittoria e a distribuire innumerevoli tesoretti.
Quest'uomo è veramente incredibile ma pericoloso. Indaffarato, come sindaco di Roma, ad organizzare festival del Cinema, opere umanitare, visite al Papa, si è distratto e non ha capito in che paese stava vivendo.
Viveva su Marte, da cui ora discende per portare la bella novella agli Italiani: con l'eredità dello zio Romano avremo un lustro di felicità.
È abile e punta tutto su una certezza: l'Italia è un paese di pirla, abituato ad osannare chi interpreta i loro sogni.
Vuoi vedere che il suo dream si avvera e ci fa governare da quelli degli ultimi due anni ma vestiti della festa?
Quest'uomo è veramente incredibile ma pericoloso. Indaffarato, come sindaco di Roma, ad organizzare festival del Cinema, opere umanitare, visite al Papa, si è distratto e non ha capito in che paese stava vivendo.
Viveva su Marte, da cui ora discende per portare la bella novella agli Italiani: con l'eredità dello zio Romano avremo un lustro di felicità.
È abile e punta tutto su una certezza: l'Italia è un paese di pirla, abituato ad osannare chi interpreta i loro sogni.
Vuoi vedere che il suo dream si avvera e ci fa governare da quelli degli ultimi due anni ma vestiti della festa?
08 febbraio 2008
I sondaggi di Ballarò
Al loft di Veltroni c’è un via vai da stamattina. Fassino, Violante, e poi Romano Prodi con tutti i ministri dell’Ulivo. Tutti i big del Pd si stanno presentando alla spicciolata come in devoto pellegrinaggio presso la corte del re Walter. Niente di insolito, la campagna elettorale è già iniziata. Ma che ci faceva Nando Pagnoncelli - il sondaggista di Ballarò, per capirci - nel quartier generale di Veltroni?
"Il Partito democratico da solo riscuote l'attenzione degli elettori e abbatte il muro tra i due schieramenti. E' un partito nuovo, moderato, giovane che rompe un vecchio equilibrio e ha la possibilità di muovere flussi elettorali", ha affermato uscendo sorridente dal loft.
E poi ha aggiunto: “La vera scommessa per il Partito democratico sarà quindi intercettare il voto degli indecisi, degli insoddisfatti, dei delusi che al momento sono ben un terzo dell'elettorato".
E ancora: “Il Pd può pescare a sinistra. Abbiamo indicazioni su elettori che pur sentendosi vicini a Rifondazione, sono tentati di votare Partito democratico perché sarebbe un voto utile".
Ma non solo: il Pd "può pescare anche tra i moderati della Cdl perché si presenta come una cosa nuova e appunto moderata e non come un partito dell'anti-berlusconismo che è un collante, ma ormai è un'arma spuntata". Basta toccare i tasti giusti: occupazione, costo della vita e salari, sicurezza e diminuzione delle tasse. E poi si sa, conclude Pagnoncelli, "i sondaggi saranno in continua evoluzione fino all'ultimo giorno prima del voto”. Quindi tutto è ancora possibile.
A questo punto sorge un dubbio: o Veltroni ha finalmente trovato uno spin doctor degno del miglior Obama, con buona pace del fido Bettini, o anche per Pagnoncelli è cominciata la campagna elettorale nelle fila del Pd.
Ma se delle due nessuna, che dovremmo pensare dei sondaggi che ogni settimana ci propina Floris a Ballarò?
da L'Occidentale, del 7 Febbraio 2008
"Il Partito democratico da solo riscuote l'attenzione degli elettori e abbatte il muro tra i due schieramenti. E' un partito nuovo, moderato, giovane che rompe un vecchio equilibrio e ha la possibilità di muovere flussi elettorali", ha affermato uscendo sorridente dal loft.
E poi ha aggiunto: “La vera scommessa per il Partito democratico sarà quindi intercettare il voto degli indecisi, degli insoddisfatti, dei delusi che al momento sono ben un terzo dell'elettorato".
E ancora: “Il Pd può pescare a sinistra. Abbiamo indicazioni su elettori che pur sentendosi vicini a Rifondazione, sono tentati di votare Partito democratico perché sarebbe un voto utile".
Ma non solo: il Pd "può pescare anche tra i moderati della Cdl perché si presenta come una cosa nuova e appunto moderata e non come un partito dell'anti-berlusconismo che è un collante, ma ormai è un'arma spuntata". Basta toccare i tasti giusti: occupazione, costo della vita e salari, sicurezza e diminuzione delle tasse. E poi si sa, conclude Pagnoncelli, "i sondaggi saranno in continua evoluzione fino all'ultimo giorno prima del voto”. Quindi tutto è ancora possibile.
A questo punto sorge un dubbio: o Veltroni ha finalmente trovato uno spin doctor degno del miglior Obama, con buona pace del fido Bettini, o anche per Pagnoncelli è cominciata la campagna elettorale nelle fila del Pd.
Ma se delle due nessuna, che dovremmo pensare dei sondaggi che ogni settimana ci propina Floris a Ballarò?
da L'Occidentale, del 7 Febbraio 2008
04 febbraio 2008
Festa e perdono
L'Italia è quel Paese in cui se un tuo caro è stato massacrato e ucciso da un criminale, meglio ancora se extracomunitario e clandestino, dopo poche ore ti ritrovi il giornalista sotto casa che ti chiede se sei disposto a perdonare. E se non lo fai sei brutto e cattivo e finisci sotto sdegno mediatico.
L'Italia è quel Paese in cui se le carceri scoppiano di detenuti, anziché costruirne di nuove (e favorire l'occupazione) si fa una legge chiamata indulto per svuotarle un po'.
L'Italia è quel Paese in cui se un giovane Rom guida ubriaco e falcia le giovani vite di quattro ragazzi innocenti viene spedito agli arresti domiciliari in un residence sull'Adriatico, naturalmente con vista mare. E magari, per combattere la noia di quelle giornate un po' vuote e un po' tutte uguali, si butta nel business e lancia una linea di abbigliamento.
L'Italia è quel Paese in cui se un gioiellere subisce una rapina a mano armata e spara per difendersi, uccidendo, anziché ricevere appoggio e comprensione ("una medaglia d'oro!" direbbe mio padre) finisce sotto processo, e poi dimenticato.
L'Italia è quel Paese in cui se vai per uccidere con un estintore in mano e invece finisci ucciso, diventi eroe nazionale e ti dedicano vie e piazze.
L'Italia è quel Paese dove politici e magistrati stanno quasi sempre dalla parte sbagliata.
di Nautilus, dal blog Ali e Radici
L'Italia è quel Paese in cui se le carceri scoppiano di detenuti, anziché costruirne di nuove (e favorire l'occupazione) si fa una legge chiamata indulto per svuotarle un po'.
L'Italia è quel Paese in cui se un giovane Rom guida ubriaco e falcia le giovani vite di quattro ragazzi innocenti viene spedito agli arresti domiciliari in un residence sull'Adriatico, naturalmente con vista mare. E magari, per combattere la noia di quelle giornate un po' vuote e un po' tutte uguali, si butta nel business e lancia una linea di abbigliamento.
L'Italia è quel Paese in cui se un gioiellere subisce una rapina a mano armata e spara per difendersi, uccidendo, anziché ricevere appoggio e comprensione ("una medaglia d'oro!" direbbe mio padre) finisce sotto processo, e poi dimenticato.
L'Italia è quel Paese in cui se vai per uccidere con un estintore in mano e invece finisci ucciso, diventi eroe nazionale e ti dedicano vie e piazze.
L'Italia è quel Paese dove politici e magistrati stanno quasi sempre dalla parte sbagliata.
di Nautilus, dal blog Ali e Radici
Ma Moratti fa la vittima
La questione arbitrale da ieri non è meno urgente del caso Moratti. L’uomo è scontato nella sua imprevedibilità: un giorno predica distensione, l’altro va alla guerra. Nell’anno secondo post Calciopoli il nostro don Chisciotte si arma contro i fantasmi della Triade, tanto ingombranti da avvelenare la meritata rivincita; riporta in vita lo spettro dello scudetto del 2002 «che non fosse stato per una banda di truffatori avremmo conquistato», omettendo che poteva perderlo solo l’Inter, e così è stato, nonostante la conclamata banda di truffatori; squaderna per l’ennesima volta i processi, compresi quelli alle intenzioni, invece di goderne i frutti con lo stesso aplomb - anche troppo, a dire il vero - che lo distingueva nei tempi grami dello strapotere juventino. Moratti sbaglia i tempi del tackle e un arbitro diverso dagli attuali probabilmente estrarrebbe il cartellino rosso, sanzionando l’excusatio non petita, con l’aggravante della reiterazione: lui attacca il passato e la sua squadra approfitta dell’ennesima svista. Tanto clamoroso è l’abbaglio di Tagliavento (il pallone scagliato da Stankovic colpisce il viso di Vannucchi, non la mano) che nemmeno s’accendono i soliti dibattiti tra giustizialisti e garantisti. Mancini si consegna a braccia alzate, trasfigurato rispetto al fustigatore delle vedove bianconere: non era rigore. Infatti. Il cambio di strategia - dal silenzio stampa alla confessione - ovviamente non commuoverà il partito della sudditanza psicologica. Della serie: l’Inter è forte, però quanto l’aiutano. E poi quanto compensano, aggiustano, pasticciano. Otto rigori tre domeniche fa, quella successiva zero, questa ancora otto. Sono gli arbitri degli eccessi, così permeabili allo spirito del tempo da stravolgere i pesi e le misure nel volgere di una settimana. Marziali, lassisti e ancora marziali, alla ricerca disperata di una tregua con la pubblica opinione. Navigano a vista, magari fosse buona. Forniscono alibi eccezionali. Nella giornata in cui l’Inter sale +8, le remano a favore in tanti, Roma e Juventus almeno quanto Tagliavento. I giallorossi sono ormai un caso clinico: soffrono la responsabilità di dover riaprire in qualche modo il campionato, ogni volta che l’Inter presta il fianco immancabilmente si defilano, a Siena addirittura crollano. Non bastasse questo deficit psicologico, le voci (non smentite) sulla possibile cessione della società sfilacciano i nervi. A Totti per primo. Il problema della Juve è di altra natura. Non ha il telaio per reggere l’andatura dei nerazzurri, il mercato di gennaio le ha consegnato un mediano - vedremo se ottimo o buono - certo non l’uomo in grado di indirizzarne i destini, non a caso il recupero di Tiago è diventato una priorità.
Guido Boffo, su La Stampa del 4 febbraio 2008
I Gobbi, da quando hanno preso lo sberlone politico, sono diventati più attenti ai condizionamenti che caratterizzano, da sempre, ogni stagione calcistica. Ora è il ciclo favorevole degli Onestoni a cui, come a tutti i parvenus, manca il buon gusto o meglio il "bon ton" come scriveva una delle ex-mogli del clan dei Moratti.
Guido Boffo, su La Stampa del 4 febbraio 2008
I Gobbi, da quando hanno preso lo sberlone politico, sono diventati più attenti ai condizionamenti che caratterizzano, da sempre, ogni stagione calcistica. Ora è il ciclo favorevole degli Onestoni a cui, come a tutti i parvenus, manca il buon gusto o meglio il "bon ton" come scriveva una delle ex-mogli del clan dei Moratti.
02 febbraio 2008
Ministro Turco
Ultime esternazioni del defunto Governo Prodi.
La diossina che sprigiona dalla monnezza campana incendiata non nuoce alla salute.
Chi lo afferma è un terrorista.
Livia Turco oggi ad un convegno a Napoli dopo essersi consultata con De Gennaro.
Ma perché l'hanno mandata a casa e non a riaprire la Icmesa di Seveso?
La diossina che sprigiona dalla monnezza campana incendiata non nuoce alla salute.
Chi lo afferma è un terrorista.
Livia Turco oggi ad un convegno a Napoli dopo essersi consultata con De Gennaro.
Ma perché l'hanno mandata a casa e non a riaprire la Icmesa di Seveso?
La crisi di governo: incontri
Oggi Marini incontra le parti sociali, domani Marini va a messa, lunedì Marini incontra Berlusconi e Veltroni, martedì Marini riflette, mercoledì va da Napolitano, giovedì Napolitano riflette, venerdì Marini e Napoltano riflettono insieme, sabato Marini e Napolitano incontrano le loro mogli, domenica la moglie di Napolitano incontra la moglie di Amato...
Jena, su La Stampa del 2 Febbraio 2008
Jena, su La Stampa del 2 Febbraio 2008
01 febbraio 2008
Il peggiore calcio della Serie A
Fatta eccezione per le tre o quattro di fondo classifica, che hanno altri pensieri che non gli schemi ed il bel giuoco, il Milan gioca il peggior calcio della Serie A.
Così macchinosi, lenti, stucchevoli, noiosi, non ce ne sono. Dopo dieci minuti che li vedi allo stadio o in poltrona, ti viene l'ansia ed una voglia irrefrenabile di tornare a casa o cambiare canale.
Qualche gonzo crede che il possesso-palla sia indice di classe, come se il calcio misurasse i risultati sulle palle trattenute e non sulle sfere che entrano nella rete avversaria.
Vedere girare la palla da un lato all'altro del campo ricorda tanto il declinante calcio danubiano, il titìc-titòc delle squadre di Lidas nelle giornate di scarsa vena, i cestisti che affrontano una zona 1-3-1 a due all'ora e arrivano all'ultimo secondo tirando alla disperata verso il mucchio.
Con questo metodo di gioco si immalinconiscono i fuoriclasse come Kakà e si esalta l'esercito dei tromboni sfiatati che Ancelotti schiera ogni domenica. Non è un caso che anche un ex-ex-atleta come Ronaldo faccia ancora la sua porca figura, e che se non fosse per i muscoli di cristallo potrebbe giocare tutte le partite, tanto lo sforzo energetico è pari ad una nostra passeggiatina.
Questo è il volto del declino.
Peccato si sia lasciata la dignità negli armadietti di Milanello.
Così macchinosi, lenti, stucchevoli, noiosi, non ce ne sono. Dopo dieci minuti che li vedi allo stadio o in poltrona, ti viene l'ansia ed una voglia irrefrenabile di tornare a casa o cambiare canale.
Qualche gonzo crede che il possesso-palla sia indice di classe, come se il calcio misurasse i risultati sulle palle trattenute e non sulle sfere che entrano nella rete avversaria.
Vedere girare la palla da un lato all'altro del campo ricorda tanto il declinante calcio danubiano, il titìc-titòc delle squadre di Lidas nelle giornate di scarsa vena, i cestisti che affrontano una zona 1-3-1 a due all'ora e arrivano all'ultimo secondo tirando alla disperata verso il mucchio.
Con questo metodo di gioco si immalinconiscono i fuoriclasse come Kakà e si esalta l'esercito dei tromboni sfiatati che Ancelotti schiera ogni domenica. Non è un caso che anche un ex-ex-atleta come Ronaldo faccia ancora la sua porca figura, e che se non fosse per i muscoli di cristallo potrebbe giocare tutte le partite, tanto lo sforzo energetico è pari ad una nostra passeggiatina.
Questo è il volto del declino.
Peccato si sia lasciata la dignità negli armadietti di Milanello.
I riti della prima repubblica
Un presidente ottantenne con un lungo itinerario da comunista riformista lungo tutta la prima repubblica, a quella si è fermato nella sua tarda vecchiaia.
Davanti ad una crisi di una chiarezza accecante, invece di procedere allo scioglimeno delle Camere, ha dato incarico al suo vice in pectore per ripetere un giro di consultazioni ora però allargato ai sindacati (azionisti del governo Prodi), a Luca di Montezemolo, prima scadente presidente della Confindustria, ora scaduto (come il suo sodale Prodi), alle organizzazioni di categoria e, udite, alle associazioni dei consumatori. Buoni ultimi i referendari.
L'obiettivo? Un governicchio che arrivi ad ottobre per salvaguardare i diritti pensionistici degli onorevoli, o forse anche lo scioglimento del solo Senato per guadagnare un altro anno.
Cadono le braccia, ed in questo marasma gli unici seri appaioni coloro che dicono: meglio lasciare gli scranni e tornare al paese.
Il quale Paese se ne strafotte delle leggi elettorali e del fatto che le legislature durino due o cinque anni, ma aspetta solo che qualche nuovo governante metta rimedio allo scempio delle tasse che crescono ad una velocità tripla dell'inflazione.
Basterebbe che i rappresentanti del popolo dedicassero il tempo speso in consultazioni per farsi un giro nei supermercati, negli uffici, sui tram, ovunque, e capirebbero cosa sta a cuore ai cittadini.
Davanti ad una crisi di una chiarezza accecante, invece di procedere allo scioglimeno delle Camere, ha dato incarico al suo vice in pectore per ripetere un giro di consultazioni ora però allargato ai sindacati (azionisti del governo Prodi), a Luca di Montezemolo, prima scadente presidente della Confindustria, ora scaduto (come il suo sodale Prodi), alle organizzazioni di categoria e, udite, alle associazioni dei consumatori. Buoni ultimi i referendari.
L'obiettivo? Un governicchio che arrivi ad ottobre per salvaguardare i diritti pensionistici degli onorevoli, o forse anche lo scioglimento del solo Senato per guadagnare un altro anno.
Cadono le braccia, ed in questo marasma gli unici seri appaioni coloro che dicono: meglio lasciare gli scranni e tornare al paese.
Il quale Paese se ne strafotte delle leggi elettorali e del fatto che le legislature durino due o cinque anni, ma aspetta solo che qualche nuovo governante metta rimedio allo scempio delle tasse che crescono ad una velocità tripla dell'inflazione.
Basterebbe che i rappresentanti del popolo dedicassero il tempo speso in consultazioni per farsi un giro nei supermercati, negli uffici, sui tram, ovunque, e capirebbero cosa sta a cuore ai cittadini.
27 gennaio 2008
Vent'anni con Silvio
Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica? Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica). Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere? Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale. Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino. Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni. Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze. E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. È così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era. Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.
di Luca Ricolfi, su La Stampa
È persino patetico il tentativo della sinistra radicale di considerare il berlusconismo un accidente della storia generato dalle cattive azioni della classe politica comunista. Prescindendo dalle analisi sui ritardi di autocoscienza democratica del vecchio PCI, poi PDS, poi Ulivo, poi PD, cui il paese non ha assistito come nel salotto della contessa Crespi o degli Agnelli, ma pagando tributi pesanti di sangue, di arretramento delle libertà, di disfacimento del tessuto connettivo della scuola, della magistratura, del sindacato, quello che questi critici non riescono a comprendere è che la storia repubblicana dell'Italia è fors'anche connessa a quella della sinistra comunista ma che al centro delle nostre vicende ci sono stati altri in termini propositivi e positivi. Ci sono stati i De Gasperi, gli Scelba, i Fanfani, i Moro e cioè complessivamente la Democrazia Cristiana sino agli anni '70 e poi i Nenni ed i Craxi quali esponenti del socialismo riformista, che assieme alla declinante DC assicurarono il governo del paese. Dopo vi è Tangentopoli, cioè il tentativo comunista di conquistare il potere per via giudiziaria, facendo assolvere i compagni e trasformando in macerie il sistema delle alleanze che aveva guidato il paese per decenni.
Se da quel sisma spunta un Berlusconi e non Ochetto è semplicemente perché una larga e maggioritaria parte del paese è moderata. Se Berlusconi sopravvive ai guai giudiziari enfatizzati dal pool del tribunale di Milano è perché dall'altra parte ci sono gli gnomi, gli Scalfaro, i D'alema, i Prodi, i Veltroni, i Fassino: tutti incapaci di costruire una piattaforma di sinistra riformista in cui la maggioranza del paese possa fiduciosamente riconoscersi. Queste sono le radici del nuovo ventennio, a mio parere, e queste le ragioni per cui, ne sono fermamente convinto, passato Berlusconi il paese continuerà ad essere maggioritariamente moderato, così come sostanzialmente succede in tutte le democrazie occidentali.
di Luca Ricolfi, su La Stampa
È persino patetico il tentativo della sinistra radicale di considerare il berlusconismo un accidente della storia generato dalle cattive azioni della classe politica comunista. Prescindendo dalle analisi sui ritardi di autocoscienza democratica del vecchio PCI, poi PDS, poi Ulivo, poi PD, cui il paese non ha assistito come nel salotto della contessa Crespi o degli Agnelli, ma pagando tributi pesanti di sangue, di arretramento delle libertà, di disfacimento del tessuto connettivo della scuola, della magistratura, del sindacato, quello che questi critici non riescono a comprendere è che la storia repubblicana dell'Italia è fors'anche connessa a quella della sinistra comunista ma che al centro delle nostre vicende ci sono stati altri in termini propositivi e positivi. Ci sono stati i De Gasperi, gli Scelba, i Fanfani, i Moro e cioè complessivamente la Democrazia Cristiana sino agli anni '70 e poi i Nenni ed i Craxi quali esponenti del socialismo riformista, che assieme alla declinante DC assicurarono il governo del paese. Dopo vi è Tangentopoli, cioè il tentativo comunista di conquistare il potere per via giudiziaria, facendo assolvere i compagni e trasformando in macerie il sistema delle alleanze che aveva guidato il paese per decenni.
Se da quel sisma spunta un Berlusconi e non Ochetto è semplicemente perché una larga e maggioritaria parte del paese è moderata. Se Berlusconi sopravvive ai guai giudiziari enfatizzati dal pool del tribunale di Milano è perché dall'altra parte ci sono gli gnomi, gli Scalfaro, i D'alema, i Prodi, i Veltroni, i Fassino: tutti incapaci di costruire una piattaforma di sinistra riformista in cui la maggioranza del paese possa fiduciosamente riconoscersi. Queste sono le radici del nuovo ventennio, a mio parere, e queste le ragioni per cui, ne sono fermamente convinto, passato Berlusconi il paese continuerà ad essere maggioritariamente moderato, così come sostanzialmente succede in tutte le democrazie occidentali.
26 gennaio 2008
La parabola del prodismo
Nonostante nella giornata di ieri Romano Prodi si sia mostrato assai accondiscendente nei confronti di Walter Veltroni è illusorio credere che ora, dopo la caduta, il «prodismo» sia destinato a una immediata scomparsa, ad andarsene subito, in silenzio. È stato troppo importante per la sinistra italiana: verosimilmente, la sua uscita di scena sarà lenta, accompagnata da potenti colpi di coda.
Che cosa è stato il prodismo? E, prima ancora, è legittimo parlare di prodismo? È legittimo perché, come altri «ismi» importanti della nostra storia (dal degasperismo al berlinguerismo, dal craxismo al berlusconismo), quel termine designa non solo l'avventura personale di un leader e di un gruppo di uomini a lui fedeli ma anche una cultura politica: Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico.
Politicamente, il prodismo è stato il frutto di una anomalia altrettanto radicale di quella che ha caratterizzato la storia del centrodestra, l'una e l'altra figlie del caos e della destrutturazione partitica seguiti al crollo della Prima Repubblica. All'anomalia dell'imprenditore che fonda un partito, «inventa» il centrodestra e ne diventa capo inamovibile ha fatto da pendant, a sinistra, l'anomalia di un uomo privo di una propria base partitica di potere che, nonostante ciò, per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, viene scelto dalla sinistra come candidato premier.
Quell'anomalia si spiega con il fatto che gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico-culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post». Nel '96, Prodi era perfetto per il ruolo. Veniva dalla sinistra democristiana, da un mondo che aveva sempre dialogato col Pci e ne aveva condiviso i nemici (l'alleanza contro Craxi fu la progenitrice della successiva alleanza contro Berlusconi). In più, la sua fama di tecnocrate, la dote di relazioni con il business e con la finanza di cui disponeva e la sua concretezza padana promettevano di dare alla sinistra quel valore aggiunto di «modernità» di cui essa aveva allora disperatamente bisogno.
C'è una differenza fondamentale fra il Prodi che affronta le elezioni del 1996 e poi governa per due anni e il Prodi dal 2006 ad oggi. È quella che corre fra un fenomeno politico nella fase iniziale, ascendente, e lo stesso fenomeno colto nel momento discendente della sua parabola.
Nel 1996 Prodi suscitò grandi attese nel «popolo di sinistra». Suscitò, per esempio, l'entusiasmo di tanti intellettuali (molti dei quali, già fiancheggiatori del Pci, si trovarono a proprio agio con un uomo della sinistra cattolica, per giunta professore, ossia uno di loro). Inoltre, più e meglio degli ex comunisti, egli sembrava in grado, usando le corde del cattolicesimo sociale, di «far ragionare» anche la sinistra estrema. Promise l'Europa, il mercato, l'equità sociale, la normalità democratica.
Mise in piedi una coalizione che non era solo «contro» (Berlusconi) ma che aveva anche qualche idea sul che fare per l'Italia. I suoi due anni di governo furono dominati dall'esigenza del rigore (Ciampi, al Tesoro, fu il suo alter ego) e dalla ricerca, coronata da successo, dell'ingresso nell'euro. Poi l'uomo «senza partito» venne messo da parte, tradito dalla sinistra estrema ma anche dal fatto che gli «ex» pensarono (sbagliando) di poterne ormai fare a meno. Richiamato in servizio nel 2006 (per le stesse ragioni per cui era stato incoronato dieci anni prima) si è trovato ad operare in tutt'altre condizioni. Era ormai diverso lui ed erano diversi i tempi. Nel 2006 la coalizione messa in piedi è stata, a differenza del '96, solo un'accozzaglia eterogenea creata per battere Berlusconi. La nuova legge elettorale ha avuto le sue colpe ma è falso che tutte le colpe siano della legge elettorale. Arrivato fortunosamente al governo, Prodi si è trovato privo di una «missione» e, per giunta, a capo dell'esecutivo più spostato a sinistra dell'intera storia repubblicana. Era rimasta solo, del tempo che fu, l'aspirazione al rigore (con Padoa-Schioppa al posto di Ciampi), bilanciata, però, dalla forza del «partito della spesa» e dal fatto che ora Prodi, molto più che nel '96, si proponeva come il garante del rapporto fra moderati e sinistra estrema. Dietrologie a parte, è vero che l'incoronazione di Walter Veltroni a leader del Partito democratico ha dato al prodismo la botta definitiva. A differenza di D'Alema (l'ultimo dei togliattiani), Veltroni è davvero un «post», uno che si è lasciato alle spalle il passato. La sua affermazione come leader ha reso superflui Prodi e il prodismo. Per un paradosso storico i prodiani furono i primi a volere il Partito democratico ma la sua nascita ha segnato l'inizio della loro fine politica. È tutto qui il nodo della ormai famosa «vocazione maggioritaria». Nella visione che era stata dei prodiani il Partito democratico doveva essere il baricentro di una più larga Unione nella quale far convivere la sinistra estrema e quella moderata. Nella visione di un «post» senza complessi come Veltroni il Partito democratico deve diventare adulto camminando sulle proprie gambe. Non è che quella dei prodiani sia una visione «maggioritaria» e bipolare e quella di Veltroni no. Sono due modi diversi di declinare l'idea maggioritaria. Solo che in quella di Veltroni non c'è più posto per i mediatori fra sinistra moderata e sinistra estrema. Al di là delle apparenze odierne la partita non è finita e Prodi non è uno che si fa mettere da parte. Chi scommette sul fatto che le tensioni interne al Partito democratico diventeranno fortissime scommette sul sicuro.
di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera
Mi sembra un'analisi felicissima di un fenomeno politico e di costume che ha condizionato l'Italia per 13 anni. Quando si esaurirà anche il berlusconismo (ma sono convinto che la sinistra se lo dovrà sopportare ancora qualche anno con l'abituale corredo di scioperi, azioni giudiziarie, santori e travagli, alleati malpancisti) per la politica italiana si aprirà finalmente una fase nuova.
Che cosa è stato il prodismo? E, prima ancora, è legittimo parlare di prodismo? È legittimo perché, come altri «ismi» importanti della nostra storia (dal degasperismo al berlinguerismo, dal craxismo al berlusconismo), quel termine designa non solo l'avventura personale di un leader e di un gruppo di uomini a lui fedeli ma anche una cultura politica: Prodi e i suoi, quando inventarono l'Ulivo, proposero al Paese un'idea di società e un progetto per il futuro le cui coordinate culturali affondavano in una certa tradizione del cattolicesimo politico.
Politicamente, il prodismo è stato il frutto di una anomalia altrettanto radicale di quella che ha caratterizzato la storia del centrodestra, l'una e l'altra figlie del caos e della destrutturazione partitica seguiti al crollo della Prima Repubblica. All'anomalia dell'imprenditore che fonda un partito, «inventa» il centrodestra e ne diventa capo inamovibile ha fatto da pendant, a sinistra, l'anomalia di un uomo privo di una propria base partitica di potere che, nonostante ciò, per ben due volte, nel 1996 e nel 2006, viene scelto dalla sinistra come candidato premier.
Quell'anomalia si spiega con il fatto che gli ex comunisti identificarono in Prodi, per le sue personali caratteristiche politico-culturali, la sua storia passata e le sue relazioni presenti, l'uomo che avrebbe potuto traghettarli verso la Terra Promessa, là dove il peccato originale sarebbe stato mondato, là dove gli «ex» sarebbero diventati, prima o poi, dei «post». Nel '96, Prodi era perfetto per il ruolo. Veniva dalla sinistra democristiana, da un mondo che aveva sempre dialogato col Pci e ne aveva condiviso i nemici (l'alleanza contro Craxi fu la progenitrice della successiva alleanza contro Berlusconi). In più, la sua fama di tecnocrate, la dote di relazioni con il business e con la finanza di cui disponeva e la sua concretezza padana promettevano di dare alla sinistra quel valore aggiunto di «modernità» di cui essa aveva allora disperatamente bisogno.
C'è una differenza fondamentale fra il Prodi che affronta le elezioni del 1996 e poi governa per due anni e il Prodi dal 2006 ad oggi. È quella che corre fra un fenomeno politico nella fase iniziale, ascendente, e lo stesso fenomeno colto nel momento discendente della sua parabola.
Nel 1996 Prodi suscitò grandi attese nel «popolo di sinistra». Suscitò, per esempio, l'entusiasmo di tanti intellettuali (molti dei quali, già fiancheggiatori del Pci, si trovarono a proprio agio con un uomo della sinistra cattolica, per giunta professore, ossia uno di loro). Inoltre, più e meglio degli ex comunisti, egli sembrava in grado, usando le corde del cattolicesimo sociale, di «far ragionare» anche la sinistra estrema. Promise l'Europa, il mercato, l'equità sociale, la normalità democratica.
Mise in piedi una coalizione che non era solo «contro» (Berlusconi) ma che aveva anche qualche idea sul che fare per l'Italia. I suoi due anni di governo furono dominati dall'esigenza del rigore (Ciampi, al Tesoro, fu il suo alter ego) e dalla ricerca, coronata da successo, dell'ingresso nell'euro. Poi l'uomo «senza partito» venne messo da parte, tradito dalla sinistra estrema ma anche dal fatto che gli «ex» pensarono (sbagliando) di poterne ormai fare a meno. Richiamato in servizio nel 2006 (per le stesse ragioni per cui era stato incoronato dieci anni prima) si è trovato ad operare in tutt'altre condizioni. Era ormai diverso lui ed erano diversi i tempi. Nel 2006 la coalizione messa in piedi è stata, a differenza del '96, solo un'accozzaglia eterogenea creata per battere Berlusconi. La nuova legge elettorale ha avuto le sue colpe ma è falso che tutte le colpe siano della legge elettorale. Arrivato fortunosamente al governo, Prodi si è trovato privo di una «missione» e, per giunta, a capo dell'esecutivo più spostato a sinistra dell'intera storia repubblicana. Era rimasta solo, del tempo che fu, l'aspirazione al rigore (con Padoa-Schioppa al posto di Ciampi), bilanciata, però, dalla forza del «partito della spesa» e dal fatto che ora Prodi, molto più che nel '96, si proponeva come il garante del rapporto fra moderati e sinistra estrema. Dietrologie a parte, è vero che l'incoronazione di Walter Veltroni a leader del Partito democratico ha dato al prodismo la botta definitiva. A differenza di D'Alema (l'ultimo dei togliattiani), Veltroni è davvero un «post», uno che si è lasciato alle spalle il passato. La sua affermazione come leader ha reso superflui Prodi e il prodismo. Per un paradosso storico i prodiani furono i primi a volere il Partito democratico ma la sua nascita ha segnato l'inizio della loro fine politica. È tutto qui il nodo della ormai famosa «vocazione maggioritaria». Nella visione che era stata dei prodiani il Partito democratico doveva essere il baricentro di una più larga Unione nella quale far convivere la sinistra estrema e quella moderata. Nella visione di un «post» senza complessi come Veltroni il Partito democratico deve diventare adulto camminando sulle proprie gambe. Non è che quella dei prodiani sia una visione «maggioritaria» e bipolare e quella di Veltroni no. Sono due modi diversi di declinare l'idea maggioritaria. Solo che in quella di Veltroni non c'è più posto per i mediatori fra sinistra moderata e sinistra estrema. Al di là delle apparenze odierne la partita non è finita e Prodi non è uno che si fa mettere da parte. Chi scommette sul fatto che le tensioni interne al Partito democratico diventeranno fortissime scommette sul sicuro.
di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera
Mi sembra un'analisi felicissima di un fenomeno politico e di costume che ha condizionato l'Italia per 13 anni. Quando si esaurirà anche il berlusconismo (ma sono convinto che la sinistra se lo dovrà sopportare ancora qualche anno con l'abituale corredo di scioperi, azioni giudiziarie, santori e travagli, alleati malpancisti) per la politica italiana si aprirà finalmente una fase nuova.
25 gennaio 2008
C'era il governo Prodi
Questo è un fatto oggettivo. Il governo è caduto al Senato per mano della propria maggioranza, per l'appagamento di un italiano all'estero, per le astuzie luciferine di uno dei Padri della Patria. Uno dei politici peggiori e più spocchiosi della storia repubblicana si ferma. Spero non sia solo per un giro.
L'immediato domani è incerto per le lacerazioni della maggioranza unicamerale e per le divaricazioni tattiche dei maggiori partiti. L'ultimo rumor in ordine di tempo parla di un governo tecnico proposta dal PD, a guida Gianni Letta, per fare la riforma elettorale. Se vero, è la conferma che l'asse Veltroni-Berlusconi resiste e che andremo a votare nella primavera del 2009 al compimento della mezza legislatura (scatto della pensione per i neonominati).
Questa è la nostra classe politica, ispirata da profonde pulsioni morali. Ne abbiamo avuto conferma assistendo sul Canale 824 a tutto il dibattito senatoriale. Tra dotte citazioni latine, richiami a Gramsci, alla Costituzione sacra ed inviolabile, al Popolo sovrano, con sovrappiù di una appassionata lettura di una poesia di Pablo Neruda e di un ardito confronto del discorso di Romano con quello crepuscolare al Lirico di Benito nel 1944, il tutto condito da insulti, sputi, schiamazzi e bottiglioni di spumante pronti per il botto, si è giocata la battaglia senza esclusione di colpi per l'acquisto dei voti che stavano sul crinale del quorum. Tutte le armi sono state usate, dalla stantia assunzione del segretario particolare del senatore dell'Udeur alle promesse di radiosi domani nei nuovi governi. Uno spettacolo inverecondo, stupendamente sintetizzato dal Maestro Mario Cervi: «Alcuni esponenti della politica somigliano a quel principe di casa Savoia che non finiva mai una guerra dalla stessa parte in cui l'aveva cominciata, e se finiva dalla stessa parte voleva dire che aveva cambiato casacca due volte».
Per costoro saremo chiamati all'ennesima elezione.
L'orizzonte è color pece.
L'immediato domani è incerto per le lacerazioni della maggioranza unicamerale e per le divaricazioni tattiche dei maggiori partiti. L'ultimo rumor in ordine di tempo parla di un governo tecnico proposta dal PD, a guida Gianni Letta, per fare la riforma elettorale. Se vero, è la conferma che l'asse Veltroni-Berlusconi resiste e che andremo a votare nella primavera del 2009 al compimento della mezza legislatura (scatto della pensione per i neonominati).
Questa è la nostra classe politica, ispirata da profonde pulsioni morali. Ne abbiamo avuto conferma assistendo sul Canale 824 a tutto il dibattito senatoriale. Tra dotte citazioni latine, richiami a Gramsci, alla Costituzione sacra ed inviolabile, al Popolo sovrano, con sovrappiù di una appassionata lettura di una poesia di Pablo Neruda e di un ardito confronto del discorso di Romano con quello crepuscolare al Lirico di Benito nel 1944, il tutto condito da insulti, sputi, schiamazzi e bottiglioni di spumante pronti per il botto, si è giocata la battaglia senza esclusione di colpi per l'acquisto dei voti che stavano sul crinale del quorum. Tutte le armi sono state usate, dalla stantia assunzione del segretario particolare del senatore dell'Udeur alle promesse di radiosi domani nei nuovi governi. Uno spettacolo inverecondo, stupendamente sintetizzato dal Maestro Mario Cervi: «Alcuni esponenti della politica somigliano a quel principe di casa Savoia che non finiva mai una guerra dalla stessa parte in cui l'aveva cominciata, e se finiva dalla stessa parte voleva dire che aveva cambiato casacca due volte».
Per costoro saremo chiamati all'ennesima elezione.
L'orizzonte è color pece.
23 gennaio 2008
21 gennaio 2008
La repubblica dei pirla
Oggi guardavo le fiancate della "Celeste", che è la nostra auto di servizio (quella che pernotta in strada) e il reticolo di sfregi da punteruolo, chiave, e altri oggetti contundenti sulle fiancate. Mi sono convinto che la massima americana di marketing "member get member" è profondamente vera. Trova un pirla che ti sfregia la macchina, ed il richiamo per la comunità dei pirla ad imitarlo è assicurato. In queste intraprese, l'Italiano è l'essere più consociativo del mondo. Basta guardare i muri, i vetri dei tram, i treni, le manifestazioni ed i cortei. In estrema sintesi, un paese di pirla!
17 gennaio 2008
Campania chiama Italia
Malaticcio e nullafacente, ho assistito a tutta la conferenza stampa del Sen. Clemente Mastella, Ministro Guardasigilli dimissionario e dimissionato da un provvedimento giudiziario.
Quaranta minuti di un fluviale monologo, durante il quale si è dipanata una sorta di sceneggiata napoletana autocelebrativa, ora suadente ora minacciosa, con accenni di finta commozione per la sorte della moglie che è agli arresti domiciliari non perché ha fatto impazzire la maionese ma perché, come presidente della regione Campania, ha serenamente comunicato ad un traditore del partito che poteva considerarsi «un uomo morto». Non sono mancati gli excursus sulla sua benemerita carriera politica, i geniali provvedimenti adottati come ministro, le minacce al magistrato che ha firmato le ordinanze di carcerazione alla consorte ed a mezzo partito dell'Udeur in Campania, e la promessa che appena finito di confortare la moglie tornerà a fare politica più forte che pria.
Un piccolo gioiello, una rappresentazione assolutamente geniale del politicante italiano, ché dire meridionale sarebbe ingeneroso verso l'eguale creatività dei colleghi del Nord.
Se uno straniero desideroso di capire le storture della politica italiana volesse un esempio pratico, gli si potrebbe fornire la cassetta dell'evento. Se un sociologo volesse spiegare perché gli italiani diffidano della politica potrebbe, invece di intervistare i professionisti dei sondaggi, fare l'analisi logica e grammaticale dell'eloquio mastelliano.
Se qualcuno volesse arditamente capire perché la giustizia funziona come la politica nel bel paese, potrebbe analizzarsi l'altra emblematica cassetta della conferenza stampa del Procuratore capo di Santa Maria Capua a Vetere, di colui cioè che ha spiccato i mandati contro i Mastella e gli amici.
Eloquio dialettale, sincretismi, autoritarismo minaccioso, piglio di chi, a quindici giorni dalla pensione, sa di potere tenere in balìa anche il ministro suo superiore gerarchico.
Perché la legge è eguale per tutti, conclude il magistrato all'indirizzo del Mastella e dei giornalisti vocianti.
Sono orgoglioso di essere nato in Italia.
Quaranta minuti di un fluviale monologo, durante il quale si è dipanata una sorta di sceneggiata napoletana autocelebrativa, ora suadente ora minacciosa, con accenni di finta commozione per la sorte della moglie che è agli arresti domiciliari non perché ha fatto impazzire la maionese ma perché, come presidente della regione Campania, ha serenamente comunicato ad un traditore del partito che poteva considerarsi «un uomo morto». Non sono mancati gli excursus sulla sua benemerita carriera politica, i geniali provvedimenti adottati come ministro, le minacce al magistrato che ha firmato le ordinanze di carcerazione alla consorte ed a mezzo partito dell'Udeur in Campania, e la promessa che appena finito di confortare la moglie tornerà a fare politica più forte che pria.
Un piccolo gioiello, una rappresentazione assolutamente geniale del politicante italiano, ché dire meridionale sarebbe ingeneroso verso l'eguale creatività dei colleghi del Nord.
Se uno straniero desideroso di capire le storture della politica italiana volesse un esempio pratico, gli si potrebbe fornire la cassetta dell'evento. Se un sociologo volesse spiegare perché gli italiani diffidano della politica potrebbe, invece di intervistare i professionisti dei sondaggi, fare l'analisi logica e grammaticale dell'eloquio mastelliano.
Se qualcuno volesse arditamente capire perché la giustizia funziona come la politica nel bel paese, potrebbe analizzarsi l'altra emblematica cassetta della conferenza stampa del Procuratore capo di Santa Maria Capua a Vetere, di colui cioè che ha spiccato i mandati contro i Mastella e gli amici.
Eloquio dialettale, sincretismi, autoritarismo minaccioso, piglio di chi, a quindici giorni dalla pensione, sa di potere tenere in balìa anche il ministro suo superiore gerarchico.
Perché la legge è eguale per tutti, conclude il magistrato all'indirizzo del Mastella e dei giornalisti vocianti.
Sono orgoglioso di essere nato in Italia.
Deserto
Ho soggiornato a Natale sino a fine anno sul Mar Rosso, a Sharm. Non nascondo tutta la mia diffidenza per una scelta che era di ripiego rispetto al progetto iniziale di una crociera sul Nilo.
Sono tornato con il rammarico di chi lascia un mondo diverso ed incantato e non tanto per la località marina, che ha subito le violenze dell'edilizia turistica di massa, e meno ancora per l'invadente e sgradevole presenza assolutamente maggioritaria di compatrioti casinari, vocianti, attaccabrighe, con prole numerosa come solo si vedeva ai tempi del Testone. Non per questo, ma per la magica esperienza nel deserto del Sinai fra i beduini, o verso il monastero di Santa Caterina. Un mondo pietrificato, in cui il senso dell'immenso si disegna sugli sfondi montagnosi, nell'infinito del cielo color cobalto non ingombrato da alcun filamento di nubi, nello scenario della volta notturna affollata di stelle e costellazioni ignote, e con la mezza luna rovesciata rispetto alle nostre latitudini. Poi, allontanandosi di soli pochi metri dai compagni di escursione, il silenzio inquietante che ti accompagnerebbe inesorabile se tu fossi pellegrino come qualche ramingo perduto.
Questo mondo ti entra nella mente e risveglia arcaiche memorie o future angosce, quei colori netti senza sfumature sembrano appartenere ad un dopo che dovremo percorrere in solitudine, nella speranza di trovare, oltre il profilo lontano delle pietraie, l'oasi dell'eterno.
Sono tornato con il rammarico di chi lascia un mondo diverso ed incantato e non tanto per la località marina, che ha subito le violenze dell'edilizia turistica di massa, e meno ancora per l'invadente e sgradevole presenza assolutamente maggioritaria di compatrioti casinari, vocianti, attaccabrighe, con prole numerosa come solo si vedeva ai tempi del Testone. Non per questo, ma per la magica esperienza nel deserto del Sinai fra i beduini, o verso il monastero di Santa Caterina. Un mondo pietrificato, in cui il senso dell'immenso si disegna sugli sfondi montagnosi, nell'infinito del cielo color cobalto non ingombrato da alcun filamento di nubi, nello scenario della volta notturna affollata di stelle e costellazioni ignote, e con la mezza luna rovesciata rispetto alle nostre latitudini. Poi, allontanandosi di soli pochi metri dai compagni di escursione, il silenzio inquietante che ti accompagnerebbe inesorabile se tu fossi pellegrino come qualche ramingo perduto.
Questo mondo ti entra nella mente e risveglia arcaiche memorie o future angosce, quei colori netti senza sfumature sembrano appartenere ad un dopo che dovremo percorrere in solitudine, nella speranza di trovare, oltre il profilo lontano delle pietraie, l'oasi dell'eterno.
16 gennaio 2008
Patologia
All'improvviso uno sconosciuto
Le esagerazioni giornalistiche fanno parte del normale marketing cialtrone, essendo il tifoso di quelle solite cinque squadre l'architrave del sistema, ma questo non toglie che l'esordio milanista di Pato abbia portato una ventata di freschezza in una serie A già scritta: i nuovi aggettivi per l'Inter, i complimenti alla Roma, il carattere della Juve ed il Milan che risucchia Fiorentina e Udinese per il quarto posto non sembrano argomenti emozionanti come quello che si vede in campo. Pato ha impressionato per le giocate in campo (ma per Del Piero o, per non andare lontano, Gilardino, la pagella sarebbe stata "Si muove bene facendosi trovare spesso smarcato in posizione di tiro: impreciso sottoporta, il gol del cinque a due è da incorniciare: voto 6,5") e divertito per la sopresa che ha creato nella maggioranza di presunti addetti ai lavori. Ridottisi a pomparlo utilizzando golletti in allenamento (li segna anche Emerson, premio Bronzetti 2007) piuttosto che il suo straordinario valore già dimostrato nel calcio vero: dal debutto super con l'Internacional di Porto Alegre al Mondiale per club vinto da coprotagonista un anno prima... del Milan, segnando un gol (sia pure all'Al Ahly: segnatura comunque importante, che lo ha fatto diventare il più giovane marcatore nella fase finale di una competizione Fifa, oscurando il Pelé 1958 contro il Galles di John Charles) e giocando la finale, non certo clandestina, con il Barcellona. Per tacere del Sudamericano Under 20 stradominato con il suo Brasile (il capocannoniere fu però l'uruguagio-palermitano Cavani) e di giocate televiste in tutto il mondo, supportate da un fisico che alla sua età pochi campioni hanno avuto già così strutturato: insomma, ragazzino solo per l'anagrafe e perfettamente inserito nella tendenza dei grandi club europei. In sintesi: il fenomeno di fama universale viene messo sul mercato, più o meno a caro prezzo (non è quasi mai questo il problema, a un certo livello di immagine l'ingaggio si paga da solo), solo quando è in parabola discendente o umanamente diventa ingestibile, quindi diventa logico strapagare e difendere anche mediaticamente i Pato piuttosto che i Gourcuff. Come sembrano lontani i discorsi di Berlusconi sul Milan dei giovani lombardi: il più giovane, fra quelli cresciuti nel vivaio, ha 39 anni...
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva
Le esagerazioni giornalistiche fanno parte del normale marketing cialtrone, essendo il tifoso di quelle solite cinque squadre l'architrave del sistema, ma questo non toglie che l'esordio milanista di Pato abbia portato una ventata di freschezza in una serie A già scritta: i nuovi aggettivi per l'Inter, i complimenti alla Roma, il carattere della Juve ed il Milan che risucchia Fiorentina e Udinese per il quarto posto non sembrano argomenti emozionanti come quello che si vede in campo. Pato ha impressionato per le giocate in campo (ma per Del Piero o, per non andare lontano, Gilardino, la pagella sarebbe stata "Si muove bene facendosi trovare spesso smarcato in posizione di tiro: impreciso sottoporta, il gol del cinque a due è da incorniciare: voto 6,5") e divertito per la sopresa che ha creato nella maggioranza di presunti addetti ai lavori. Ridottisi a pomparlo utilizzando golletti in allenamento (li segna anche Emerson, premio Bronzetti 2007) piuttosto che il suo straordinario valore già dimostrato nel calcio vero: dal debutto super con l'Internacional di Porto Alegre al Mondiale per club vinto da coprotagonista un anno prima... del Milan, segnando un gol (sia pure all'Al Ahly: segnatura comunque importante, che lo ha fatto diventare il più giovane marcatore nella fase finale di una competizione Fifa, oscurando il Pelé 1958 contro il Galles di John Charles) e giocando la finale, non certo clandestina, con il Barcellona. Per tacere del Sudamericano Under 20 stradominato con il suo Brasile (il capocannoniere fu però l'uruguagio-palermitano Cavani) e di giocate televiste in tutto il mondo, supportate da un fisico che alla sua età pochi campioni hanno avuto già così strutturato: insomma, ragazzino solo per l'anagrafe e perfettamente inserito nella tendenza dei grandi club europei. In sintesi: il fenomeno di fama universale viene messo sul mercato, più o meno a caro prezzo (non è quasi mai questo il problema, a un certo livello di immagine l'ingaggio si paga da solo), solo quando è in parabola discendente o umanamente diventa ingestibile, quindi diventa logico strapagare e difendere anche mediaticamente i Pato piuttosto che i Gourcuff. Come sembrano lontani i discorsi di Berlusconi sul Milan dei giovani lombardi: il più giovane, fra quelli cresciuti nel vivaio, ha 39 anni...
di Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva
14 gennaio 2008
Pubblicità mendace
Non credete agli spot di Fastweb. Sono inefficienti come tutti gli altri ed anche menefreghisti con il cliente. Un guasto tecnico del 5 Novembre al modem é stato rimediato il 10 Gennaio.
Mi è mancato l'appuntamento con il mio diario elettronico e le quattro stronzate che scrivevo.
Rimedieremo da oggi per il divertimento o il tedio di pochi amici.
Buon anno a tutti!
Mi è mancato l'appuntamento con il mio diario elettronico e le quattro stronzate che scrivevo.
Rimedieremo da oggi per il divertimento o il tedio di pochi amici.
Buon anno a tutti!
21 novembre 2007
Giù le mani da Internet
Col pretesto dei diritti degli utenti si creano solo burocrazie e censure.
Stefano Rodotà, in un torrenziale intervento su Repubblica, sostiene che debbono essere meglio garantiti i diritti degli utenti di Internet, sottoposti alle vessazioni della pubblicità molesta. E’ vero che l’uso spregiudicato dei dati personali da parte di varie agenzie che vendono elenchi di indirizzi e-mail è la fonte di fastidiose intromissioni nella posta elettronica personale. Ma, in realtà, quando si parla di diritti nella comunicazione informatica è evidente che il vero problema è rappresentato da quei governi che agiscono per censurare la libera espressione del pensiero, a cominciare da quello di Pechino, che ha persino indotto o costretto a collaborare grandi compagnie di comunicazione informatica come Google. Rodotà sostiene che i codici di autoregolamentazione affiderebbero ai privati la tutela di un diritto “pubblico”. Per la verità gli interventi statali o sovranazionali in tutela della privacy, finora, si sono solo tradotti in un carico burocratico supplettivo, mentre non hanno per nulla protetto la privacy, evitando ad esempio che le intercettazioni delle conversazioni private venissero pubblicate integralmente sui giornali. Infine l’idea che ad amministrare la protezione dei diritti in Internet sia una specie di Spektre giudiziaria mondiale che Rodotà chiama “global community of courts” fa venire i brividi. Chissà che non ne facciano parte anche gli zelanti sostenitori della sharia al potere in Iran. Qualcuno è disposto ad affidare loro la tutela dei suoi diritti? D’altra parte l’irritazione degli utenti Internet per lo spam ha già spinto le principali compagnie a stilare regole per contrastare il fenomeno, la tecnologia sta elaborando nuovi sistemi di difesa. La felice anarchia degli internauti, nata senza intromissioni statali, è cresciuta a dismisura fino a oggi. Vuol dire che la libertà si espande, e non ha bisogno di tutori burocratici o istituzionali, che come dimostrano i precedenti, sanno solo creare nuove pastoie.
da Il Foglio di oggi
Stefano Rodotà, in un torrenziale intervento su Repubblica, sostiene che debbono essere meglio garantiti i diritti degli utenti di Internet, sottoposti alle vessazioni della pubblicità molesta. E’ vero che l’uso spregiudicato dei dati personali da parte di varie agenzie che vendono elenchi di indirizzi e-mail è la fonte di fastidiose intromissioni nella posta elettronica personale. Ma, in realtà, quando si parla di diritti nella comunicazione informatica è evidente che il vero problema è rappresentato da quei governi che agiscono per censurare la libera espressione del pensiero, a cominciare da quello di Pechino, che ha persino indotto o costretto a collaborare grandi compagnie di comunicazione informatica come Google. Rodotà sostiene che i codici di autoregolamentazione affiderebbero ai privati la tutela di un diritto “pubblico”. Per la verità gli interventi statali o sovranazionali in tutela della privacy, finora, si sono solo tradotti in un carico burocratico supplettivo, mentre non hanno per nulla protetto la privacy, evitando ad esempio che le intercettazioni delle conversazioni private venissero pubblicate integralmente sui giornali. Infine l’idea che ad amministrare la protezione dei diritti in Internet sia una specie di Spektre giudiziaria mondiale che Rodotà chiama “global community of courts” fa venire i brividi. Chissà che non ne facciano parte anche gli zelanti sostenitori della sharia al potere in Iran. Qualcuno è disposto ad affidare loro la tutela dei suoi diritti? D’altra parte l’irritazione degli utenti Internet per lo spam ha già spinto le principali compagnie a stilare regole per contrastare il fenomeno, la tecnologia sta elaborando nuovi sistemi di difesa. La felice anarchia degli internauti, nata senza intromissioni statali, è cresciuta a dismisura fino a oggi. Vuol dire che la libertà si espande, e non ha bisogno di tutori burocratici o istituzionali, che come dimostrano i precedenti, sanno solo creare nuove pastoie.
da Il Foglio di oggi
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