Nelle prime dichiarazioni alla stampa, il Presidente del Consiglio “in pectore” Silvio Berlusconi ha indicato che il nuovo Governo dovrà prendere misure impopolari; per questo motivo è necessario che la maggioranza parlamentare sia coesa.
Di cosa si tratta? Non certo d’aumenti della pressione fiscale – di cui è stata annunciata, invece, una riduzione. Neanche di tagli alle voci di spesa pubblica inerenti ai trasferimenti alle famiglie (pensioni, sanità, sussidi alle fasce più deboli). Non potranno chiamarsi “impopolari” i provvedimenti (quali la razionalizzazione di appalti e commesse) mirati a spendere meglio le risorse di tutti.
Per comprendere cosa probabilmente intende Berlusconi (stiamo congetturando ipotesi) occorre prendere un documento appena diramato (il “Bollettino” più recente della Banca centrale europea- Bce) ed un bel libro uscito un anno fa negli Stati Uniti (Barry Eichengreen “The European Economy since 1945: Coordinate Capitalism and Beyond” Princeton University Press, 2007 pp. xx 495 $ 35).
Prendiamo l’avvio dal lavoro di Eichengreen , risultato di 20 anni di studi della rapida crescita (tra il 1950 ed il 1973) e del successivo debole andamento e stasi delle economie europee, oltre che delle prospettiva “di sopravvivenza” del “modello europeo” nel contesto dell’integrazione economica internazionale.
Il punto centrale è che l’Europa occidentale in generale (e l’Italia più di altri Paesi) sono state caratterizzate da un “capitalismo coordinato” (un modo elegante per dire “corporativo”) che hanno permesso lo slancio del 1950-73 (grazie alla concertazione e consociazione tra produttori – il “patto” di cui ha parlato nostalgicamente WV, Walter Veltroni, negli ultimi giorni della campagna elettorale) ma hanno in seguito ingabbiato la crescita in una ragnatela di reti corporative. Il pilastro delle “misure impopolari” è la rottura di questa ragnatela. Berlusconi lo ha sperimentato sulla propria pelle nella XII legislatura (quando tentò una riforma sensata e moderata della previdenza) e nella XIV (quando iniziò il programma di liberalizzazioni). Le “lenzuolate” varate (senza grande esito) dal Ministro alla Sviluppo Economico Pierluigi Bersani nella XV legislatura non hanno certo contribuito alla popolarità del già malmesso Governo Prodi. Il capitalismo coordinato delle corporazioni comporta costi per chi perde rendite di posizione; dato che in Italia (e non solo) le categorie che fruiscono di tali rendite sono numerosissime, le misure dirette verso tali obiettivi (per rilanciare produttività e competitività) sono inevitabilmente impopolari.
Il documento Bce è soltanto l’ultimo (per ora) in ordine di tempo e fornisce il parere di un’organizzazione internazionale sull’urgenza di riforme (specialmente nei mercati dei prodotti e dei servizi oltre che nella spesa pubblica) per rimettere in moto l’economia italiana.
Una ventina di anni fa, un socio-economista americano (ma cresciuto a Trieste), Albert Hirschmann, allora considerato tra i beniamini della sinistra, ha pubblicato un libro su “Come far passare le riforme” (edito in Italia da Il Mulino): uno dei punti essenziali dell’analisi è il messaggio secondo cui i “reform monger” (coloro che vogliono fare le riforme) devono trovare un grimaldello, spesso esterno, per rompere i muri di gomma e le sabbie mobili che ostacolo il rinnovamento e l’innovazione. Nello studio fondamentale di Paul Pierson sulle riforme attuate negli Anni 80 negli Usa ed in Gran Bretagna (“Dismantling the Welfare State? Reagan, Thatcher and the Politics of Retrenchmen”. Cambridge University Press, 1994) si sottolinea come il grimaldello fu in un caso (Usa) l’invio dell’aereonatica per porre fine allo sciopero dei controllori di volo e nell’altro (GB) l’atteggiamento energico del Governo nei confronti del sindacato dei minatori. Né gli Stati Uniti né la Gran Bretagna sono alle prese con un “capitalismo coordinato” radicato come quello italiano.
Non è difficile individuare cosa fare (è appena uscito “Il Manuale delle Riforme” dell’Istituto Bruno Leoni ed il 18 maggio sarà in libreria il “Rapporto sulla liberalizzazione della società italiana” di Società Libera) ma è arduo capire quale può essere il grimaldello per avviare un processo di liberalizzazioni e di riforme, specialmente in una fase (come l’attuale) in cui il debole andamento dell’economia reale e la situazione della finanza pubblica non consentono di offrire “compensi” di breve periodo a chi, a torto od a ragione, crede di doversi sobbarcare costi per le liberalizzazioni e riforme.
Parafrasando il sindacalista francese Marc Blondel, possiamo, però, dire che le “non-riforme” sono molto più care. Non in base all’intuizione che le “non-riforme” sono una delle determinanti del più basso potenziale di crescita di lungo periodo (tra quelli dei Paesi Ocse) computato dalla Bce per l’Italia, un misero 1,3% l’anno. Ma sulla scorta d’analisi puntuali.
La prima è uno studio dell’Ocse di pochi mesi fa che non avuto quasi alcuna diffusione in Italia. Misura il differenziale di lungo termine di un indicatore composito (livelli e crescita del tenore di vita a parità di potere d’acquisto) rispetto ad un benchmark (metro di confronto) convenzionale, gli Usa: Italia e Giappone sono i Paesi che presentano il divario maggiore. Le non-riforme ci costano un tasso di crescita potenziale di almeno mezzo punto del pil l’anno: una legislatura di non riforme vuol dire una riduzione media dei tenori di vita almeno del 3% rispetto a quanto sarebbe stato possibile. Un’analisi freschissima del maggiore istituto tedesco di ricerca economica (l’Ifo) conferma queste stime e contiene indicazioni specifiche per mettersi al passo.
Per l’Italia, esse sono le seguenti: a) intensificare l’utilizzazione del lavoro (riducendo il cuneo fiscale ed incoraggiando la contrattazione collettiva decentrata al posto di quella nazionale) e b) aumentarne la produttività (promuovendo la concorrenza nei servizi cominciando dalla privatizzazione e liberalizzazione di quelli pubblici, migliorare scuola e università, modernizzare corporate governance e diritto fallimentare).
Salvatore Pennisi, su L'Occidentale
18 aprile 2008
17 aprile 2008
Il pallone politico
Più vincitori che vinti.
Che cosa cambierà nel micromondo calcistico con la vittoria elettorale di Berlusconi? Domanda non epocale, come quasi tutte le nostre, ma comunque di un certo interesse per chi di calcio vive. Per Abete cambia pochissimo: uomo di centro, navigatore nella politica senza mai sembrare maneggione, con il suo non decisionismo (da Donadoni a Collina, in un anno di presidenza non ha preso una decisione davvero sua) si è guadagnato l'indifferenza del futuro presidente del Consiglio, che continua a considerarlo il vice di Carraro. Un calcio veltroniano avrebbe ovviamente spostato la centralità del potere verso la federazione, ma di sicuro non si può dire che Abete abbia perso. Campane a morto invece per Antonio Matarrese, che con la storia del miliardo ha provato a svincolarsi dall'abbraccio della B facendo quello che pensa in grande dopo una vita passata a comporre contrasti fra ras di paese. Niente da fare: se la A saluterà la compagnia prima della fatidica data del 2010, quella di tutte le scadenze, commissioner della nuova lega 'leghista' sarà al 110 per 100 Adriano Galliani. Nell'arco di due anni far crescere un dirigente da Milan non dovrebbe essere difficile: il gruppo è pieno di ottimi manager per la gestione finanziaria, a cui affiancare un 'uomo di sport' (l'amico Natali, piuttosto che Costacurta o un direttore sportivo di provincia) per il mercato. E poi di strapagare bolliti dalla Spagna con la straordinaria consulenza di Bronzetti (è l'unico ad avere il numero di Barcellona e Real Madrid?) dovrebbero essere più o meno capaci tutti. Un Berlusconi presidente del Consiglio non potrà esserlo anche del Milan, ma nella sostanza cambierà poco. Vince Collina, che Berlusconi e Galliani hanno sempre rispettato tanto da non volersi esporre quando c'è stato da reclamare per qualche torto arbitrale subito dal Milan: alla classifica alla moviola ci ha pensato la Gazzetta (solo che quando la faceva Maurizio Mosca nel leggendario Appello del Martedì non veniva preso sul serio), ben prima della svolta free press a pagamento, nel senso che la Gazzetta attuale sembra una free press da metropolitana ma si paga. Perde Moratti, non solo per le simpatie politico-salottiere per la sinistra (in realtà più della moglie che sue), ma anche perché un presidente del Consiglio può perdere nel calcio ma ha tanti altri tavoli su cui giocare. I guadagni nella raffinazione del petrolio si giocano sui millesimi di euro, una tassettina in più o in meno cambia il destino di una dinastia industriale in un paese in crisi di approvigionamento energetico: diciamo che il Fraizzoli che dopo la telefonata di Andreotti straccia il contratto di Falcao è un paragone che ci può stare. Pareggia la Juventus, che ci ostiniamo per abitudine infantile a collegare al mondo Fiat: dall'abolizione del bollo a mille incentivi per l'auto, annunciati dalla benevolenza verso Silvio del gruppo mediatico Montezemolo, non sarà di sicuro obbligata a fare del pauperismo. E gli Elkann a Berlusconi non sono certo antipatici. Diciamo pareggio perché il reale progetto politico di Montezemolo puntava al pareggio elettorale per poi proporre uno pseudo-governo dei tecnici. Perde la Roma, con la famiglia Sensi ed il suo giocatore simbolo schierati compattamente per Veltroni ed ingiustamente presi di mira per questo: che il gruppo sia di fatto ostaggio di Unicredit è un elemento che gioca a favore della vendita del magnate di turno, al quale ovviamente non basteranno i soldi ma dovrà trovare anche consenso. Se è vero, come è vero, che i mezzi flop con Manchester United (in modo ostile) e Inter (in modo più discreto) non sono stati dimenticati, una squadra ed una città di notorietà mondiale non dovrebbero dispiacere a Murdoch, eterno finto nemico del Berlusca. Questa la politica, mentre per quanto riguarda i soldi già adesso si puà dire che la legge Melandri sarà spazzata via, più probabilmente per via giudiziaria che parlamentare: gli arieti Sky, De Laurentiis e Zamparini provvederanno a sfondare questo cigolante portone ed a tornare entro il solito 2010 alla soggettività dei diritti tivù. Per il resto nessuno scenario sconvolto: Sky per il satellite, Mediaset e La7 per il digitale terrestre, continueranno a dare il grosso, mentre il piccolo, per il chiaro, quasi certamente tornerà ad una Rai costretta a sobbarcarsi, con la scusa del servizio pubblico, anche una serie B che fra qualche anno non dovremmo vedere più. Ha vinto Berlusconi, ma in generale il calcio di vertice ci guadagnerà. Dimenticavamo: l'uomo forte del Berlusconi politico sarà Gianni Letta, questo significa la ricomparsa calcistica in terra italiana di Franco Carraro, attualmente all'esecutivo Uefa. Non riusciamo ad immaginare in quale ruolo, avendoli già ricoperti tutti e più di una volta.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
Che cosa cambierà nel micromondo calcistico con la vittoria elettorale di Berlusconi? Domanda non epocale, come quasi tutte le nostre, ma comunque di un certo interesse per chi di calcio vive. Per Abete cambia pochissimo: uomo di centro, navigatore nella politica senza mai sembrare maneggione, con il suo non decisionismo (da Donadoni a Collina, in un anno di presidenza non ha preso una decisione davvero sua) si è guadagnato l'indifferenza del futuro presidente del Consiglio, che continua a considerarlo il vice di Carraro. Un calcio veltroniano avrebbe ovviamente spostato la centralità del potere verso la federazione, ma di sicuro non si può dire che Abete abbia perso. Campane a morto invece per Antonio Matarrese, che con la storia del miliardo ha provato a svincolarsi dall'abbraccio della B facendo quello che pensa in grande dopo una vita passata a comporre contrasti fra ras di paese. Niente da fare: se la A saluterà la compagnia prima della fatidica data del 2010, quella di tutte le scadenze, commissioner della nuova lega 'leghista' sarà al 110 per 100 Adriano Galliani. Nell'arco di due anni far crescere un dirigente da Milan non dovrebbe essere difficile: il gruppo è pieno di ottimi manager per la gestione finanziaria, a cui affiancare un 'uomo di sport' (l'amico Natali, piuttosto che Costacurta o un direttore sportivo di provincia) per il mercato. E poi di strapagare bolliti dalla Spagna con la straordinaria consulenza di Bronzetti (è l'unico ad avere il numero di Barcellona e Real Madrid?) dovrebbero essere più o meno capaci tutti. Un Berlusconi presidente del Consiglio non potrà esserlo anche del Milan, ma nella sostanza cambierà poco. Vince Collina, che Berlusconi e Galliani hanno sempre rispettato tanto da non volersi esporre quando c'è stato da reclamare per qualche torto arbitrale subito dal Milan: alla classifica alla moviola ci ha pensato la Gazzetta (solo che quando la faceva Maurizio Mosca nel leggendario Appello del Martedì non veniva preso sul serio), ben prima della svolta free press a pagamento, nel senso che la Gazzetta attuale sembra una free press da metropolitana ma si paga. Perde Moratti, non solo per le simpatie politico-salottiere per la sinistra (in realtà più della moglie che sue), ma anche perché un presidente del Consiglio può perdere nel calcio ma ha tanti altri tavoli su cui giocare. I guadagni nella raffinazione del petrolio si giocano sui millesimi di euro, una tassettina in più o in meno cambia il destino di una dinastia industriale in un paese in crisi di approvigionamento energetico: diciamo che il Fraizzoli che dopo la telefonata di Andreotti straccia il contratto di Falcao è un paragone che ci può stare. Pareggia la Juventus, che ci ostiniamo per abitudine infantile a collegare al mondo Fiat: dall'abolizione del bollo a mille incentivi per l'auto, annunciati dalla benevolenza verso Silvio del gruppo mediatico Montezemolo, non sarà di sicuro obbligata a fare del pauperismo. E gli Elkann a Berlusconi non sono certo antipatici. Diciamo pareggio perché il reale progetto politico di Montezemolo puntava al pareggio elettorale per poi proporre uno pseudo-governo dei tecnici. Perde la Roma, con la famiglia Sensi ed il suo giocatore simbolo schierati compattamente per Veltroni ed ingiustamente presi di mira per questo: che il gruppo sia di fatto ostaggio di Unicredit è un elemento che gioca a favore della vendita del magnate di turno, al quale ovviamente non basteranno i soldi ma dovrà trovare anche consenso. Se è vero, come è vero, che i mezzi flop con Manchester United (in modo ostile) e Inter (in modo più discreto) non sono stati dimenticati, una squadra ed una città di notorietà mondiale non dovrebbero dispiacere a Murdoch, eterno finto nemico del Berlusca. Questa la politica, mentre per quanto riguarda i soldi già adesso si puà dire che la legge Melandri sarà spazzata via, più probabilmente per via giudiziaria che parlamentare: gli arieti Sky, De Laurentiis e Zamparini provvederanno a sfondare questo cigolante portone ed a tornare entro il solito 2010 alla soggettività dei diritti tivù. Per il resto nessuno scenario sconvolto: Sky per il satellite, Mediaset e La7 per il digitale terrestre, continueranno a dare il grosso, mentre il piccolo, per il chiaro, quasi certamente tornerà ad una Rai costretta a sobbarcarsi, con la scusa del servizio pubblico, anche una serie B che fra qualche anno non dovremmo vedere più. Ha vinto Berlusconi, ma in generale il calcio di vertice ci guadagnerà. Dimenticavamo: l'uomo forte del Berlusconi politico sarà Gianni Letta, questo significa la ricomparsa calcistica in terra italiana di Franco Carraro, attualmente all'esecutivo Uefa. Non riusciamo ad immaginare in quale ruolo, avendoli già ricoperti tutti e più di una volta.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
Uno di noi
Ieri sera all'Olimpico di Torino, Hector Cuper (l'eroe immortale del Cinque Maggio) è tornato dopo sei anni ad affrontare il suo incubo a strisce bianconere, sulla panchina del Parma.
La "giornata della memoria" si è consumata nel pieno rispetto dei rituali canonici: sconfitta rotonda (3 a 0), con primo gol juventino in chiaro off-side (di Trezeguet) e tributo finale della curva goeba: Cuper, uno di noi!
Per non dimenticare.
La "giornata della memoria" si è consumata nel pieno rispetto dei rituali canonici: sconfitta rotonda (3 a 0), con primo gol juventino in chiaro off-side (di Trezeguet) e tributo finale della curva goeba: Cuper, uno di noi!
Per non dimenticare.
16 aprile 2008
Ciao, Marisa
Scompare Marisa Sannia, cantante tra poesia e Sardegna.
Marisa Sannia nasce a Iglesias (Cagliari) il 15 febbraio 1947. La sua voce aggraziata e le sue raffinate interpretazioni hanno contribuito ad arricchire il panorama musicale italiano con brani di grande successo, soprattutto negli anni sessanta e settanta, periodo di sua maggiore popolarità: il consenso accordatole dai numerosissimi ammiratori l'ha portata ad essere ancora oggi una delle cantanti più collezionate e ricercate. La personalità complessa ed i molteplici interessi sono testimoniati inoltre dall'attività agonistica (ancora giovanissima) nella squadra del Cus Cagliari, dove si mise in luce per le spiccate doti atletiche, doti che le permisero di diventare una delle migliori cestiste di quegli anni e di approdare alla nazionale maggiore. L'esordio di Marisa Sannia nel mondo della musica leggera risale ai primi anni '60 insieme a “I Principi”, un gruppo di Cagliari con il quale si esibiva prima di intraprendere la carriera solista. L’occasione le fu offerta dalla partecipazione ad un concorso di voci nuove, nel 1965 ad Iglesias, dove si classificò seconda con il brano di Adamo “Perduto amore”. La svolta decisiva per Marisa Sannia fu un concorso indetto dalla Fonit Cetra, che le permise di ottenere un contratto con la casa discografica torinese di ben quattro anni. Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov ascoltando la voce della giovane interprete durante un'audizione, decisero di diventarne i produttori: il primo 45 giri fu “Tutto o niente” (il retro “Dai” fu composto da Bruno Canfora). Il debutto televisivo avvenne in occasione della trasmissione “Scala reale” nell'ottobre del 1966, dove la Sannia ottenne giudizi favorevoli sia dalla critica che dal pubblico. Seguirono altri successi come “Una cartolina”, ”Sono innamorata (ma non tanto)” e “Sarai fiero di me”, brano che ottenne il premio della critica discografica e che conquistò il terzo posto nella “sezione giovani” al Festivalbar del '67. La televisione contribuì ben presto alla sua popolarità, nel 1967 partecipò al programma condotto da Pippo Baudo “Settevoci”, dove vinse per sette puntate di seguito: il pubblico apprezzò oltre che la bella voce e la garbata espressività, anche la semplicità e il suo viso “acqua e sapone”. La consacrazione definitiva arrivò nel 1968 quando si piazzò al secondo posto al festival di Sanremo, cantando in coppia con Ornella Vanoni la canzone di Don Backy “Casa bianca”, il cui testo simboleggia le ambivalenze squisitamente adolescenziali, tra la paura/bisogno di crescere e divenire adulti e il timore di abbandonare la sicurezza dell'infanzia. Il brano fu inciso anche dall'autore e, in francese, da Dalida, ma l'interpretazione della Sannia risultò la più apprezzata dal pubblico. Le oltre 500mila copie vendute furono la conferma del grande riscontro ottenuto, sull'onda del quale la Fonit Cetra emise, nell'estate seguente, il suo primo 33 giri che, oltre a canzoni già precedentemente edite su disco singolo, conteneva diversi brani incisi per l'occasione. La crescente popolarità aprì a Marisa Sannia le porte del cinema, come spesso avveniva per i cantanti più celebri del momento, girando da co-protagonista il film “Stasera mi butto” insieme a Giancarlo Giannini. Sul finire dell'anno incise “Io ti sento” un brioso brano di Armando Trovajoli, colonna sonora della commedia di Dino Risi “Straziami ma di baci saziami”. Il ‘68 si concluse con la partecipazione a due importanti manifestazioni: Il Festival internazionale di musica leggera di Venezia con il brano “Non è questo l'addio” e “Canzonissima”, dove Marisa Sannia, con “Una donna sola”, entrò nella rosa dei dodici semifinalisti. All'inizio del 1969 la cantante firmò un nuovo contratto discografico con la Cgd. Alla manifestazione “Una canzone per l'Europa” a Lugano, dove la Sannia rappresentava l'Italia, viene presentata “La compagnia”, una canzone, di Mogol e Carlo Donida, che piacque anche a Lucio Battisti che successivamente la inserirà in un suo album. Tra gli altri brani in quell'anno: “Una lacrima” - che riscosse un ottimo riscontro commerciale - e “La finestra Illuminata”, semifinalista della “Canzonissima” del '69-'70. Il ritorno al Festival di Sanremo, nel 1970, la vide (in coppia con Gianni Nazzaro) con “L'amore è una colomba”, brano che le permise di mettersi in luce anche sul mercato spagnolo, francese, giapponese e sud-americano. Nello stesso anno uscì l'album “Marisa Sannia canta Sergio Endrigo e le sue canzoni”, disco che rappresenta oggi un vero e proprio cult per i fan collezionisti. Una facciata di questo LP, composto da ricercate interpretazioni, è interamente dedicata a brani celebri del cantautore di Pola, insieme al quale si esibisce con grande successo al festival di Varadeiro a Cuba. L'anno si chiude con la conquista della finale di Canzonissima, dove Marisa presenta “La primavera” un pezzo di struggente dolcezza composto da Don Backy. Nel 1971 la Sannia è di nuovo tra i protagonisti di Sanremo, questa volta in coppia con Donatello, con la canzone “Come è dolce la sera stasera” che, inaspettatamente, si classificò al quarto posto e che ottenne un buon successo di vendite. Questo brano fu poi inciso per il mercato sud-americano anche da Claudio Baglioni. Successivamente un ottima affermazione viene colta con la partecipazione al Festival di Spalato dove si piazzò al terzo posto. Terminato il contratto con la Cgd, Marisa tornò alla sua prima casa discografica affidandosi ancora una volta al duo Endrigo-Bacalov che composero per lei “La mia terra”, un pezzo dalle particolari sfumature etniche presentato al Festival internazionale della canzone di Venezia. Del 1972 è la partecipazione, insieme ad Endrigo, Ricchi e Poveri e altri artisti, al 33 giri “L'arca”: una bellissima raccolta di canzoni per bambini scritte da Vinicius De Moraes. In questo stesso periodo la casa discografica Emi pubblicò il 45 giri “Un'aquilone”, il cui retro “Il mio mondo, il mio giardino” porta la firma di importanti cantautori: Francesco De Gregori, Amedeo Minghi e Edoardo De Angelis. “Ricordo una canzone”, brano che si caratterizza per misurata eleganza e intensità, è il secondo disco inciso con la nuova scuderia, con la quale incise anche il 33 giri “Marisa nel paese delle meraviglie”, contenente interpretazioni di brani tratti dai film di Walt Disney. Dopo la musica e il cinema, Marisa Sannia intraprese un'altra esperienza artistica: il teatro. Il debutto avvenne nel 1973 con una splendida interpretazione di Giovanna D'Arco nel musical di Tony Cucchiara “Caino e Abele”, portato in scena con grande successo per due anni consecutivi. A quest’esperienza fece seguito “Storie di periferia” del 1975, sempre con la compagnia di Cucchiara. Nel 1976, avvenne il suo debutto come cantautrice con l'album “La pasta scotta”, dove atmosfere acustiche e un intenso lirismo vanno a sottolineare i momenti felici di brani anche a sfondo autobiografico. Gli anni '80 si aprono per la Sannia con una piccola apparizione nello sceneggiato televisivo “George Sand” diretto da Giorgio Albertazzi a cui segue una partecipazione al film di Pupi Avati “Aiutami a sognare” con Mariangela Melato e Antony Franciosa. Nel 1984 tornò ancora al Festival di Sanremo; la partecipazione alla famosa kermesse fu fortemente voluta da Marisa e, per l'occasione,la Fonit Cetra le affidò “Amore amore”, un brioso motivetto che non favorì certo la popolarità dell'interprete. Dopo un lungo periodo di silenzio, gli inizi degli anni '90 la vedono impegnata nella traduzione di alcuni brani del cantautore catalano Juan Manuel Serrat, i cui testi, intrisi da un'intensa vena poetica, si avvicinano alla sensibilità espressiva di Marisa; il progetto, però, non avrà seguito. Nel 1993, inaspettatamente, ritornò alle incisioni discografiche con “Sa oghe de su entu e de su mare”, raccolta di undici brani in lingua sarda, i cui testi sono poesie di Antioco Casula detto “Montanaru” (1878-1957), rielaborate insieme allo scrittore Francesco Masala. In questo lavoro, autentico e sincero, vi è un’appassionata affermazione delle proprie radici culturali resa in un linguaggio musicale vibrante di sonorità arcane e magiche, a ricreare spazi sognati capaci d'evocare toccanti silenzi ed esplosioni di una miriade di scintille-emozioni. Ai bellissimi testi fa da corollario un accompagnamento musicale che sottolinea, esalta e impreziosisce il suadente e sensuale canto. Gli arrangiamenti di Marco Piras, alle chitarre e tastiere, l’arpa di Gilda Dettori, la fisarmonica di Francesco Pilu, costituiscono un tappeto sonoro di rara bellezza e forza. Nel 1995, Marisa è di nuovo in teatro con “Le memorie di Adriano”, testo tratto da un racconto di Margherite Youcenar, insieme a Giorgio Albertazzi e con la regia di Maurizio Scaparro, in questa occasione l'artista canta in “a solo” alcuni brani di sua composizione tra cui “Animula, vagula, blandula”. La sua presenza sul palco è breve e saltuaria, quasi un sogno che nel buio compare e che la luce porta via, eppure, come il sogno, lascia una sensazione di indecifrabile mistero e fascino. Nello stesso anno presenta il suo concerto “Tra due lingue” in occasione del Festival di Taormina. Il cammino musicale intrapreso continua con il Cd “Melagranada”, edito nel 1997 su etichetta Nar. Si è ancora una volta dinanzi ad un capolavoro, dove la voce dell'artista, i suoni, le immagini evocate sembrano partecipare a una vertigine di una poetica dilatata e assoluta, che trasporta in un mondo onirico, fanciullesco, che non a tutti è dato penetrare. Ogni brano è un momento di vissuto interiore, rappresentato da una sensazione sonora e “coloristica”, simile a un tema pittorico. Nel dicembre dello stesso anno partecipa come autrice al Festival “Bimbo Star” - musica d'autore per bambini - con il brano “Stella che non brilla”, che si classificherà al primo posto nella categoria “Ragazzi”. Nel 1999 canta insieme al baritono Paolo Zicconi: “As semenadu in mare” nel cd “Andiras”. Un'altra significativa partecipazione dell'artista con avviene nel 2001 in ambito cinematografico; il brano “Bellita bellita” farà parte della colonna sonora del film di Tito Livi “Sos laribiancos”. Nell'ottobre del 2001 la Sannia si esibisce, insieme ad altri artisti, nel tributo rivolto a Sergio Endrigo nell'ambito del Premio Tenco. Accompagnata da due musicisti e dalla sua chitarra, Marisa interpreta i brani “Mani bucate” e “Melagranada ruja”, suscitando un vivo interesse da parte del pubblico. Infine, nell'ottobre 2002, l’ultimo album dal titolo “Nanas e Janas”. I funerali dell'artista, morta lunedì mattina alle 9 a Cagliari, in seguito ad una repentina e grave malattia, si sono svolti in forma privata. Negli ultimi tre anni della sua vita Marisa Sannia ha dedicato tutto il suo tempo allo studio di Federico Garcia Lorca, alla poesia e alla metrica del grande autore andaluso lasciando in eredità ai suoi molti estimatori un toccante lavoro di canzoni originali cantate in spagnolo che saranno pubblicate in “Rosa de papel”, un album postumo (curato graficamente dalla stessa cantante fino all'ultimo dettaglio), che costituirà il suo testamento artistico e che ha anche avuto un'anteprima la scorsa estate al Malborghetto Roma Festival.
dal sito de L'Unità
Se ne è andata in silenzio, nel cono d'ombra proficuo in cui si era rifugiata, una delle passioni canore della mia gioventù.
Quelli di oggi e di ieri non sapevano nemmeno chi fosse.
Li assicuro che è stata una voce magica, ricca di sensazioni isolane, di echi meditterranei.
Riservata, come la sua terra, è stata per poco alla grande ribalta e poi, senza smanie, si è fatta risentire ogni tanto , regalando ai suoi appassionati spicchi di sapiente professionalità.
Che le zolle ti siano lievi, Marisa.
Marisa Sannia nasce a Iglesias (Cagliari) il 15 febbraio 1947. La sua voce aggraziata e le sue raffinate interpretazioni hanno contribuito ad arricchire il panorama musicale italiano con brani di grande successo, soprattutto negli anni sessanta e settanta, periodo di sua maggiore popolarità: il consenso accordatole dai numerosissimi ammiratori l'ha portata ad essere ancora oggi una delle cantanti più collezionate e ricercate. La personalità complessa ed i molteplici interessi sono testimoniati inoltre dall'attività agonistica (ancora giovanissima) nella squadra del Cus Cagliari, dove si mise in luce per le spiccate doti atletiche, doti che le permisero di diventare una delle migliori cestiste di quegli anni e di approdare alla nazionale maggiore. L'esordio di Marisa Sannia nel mondo della musica leggera risale ai primi anni '60 insieme a “I Principi”, un gruppo di Cagliari con il quale si esibiva prima di intraprendere la carriera solista. L’occasione le fu offerta dalla partecipazione ad un concorso di voci nuove, nel 1965 ad Iglesias, dove si classificò seconda con il brano di Adamo “Perduto amore”. La svolta decisiva per Marisa Sannia fu un concorso indetto dalla Fonit Cetra, che le permise di ottenere un contratto con la casa discografica torinese di ben quattro anni. Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov ascoltando la voce della giovane interprete durante un'audizione, decisero di diventarne i produttori: il primo 45 giri fu “Tutto o niente” (il retro “Dai” fu composto da Bruno Canfora). Il debutto televisivo avvenne in occasione della trasmissione “Scala reale” nell'ottobre del 1966, dove la Sannia ottenne giudizi favorevoli sia dalla critica che dal pubblico. Seguirono altri successi come “Una cartolina”, ”Sono innamorata (ma non tanto)” e “Sarai fiero di me”, brano che ottenne il premio della critica discografica e che conquistò il terzo posto nella “sezione giovani” al Festivalbar del '67. La televisione contribuì ben presto alla sua popolarità, nel 1967 partecipò al programma condotto da Pippo Baudo “Settevoci”, dove vinse per sette puntate di seguito: il pubblico apprezzò oltre che la bella voce e la garbata espressività, anche la semplicità e il suo viso “acqua e sapone”. La consacrazione definitiva arrivò nel 1968 quando si piazzò al secondo posto al festival di Sanremo, cantando in coppia con Ornella Vanoni la canzone di Don Backy “Casa bianca”, il cui testo simboleggia le ambivalenze squisitamente adolescenziali, tra la paura/bisogno di crescere e divenire adulti e il timore di abbandonare la sicurezza dell'infanzia. Il brano fu inciso anche dall'autore e, in francese, da Dalida, ma l'interpretazione della Sannia risultò la più apprezzata dal pubblico. Le oltre 500mila copie vendute furono la conferma del grande riscontro ottenuto, sull'onda del quale la Fonit Cetra emise, nell'estate seguente, il suo primo 33 giri che, oltre a canzoni già precedentemente edite su disco singolo, conteneva diversi brani incisi per l'occasione. La crescente popolarità aprì a Marisa Sannia le porte del cinema, come spesso avveniva per i cantanti più celebri del momento, girando da co-protagonista il film “Stasera mi butto” insieme a Giancarlo Giannini. Sul finire dell'anno incise “Io ti sento” un brioso brano di Armando Trovajoli, colonna sonora della commedia di Dino Risi “Straziami ma di baci saziami”. Il ‘68 si concluse con la partecipazione a due importanti manifestazioni: Il Festival internazionale di musica leggera di Venezia con il brano “Non è questo l'addio” e “Canzonissima”, dove Marisa Sannia, con “Una donna sola”, entrò nella rosa dei dodici semifinalisti. All'inizio del 1969 la cantante firmò un nuovo contratto discografico con la Cgd. Alla manifestazione “Una canzone per l'Europa” a Lugano, dove la Sannia rappresentava l'Italia, viene presentata “La compagnia”, una canzone, di Mogol e Carlo Donida, che piacque anche a Lucio Battisti che successivamente la inserirà in un suo album. Tra gli altri brani in quell'anno: “Una lacrima” - che riscosse un ottimo riscontro commerciale - e “La finestra Illuminata”, semifinalista della “Canzonissima” del '69-'70. Il ritorno al Festival di Sanremo, nel 1970, la vide (in coppia con Gianni Nazzaro) con “L'amore è una colomba”, brano che le permise di mettersi in luce anche sul mercato spagnolo, francese, giapponese e sud-americano. Nello stesso anno uscì l'album “Marisa Sannia canta Sergio Endrigo e le sue canzoni”, disco che rappresenta oggi un vero e proprio cult per i fan collezionisti. Una facciata di questo LP, composto da ricercate interpretazioni, è interamente dedicata a brani celebri del cantautore di Pola, insieme al quale si esibisce con grande successo al festival di Varadeiro a Cuba. L'anno si chiude con la conquista della finale di Canzonissima, dove Marisa presenta “La primavera” un pezzo di struggente dolcezza composto da Don Backy. Nel 1971 la Sannia è di nuovo tra i protagonisti di Sanremo, questa volta in coppia con Donatello, con la canzone “Come è dolce la sera stasera” che, inaspettatamente, si classificò al quarto posto e che ottenne un buon successo di vendite. Questo brano fu poi inciso per il mercato sud-americano anche da Claudio Baglioni. Successivamente un ottima affermazione viene colta con la partecipazione al Festival di Spalato dove si piazzò al terzo posto. Terminato il contratto con la Cgd, Marisa tornò alla sua prima casa discografica affidandosi ancora una volta al duo Endrigo-Bacalov che composero per lei “La mia terra”, un pezzo dalle particolari sfumature etniche presentato al Festival internazionale della canzone di Venezia. Del 1972 è la partecipazione, insieme ad Endrigo, Ricchi e Poveri e altri artisti, al 33 giri “L'arca”: una bellissima raccolta di canzoni per bambini scritte da Vinicius De Moraes. In questo stesso periodo la casa discografica Emi pubblicò il 45 giri “Un'aquilone”, il cui retro “Il mio mondo, il mio giardino” porta la firma di importanti cantautori: Francesco De Gregori, Amedeo Minghi e Edoardo De Angelis. “Ricordo una canzone”, brano che si caratterizza per misurata eleganza e intensità, è il secondo disco inciso con la nuova scuderia, con la quale incise anche il 33 giri “Marisa nel paese delle meraviglie”, contenente interpretazioni di brani tratti dai film di Walt Disney. Dopo la musica e il cinema, Marisa Sannia intraprese un'altra esperienza artistica: il teatro. Il debutto avvenne nel 1973 con una splendida interpretazione di Giovanna D'Arco nel musical di Tony Cucchiara “Caino e Abele”, portato in scena con grande successo per due anni consecutivi. A quest’esperienza fece seguito “Storie di periferia” del 1975, sempre con la compagnia di Cucchiara. Nel 1976, avvenne il suo debutto come cantautrice con l'album “La pasta scotta”, dove atmosfere acustiche e un intenso lirismo vanno a sottolineare i momenti felici di brani anche a sfondo autobiografico. Gli anni '80 si aprono per la Sannia con una piccola apparizione nello sceneggiato televisivo “George Sand” diretto da Giorgio Albertazzi a cui segue una partecipazione al film di Pupi Avati “Aiutami a sognare” con Mariangela Melato e Antony Franciosa. Nel 1984 tornò ancora al Festival di Sanremo; la partecipazione alla famosa kermesse fu fortemente voluta da Marisa e, per l'occasione,la Fonit Cetra le affidò “Amore amore”, un brioso motivetto che non favorì certo la popolarità dell'interprete. Dopo un lungo periodo di silenzio, gli inizi degli anni '90 la vedono impegnata nella traduzione di alcuni brani del cantautore catalano Juan Manuel Serrat, i cui testi, intrisi da un'intensa vena poetica, si avvicinano alla sensibilità espressiva di Marisa; il progetto, però, non avrà seguito. Nel 1993, inaspettatamente, ritornò alle incisioni discografiche con “Sa oghe de su entu e de su mare”, raccolta di undici brani in lingua sarda, i cui testi sono poesie di Antioco Casula detto “Montanaru” (1878-1957), rielaborate insieme allo scrittore Francesco Masala. In questo lavoro, autentico e sincero, vi è un’appassionata affermazione delle proprie radici culturali resa in un linguaggio musicale vibrante di sonorità arcane e magiche, a ricreare spazi sognati capaci d'evocare toccanti silenzi ed esplosioni di una miriade di scintille-emozioni. Ai bellissimi testi fa da corollario un accompagnamento musicale che sottolinea, esalta e impreziosisce il suadente e sensuale canto. Gli arrangiamenti di Marco Piras, alle chitarre e tastiere, l’arpa di Gilda Dettori, la fisarmonica di Francesco Pilu, costituiscono un tappeto sonoro di rara bellezza e forza. Nel 1995, Marisa è di nuovo in teatro con “Le memorie di Adriano”, testo tratto da un racconto di Margherite Youcenar, insieme a Giorgio Albertazzi e con la regia di Maurizio Scaparro, in questa occasione l'artista canta in “a solo” alcuni brani di sua composizione tra cui “Animula, vagula, blandula”. La sua presenza sul palco è breve e saltuaria, quasi un sogno che nel buio compare e che la luce porta via, eppure, come il sogno, lascia una sensazione di indecifrabile mistero e fascino. Nello stesso anno presenta il suo concerto “Tra due lingue” in occasione del Festival di Taormina. Il cammino musicale intrapreso continua con il Cd “Melagranada”, edito nel 1997 su etichetta Nar. Si è ancora una volta dinanzi ad un capolavoro, dove la voce dell'artista, i suoni, le immagini evocate sembrano partecipare a una vertigine di una poetica dilatata e assoluta, che trasporta in un mondo onirico, fanciullesco, che non a tutti è dato penetrare. Ogni brano è un momento di vissuto interiore, rappresentato da una sensazione sonora e “coloristica”, simile a un tema pittorico. Nel dicembre dello stesso anno partecipa come autrice al Festival “Bimbo Star” - musica d'autore per bambini - con il brano “Stella che non brilla”, che si classificherà al primo posto nella categoria “Ragazzi”. Nel 1999 canta insieme al baritono Paolo Zicconi: “As semenadu in mare” nel cd “Andiras”. Un'altra significativa partecipazione dell'artista con avviene nel 2001 in ambito cinematografico; il brano “Bellita bellita” farà parte della colonna sonora del film di Tito Livi “Sos laribiancos”. Nell'ottobre del 2001 la Sannia si esibisce, insieme ad altri artisti, nel tributo rivolto a Sergio Endrigo nell'ambito del Premio Tenco. Accompagnata da due musicisti e dalla sua chitarra, Marisa interpreta i brani “Mani bucate” e “Melagranada ruja”, suscitando un vivo interesse da parte del pubblico. Infine, nell'ottobre 2002, l’ultimo album dal titolo “Nanas e Janas”. I funerali dell'artista, morta lunedì mattina alle 9 a Cagliari, in seguito ad una repentina e grave malattia, si sono svolti in forma privata. Negli ultimi tre anni della sua vita Marisa Sannia ha dedicato tutto il suo tempo allo studio di Federico Garcia Lorca, alla poesia e alla metrica del grande autore andaluso lasciando in eredità ai suoi molti estimatori un toccante lavoro di canzoni originali cantate in spagnolo che saranno pubblicate in “Rosa de papel”, un album postumo (curato graficamente dalla stessa cantante fino all'ultimo dettaglio), che costituirà il suo testamento artistico e che ha anche avuto un'anteprima la scorsa estate al Malborghetto Roma Festival.
dal sito de L'Unità
Se ne è andata in silenzio, nel cono d'ombra proficuo in cui si era rifugiata, una delle passioni canore della mia gioventù.
Quelli di oggi e di ieri non sapevano nemmeno chi fosse.
Li assicuro che è stata una voce magica, ricca di sensazioni isolane, di echi meditterranei.
Riservata, come la sua terra, è stata per poco alla grande ribalta e poi, senza smanie, si è fatta risentire ogni tanto , regalando ai suoi appassionati spicchi di sapiente professionalità.
Che le zolle ti siano lievi, Marisa.
Il blocco sociale della Lega
Per 20 anni siamo stati accompagnati dai giudizi sprezzanti dei radicals sul Corriere e dei republicones di De Benedetti: rozzi, razzisti, separatisti, paesani.
Ora che la Lega ha raccolto tanti voti da divenire il terzo partito italiano ed il primo in molte regioni del Nord, c'è un certo imbarazzo nei commentatori illuminati.
Dalla subitanea analisi del voto da mal di pancia, si è passati a giudizi meno affrettati, ora che l'andamento dei flussi elettorali dice che vi è una strana (per loro) corrispondenza fra il tracollo della sinistra estrema e la crescita della Lega.
Due piu due fa quattro?
Non credo proprio. In realtà il voto estremo si è probabilmente trasferito in massa sul PD, che infatti passa dal suo fisiologico 29% al 33%, mentre rilascia alla sua destra, insieme ad una quota non indifferente di elettorato di Forza Italia ed AN, consensi verso la Lega.
Ma vi è di più.
Per la prima volta la Lega diventa un soggetto elettorale importante nelle grandi città, raccogliendo consensi piccolo-borghesi nelle popolose cinture periferiche.
I politologhi domani scriveranno analisi più convincenti.
A pelle, la sensazione è che il partito si ancori ora ad un preciso blocco sociale che ha definito nella sicurezza, nel rifiuto dell'immigrazione selvaggia, nella rivolta contro tasse e burocrazia centralista, le proprie priorità di vita.
È una fascia di popolazione che con questi problemi convive quotidianamente, perché gli zingari magari li ha sottocasa, perché subisce furti e danneggiamenti quotidiani alle proprie cose, perché si vede costretta a rinunciare alla propria poca ricchezza a favore di uno Stato vorace ed improduttivo.
Tutti affanni che non sfiorano nemmeno i borghesi dei quartieri centrali che si possono permettere, tanto non costa nessun sacrificio, di dare lezioni di solidarietà e di sussidiarietà ai poveracci incolti ed egoisti.
Poche domeniche fa, durante l'omelia domenicale, un parroco di periferia invitava a pregare perché con il voto le cose evolvessero verso una società più rispettosa dei valori dellla tradizione.
Era un giusto richiamo alle nostre radici storico-religiose, ma anche un "basta" sonoro all'inerzia pubblica, all'esagerata attenzione ai problemi dei nuovi ignorando il progressivo degrado delle condizioni esistenziali di chi ha lottato una vita per sopravvivere dignitosamente, rispettando le leggi di convivenza civile.
In quel quartiere, come in tanti altri, la Lega si è attestata al 30%, perché probabilmente ha parlato la lingua che meglio è compresa da chi non ne può più del disordine e del degrado.
Ora che la Lega ha raccolto tanti voti da divenire il terzo partito italiano ed il primo in molte regioni del Nord, c'è un certo imbarazzo nei commentatori illuminati.
Dalla subitanea analisi del voto da mal di pancia, si è passati a giudizi meno affrettati, ora che l'andamento dei flussi elettorali dice che vi è una strana (per loro) corrispondenza fra il tracollo della sinistra estrema e la crescita della Lega.
Due piu due fa quattro?
Non credo proprio. In realtà il voto estremo si è probabilmente trasferito in massa sul PD, che infatti passa dal suo fisiologico 29% al 33%, mentre rilascia alla sua destra, insieme ad una quota non indifferente di elettorato di Forza Italia ed AN, consensi verso la Lega.
Ma vi è di più.
Per la prima volta la Lega diventa un soggetto elettorale importante nelle grandi città, raccogliendo consensi piccolo-borghesi nelle popolose cinture periferiche.
I politologhi domani scriveranno analisi più convincenti.
A pelle, la sensazione è che il partito si ancori ora ad un preciso blocco sociale che ha definito nella sicurezza, nel rifiuto dell'immigrazione selvaggia, nella rivolta contro tasse e burocrazia centralista, le proprie priorità di vita.
È una fascia di popolazione che con questi problemi convive quotidianamente, perché gli zingari magari li ha sottocasa, perché subisce furti e danneggiamenti quotidiani alle proprie cose, perché si vede costretta a rinunciare alla propria poca ricchezza a favore di uno Stato vorace ed improduttivo.
Tutti affanni che non sfiorano nemmeno i borghesi dei quartieri centrali che si possono permettere, tanto non costa nessun sacrificio, di dare lezioni di solidarietà e di sussidiarietà ai poveracci incolti ed egoisti.
Poche domeniche fa, durante l'omelia domenicale, un parroco di periferia invitava a pregare perché con il voto le cose evolvessero verso una società più rispettosa dei valori dellla tradizione.
Era un giusto richiamo alle nostre radici storico-religiose, ma anche un "basta" sonoro all'inerzia pubblica, all'esagerata attenzione ai problemi dei nuovi ignorando il progressivo degrado delle condizioni esistenziali di chi ha lottato una vita per sopravvivere dignitosamente, rispettando le leggi di convivenza civile.
In quel quartiere, come in tanti altri, la Lega si è attestata al 30%, perché probabilmente ha parlato la lingua che meglio è compresa da chi non ne può più del disordine e del degrado.
L'occasione storica di Bertinotti
"Nessuno, francamente, si aspettava una batosta così grande, storica” dice Piero Sansonetti su Liberazione (15 aprile).
D’altra parte Bertinotti se voleva fare qualcosa di storico, aveva quest’unica occasione.
Lodovico Festa da l'Opinione
D’altra parte Bertinotti se voleva fare qualcosa di storico, aveva quest’unica occasione.
Lodovico Festa da l'Opinione
15 aprile 2008
A Camillo negli USA
Scrive un lettore, Enrico: "Torni, ma sia cauto, i comunisti non ci sono più, ma gli interisti sono sempre qui".
dal blog Camillo, di Christian Rocca
dal blog Camillo, di Christian Rocca
Anniversario del 1968
Le urne chiuse, le schede scrutinate, il verdetto dice che il centro-destra con l'apporto essenziale del blocco sociale che si identifica nella Lega governerà per cinque anni.
Le analisi a dopo, restiamo alle constatazioni. La più entusiasmante è che nel quarantesimo anniversario del 1968, l'Italia ha spedito in soffitta la sinistra comunista e radicale e ridotto al 33% la rappresentanza della sinistra post comunista.
Di più queste votazioni non potevano lasciare in eredità al paese.
Le analisi a dopo, restiamo alle constatazioni. La più entusiasmante è che nel quarantesimo anniversario del 1968, l'Italia ha spedito in soffitta la sinistra comunista e radicale e ridotto al 33% la rappresentanza della sinistra post comunista.
Di più queste votazioni non potevano lasciare in eredità al paese.
13 aprile 2008
La nuova cultura di sinistra
Tutti a ridere per il manager Telecom convinto che a Waterloo Napoleone abbia vinto.
Ieri su Repubblica il teorico della superiorità della razza di sinistra sul resto del mondo, cioè Michele Serra, ha scritto che "il cristiano energumeno e razzista sogna la rivincita di Lepanto". Peccato che, come fa notare oggi Andrea Marcenaro sul Foglio, a Lepanto, i cristiani agli islamisti "fecero un culo tanto".
dal blog Camillo, di Christian Rocca
Ieri su Repubblica il teorico della superiorità della razza di sinistra sul resto del mondo, cioè Michele Serra, ha scritto che "il cristiano energumeno e razzista sogna la rivincita di Lepanto". Peccato che, come fa notare oggi Andrea Marcenaro sul Foglio, a Lepanto, i cristiani agli islamisti "fecero un culo tanto".
dal blog Camillo, di Christian Rocca
Hanno scritto (5)
Il destino del paese non dipende dal tipo di scheda che lasciate cadere nell'urna elettorale una volta all'anno, ma dal tipo di uomo che lasciate cadere ogni mattina dalla vostra camera nella strada.
Henry David Thoreau, Slavery in Massachusetts
Henry David Thoreau, Slavery in Massachusetts
Settimana in Sicilia
Oggi e domani si vota.
Se il Cavaliere torna a vincere, martedì clicco su Expedia.it e con i soldi risparmiati per i bolli auto mi prenoto una bella settimana in Sicilia.
In aereo, perché il ponte non glielo hanno ancora fatto costruire.
Questo è fare politica per il popolo!
Se il Cavaliere torna a vincere, martedì clicco su Expedia.it e con i soldi risparmiati per i bolli auto mi prenoto una bella settimana in Sicilia.
In aereo, perché il ponte non glielo hanno ancora fatto costruire.
Questo è fare politica per il popolo!
11 aprile 2008
I deliri del pelato (3)
«La probabilità che Ronaldinho e Shevchenko arrivino al Milan? Diciamo il 180% in due».
(stralciato dalla quotidiana intervista di Adriano Galliani)
(stralciato dalla quotidiana intervista di Adriano Galliani)
08 aprile 2008
La compagnia di bandiera e i compagni sindacalisti
La vergognosa vicenda della cessione di Alitalia prosegue con il ping-pong Parigi-Roma.
AFK, in un soprassalto di dignità, ha invitato la proprietà a giocare il suo ruolo responsabile ed a sbrigarsela con i sindacati italiani che, anche questa volta, sono riusciti a dare una prova di demagogica inettitudine politica.
Il ministro del Tesoro, TPS, lancia proclami terroristici sul fallimento ad ore di Alitalia non rendendosi conto che questa è la soluzione virtuosa, mentre una dirigenza inetta rilascia rassicurazioni sulla capacità di sopravvivenza della compagnia sino all'estate.
Una sceneggiata napoletana a cui manca solo una collina di monnezza sulle piste.
La pervicacia con cui TPS tenta di chiudere una trattativa surreale nello spazio di ore è veramente inquietante.
Se fossimo in ambito calcistico parleremmo di biscottone. In politica si può solo parlare di testardaggine ottusa del defunto governo Prodi.
Nel frattempo, la cordata italiana è sparita dalla mente del Cavaliere, tanto era solo virtuale.
Il Nord ha perso Malpensa ma Linate è al doppio della sua capacità ricettiva.
Tutto molto italiano, molto fantasioso.
Un caso emblematico di interessi privati di più soggetti pubblici a spese della comunità che paga, come sempre e nel caso specifico da trent'anni, a piè di lista.
AFK, in un soprassalto di dignità, ha invitato la proprietà a giocare il suo ruolo responsabile ed a sbrigarsela con i sindacati italiani che, anche questa volta, sono riusciti a dare una prova di demagogica inettitudine politica.
Il ministro del Tesoro, TPS, lancia proclami terroristici sul fallimento ad ore di Alitalia non rendendosi conto che questa è la soluzione virtuosa, mentre una dirigenza inetta rilascia rassicurazioni sulla capacità di sopravvivenza della compagnia sino all'estate.
Una sceneggiata napoletana a cui manca solo una collina di monnezza sulle piste.
La pervicacia con cui TPS tenta di chiudere una trattativa surreale nello spazio di ore è veramente inquietante.
Se fossimo in ambito calcistico parleremmo di biscottone. In politica si può solo parlare di testardaggine ottusa del defunto governo Prodi.
Nel frattempo, la cordata italiana è sparita dalla mente del Cavaliere, tanto era solo virtuale.
Il Nord ha perso Malpensa ma Linate è al doppio della sua capacità ricettiva.
Tutto molto italiano, molto fantasioso.
Un caso emblematico di interessi privati di più soggetti pubblici a spese della comunità che paga, come sempre e nel caso specifico da trent'anni, a piè di lista.
I deliri del pelato (2)
(...) Ma la dichiarazione forte l'imprenditore friulano la riserva al suo nemico storico numero uno nel calcio, Adriano Galliani. L'aneddoto risale a qualche anno fa: «Quando proposi al Milan Luca Toni, se non ricordo male successe tre anni fa, Galliani mi rispose che si sarebbe vergognato di far salire i gradini di San Siro a Toni con addosso la maglia rossonera. E di certo poi non si sarà neanche pentito di quella risposta visto che lui non si pente mai».
(intervista al presidente del Palermo Zamparini, dal sito SettimanaSportiva.it)
(intervista al presidente del Palermo Zamparini, dal sito SettimanaSportiva.it)
I deliri del pelato
«La possibilità che ha avuto la città di Milano nel conquistare Expo 2015 è una cosa che riempie di orgoglio anche il Milan che su invito del Sindaco Moratti, ha messo a disposizione le grandi capacità di Clarence Seedorf. Se poi pensiamo che il nome della nostra squadra altro non è che il nome della città in inglese, in quanto la nostra società venne fondata da un inglese, siamo orgogliosi di poter contribuire ad Expo 2015».
(stralciato dalla quotidiana intervista di Adriano Galliani, dal sito AcMilan.com)
(stralciato dalla quotidiana intervista di Adriano Galliani, dal sito AcMilan.com)
07 aprile 2008
Quei politici cacasotto che non osano dire una parola sul Tibet
I cinque cerchi olimpici: grondano sangue e tutti fanno finta di niente.
(Domenica, 6 Aprile 2008) Ogni giorno che passa, ogni ora che ci avvicina alle 8.08 dell'8 agosto 2008, quando verranno aperti i Giochi di Pechino, sta diventando insopportabile per le autorità del regime comunista cinese che da cinquant'anni opprime e massacra il Tibet, ma non riesce a soffocarne la lotta per la libertà.
La clamorosa contestazione di stamane a Londra, dove alcuni manifestanti hanno cercato di spegnere la fiaccola olimpica, è soltanto l'ultima di una serie che continuerà dovunque e comunque, per ricordare al mondo che cosa sta accadendo a Lhasa e nel resto del Tibet dove i diritti umani sono calpestati, dove gli arresti si susseguono, dove i monaci vengono perseguitati e intimiditi; dove chi scende in piazza viene sbattuto in galera; dove, come ha ricordato il Dalai Lama, è in atto un "genocidio culturale" .
Dalla bandiera con le manette al posto dei cinque cerchi inalberata durante l'accensione della fiaccola ad Olimpia al capitano della nazionale olimpica indiana che ha rifiutato di fare il tedoforo quando la fiaccola arriverà a Nuova Delhi, da Sarkozy che minaccia di disertare la cerimonia inaugurale alle migliaia di iniziative per il Tibet libero che si moltiplicano ai quattro angoli del pianeta. L'unica speranza dei tibetani è che il mondo non si dimentichi di loro; che i conigli disseminati nelle cancellerie e nei Palazzi della politica occidentale (e non parliamo di quelli dello sport, vero esimio Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale?) siano messi in fuga dalla mobilitazione degli uomini e delle donne che ad ogni latitudine sostengono il Dalai Lama e la lotta del suo popolo. Anche per questo sarebbe importante che, senza distinzione di colore e bandiera politica, dal battaglione di candidati premier che ci stanno tediando con la più noiosa e verbosa campagna elettorale del dopoguerra, si levasse una parola per il Tibet. Coraggio, anche i conigli hanno un'anima. O no?
Xavier Jacobelli, da Quotidiano.net
(Domenica, 6 Aprile 2008) Ogni giorno che passa, ogni ora che ci avvicina alle 8.08 dell'8 agosto 2008, quando verranno aperti i Giochi di Pechino, sta diventando insopportabile per le autorità del regime comunista cinese che da cinquant'anni opprime e massacra il Tibet, ma non riesce a soffocarne la lotta per la libertà.
La clamorosa contestazione di stamane a Londra, dove alcuni manifestanti hanno cercato di spegnere la fiaccola olimpica, è soltanto l'ultima di una serie che continuerà dovunque e comunque, per ricordare al mondo che cosa sta accadendo a Lhasa e nel resto del Tibet dove i diritti umani sono calpestati, dove gli arresti si susseguono, dove i monaci vengono perseguitati e intimiditi; dove chi scende in piazza viene sbattuto in galera; dove, come ha ricordato il Dalai Lama, è in atto un "genocidio culturale" .
Dalla bandiera con le manette al posto dei cinque cerchi inalberata durante l'accensione della fiaccola ad Olimpia al capitano della nazionale olimpica indiana che ha rifiutato di fare il tedoforo quando la fiaccola arriverà a Nuova Delhi, da Sarkozy che minaccia di disertare la cerimonia inaugurale alle migliaia di iniziative per il Tibet libero che si moltiplicano ai quattro angoli del pianeta. L'unica speranza dei tibetani è che il mondo non si dimentichi di loro; che i conigli disseminati nelle cancellerie e nei Palazzi della politica occidentale (e non parliamo di quelli dello sport, vero esimio Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale?) siano messi in fuga dalla mobilitazione degli uomini e delle donne che ad ogni latitudine sostengono il Dalai Lama e la lotta del suo popolo. Anche per questo sarebbe importante che, senza distinzione di colore e bandiera politica, dal battaglione di candidati premier che ci stanno tediando con la più noiosa e verbosa campagna elettorale del dopoguerra, si levasse una parola per il Tibet. Coraggio, anche i conigli hanno un'anima. O no?
Xavier Jacobelli, da Quotidiano.net
A sei giorni dal voto
Domenica finalmente si voterà. Non è malcelata attesa dell'esercizio del diritto democratico di opinione politica, ma il sollievo di vedere finalmente finita questa baracconata di campagna elettorale.
I due maggiori partiti hanno firmato un patto di non agressione, eliminando dai programmi ogni riferimento ai problemi reali del paese. Con ciò, hanno lasciato posto ai teatrini ed in questo esercizio il Cavaliere, come ben sappiamo da qualche anno noi tifosi del Milan, è maestro insuperabile. A sentire le sue gag e le eterne promesse sono pieni i palazzetti. Grande comunicatore, forse di grana grossa ma ideale per un popolo ubriacato dai grandi fratelli e dalle isole dei trombati.
Walter, il sindaco di Marte, è sempre più frastornato. Sembra il vecchio Caltagirone. In ogni piazza chiede: "A Fra' che te serve?".
"Annienteremo in tre mesi la mafia e la camorra", "Daremo mille euro di stipendio minimo", "Distribuiremo il bonus bebè, quello spesa, quello del dentista", "Aboliremo le tasse".
Dice che ha raggiunto gli avversari.
Auguri all'Italia. Se sarà vero, festeggeremo tutti per un anno.
Nel frattempo la Destra si agita, gli Arcobaleni sono scomparsi, ed ai comizi della lista più pazza del mondo i cretini di sinistra lanciano uova e sassi per sentirsi ancora vivi.
Come finirà?
Faccio una previsione azzardata ed al solito sbagliata.
Record di non votanti e vittoria del Berlusca alla Camera.
Per il Senato decideranno i presidenti di seggio.
I due maggiori partiti hanno firmato un patto di non agressione, eliminando dai programmi ogni riferimento ai problemi reali del paese. Con ciò, hanno lasciato posto ai teatrini ed in questo esercizio il Cavaliere, come ben sappiamo da qualche anno noi tifosi del Milan, è maestro insuperabile. A sentire le sue gag e le eterne promesse sono pieni i palazzetti. Grande comunicatore, forse di grana grossa ma ideale per un popolo ubriacato dai grandi fratelli e dalle isole dei trombati.
Walter, il sindaco di Marte, è sempre più frastornato. Sembra il vecchio Caltagirone. In ogni piazza chiede: "A Fra' che te serve?".
"Annienteremo in tre mesi la mafia e la camorra", "Daremo mille euro di stipendio minimo", "Distribuiremo il bonus bebè, quello spesa, quello del dentista", "Aboliremo le tasse".
Dice che ha raggiunto gli avversari.
Auguri all'Italia. Se sarà vero, festeggeremo tutti per un anno.
Nel frattempo la Destra si agita, gli Arcobaleni sono scomparsi, ed ai comizi della lista più pazza del mondo i cretini di sinistra lanciano uova e sassi per sentirsi ancora vivi.
Come finirà?
Faccio una previsione azzardata ed al solito sbagliata.
Record di non votanti e vittoria del Berlusca alla Camera.
Per il Senato decideranno i presidenti di seggio.
06 aprile 2008
Quelli giusti del 1968
Dedicato ai migliori
Noi che ci divertivamo anche facendo "Strega comanda color". Noi che le femmine ci obbligavano a giocare a "Regina reginella" e a "Campana". Noi che facevamo "Palla Avvelenata". Noi che giocavamo regolare a "Ruba Bandiera". Noi che non mancava neanche "Dire Fare Baciare Lettera Testamento". Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo "Parco Della Vittoria" e "Viale Dei Giardini". Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva. Noi che mettevamo le carte da gioco con le mollette sui raggi della bicicletta. Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo. Noi che "se ti faccio fare un giro con la bici nuova non devi cambiare le marce". Noi che passavamo ore a cercare i buchi sulle camere d'aria mettendole in una bacinella. Noi che ci sentivamo ingegneri quando riparavamo quei buchi col tip-top. Noi che il Ciao si accendeva pedalando. Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico in casa. Noi che facevamo a gara a chi masticava più Big Babol contemporaneamente. Noi che avevamo adottato gatti e cani randagi che non ci hanno mai attaccato nessuna malattia mortale anche se dopo averli accarezzati ci mettevamo le dita in bocca. Noi che quando starnutivi, nessuno chiamava l'ambulanza. Noi che i termometri li rompevamo, e le palline di mercurio giravano per tutta casa. Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella... Noi che se passavamo la palla al portiere coi piedi e lui la prendeva con le mani non era fallo. Noi che giocavamo a "Indovina Chi?" anche se conoscevi tutti i personaggi a memoria. Noi che giocavamo a "Forza 4". Noi che giocavamo a "Fiori Frutta e Città (e la città con la D era sempre Domodossola). Noi che con le 500 lire di carta ci venivano 10 pacchetti di figurine. Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l'album Panini. Noi che ci spaccavamo le dita per giocare a Subbuteo. Noi che avevamo il "nascondiglio segreto" con il "passaggio segreto". Noi che giocavamo per ore a "Merda" con le carte. Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la penna. Noi che in TV guardavamo solo i cartoni animati. Noi che avevamo i cartoni animati belli! Noi che litigavamo su chi fosse più forte tra Goldrake e Mazinga (Goldrake, ovvio). Noi che guardavamo "La Casa Nella Prateria" anche se metteva tristezza. Noi che abbiamo raccontato 1.500 volte la barzelletta del fantasma formaggino. Noi che alla messa ridevamo di continuo. Noi che si andava a messa se no erano legnate. Noi che si bigiava a messa. Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia. Noi che non avevamo il cellulare per andare a parlare in privato sul terrazzo. Noi che i messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare al compagno. Noi che non avevamo nemmeno il telefono fisso in casa. Noi che si andava in cabina a telefonare. Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto. Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della Coca Cola con l'albero. Noi che le palline di Natale erano di vetro e si rompevano. Noi che al nostro compleanno invitavamo tutti, ma proprio tutti i nostri compagni di classe. Noi che facevamo il gioco della bottiglia tutti seduti per terra. Noi che alle feste stavamo sempre col manico di scopa in mano. Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo. Noi che guardavamo film dell'orrore anche se avevi paura. Noi che giocavamo a calcio con le pigne. Noi che le pigne ce le tiravamo pure. Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo. Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna e eravamo sempre sorridenti. Noi che il bagno si poteva fare solo dopo le quattro. Noi che a scuola andavamo con cartelle da due quintali. Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo da casa in tuta. Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli. Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava due. Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore. Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google. Noi che internet non esisteva. Noi che però sappiamo a memoria "Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni Graziani (allenatore Bearzot)". Noi che "Disastro di Cernobyl" vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina. Noi che compravamo le uova sfuse, e la pizza alta un dito, con la carta del pane che si impregnava d'olio. Noi che non sapevamo cos'era la morale, solo che era sempre quella... fai merenda con Girella! Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio. Noi che se andavi in strada non era così pericoloso. Noi che però sapevamo che erano le quattro perché stava per iniziare "Bim Bum Bam". Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c'era "Happy Days". Noi che il primo novembre era Tutti i Santi, mica Halloween.
dal blog Classequintabi
(la classe di liceo di mio figlio Stefano, e dei tanti suoi compagni che ho conosciuto e di cui sono diventato un amico vecchio).
Noi che ci divertivamo anche facendo "Strega comanda color". Noi che le femmine ci obbligavano a giocare a "Regina reginella" e a "Campana". Noi che facevamo "Palla Avvelenata". Noi che giocavamo regolare a "Ruba Bandiera". Noi che non mancava neanche "Dire Fare Baciare Lettera Testamento". Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo "Parco Della Vittoria" e "Viale Dei Giardini". Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva. Noi che mettevamo le carte da gioco con le mollette sui raggi della bicicletta. Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo. Noi che "se ti faccio fare un giro con la bici nuova non devi cambiare le marce". Noi che passavamo ore a cercare i buchi sulle camere d'aria mettendole in una bacinella. Noi che ci sentivamo ingegneri quando riparavamo quei buchi col tip-top. Noi che il Ciao si accendeva pedalando. Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico in casa. Noi che facevamo a gara a chi masticava più Big Babol contemporaneamente. Noi che avevamo adottato gatti e cani randagi che non ci hanno mai attaccato nessuna malattia mortale anche se dopo averli accarezzati ci mettevamo le dita in bocca. Noi che quando starnutivi, nessuno chiamava l'ambulanza. Noi che i termometri li rompevamo, e le palline di mercurio giravano per tutta casa. Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella... Noi che se passavamo la palla al portiere coi piedi e lui la prendeva con le mani non era fallo. Noi che giocavamo a "Indovina Chi?" anche se conoscevi tutti i personaggi a memoria. Noi che giocavamo a "Forza 4". Noi che giocavamo a "Fiori Frutta e Città (e la città con la D era sempre Domodossola). Noi che con le 500 lire di carta ci venivano 10 pacchetti di figurine. Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l'album Panini. Noi che ci spaccavamo le dita per giocare a Subbuteo. Noi che avevamo il "nascondiglio segreto" con il "passaggio segreto". Noi che giocavamo per ore a "Merda" con le carte. Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la penna. Noi che in TV guardavamo solo i cartoni animati. Noi che avevamo i cartoni animati belli! Noi che litigavamo su chi fosse più forte tra Goldrake e Mazinga (Goldrake, ovvio). Noi che guardavamo "La Casa Nella Prateria" anche se metteva tristezza. Noi che abbiamo raccontato 1.500 volte la barzelletta del fantasma formaggino. Noi che alla messa ridevamo di continuo. Noi che si andava a messa se no erano legnate. Noi che si bigiava a messa. Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia. Noi che non avevamo il cellulare per andare a parlare in privato sul terrazzo. Noi che i messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare al compagno. Noi che non avevamo nemmeno il telefono fisso in casa. Noi che si andava in cabina a telefonare. Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto. Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della Coca Cola con l'albero. Noi che le palline di Natale erano di vetro e si rompevano. Noi che al nostro compleanno invitavamo tutti, ma proprio tutti i nostri compagni di classe. Noi che facevamo il gioco della bottiglia tutti seduti per terra. Noi che alle feste stavamo sempre col manico di scopa in mano. Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo. Noi che guardavamo film dell'orrore anche se avevi paura. Noi che giocavamo a calcio con le pigne. Noi che le pigne ce le tiravamo pure. Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo. Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna e eravamo sempre sorridenti. Noi che il bagno si poteva fare solo dopo le quattro. Noi che a scuola andavamo con cartelle da due quintali. Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo da casa in tuta. Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli. Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava due. Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore. Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google. Noi che internet non esisteva. Noi che però sappiamo a memoria "Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni Graziani (allenatore Bearzot)". Noi che "Disastro di Cernobyl" vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina. Noi che compravamo le uova sfuse, e la pizza alta un dito, con la carta del pane che si impregnava d'olio. Noi che non sapevamo cos'era la morale, solo che era sempre quella... fai merenda con Girella! Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio. Noi che se andavi in strada non era così pericoloso. Noi che però sapevamo che erano le quattro perché stava per iniziare "Bim Bum Bam". Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c'era "Happy Days". Noi che il primo novembre era Tutti i Santi, mica Halloween.
dal blog Classequintabi
(la classe di liceo di mio figlio Stefano, e dei tanti suoi compagni che ho conosciuto e di cui sono diventato un amico vecchio).
04 aprile 2008
Il prato del vicino è sempre più verde. Ma è steppa ovunque.
Lasciatevelo dire da uno che ora mai... è dequi!
A Roma, nella hall dell'hotel Hassler, capita di sentire Radio Dimensione Suono in filodiffusione.
A Milano c'è la musica lounge anche dal "pizzicarolo" sotto casa.
Il milanese ha un concetto molto personale e relativo delle distanze. Se vi dice con aria preoccupata: "Accidenti, dobbiamo andare dall'altra parte di Milano!", vi porterà a destinazione in massimo venti minuti. E sbuffando.
Se un romano vi dice: "Aho, dobbiamo andare dall'altra parte di Roma!" e sono le undici della mattina ci vorrà un'ora e un quarto, se sono le sette della mattina ci vorranno due ore, se sono le sei del pomeriggio la tabella di marcia prevede una notte in un qualsiasi Motel Agip sul raccordo anulare.
A Milano, durante le pause pranzo, al tavolino a fianco sentirete parole come "marketing", "conference call", "planning", "account manager", "forecasting".
A Roma, durante le pause pranzo sentirete dire: "Totti", "Tacci de Veltroni", "Totti", "Tacci de Lotito", "Totti", "Tacci dell'arbitri", "Totti", o anche argomenti che esulano dal pallone quali: "Tacci de sti zingari, nun se ne po' più".
A Milano si chiama "brunch".
A Roma è, semplicemente: "S'annamo a magnà quarcosa?".
A Milano si chiama "aperitivo".
A Roma è, semplicemente: "Annamo a bere quarcosa?".
A Milano è "brieffare".
A Roma: "Se vedemo così te spiego".
A Milano una cena è "easy".
A Roma è: "Viè vestito come cazzo te pare".
A Milano è: "Sabato vado a cena con la mia ragazza di default".
A Roma è: "Sabato vado a cena con la mia ragazza... du cojoni".
A Milano una festa ha il suo "mood" e la gente è "stilosa".
A Roma una festa ha i suoi imbucati e se a una ragazza dici: "Come sei stilosa!", ti risponde: "Stilosa sarà tu sorella".
A Milano vai nei negozi tipo "Hi-Tech" e ci trovi le coppiette di anziani che maneggiano con disinvoltura oggetti di design e cavatappi di Alessi.
A Roma la coppietta di anziani la trovi a Mondo Convenienza, con la signora che dopo aver aperto un cassettone sotto al divanoletto non riesce più a richiuderlo e chiama il genero, terrorizzata all'idea che il caporeparto le possa fare un cazziatone pubblico.
A Milano, di norma, al ristorante gli orientali sono in giacca e cravatta a discutere d'affari con una bottiglia di vino da cento euro sul tavolo.
A Roma, di norma, se c'è un orientale in un ristorante o sei al cinese o ti lascia un accendino a forma di ranocchio sul tavolo.
A Milano è sempre la settimana di qualcosa: della moda, del mobile, del design, delle nuove tecnologie, della mutanda sgambata, del cucchiaio da polenta.
A Roma niente che abbia a che fare col lavoro o col commercio dura più di tre giorni. Se qualcosa ne dura sette, avrà a che fare col cibo o con la beneficenza o col calcio e in quel caso, per dare l'idea di fatica, sarà comunque denominata "maratona" (culinaria, di solidarietà, di festeggiamenti da scudetto).
A Milano la gente si incontra casualmente per strada o nei locali. Si saluta. Si riconosce.
A Roma se vai in giro e incontri uno che conosci, fai domanda alla commissione vaticana per avviare le procedure per il riconoscimento del miracolo.
Per i milanesi un furgoncino fermo al semaforo è traffico.
Per il romano un tir ribaltato ad un incrocio con sette volanti della polizia, due camion dei pompieri a spegnere il fuoco e quindici veicoli coinvolti in un tamponamento con sei feriti gravi è, notoriamente, strada sgombra.
A Milano il venerdì partono tutti. La città si svuota.
A Roma, nel weekend, quelli che vivono nei quartieri popolari provano ad andare in gita al centro, ma ci sono i varchi e non riescono a entrare nel cuore della capitale. I benestanti provano ad andare all'Argentario o a Sabaudia, ma restano in coda sulla Pontina o a Torrimpietra, per cui non riescono a uscire dalla capitale.
Morale della favola: il venerdì, Roma è stracolma de' romani n'cazzati neri.
Per un milanese, se in un quartiere ci sono almeno due palazzi che non somiglino al quartier generale della Cia, quello è un quartiere bellissimo.
Il romano generalmente lascia al milanese la pia illusione che sia così.
(Ricevuto dall'amico Giovanni).
A Roma, nella hall dell'hotel Hassler, capita di sentire Radio Dimensione Suono in filodiffusione.
A Milano c'è la musica lounge anche dal "pizzicarolo" sotto casa.
Il milanese ha un concetto molto personale e relativo delle distanze. Se vi dice con aria preoccupata: "Accidenti, dobbiamo andare dall'altra parte di Milano!", vi porterà a destinazione in massimo venti minuti. E sbuffando.
Se un romano vi dice: "Aho, dobbiamo andare dall'altra parte di Roma!" e sono le undici della mattina ci vorrà un'ora e un quarto, se sono le sette della mattina ci vorranno due ore, se sono le sei del pomeriggio la tabella di marcia prevede una notte in un qualsiasi Motel Agip sul raccordo anulare.
A Milano, durante le pause pranzo, al tavolino a fianco sentirete parole come "marketing", "conference call", "planning", "account manager", "forecasting".
A Roma, durante le pause pranzo sentirete dire: "Totti", "Tacci de Veltroni", "Totti", "Tacci de Lotito", "Totti", "Tacci dell'arbitri", "Totti", o anche argomenti che esulano dal pallone quali: "Tacci de sti zingari, nun se ne po' più".
A Milano si chiama "brunch".
A Roma è, semplicemente: "S'annamo a magnà quarcosa?".
A Milano si chiama "aperitivo".
A Roma è, semplicemente: "Annamo a bere quarcosa?".
A Milano è "brieffare".
A Roma: "Se vedemo così te spiego".
A Milano una cena è "easy".
A Roma è: "Viè vestito come cazzo te pare".
A Milano è: "Sabato vado a cena con la mia ragazza di default".
A Roma è: "Sabato vado a cena con la mia ragazza... du cojoni".
A Milano una festa ha il suo "mood" e la gente è "stilosa".
A Roma una festa ha i suoi imbucati e se a una ragazza dici: "Come sei stilosa!", ti risponde: "Stilosa sarà tu sorella".
A Milano vai nei negozi tipo "Hi-Tech" e ci trovi le coppiette di anziani che maneggiano con disinvoltura oggetti di design e cavatappi di Alessi.
A Roma la coppietta di anziani la trovi a Mondo Convenienza, con la signora che dopo aver aperto un cassettone sotto al divanoletto non riesce più a richiuderlo e chiama il genero, terrorizzata all'idea che il caporeparto le possa fare un cazziatone pubblico.
A Milano, di norma, al ristorante gli orientali sono in giacca e cravatta a discutere d'affari con una bottiglia di vino da cento euro sul tavolo.
A Roma, di norma, se c'è un orientale in un ristorante o sei al cinese o ti lascia un accendino a forma di ranocchio sul tavolo.
A Milano è sempre la settimana di qualcosa: della moda, del mobile, del design, delle nuove tecnologie, della mutanda sgambata, del cucchiaio da polenta.
A Roma niente che abbia a che fare col lavoro o col commercio dura più di tre giorni. Se qualcosa ne dura sette, avrà a che fare col cibo o con la beneficenza o col calcio e in quel caso, per dare l'idea di fatica, sarà comunque denominata "maratona" (culinaria, di solidarietà, di festeggiamenti da scudetto).
A Milano la gente si incontra casualmente per strada o nei locali. Si saluta. Si riconosce.
A Roma se vai in giro e incontri uno che conosci, fai domanda alla commissione vaticana per avviare le procedure per il riconoscimento del miracolo.
Per i milanesi un furgoncino fermo al semaforo è traffico.
Per il romano un tir ribaltato ad un incrocio con sette volanti della polizia, due camion dei pompieri a spegnere il fuoco e quindici veicoli coinvolti in un tamponamento con sei feriti gravi è, notoriamente, strada sgombra.
A Milano il venerdì partono tutti. La città si svuota.
A Roma, nel weekend, quelli che vivono nei quartieri popolari provano ad andare in gita al centro, ma ci sono i varchi e non riescono a entrare nel cuore della capitale. I benestanti provano ad andare all'Argentario o a Sabaudia, ma restano in coda sulla Pontina o a Torrimpietra, per cui non riescono a uscire dalla capitale.
Morale della favola: il venerdì, Roma è stracolma de' romani n'cazzati neri.
Per un milanese, se in un quartiere ci sono almeno due palazzi che non somiglino al quartier generale della Cia, quello è un quartiere bellissimo.
Il romano generalmente lascia al milanese la pia illusione che sia così.
(Ricevuto dall'amico Giovanni).
Hanno scritto (4)
Il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri.
Possedere, allora, il superfluo è trattenere per sé il bene altrui.
Sant'Agostino
Buonismo è avere compassione dei carnefici di Gesù Cristo.
Povera gente così mal pagata per tanta fatica.
Léon Bloy
Possedere, allora, il superfluo è trattenere per sé il bene altrui.
Sant'Agostino
Buonismo è avere compassione dei carnefici di Gesù Cristo.
Povera gente così mal pagata per tanta fatica.
Léon Bloy
01 aprile 2008
Quelli che se la cercano
Non è vero che i morti sono tutti uguali: continuiamo a credere che gli atti delle persone abbiano una certa importanza anche nei paesi in cui la responsabilità individuale di fatto non esiste. Per questo l’ondata di retorica sulla morte del tifoso del Parma, condita dalla solita ipocrita decisione di non giocare la partita, ha avuto toni se possibile ancora più assurdi di quelli usati l’11 novembre scorso per la morte di Gabriele Sandri, un altro ragazzo di buona famiglia bisognoso psicologicamente di dare un inquadramento militare alla propria passione calcistica. Come nel caso del tifoso laziale, Matteo Bagnaresi e i suoi compagni avevano attaccato briga con tifosi della Juventus durante una sosta all’autogrill: non erano insomma passanti o appassionati di calcio che si stavano facendo gli affari loro, fra una rustichella fredda ed un very best di Pupo pescato nel cestone. Rispetto all’episodio di quasi cinque mesi fa, nato da un litigio fra cani sciolti ormai terminato e male interpretato da un poliziotto, quello dell’area di servizio Crocetta Nord ha una connotazione più classicamente da tifo organizzato. Un centinaio di Boys del Parma incrocia un gruppo di juventini lontani dal mondo ultrà (Juventus Club Crema) e dopo averli 'avvertiti' già in autostrada, assedia il loro pullmann con le solite modalità. Pezzi di vetro, cinghie, bottiglie, minacce, con tentativo di salire sull’automezzo: intenzioni al centodieci per cento non pacifiche, paura fra gli occupanti, alcuni dei quali già colpiti mentre erano allo scoperto, ed ovvia richiesta all’autista di scappare il più in fretta possibile. Qui Bagnaresi si piazza davanti al pullmann con le mani alzate: un pacifista sfortunato? Non escludiamo niente, ma di sicuro non si trovava lì per caso come sarebbe potuto essere, ad esempio, per un qualunque altro cliente dell'autogrill. Poi l’incidente e tutte le cose che si sono dette, con l’italianissimo tentativo di mettere tutto e tutti sullo stesso piano quando invece ci sono stati aggressori e aggrediti, professionisti della provocazione senza causa (ci riferiamo a tutti gli ultras del mondo, non solo i Boys) e tifosi normali, gente che veniva da tre anni di Daspo (come Bagnaresi) e persone che volevano solo occupare la propria domenica. Poi la nostra cultura-blob può mettere Sandri e Bagnaresi sullo stesso piano morale di Salvo D’Acquisto, anzi lo sta già facendo, con annessi minuti di silenzio, trofei alla memoria e sociologia del ‘siamo tutti colpevoli’, dimenticando che qualche volta alla morte si va incontro.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
di Stefano Olivari, su Indiscreto
Expo cosa?
Con enfasi paesana è stata festeggiata l'assegnazione dell'Expo 2015 a Milano.
Abbiamo spezzato le reni a Smirne, che buona parte della stampa locale ha pervicacemente collocato in Grecia per lungo tempo.
La geografia, è noto, da tempo non è più materia di insegnamento nelle scuole, sostituita da droghe leggere e palpeggiamenti delle parti intime delle insegnanti.
La vittoria è stata un'opportuna occasione per recitare l'abituale teatrino all'italiana.
È risaputo che nel Belpaese il palcoscenico della vittoria è sempre affollatissimo. Mancava vasavasa Cuffaro, impegnato in una fiera gastronomica del cannolo siciliano, ma gli altri c'erano tutti ed hanno trovato modo di azzuffarsi ed insultarsi, rivendicandosi meriti ed onori.
È persino ricomparso il desparecido della politica italiana Prodi.
Avrà colto l'occasione per perfezionare la svendita di "Aliscioperi" ad Air France.
Forse gli unici che si sono fatti un mazzo tanto per portare a casa questa manifestazione molto retrò e sostanzialmete inutile sono stati Formigoni e Moratti.
Da lombardo-milanese, avrei apprezzato che tanto impegno fosse stato indirizzato verso una migliore vivibilità del territorio, ormai ridotto a livelli meditterranei.
Ma forse, con i finanziamenti promessi questo miracolo potrebbe realizzarsi.
Ora, finita la sbornia di spumante e parole in libertà, c'è da chiedersi come sarà gestita questa avventura.
La domanda non è superflua poiché sul nostro passato grava la macchia di Italia '90, che rappresenta un epocale scempio di denaro pubblico che i signorini dei quartieri alti (dentone Moratti ed emége Montezemolo) realizzarono in combutta con il declinante partito socialista, ormai dedito a tempo pieno al pizzo tangentaro (agli smemorati consiglio di rileggersi le cronache del tempo).
Il rischio è quello di mettere in piedi uno spettacolo indecoroso fatto di opere faraoniche ed inutili,vedi terzo anello e copertura di San Siro, arrembaggio dei soliti noti toponi, ricorsi al Tar dei verdi-ecologisti, sospensione dei lavori, ritardi disastrosi nella realizzazione delle opere, ritorno trionfante della magistratura militante.
Insomma, un bella Milanopoli per i nipoti del prossimo ventennio.
L'altra ipotesi, pragmatica e modesta, è imitare Lisbona, Siviglia e, perché no, Torino, senza i furti, approfittando di un'inutile occasione per modernizzare e rilanciare la città.
Vedaremm.
Ma senza illusioni.
Abbiamo spezzato le reni a Smirne, che buona parte della stampa locale ha pervicacemente collocato in Grecia per lungo tempo.
La geografia, è noto, da tempo non è più materia di insegnamento nelle scuole, sostituita da droghe leggere e palpeggiamenti delle parti intime delle insegnanti.
La vittoria è stata un'opportuna occasione per recitare l'abituale teatrino all'italiana.
È risaputo che nel Belpaese il palcoscenico della vittoria è sempre affollatissimo. Mancava vasavasa Cuffaro, impegnato in una fiera gastronomica del cannolo siciliano, ma gli altri c'erano tutti ed hanno trovato modo di azzuffarsi ed insultarsi, rivendicandosi meriti ed onori.
È persino ricomparso il desparecido della politica italiana Prodi.
Avrà colto l'occasione per perfezionare la svendita di "Aliscioperi" ad Air France.
Forse gli unici che si sono fatti un mazzo tanto per portare a casa questa manifestazione molto retrò e sostanzialmete inutile sono stati Formigoni e Moratti.
Da lombardo-milanese, avrei apprezzato che tanto impegno fosse stato indirizzato verso una migliore vivibilità del territorio, ormai ridotto a livelli meditterranei.
Ma forse, con i finanziamenti promessi questo miracolo potrebbe realizzarsi.
Ora, finita la sbornia di spumante e parole in libertà, c'è da chiedersi come sarà gestita questa avventura.
La domanda non è superflua poiché sul nostro passato grava la macchia di Italia '90, che rappresenta un epocale scempio di denaro pubblico che i signorini dei quartieri alti (dentone Moratti ed emége Montezemolo) realizzarono in combutta con il declinante partito socialista, ormai dedito a tempo pieno al pizzo tangentaro (agli smemorati consiglio di rileggersi le cronache del tempo).
Il rischio è quello di mettere in piedi uno spettacolo indecoroso fatto di opere faraoniche ed inutili,vedi terzo anello e copertura di San Siro, arrembaggio dei soliti noti toponi, ricorsi al Tar dei verdi-ecologisti, sospensione dei lavori, ritardi disastrosi nella realizzazione delle opere, ritorno trionfante della magistratura militante.
Insomma, un bella Milanopoli per i nipoti del prossimo ventennio.
L'altra ipotesi, pragmatica e modesta, è imitare Lisbona, Siviglia e, perché no, Torino, senza i furti, approfittando di un'inutile occasione per modernizzare e rilanciare la città.
Vedaremm.
Ma senza illusioni.
31 marzo 2008
Gli invincibili di Galliani
Milan 2007-2008, partite casalinghe:
- giocate: 15
- vinte: 4
- pareggiate: 7
- perse: 4
- abbonati truffati: circa 45.000.
- giocate: 15
- vinte: 4
- pareggiate: 7
- perse: 4
- abbonati truffati: circa 45.000.
29 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (4)
Ognuno ha il suo vecchio settantenne
“E’ il profilo di una campagna elettorale normale da Paese europeo: ed è un po’ avvilente che la si consideri noiosa” dice lo staff di Veltroni alla Stampa (25 marzo).
Forse è una normale campagna elettorale da Paese europeo eccezionalmente noioso.
Il mondo al contrario di Afef
“Come se fossero in grado di dare lezioni di igiene a noi di Napoli” dice Rosa Russo Jervolino al Corriere della Sera (28 marzo).
Tutta fierezza e monnezza, la Jervolino è fatta così.
di Lodovico Festa, su L'Occidentale
“E’ il profilo di una campagna elettorale normale da Paese europeo: ed è un po’ avvilente che la si consideri noiosa” dice lo staff di Veltroni alla Stampa (25 marzo).
Forse è una normale campagna elettorale da Paese europeo eccezionalmente noioso.
Il mondo al contrario di Afef
“Come se fossero in grado di dare lezioni di igiene a noi di Napoli” dice Rosa Russo Jervolino al Corriere della Sera (28 marzo).
Tutta fierezza e monnezza, la Jervolino è fatta così.
di Lodovico Festa, su L'Occidentale
Sondaggi
Fra poche ore sarà vietato pubblicare sondaggi pre-elettorali e finirà questa oscena sceneggiata delle previsioni, che i molti istituti di ricerca hanno costruito usando panel di comodo a seconda del committente politico.
Ciò che nel mondo anglosassone è scienza asettica, rigorosamente testata nei decenni (e non pur priva di rischi di errore, come già si vide nelle ultime presidenziali Usa), nel Belpaese è divenuta una carnevalata, finalizzata a disinformare l'opinione pubblica.
I fondamentali della ricerca statistica (campionamento, rappresentatività socio-territoriale, analisi delle tendenze) sono nella bisaccia segreta del ricercatore, così come i metodi di rilevamento e le modalità del quesito.
Le previsioni sono così inattendibili che ci si è inventata la media delle rilevazioni, che è bestemmia scientifica, come fare media tra numero di mele e pere.
Ora lo spettacolino cala il sipario e nel gran finale spara le ultime previsioni, la cui media dice che la partita alla Camera sembra delineata a favore del PDL che, al contrario, sarà soccombente al Senato.
Verrebbe da dire: tutto secondo copione e previsione senza necessità di istituti di ricerca, tutto come il sentiment dell'opinione pubblica aveva colto dall'inizio della campagna elettorale, tutto come nella consapevolezza di PDL e PD che hanno fatto una delle campagne elettorali più ridicole ed insulse dell'Italia repubblicana.
Un voto con esito scontato, e come anticamera della grande coalizione che in un lustro avrà il terribile compito di riscrivere tutte le regole dell'ordinamento democratico, dalla Costituzione alle leggi elettorali, essendo inoltre la passerella per un ricambio profondo della classe di governo in questo paese.
Aspettiamo questo nuovo scenario senza entusiasmi e con modeste speranze che da tanto squallore riesca a nascere un ipotetico nuovo.
Ciò che nel mondo anglosassone è scienza asettica, rigorosamente testata nei decenni (e non pur priva di rischi di errore, come già si vide nelle ultime presidenziali Usa), nel Belpaese è divenuta una carnevalata, finalizzata a disinformare l'opinione pubblica.
I fondamentali della ricerca statistica (campionamento, rappresentatività socio-territoriale, analisi delle tendenze) sono nella bisaccia segreta del ricercatore, così come i metodi di rilevamento e le modalità del quesito.
Le previsioni sono così inattendibili che ci si è inventata la media delle rilevazioni, che è bestemmia scientifica, come fare media tra numero di mele e pere.
Ora lo spettacolino cala il sipario e nel gran finale spara le ultime previsioni, la cui media dice che la partita alla Camera sembra delineata a favore del PDL che, al contrario, sarà soccombente al Senato.
Verrebbe da dire: tutto secondo copione e previsione senza necessità di istituti di ricerca, tutto come il sentiment dell'opinione pubblica aveva colto dall'inizio della campagna elettorale, tutto come nella consapevolezza di PDL e PD che hanno fatto una delle campagne elettorali più ridicole ed insulse dell'Italia repubblicana.
Un voto con esito scontato, e come anticamera della grande coalizione che in un lustro avrà il terribile compito di riscrivere tutte le regole dell'ordinamento democratico, dalla Costituzione alle leggi elettorali, essendo inoltre la passerella per un ricambio profondo della classe di governo in questo paese.
Aspettiamo questo nuovo scenario senza entusiasmi e con modeste speranze che da tanto squallore riesca a nascere un ipotetico nuovo.
Poeti: Edgar Lee Masters
Constance Hately
Tu lodi il mio sacrificio, Spoon River,
perché allevai Irene e Mary,
orfane di mia sorella!
E biasimi Irene e Mary
perché mi disprezzarono!
Ma non lodare il mio sacrificio,
e non censurare il loro disprezzo;
io le allevai, ebbi cura di loro, è vero!
ma avvelenai questi benefici
col costante rinfaccio della loro dipendenza.
Knowlt Hoheimer
Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nel cuore
mi augurai di essere rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?
da Spoon River Anthology
(traduzione a cura di Fernanda Pivano)
Tu lodi il mio sacrificio, Spoon River,
perché allevai Irene e Mary,
orfane di mia sorella!
E biasimi Irene e Mary
perché mi disprezzarono!
Ma non lodare il mio sacrificio,
e non censurare il loro disprezzo;
io le allevai, ebbi cura di loro, è vero!
ma avvelenai questi benefici
col costante rinfaccio della loro dipendenza.
Knowlt Hoheimer
Io fui il primo frutto della battaglia di Missionary Ridge.
Quando sentii la pallottola entrarmi nel cuore
mi augurai di essere rimasto a casa e finito in prigione
per quel furto dei porci di Curl Trenary,
invece di fuggire e arruolarmi.
Mille volte meglio il penitenziario
che avere addosso questa statua di marmo alata,
e il piedistallo di granito
con le parole "Pro Patria".
Tanto, che vogliono dire?
da Spoon River Anthology
(traduzione a cura di Fernanda Pivano)
25 marzo 2008
Promemoria per la BCE da Bob Kennedy
Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l'università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava - tra l'altro - l'inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate. Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale, che lo avrebbe probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d'America.
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.
Robert Kennedy
Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.
Robert Kennedy
20 marzo 2008
Santa Pasqua
Concediamoci una pausa per meditare sulla Passione di Cristo ed anche per prenderci qualche giorno di vacanza.
A tutti gli Amici, un cordiale ed affettuoso arrivederci a presto.
A tutti gli Amici, un cordiale ed affettuoso arrivederci a presto.
19 marzo 2008
Il ventennio di Geronzi
Se Cesare Geronzi non avesse fatto carriera, diventando da dominus della finanza romana e calcistica del centro sud a occupante di una delle poltrone più importanti d'Italia (presidente di Mediobanca), la Roma non sarebbe in vendita ma si sarebbe trovato qualche finanziamento-magheggio in attesa di soci di osservanza geronziana piuttosto che del cattivo americano (variante giornalistica: il mafioso russo, alla Ramenko) di turno. Di sicuro i media sportivi non hanno mai parlato abbastanza di quello che è stato l'uomo più potente del calcio italiano negli ultimi venti anni: più di Berlusconi e Moratti, che con vari gradi di pulizia (ma comunque con soldi loro) hanno sempre lavorato solo per le rispettive società, più dei vari Cragnotti e Tanzi, da lui sostenuti anche nelle imprese più folli, più di Franco Carraro, nel corso degli anni solo spostato di casella, da una federazione ad una banca, addirittura più dell'editorialista cattolico (in attesa dei pezzi di Rosa & Olindo sulle questioni condominiali) Luciano Moggi che è sempre stato un suo uomo, ben prima della Gea dei figli di papà (Moggi e Geronzi, fra gli altri). Una buona occasione per analizzare il geronzismo potrebbe essere il procedimento penale per fallimento del Perugia. Durante la seconda udienza è infatti emerso che Geronzi è indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero. A sua volta Luciano Gaucci è accusato di diffamazione nei confronti dello stesso Geronzi, della moglie e della figlia Chiara (l'ex socia Gea, attualmente giornalista del Tg5, covo di 'figli di' degno di un ospedale pubblico italiano). Vale però la pena ricordare, al di là dei tecnicismi del processo, uno degli inizi 'sportivi' del tutto: cioé la denuncia dell'ex allenatore Arcadio Spinozzi, secondo cui la vendita di Nakata alla Roma per 40 miliardi servì solo a ripianare il debito con la Banca di Roma piuttosto che a soddisfare i tanti altri creditori del Perugia, fra cui Spinozzi stesso. La cosa interessante è il pegno del 99% delle azioni del Perugia dato a Capitalia a garanzia del credito: mettendo insieme tante cose, pensando alla Moggi League dei direttori sportivi forforosi e a tanto altro, viene in mente quel Perugia-Juventus 1 a 0 ed a come la società bianconera accettò il verdetto di una partita clamorosamente irregolare.
di Stefano Olivari, su Indiscreto
di Stefano Olivari, su Indiscreto
17 marzo 2008
L'ambasciatore d'Israele ha capito d'Alema
Ci sono dichiarazioni che vale la pena riportare per intero: "Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas - ha detto l’ambasciatore d’Israele in Italia, Gideon Meir all'Ansa - in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona".
"Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest'organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene", ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi alle parole di "apprezzamento" espresse dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, in merito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.
"La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell'uno accanto all'altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo".
"E' un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c'è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini".
L'ambasciatore israeliano ha già detto tutto il necessario, forse lasciando di stucco tutti quelli che avevano tirato un sospiro di sollievo per la partenza del predecessore, Ehud Gol, uno che non le mandava a dire.
Meir ha avuto bisogno di qualche tempo per ambientarsi e capire la situazione italiana. Ma ora ha dimostrato di averla capita perfettamente e la descrive in modo vivido: oggi l'Italia ha un ministro degli Esteri che tratta Israele come un impresario di pompe funebri con la salma del defunto.
L'unica cosa che resta inspiegabile è che molti ebrei italiani inorridiscano per la candidatura di Fiamma Nirenstein o protestino per quella di Ciarrapico nel centro-destra, ma si sentano perfettamente a posto con la coscienza votando D'Alema o il suo partito.
da l'Occidentale del 13.03.08
Ho riportato questo stralcio di agenzia, ovviamente sottaciuto dalla grande stampa indipendente, ed il susseguente commento perché si presta a due breve considerazioni.
L'una, di natura contingente, attiene a questa mediocrissima campagna elettorale in cui i partiti candidati vincitori recitano illusionistici copioni ed evitano accuratamente di prendere posizione sui grandi temi politici. Berlusconi ripete antiche formule, liturgiche invettive e puntuali smentite il giorno dopo, esattamente come da dieci anni a questa parte. Veltroni, ammantato di penne e piume stregonesche, distribuisce sul tavolino vetrini colorati e parla di una paese che non c'è e non ci sarà mai perché devastato dalla cura di governo della sua parte politica. Intanto il paese non ne può più, è nauseato della commedia e voterà secondo pelle, consapevole di adempiere ad uno stanco ed inutile rituale.
Diversa considerazione, anche perché terribilmente drammatico, merita il problema del Medio-Oriente.
La personale scelta di civiltà di stare dalla parte di Israele e di auspicare il buon esito delle trattative di pace, o tregua duratura che sia, con Abu Mazen, sono puntualmente contraddette dal riaccendersi della violenza bellica in una catena di provocazioni-risposte esemplari che trascina senza fine questo conflitto.
Mi pare chiaro che sinora hanno vinto i falchi dei due schieramenti, gli intransigenti militari della stella di David ed i terroristi palestinesi finanziati dai governi arabi ed integralisti che hanno bisogno di mantenere destabilizzato questo scacchiere del Mediterraneo.
Eppure una pace diffidente è possibile, se è vero che da anni le armi e le provocazioni tacciono fra Egitto ed Israele che si sono combattute due guerre totali e disastrose.
È necessario che la politica internazionale sia messaggera di pace, come sembra stia facendo da qualche anno a dispetto di qualche ballerina di terza fila, indegnamente promossa da Prodi a ministro degli Esteri di questa povera Italia, che scherza ancora, come a Villa Giulia nel '68, con le bottiglie incendiarie lungo il muro di cinta delle polveriere.
"Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen. Il fatto che il leader di quest'organizzazione terroristica si congratuli per queste posizioni non depone a favore di chi le sostiene", ha aggiunto il diplomatico israeliano, riferendosi alle parole di "apprezzamento" espresse dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, in merito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano.
"La pace - ha proseguito Meir - si fa sì con il nemico, ma con un nemico che desidera la pace e la convivenza dell'uno accanto all'altro. La posizione di Hamas è nota e non è cambiata. Non sono disposti a riconoscere il diritto di Israele ad esistere e non sono neanche disposti a parlarci. I loro leader continuano ad invocare la distruzione dello Stato di Israele. Gli inviti per un cessate il fuoco sono solo una fase del piano per completare il sogno di Hamas di distruggere lo Stato di Israele e di fondare uno Stato religioso fondamentalista musulmano tra il fiume Giordano e il Mediterraneo".
"E' un peccato - ha chiosato il diplomatico israeliano - che durante il giorno di lutto per gli otto ragazzi che sono stati uccisi nella scuola rabbinica in Gerusalemme c'è chi invita ad un negoziato con barbari e assassini".
L'ambasciatore israeliano ha già detto tutto il necessario, forse lasciando di stucco tutti quelli che avevano tirato un sospiro di sollievo per la partenza del predecessore, Ehud Gol, uno che non le mandava a dire.
Meir ha avuto bisogno di qualche tempo per ambientarsi e capire la situazione italiana. Ma ora ha dimostrato di averla capita perfettamente e la descrive in modo vivido: oggi l'Italia ha un ministro degli Esteri che tratta Israele come un impresario di pompe funebri con la salma del defunto.
L'unica cosa che resta inspiegabile è che molti ebrei italiani inorridiscano per la candidatura di Fiamma Nirenstein o protestino per quella di Ciarrapico nel centro-destra, ma si sentano perfettamente a posto con la coscienza votando D'Alema o il suo partito.
da l'Occidentale del 13.03.08
Ho riportato questo stralcio di agenzia, ovviamente sottaciuto dalla grande stampa indipendente, ed il susseguente commento perché si presta a due breve considerazioni.
L'una, di natura contingente, attiene a questa mediocrissima campagna elettorale in cui i partiti candidati vincitori recitano illusionistici copioni ed evitano accuratamente di prendere posizione sui grandi temi politici. Berlusconi ripete antiche formule, liturgiche invettive e puntuali smentite il giorno dopo, esattamente come da dieci anni a questa parte. Veltroni, ammantato di penne e piume stregonesche, distribuisce sul tavolino vetrini colorati e parla di una paese che non c'è e non ci sarà mai perché devastato dalla cura di governo della sua parte politica. Intanto il paese non ne può più, è nauseato della commedia e voterà secondo pelle, consapevole di adempiere ad uno stanco ed inutile rituale.
Diversa considerazione, anche perché terribilmente drammatico, merita il problema del Medio-Oriente.
La personale scelta di civiltà di stare dalla parte di Israele e di auspicare il buon esito delle trattative di pace, o tregua duratura che sia, con Abu Mazen, sono puntualmente contraddette dal riaccendersi della violenza bellica in una catena di provocazioni-risposte esemplari che trascina senza fine questo conflitto.
Mi pare chiaro che sinora hanno vinto i falchi dei due schieramenti, gli intransigenti militari della stella di David ed i terroristi palestinesi finanziati dai governi arabi ed integralisti che hanno bisogno di mantenere destabilizzato questo scacchiere del Mediterraneo.
Eppure una pace diffidente è possibile, se è vero che da anni le armi e le provocazioni tacciono fra Egitto ed Israele che si sono combattute due guerre totali e disastrose.
È necessario che la politica internazionale sia messaggera di pace, come sembra stia facendo da qualche anno a dispetto di qualche ballerina di terza fila, indegnamente promossa da Prodi a ministro degli Esteri di questa povera Italia, che scherza ancora, come a Villa Giulia nel '68, con le bottiglie incendiarie lungo il muro di cinta delle polveriere.
15 marzo 2008
Poeti: Eugenio Montale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
14 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (3)
“Stiamo riconquistando un’immagine competitiva” dice Romano Prodi alla Stampa (14 marzo). È il dramma di quelli che credono di giocare a tressette ciapanò (in cui vince chi prende meno punti) mentre tutti stanno giocando al tressette normale.
“La Confindustria, con furbizia, punta a abbassare il salario della maggioranza dei lavoratori” dice Guglielmo Epifani alla Repubblica (14 marzo). Invece la Cgil, con la sua oculata strategia di lotte, è riuscita ad abbassare il salario proprio di tutti i lavoratori.
“Laddove si manifestino convergenze sul programma, non escludiamo collaborazioni con nessuno” dice Massimo D’Alema al Riformista (14 marzo). No, questa volta non si rivolge ad Hamas bensì all’Udc.
“Meglio essere pessimisti che stupidi” dice Alessandro Profumo al Corriere della Sera (14 marzo). Sì, si sa: il pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà. Il dramma è che ci sono anche i pessimisti stupidi.
Lodovico Festa
“La Confindustria, con furbizia, punta a abbassare il salario della maggioranza dei lavoratori” dice Guglielmo Epifani alla Repubblica (14 marzo). Invece la Cgil, con la sua oculata strategia di lotte, è riuscita ad abbassare il salario proprio di tutti i lavoratori.
“Laddove si manifestino convergenze sul programma, non escludiamo collaborazioni con nessuno” dice Massimo D’Alema al Riformista (14 marzo). No, questa volta non si rivolge ad Hamas bensì all’Udc.
“Meglio essere pessimisti che stupidi” dice Alessandro Profumo al Corriere della Sera (14 marzo). Sì, si sa: il pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà. Il dramma è che ci sono anche i pessimisti stupidi.
Lodovico Festa
Alitalia
Se anche Air France ha paura dei sindacati un motivo c'è.
Nonostante l’offerta vincolante di Ar France per comprare Alitalia sia prevista per domani, il ministro Bianchi ha detto di ritenere “cosa saggia” che si aspetti il prossimo governo per procedere.
La ragione di tale “saggezza” va ricercata nei “vincoli” posti da Air France all’acquisto. La necessaria ristrutturazione dell’azienda non piace ai sindacati, ed è normale che il compratore voglia la garanzia di poter procedere, una volta acquisita la compagnia, a rimetterla in ordine.
L’allergia all’opzione Air France di buona parte della classe politica (e di non pochi di quelli che saranno presumibilmente al governo), assieme con la nota facilità di mobilitazione dei sindacati del ramo, lasciano presagire che il treno della privatizzazione potrebbe essere perso. Con soli due esiti possibili: o il fallimento della compagnia, o qualche giochetto improbabile e vischioso per salvarla dal patatrac.
La vicenda Alitalia dovrebbe insegnare invece due cose, soprattutto al centro-destra. La prima è che c’è un solo modo per evitare che altri privatizzino poi male: privatizzare prima bene. Se in cinque anni di berlusconismo non fosse girato il carillon del “patriottismo economico” (un Paese importante deve avere un vettore col suo vessillo nazionale!), si sarebbe potuta vendere Alitalia attraverso una gara più trasparente, e soprattutto il contribuente non avrebbe perso tanto tempo e tanto denaro.
La seconda è che il potere dei sindacati in questo Paese resta fortissimo. L’Italia, non avendo avuto una Thatcher, non ha avuto neanche una vertenza coi suoi “minatori”: e i risultati si vedono. Da noi il governo non riesce a piegare una corporazione chiassosa ma numericamente esigua come quella degli “operai del traffico”, i tassinari, figurarsi se riesce a dare un giro di vite alle sigle dei dipendenti Alitalia.
Ma chi mai comprerebbe un’impresa certo che qualsiasi tentativo di rimetterla a nuovo costerà reputazione, lacrime e sangue, visto che i lavoratori cercheranno di stoppare ogni tentativo di razionalizzazione del personale?
E’ vero che i liberisti rischiano di passare per campioni del licenziamento facile, personaggini con la bava alla bocca ogni volta che ad alcuni (agli altri) si consegna il foglio di via. E’ un po’ la caricatura che se ne fa anche dibattendo il saggio di Giulio Tremonti, “La paura e la speranza”.
Quelli che scoperchiano le frontiere, aprendo possibilità prima inimmaginabili al grosso del pianeta, vengono spacciati per consapevoli affamatori dei propri vicini di casa. Quando invece le libere organizzazioni dei lavori, se libere, possono rivestire un ruolo importante in una prospettiva liberista: dove invece non ce l’ha la pretestuosa e radicale dissociazione degli interessi degli impiegati da quelli dell’imprenditore, come se l’impresa non fosse la barca su cui stanno gli uni e l'altro. E come se i diktat sindacali producessero solo benefici nell’immediato, e non un conto salato da pagare: nel caso di Alitalia, il fallimento.
E’ chiaro che, alle obiezioni “solidaristiche” alle liberalizzazioni, può sembrare assurdo replicare che un’economia di mercato si sa adattare, e pertanto la sua più completa liberalizzazione e liberazione dalla presa delle corporazioni nel lungo periodo va a vantaggio anche di chi oggi ne esce apparentemente perdente. Sarà ottimismo, ma non è immotivato.
L’alternativa è, come insegna il caso Alitalia, la mera preservazione dell'esistente. Un tempo presente in cui abbiamo tutti i difetti che gli anti-liberalizzatori ascrivono a liberalizzazioni ancora non fatte, e in più la sistematica depressione delle forze vive di questo Paese.
Siamo sicuri che il cambiamento sia necessariamente verso il peggio?
Alberto Mingardi, su l'Occidentale
Nonostante l’offerta vincolante di Ar France per comprare Alitalia sia prevista per domani, il ministro Bianchi ha detto di ritenere “cosa saggia” che si aspetti il prossimo governo per procedere.
La ragione di tale “saggezza” va ricercata nei “vincoli” posti da Air France all’acquisto. La necessaria ristrutturazione dell’azienda non piace ai sindacati, ed è normale che il compratore voglia la garanzia di poter procedere, una volta acquisita la compagnia, a rimetterla in ordine.
L’allergia all’opzione Air France di buona parte della classe politica (e di non pochi di quelli che saranno presumibilmente al governo), assieme con la nota facilità di mobilitazione dei sindacati del ramo, lasciano presagire che il treno della privatizzazione potrebbe essere perso. Con soli due esiti possibili: o il fallimento della compagnia, o qualche giochetto improbabile e vischioso per salvarla dal patatrac.
La vicenda Alitalia dovrebbe insegnare invece due cose, soprattutto al centro-destra. La prima è che c’è un solo modo per evitare che altri privatizzino poi male: privatizzare prima bene. Se in cinque anni di berlusconismo non fosse girato il carillon del “patriottismo economico” (un Paese importante deve avere un vettore col suo vessillo nazionale!), si sarebbe potuta vendere Alitalia attraverso una gara più trasparente, e soprattutto il contribuente non avrebbe perso tanto tempo e tanto denaro.
La seconda è che il potere dei sindacati in questo Paese resta fortissimo. L’Italia, non avendo avuto una Thatcher, non ha avuto neanche una vertenza coi suoi “minatori”: e i risultati si vedono. Da noi il governo non riesce a piegare una corporazione chiassosa ma numericamente esigua come quella degli “operai del traffico”, i tassinari, figurarsi se riesce a dare un giro di vite alle sigle dei dipendenti Alitalia.
Ma chi mai comprerebbe un’impresa certo che qualsiasi tentativo di rimetterla a nuovo costerà reputazione, lacrime e sangue, visto che i lavoratori cercheranno di stoppare ogni tentativo di razionalizzazione del personale?
E’ vero che i liberisti rischiano di passare per campioni del licenziamento facile, personaggini con la bava alla bocca ogni volta che ad alcuni (agli altri) si consegna il foglio di via. E’ un po’ la caricatura che se ne fa anche dibattendo il saggio di Giulio Tremonti, “La paura e la speranza”.
Quelli che scoperchiano le frontiere, aprendo possibilità prima inimmaginabili al grosso del pianeta, vengono spacciati per consapevoli affamatori dei propri vicini di casa. Quando invece le libere organizzazioni dei lavori, se libere, possono rivestire un ruolo importante in una prospettiva liberista: dove invece non ce l’ha la pretestuosa e radicale dissociazione degli interessi degli impiegati da quelli dell’imprenditore, come se l’impresa non fosse la barca su cui stanno gli uni e l'altro. E come se i diktat sindacali producessero solo benefici nell’immediato, e non un conto salato da pagare: nel caso di Alitalia, il fallimento.
E’ chiaro che, alle obiezioni “solidaristiche” alle liberalizzazioni, può sembrare assurdo replicare che un’economia di mercato si sa adattare, e pertanto la sua più completa liberalizzazione e liberazione dalla presa delle corporazioni nel lungo periodo va a vantaggio anche di chi oggi ne esce apparentemente perdente. Sarà ottimismo, ma non è immotivato.
L’alternativa è, come insegna il caso Alitalia, la mera preservazione dell'esistente. Un tempo presente in cui abbiamo tutti i difetti che gli anti-liberalizzatori ascrivono a liberalizzazioni ancora non fatte, e in più la sistematica depressione delle forze vive di questo Paese.
Siamo sicuri che il cambiamento sia necessariamente verso il peggio?
Alberto Mingardi, su l'Occidentale
13 marzo 2008
Cent'anni di avanspettacolo
Annunciando la fine della sua avventura interista in conferenza stampa, Roberto Mancini ha sorpreso i talebani del morattismo, ancora con il cervello pieno di interviste del centenario, libri di Oliviero Toscani (il cui figlio ha casualmente prodotto un film sulla storia nerazzurra), documentari di Salvatores (la cui assistente è una delle figlie di Moratti), celebrazioni di un'era poco credibile in ogni caso: lo sporco duopolio Galliani-Moggi, con intermezzo geronziano, ha reso spazzatura dodici anni di albi d'oro, ma non è detto che chi è arrivato dietro fosse più forte o più meritevole. Insomma, Moratti è rimasto Moratti. Per avere molte certezze bisogna essere molto tifosi, ed i tifosi del morattismo si erano così affezionati alle belle sconfitte, alle immagini in bianco e nero ed ai mezzi giocatori da non concepire l'arrivo sulla loro panchina di un vincente come Roberto Mancini. Vincente non nel senso becero della bacheca, secondo cui Trapattoni varrebbe cento Zeman, ma nel senso di provare a vincere. Che, come si è visto con il Liverpool ed in poche altre occasioni, non significa riuscirci: a volte c'è chi è più forte, chi nel momento giusto sa essere più forte, chi è bravo nello sfruttare le tue mancanze ed i tuoi sbagli (e Mancini sia con il Valencia che con il Liverpool ne ha fatti: peggio l'insistenza su Stankovic, con Jimenez trascurato, che la scelta di un Burdisso al quale per mancanza di fiducia i compagni non passano la palla quando si sovrappone). Ci sarà tempo e modo per tornare su quello che ha significato Mancini per l'Inter, forse anche prima dei due mesi e mezzo da lui ipotizzati e che ieri sera Moratti ha ipotizzato non essere gli ultimi della sua vita interista. E' invece evidente che si tratti solo di una tregua, per rimanere attaccati ad uno scudetto che prima di Mancini sembrava un traguardo pazzesco e che adesso sembra quasi un premio di consolazione. Solo la rimonta della Roma ha fatto cambiare idea riguardo alla malsana idea del traghettatore: l'emergente Mihajlovic, al presidente molto più caro di Mancini, l'autocandidato Zenga e via peggiorando. Di sicuro una buona parte del mondo Inter si merita allenatori che dicano che Recoba è una grande risorsa, Adriano uno attaccato alla maglia e Coco un fenomeno incompreso. Mourinho non fa parte di questa razza, il più diplomatico Benitez forse sì. 2. L'unica cosa sicura è che Moratti, ormai da mesi invidioso del carisma del suo ex idolo e che prende come pugnalate espressioni tipo 'L'Inter di Mancini', ha preso malissimo il fatto di essere stato mediticamente scavalcato anche martedì sera. Tanto che nell'incontro avvenuto alla Saras, secondo quanto fatto trapelare da alcuni cortigiani (non necessariamente la verità), il petroliere avrebbe usato nei confronti del tecnico toni durissimi, mai adoperati nemmeno nei confronti di farabutti del passato che lavoravano per altre società facendogli strapagare cariatidi e svendere giocatori validi. Mancini ovviamente non si è scusato (di cosa poi?), come invece si dedurrebbe dalle sue stesse dichiarazioni ufficiali, ma ha preso e portato a casa: meglio chiudere con uno scudetto sofferto e le dimissioni che con un esonero. Traghettatore o non traghettatore, annunciando personalmente la fine della propria era l'allenatore è riuscito nella più facile delle sue imprese interiste: mettere a nudo la pochezza di una società e di un'ambiente che si erano illusi di avere fatto un salto di qualità. Con vari effetti collaterali. Primo: ha evitato di essere messo quotidianamente sulla graticola da Moratti nella quotidiana esternazione sotto gli uffici della Saras, come capitato a tutti, ma proprio tutti i suoi predecessori, da Ottavio Bianchi a Zaccheroni. Secondo: se Moratti non lo caccerà prima, come è ancora possibile, Mancini avrà ottenuto da quella parte di squadra che rema dalla sua parte una dedizione totale, decisiva per resistere al ritorno della Roma. E pazienza per il dirigente in pectore Figo, che per amore della maglia ha rinunciato agli Emirati Arabi, per il declinante Materazzi, l'idolo della Gazzetta Toldo o il presuntuoso Vieira: sei punti, anzi sette visti gli scontri diretti, su una squadra che penserà anche alla Champions League li si potranno mantenere anche con Pelé e Balotelli. Terzo: ha permesso a giornali e tivù di rimpiere spazi con le reazioni livorose dei suoi antipatizzanti, i tromboni del 'Mancini non ha fatto la gavetta'. Mentre Ancelotti, Van Basten, Rijkaard hanno iniziato dalla squadra del condominio...Da quella brava persona di Moggi, che aveva capito tutto da tempo (è pronto per Berlusconi, basta che gli tolgano qualche anno di squalifica) a Gino e Michele (!), tutti a parlare di gesto inopportuno ed a prendere le parti di Moratti dimenticando chi metteva in campo squadre orrende pur potendo contare sul miglior Ronaldo o sul miglior Vieri. Ma fra poco partirà comunque la restaurazione: dentro tutti quelli simpatici, fuori Mancini. Che non si attaccherà al contratto con scadenza 2011, nonostante al mondo solo Juande Ramos guadagni più di lui: al di là di ipotesi e scambi di telefonate non ha niente in mano, a parte la certezza di non poter più allenare in Italia a questo livello. Il moggismo sopravvive a Moggi e si trova benissimo con Moratti ed i baciamaglie a lui devoti
Stefano Olivieri, su la Settimana Sportiva
Stefano Olivieri, su la Settimana Sportiva
12 marzo 2008
Cent'anni di patacche
Dopo tutte le soddisfazioni che ci hanno regalato negli ultimi quarant'anni, gli onestoni hanno fatto un tuffo in Europa e sono immediatamente annegati nel porto di Liverpool.
A fine partita psicodramma, con l'annuncio di Ciuffettino che a fine anno lascerà l'Inter.
Dentone, dopo la bevuta di sabato notte con babbione Celentano, ha perso la parola.
Dovevano segnare 15 gol ieri sera, ne hanno fatti zero in 180 minuti.
Grazie per sempre.
Non ci fate mancare mai niente.
A fine partita psicodramma, con l'annuncio di Ciuffettino che a fine anno lascerà l'Inter.
Dentone, dopo la bevuta di sabato notte con babbione Celentano, ha perso la parola.
Dovevano segnare 15 gol ieri sera, ne hanno fatti zero in 180 minuti.
Grazie per sempre.
Non ci fate mancare mai niente.
09 marzo 2008
Il rigore dei cent'anni
La vittoria interista nel giorno dell'anniversario con la modesta Reggina è stata spianata da un rigore fantasma fischiato ad inizio partita dall'arbitro Brighi, pupillo di Collina.
Ora è più comprensibile chi sia il ragazzo della via Gluck, cantato in piazza sul palco dal duo di vecchi babbioni Celentano-Moratti.
Ora è più comprensibile chi sia il ragazzo della via Gluck, cantato in piazza sul palco dal duo di vecchi babbioni Celentano-Moratti.
08 marzo 2008
Il paradosso di Tremonti
Questione dell'aborto a parte, quella innescata da Giulio Tremonti su protezionismo e globalizzazione, con le reazioni polemiche che ha suscitato, è, almeno fino ad ora, l'unica discussione politico- culturale degna di questo nome della campagna elettorale. Investe un tema su cui l'intero Occidente è diviso e, plausibilmente, si dividerà ancor più nei prossimi anni. Una divisione che, per giunta, è impossibile ricondurre alla logora distinzione destra-sinistra. Si pensi, ad esempio, al fatto che il protezionismo è una delle bandiere del candidato alla nomination democratica Barack Obama.
Tremonti, armato dell'intelligenza e dell'anticonformismo che tutti gli riconoscono, ha rotto lo schema classico che vede (dall'epoca reaganiana e thatcheriana in poi) i liberal- conservatori combinare anti-proibizionismo in economia e tradizionalismo nelle questioni etiche. Riprendendo temi che aveva già sollevato in passato e a cui ha dato veste più sistematica nel suo ultimo libro, Tremonti ripropone l'idea della necessità di una dura difesa europea, e occidentale, dalla concorrenza asiatica. Nel quadro di una rivolta, anche morale, contro la rinuncia della politica a guidare il mercato. Sarebbe facile (ma sbagliato) dire che in questo modo i «no-global», coloro che combattono il mercato globale, hanno trovato un campione, inaspettato ma anche molto più preparato di quelli che si erano scelti fino ad oggi. Sarebbe sbagliato perché Tremonti non è certo, a differenza dei no-global, un avversario del capitalismo e della libera impresa. Ciò che propone è una protezione del capitalismo occidentale dal dumping sociale, ossia dall'aggressione economica portata da Paesi nei quali le condizioni politiche garantiscono bassi salari e vantaggi competitivi. Una protezione che, nella visione di Tremonti, spetta agli statisti, a una politica di nuovo consapevole del proprio ruolo di comando, assicurare.
Non c'è dubbio che una posizione come quella di Tremonti sia fatta per dividere trasversalmente gli schieramenti. Contrastata dai liberali del centrodestra (ben rappresentati da economisti come Renato Brunetta o Antonio Martino) può trovare orecchie attente nel sindacalismo, Cgil compresa. Può attrarre quella parte del ceto medio, per esempio il mondo artigianale, estraneo ai processi di internazionalizzazione dell'economia, ma può anche arrivare a spiazzare e imbarazzare la sinistra estrema .
Non è certo l'unico, né il primo, Tremonti, a mettere in guardia contro la cosiddetta «faccia oscura della globalizzazione». In Occidente lo hanno già fatto molti altri prima di lui. Ma c'è una differenza. Tremonti occupa un ruolo politico di primissimo piano all'interno di uno schieramento liberal-conservatore e, se le elezioni daranno la vittoria al Popolo della libertà, sarà di nuovo alla guida dell'economia italiana. Ha ragione Alberto Mingardi quando, sul Riformista, osserva che Tremonti sembra proporre l'archiviazione del reaganismo, sinonimo (più nell'immaginario che nella realtà) di liberalismo economico senza vincoli, e il ritorno a forme di conservatorismo «sociale» come quello che fu incarnato in Europa dal generale De Gaulle.
Come Francesco Giavazzi (su questo giornale), come Renato Brunetta, come Antonio Polito ( Il Riformista), come Fabrizio Onida ( Il Sole 24 ore), anche chi scrive pensa che la strada indicata da Tremonti non sia quella giusta, e che la concorrenza, anche quella drogata dei colossi asiatici, possa essere affrontata solo con riforme liberalizzatrici e con la lotta contro l'oppressione burocratico-statale dell'economia. E non mi sembra che questo sarebbe un compito indegno, o subalterno, da proporre alla politica. Per esempio, piuttosto che la creazione di istituti di credito, se non pubblici, comunque guidati dallo Stato, non servirebbe di più al nostro Mezzogiorno, come ha proposto l'Istituto Bruno Leoni, la sua trasformazione in una no taxation area per le imprese disposte ad investirvi?
Pur non condividendo, riconosco tuttavia che quella di Tremonti è una posizione rispettabile e seria. E' quello, comunque, uno dei più importanti temi con cui gli occidentali dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Nonostante il ruolo politico di Tremonti, tuttavia, non credo che, in caso di vittoria del centrodestra, la sua posizione culturale possa tradursi in immediata azione politica. Non solo perché nel centrodestra sono in molti a pensarla diversamente da lui. Ma anche, o soprattutto, perché chi avrà responsabilità di indirizzo economico nei prossimi anni sarà inevitabilmente «assalito dalla realtà», dovrà fare i conti, prima di ogni altra cosa, con la necessità, comunque, di liberalizzare l'economia, colpire le rendite politiche annidate al centro e alla periferia, fare insomma tutte quelle cose che piacciono ai liberali, a quelli che pensano che il mercato, meglio senza frontiere, non sia solo il mezzo più efficiente per creare e distribuire ricchezza ma sia anche garanzia di libertà (per chi ce l'ha) e di emancipazione (per chi vi aspira).
Angelo Panebianco, sul Corriere
Le posizioni ideologiche di Tremonti non sono mai banali ed immeditate. Se un campione del liberismo senza barriere elebora una ricetta economica protezionistica le ragioni vi sono. È agli occhi di tutti l'insostenibilità della concorrenza asiatica costruita su costi bassissimi e disprezzo per le regole ecologiche anche elementari. I nostri mercati potranno resistere rifugiandosi nelle nicchie di prodotto o cambiando radicalmente le regole della convivenza sociale nel mondo Occidentale.
Tema affascinante e non eludibile.
Piacerebbe un ampio dibattito fra i frequentatori del blog, mentre daremo conto dei contributi degli economisti che vorranno misurarsi su questa tesi tremontiana.
Tremonti, armato dell'intelligenza e dell'anticonformismo che tutti gli riconoscono, ha rotto lo schema classico che vede (dall'epoca reaganiana e thatcheriana in poi) i liberal- conservatori combinare anti-proibizionismo in economia e tradizionalismo nelle questioni etiche. Riprendendo temi che aveva già sollevato in passato e a cui ha dato veste più sistematica nel suo ultimo libro, Tremonti ripropone l'idea della necessità di una dura difesa europea, e occidentale, dalla concorrenza asiatica. Nel quadro di una rivolta, anche morale, contro la rinuncia della politica a guidare il mercato. Sarebbe facile (ma sbagliato) dire che in questo modo i «no-global», coloro che combattono il mercato globale, hanno trovato un campione, inaspettato ma anche molto più preparato di quelli che si erano scelti fino ad oggi. Sarebbe sbagliato perché Tremonti non è certo, a differenza dei no-global, un avversario del capitalismo e della libera impresa. Ciò che propone è una protezione del capitalismo occidentale dal dumping sociale, ossia dall'aggressione economica portata da Paesi nei quali le condizioni politiche garantiscono bassi salari e vantaggi competitivi. Una protezione che, nella visione di Tremonti, spetta agli statisti, a una politica di nuovo consapevole del proprio ruolo di comando, assicurare.
Non c'è dubbio che una posizione come quella di Tremonti sia fatta per dividere trasversalmente gli schieramenti. Contrastata dai liberali del centrodestra (ben rappresentati da economisti come Renato Brunetta o Antonio Martino) può trovare orecchie attente nel sindacalismo, Cgil compresa. Può attrarre quella parte del ceto medio, per esempio il mondo artigianale, estraneo ai processi di internazionalizzazione dell'economia, ma può anche arrivare a spiazzare e imbarazzare la sinistra estrema .
Non è certo l'unico, né il primo, Tremonti, a mettere in guardia contro la cosiddetta «faccia oscura della globalizzazione». In Occidente lo hanno già fatto molti altri prima di lui. Ma c'è una differenza. Tremonti occupa un ruolo politico di primissimo piano all'interno di uno schieramento liberal-conservatore e, se le elezioni daranno la vittoria al Popolo della libertà, sarà di nuovo alla guida dell'economia italiana. Ha ragione Alberto Mingardi quando, sul Riformista, osserva che Tremonti sembra proporre l'archiviazione del reaganismo, sinonimo (più nell'immaginario che nella realtà) di liberalismo economico senza vincoli, e il ritorno a forme di conservatorismo «sociale» come quello che fu incarnato in Europa dal generale De Gaulle.
Come Francesco Giavazzi (su questo giornale), come Renato Brunetta, come Antonio Polito ( Il Riformista), come Fabrizio Onida ( Il Sole 24 ore), anche chi scrive pensa che la strada indicata da Tremonti non sia quella giusta, e che la concorrenza, anche quella drogata dei colossi asiatici, possa essere affrontata solo con riforme liberalizzatrici e con la lotta contro l'oppressione burocratico-statale dell'economia. E non mi sembra che questo sarebbe un compito indegno, o subalterno, da proporre alla politica. Per esempio, piuttosto che la creazione di istituti di credito, se non pubblici, comunque guidati dallo Stato, non servirebbe di più al nostro Mezzogiorno, come ha proposto l'Istituto Bruno Leoni, la sua trasformazione in una no taxation area per le imprese disposte ad investirvi?
Pur non condividendo, riconosco tuttavia che quella di Tremonti è una posizione rispettabile e seria. E' quello, comunque, uno dei più importanti temi con cui gli occidentali dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Nonostante il ruolo politico di Tremonti, tuttavia, non credo che, in caso di vittoria del centrodestra, la sua posizione culturale possa tradursi in immediata azione politica. Non solo perché nel centrodestra sono in molti a pensarla diversamente da lui. Ma anche, o soprattutto, perché chi avrà responsabilità di indirizzo economico nei prossimi anni sarà inevitabilmente «assalito dalla realtà», dovrà fare i conti, prima di ogni altra cosa, con la necessità, comunque, di liberalizzare l'economia, colpire le rendite politiche annidate al centro e alla periferia, fare insomma tutte quelle cose che piacciono ai liberali, a quelli che pensano che il mercato, meglio senza frontiere, non sia solo il mezzo più efficiente per creare e distribuire ricchezza ma sia anche garanzia di libertà (per chi ce l'ha) e di emancipazione (per chi vi aspira).
Angelo Panebianco, sul Corriere
Le posizioni ideologiche di Tremonti non sono mai banali ed immeditate. Se un campione del liberismo senza barriere elebora una ricetta economica protezionistica le ragioni vi sono. È agli occhi di tutti l'insostenibilità della concorrenza asiatica costruita su costi bassissimi e disprezzo per le regole ecologiche anche elementari. I nostri mercati potranno resistere rifugiandosi nelle nicchie di prodotto o cambiando radicalmente le regole della convivenza sociale nel mondo Occidentale.
Tema affascinante e non eludibile.
Piacerebbe un ampio dibattito fra i frequentatori del blog, mentre daremo conto dei contributi degli economisti che vorranno misurarsi su questa tesi tremontiana.
Poeti: Trilussa
Per cui....
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
- È la solita lagna! -
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi più chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei ridì..... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
- È la solita lagna! -
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi più chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei ridì..... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
Inter, duecento di questi pacchi
Altro che odiarli. Io li amo gli indossatori di scudetti altrui e i formidabili vincitori di tornei aziendali Tim. Sono circa duecento i motivi del mio amore sconfinato e ammirato che a un certo punto è diventato irresistibile quando Massimo Moratti è diventato presidente della seconda squadra di Milano. In dodici anni e mezzo non hanno vinto nulla di rilevante e si sono sinceramente convinti che la colpa sia stata di una banda di truffatori. No, non si riferiscono a chi ha falsificato passaporti e ammesso la colpa in sede penale. Nemmeno a chi ha ricettato patenti false e messo sotto controllo mezza serie A. No, neanche a chi ha messo a bilancio la vendita fittizia del proprio marchio. Non a chi ha gonfiato i bilanci. Né a chi non si sarebbe potuto iscrivere al campionato se fossero state rispettate le regole valide per gli altri. Io li amo di un amore eterno perché Moratti ha detto che ogni tanto va a leggersi i nomi della gran bella squadra che ha costruito negli anni (quella senza Ibra e con Recoba, senza Viera e con Vampeta, per capirci) e capisce che senza la banda di truffatori avrebbe vinto due scudetti l’anno, come ora che non ha più avversari. Eccola la rosa. La sentenza a un giudice terzo, a patto che non sia nominato da Guido Rossi.
Portieri (15): Ballotta, Bindi, Carini, Cordaz, Ferron, Fontana, Frey, Frezzolini, Julio Cesar, Mazzantini, Nuzzo, Orlandoni, Pagliuca, Peruzzi, Toldo.
Difensori (58): Adani, Andreolli, Angloma, Barollo, Bergomi, Bia, Blanc, Bonucci, Brechet, Burdisso, Camara, Cannavaro, Centofanti, Cirillo, Coco, Colonnese, M. Conte, Cordoba, Dellafiore, Domoraud, Favalli, Ferrari, Festa, Franchini, Fresi, Galante, Gamarra, Georgatos, Gilberto, Gresko, Grosso, Helveg, Macellari, Materazzi, Mezzano, Mihajlovic, Milanese, Padalino, A. Paganin, M. Paganin, Panucci, Pasquale, Pedroni, Pistone, Potenza, Rivas, Roberto Carlos, Samuel, Sartor, M. Serena, Silvestre, Simic, Sorondo, Tarantino, Tramezzani, Vivas, West, Wome, J. Zanetti, Ze Maria.
Centrocampisti (64): Almeyda, Aloe, Beati, Belaid, Berti, Bianchi, Biava, Binotto, Brocchi, Cambiasso, Carbone, Cauet, Cinetti, Dabo, Dacourt, Dalmat, D’Autilia, Davids, Dell’Anno, Di Biagio, Djorkaeff, Emre, Fadiga, Farinos, Figo, Guglielminpietro, Ince, Jonk, Jugovic, Karagounis, Kily Gonzales, Lamouchi, Luciano, Maa Boumsong, Manicone, Marino, Morfeo, Moriero, Nichetti, Okan, Orlandini, A. Orlando, Paulo Sousa, Peralta, Pinto Fraga, Pirlo, Pizarro, Rebecchi, Seedorf, Seno, Sergio Conceiçao, Sforza, Shalimov, Simeone, Solari, Stankovic, Trezzi, Vampeta, Van Der Meyde, Veron, Winter, Zanchetta, C. Zanetti, Zé Elias.
Attaccanti (40): Adriano, M. Altobelli, Baggio, Batistuta, Bergkamp, Branca, Caio, Choutos, Colombo, Corradi, Crespo, Cruz, Delvecchio, Di Napoli, Ferrante, D. Fontolan, Ganz, Germinale, Kallon, Kanu, R.Keane, Martins, Meggiorini, Momenté, Mutu, Pacheco, Pancev, Rambert, Recoba, Robbiati, Ronaldo, Ruben Sosa, Russo, Sinigaglia, Slavkovski, Hakan Sukur, Ventola, Veronese, C. Vieri, Zamorano.
Allenatori (12): Bianchi, Castellini (due volte), Cuper, Hodgson (due volte), Lippi, Lucescu, Mancini, Simoni, Suarez, Tardelli, Verdelli, Zaccheroni.
dal blog Camillo, di Christian Rocca
Portieri (15): Ballotta, Bindi, Carini, Cordaz, Ferron, Fontana, Frey, Frezzolini, Julio Cesar, Mazzantini, Nuzzo, Orlandoni, Pagliuca, Peruzzi, Toldo.
Difensori (58): Adani, Andreolli, Angloma, Barollo, Bergomi, Bia, Blanc, Bonucci, Brechet, Burdisso, Camara, Cannavaro, Centofanti, Cirillo, Coco, Colonnese, M. Conte, Cordoba, Dellafiore, Domoraud, Favalli, Ferrari, Festa, Franchini, Fresi, Galante, Gamarra, Georgatos, Gilberto, Gresko, Grosso, Helveg, Macellari, Materazzi, Mezzano, Mihajlovic, Milanese, Padalino, A. Paganin, M. Paganin, Panucci, Pasquale, Pedroni, Pistone, Potenza, Rivas, Roberto Carlos, Samuel, Sartor, M. Serena, Silvestre, Simic, Sorondo, Tarantino, Tramezzani, Vivas, West, Wome, J. Zanetti, Ze Maria.
Centrocampisti (64): Almeyda, Aloe, Beati, Belaid, Berti, Bianchi, Biava, Binotto, Brocchi, Cambiasso, Carbone, Cauet, Cinetti, Dabo, Dacourt, Dalmat, D’Autilia, Davids, Dell’Anno, Di Biagio, Djorkaeff, Emre, Fadiga, Farinos, Figo, Guglielminpietro, Ince, Jonk, Jugovic, Karagounis, Kily Gonzales, Lamouchi, Luciano, Maa Boumsong, Manicone, Marino, Morfeo, Moriero, Nichetti, Okan, Orlandini, A. Orlando, Paulo Sousa, Peralta, Pinto Fraga, Pirlo, Pizarro, Rebecchi, Seedorf, Seno, Sergio Conceiçao, Sforza, Shalimov, Simeone, Solari, Stankovic, Trezzi, Vampeta, Van Der Meyde, Veron, Winter, Zanchetta, C. Zanetti, Zé Elias.
Attaccanti (40): Adriano, M. Altobelli, Baggio, Batistuta, Bergkamp, Branca, Caio, Choutos, Colombo, Corradi, Crespo, Cruz, Delvecchio, Di Napoli, Ferrante, D. Fontolan, Ganz, Germinale, Kallon, Kanu, R.Keane, Martins, Meggiorini, Momenté, Mutu, Pacheco, Pancev, Rambert, Recoba, Robbiati, Ronaldo, Ruben Sosa, Russo, Sinigaglia, Slavkovski, Hakan Sukur, Ventola, Veronese, C. Vieri, Zamorano.
Allenatori (12): Bianchi, Castellini (due volte), Cuper, Hodgson (due volte), Lippi, Lucescu, Mancini, Simoni, Suarez, Tardelli, Verdelli, Zaccheroni.
dal blog Camillo, di Christian Rocca
07 marzo 2008
Grand'Italia e dintorni (2)
“La campagna elettorale di Epifani: lo statuto dei lavoratori va lasciato così com’è” - dice un titolo dell’Unità (7 marzo). È meraviglioso votare il Pd: i parlamentari di Epifani, Passoni e Nerozzi, difenderanno l’articolo 18 “così com’è”, mentre Ichino e Calearo si impegneranno a cambiarlo.
“Bisogna saperli leggere i sondaggi” - dice un corsivo di Europa (7 marzo). Certo, finché Veltroni leggi i grafici al contrario e crede di stare vincendo, non si va molto avanti.
“Comincio la mia campagna elettorale da Pompei” - dice Massimo D’Alema al Corriere della Sera (7 marzo). Pompei, uno dei pochi luoghi in Campania dove qualche secolo fa sono stati accumulati più rifiuti di quelli che Bassolino è riuscito a mettere insieme in quindici anni di leadership regionale.
Festa, su l'Occidentale.
“Bisogna saperli leggere i sondaggi” - dice un corsivo di Europa (7 marzo). Certo, finché Veltroni leggi i grafici al contrario e crede di stare vincendo, non si va molto avanti.
“Comincio la mia campagna elettorale da Pompei” - dice Massimo D’Alema al Corriere della Sera (7 marzo). Pompei, uno dei pochi luoghi in Campania dove qualche secolo fa sono stati accumulati più rifiuti di quelli che Bassolino è riuscito a mettere insieme in quindici anni di leadership regionale.
Festa, su l'Occidentale.
06 marzo 2008
Poeti: Alda Merini
Milano
Milano è diventata una belva
non è più la nostra città
adesso è una grassa signora
piena di inutili orpelli
Milano è diventata una belva
non è più la nostra città
adesso è una grassa signora
piena di inutili orpelli
Fine di un ciclo glorioso
Martedì il Milan si è arreso negli ottavi di Champions sul proprio terreno ad un Arsenal giovane, strarompente vitalità e maturità tattica, armonioso ed equilibrato in tutti i reparti.
Non c'è stato un momento della partita in cui si sia avuta la sensazione che il Milan potesse farcela. Semmai si sperava nella lotteria dei rigori ma, negli ultimi dieci minuti, quando si raschia il barile del fiato residuo, i leoncini di Londra c'erano e schiantavano i campioni uscenti.
Bene così. È la naturale conseguenza di una stagione disastrosa, di una squadra vecchia ed usurata, la cui dirigenza ha pervicacemente rifiutato l'avvio di un rinnovamento che i tifosi avveduti invocavano, inutilmente.
La ricostruzione ora è un impegno non aggirabile, ma l'incapacità tecnica e la modesta conoscenza del mercato dell'attuale dirigenza rendono l'impresa molto ardua.
Occorrerebbe cominciare l'opera avvicendando vecchi arnesi presuntuosi ed inebriati di se stessi, come Galliani e soci.
Ieri sera la Roma ha espugnato il Bernabeu con una prova di grande maturità tattica. Forse i giallorossi hanno finalmente superato l'ammissione all'Università del calcio.
Se domani sarà ancora Madrid e non Siena, anche il campionato locale potrebbe essere rimesso in discussione.
Non c'è stato un momento della partita in cui si sia avuta la sensazione che il Milan potesse farcela. Semmai si sperava nella lotteria dei rigori ma, negli ultimi dieci minuti, quando si raschia il barile del fiato residuo, i leoncini di Londra c'erano e schiantavano i campioni uscenti.
Bene così. È la naturale conseguenza di una stagione disastrosa, di una squadra vecchia ed usurata, la cui dirigenza ha pervicacemente rifiutato l'avvio di un rinnovamento che i tifosi avveduti invocavano, inutilmente.
La ricostruzione ora è un impegno non aggirabile, ma l'incapacità tecnica e la modesta conoscenza del mercato dell'attuale dirigenza rendono l'impresa molto ardua.
Occorrerebbe cominciare l'opera avvicendando vecchi arnesi presuntuosi ed inebriati di se stessi, come Galliani e soci.
Ieri sera la Roma ha espugnato il Bernabeu con una prova di grande maturità tattica. Forse i giallorossi hanno finalmente superato l'ammissione all'Università del calcio.
Se domani sarà ancora Madrid e non Siena, anche il campionato locale potrebbe essere rimesso in discussione.
Sondaggi
Il settimanale sondaggio Demoskopea su Sky dà il PDL ed alleati al 45%, PD al 36%, Sinistra e Rosa di Centro fra l'8 ed il 7% percento ciascuno.
Le distanze fra i due grandi concorrenti non sembrano variare nel corso delle ultime settimane.
Veltroni dichiara il ricongiungimento, ma è un altro dei suoi sogni ben confezionati dai media ossequienti. L'avere cominciato con largo anticipo la campagna elettorale non ha portato frutti, mentre la composizione delle liste ha aperto antiche e risapute faide.
Il Pdl per ora viaggia con il vento di bonaccia e sottotraccia.
Vedremo chi terrà meglio gli affanni del mese cruciale e come si orienteranno i voti degli indecisi.
Le distanze fra i due grandi concorrenti non sembrano variare nel corso delle ultime settimane.
Veltroni dichiara il ricongiungimento, ma è un altro dei suoi sogni ben confezionati dai media ossequienti. L'avere cominciato con largo anticipo la campagna elettorale non ha portato frutti, mentre la composizione delle liste ha aperto antiche e risapute faide.
Il Pdl per ora viaggia con il vento di bonaccia e sottotraccia.
Vedremo chi terrà meglio gli affanni del mese cruciale e come si orienteranno i voti degli indecisi.
27 febbraio 2008
Grand'Italia e dintorni
«Se per vita umana si intendono le persone in carne e ossa, mi pare che i medici italiani difendano la vita», dice Livia Turco a La Stampa (26 febbraio). Se invece per vita umana si intende anche quelle cosucce schifosette dei feti con pochissime ossa e carne, allora vuol dire che si intende mistificare.
«Le nostre liste non ce le faremo dettare dalle procure», dice Pierferdinando Casini a La Stampa (26 febbraio). Giorno dopo giorno, Casini sembra sempre di più Mastella: presto o tardi si farà anche una piscina a forma di cozza.
Lodovico Festa
«Le nostre liste non ce le faremo dettare dalle procure», dice Pierferdinando Casini a La Stampa (26 febbraio). Giorno dopo giorno, Casini sembra sempre di più Mastella: presto o tardi si farà anche una piscina a forma di cozza.
Lodovico Festa
26 febbraio 2008
Chi si lamenta è un provinciale
Grazie Juve. Ridere fa sempre bene, lo dicono i medici, i sociologi ed addirittura i giornalisti. Ridere è salutare, però i tempi sono duri, l'inflazione reale è superiore a quella dell'Istat e onestamente mancano i motivi per far vedere i trentadue denti. Per fortuna la società Juventus ce ne ha offerto uno. Come tutti sapranno, i mattacchioni di Corso Ferraris hanno pensato bene di scrivere una letteraccia, del genere «Se si continua così, noi non ci stiamo». Perbacco. Domanda: se contro il Toro il povero arbitro Rizzoli sbaglierà, quale sarà la risposta bianconera? Uscire dal campo? Togliersi le mutande? Pernacchie? E poi l'Atalanta, oppure il Siena, il Catania, il Genoa e le altre perché mai non dovrebbero fare la stessa cosa? O si è deciso che solo contro la Juve si fischia in maniera errata? Lo sappiamo, l'argomento è noioso: arbitri pro e contro i bianconeri, negli ultimi due giorni se ne è parlato a non finire. Noi vogliamo solo fare una piccola e modestissima considerazione. Visti dall'estero, dove abbiamo vissuto i nostri primi tren'anni, i numeri uno della Juventus non ci hanno mai entusiasmato. Gianni Agnelli faceva ridere solo i giornalisti italiani, che si rotolavano per terra prima ancora che l'Avvocato aprisse bocca. Umiliazione in più, umiliazione in meno cosa contava per loro? Tanto poi raccontavano agli amici come il patron della Fiat (patron quando faceva utili, in caso contrario pagavate voi) portasse l'orologio e questo bastava per dare un senso alla propria vita. A proposito, provate oggi a indossare l'orologio sopra la camicia: ve ne direbbero di ogni. A meno che non diate pubblicità ai media, in quel caso diventereste chic e trendy. Spirato l'Avvocato é arrivato il fratello, grado di simpatia meno mille. Capita. Ora c'è Cobolli Gigli, uno che di caccia al fagiano sembra saperne una più del diavolo ma sul calcio le spara a caso. È il classico ragazzo che alle feste del liceo ballava il lento quando gli altri si scatenavano. Fuori situazione, sempre. Gran brava persona, ma forse è arrivato troppo in fretta a dare lezioni sul calcio; solo due anni addietro aveva dubbi sul fatto che si giocasse in undici oppure in sette, su un campo d'erba oppure sulla neve. Guardare una gara di polo a Cortina, vestito con il pellicciotto ed un calice di champagne in mano ci sembrerebbe più nelle sue corde. Una lettera da lui scritta crea un effetto strano, cioè l'effetto contrario a quello desiderato. Altro che indignazione. È come guardare Stanlio e Ollio. Ha continuato la verace (si fa per dire) protesta Alessio Secco, uomo buono come il pane. Di lui pensiamo ogni bene, al di là della cattiva stampa che ha (come se Moggi telefonasse solo a lui, in Italia). Sono loro che gridano contro le ingiustizie? Ma dai. L'unico vero, in senso calcistico, è Claudio Ranieri, difatti i bianconeri guadagnano molto in immagine quando ad apparire è lui. Il resto pare uno scherzo riuscito male. Un grande club (non è il caso di questa Juve) avrebbe semplicemente scritto una nota secca e da venir i brividi freddi: «Noi, Juve, sappiamo solo lavorare, lottare, sempre e comunque, e lo faremo ogni attimo della nostra vita nonostante gli arbitraggi negativi. Nessuno piegherà mai i nostri giocatori, i nostri ideali, i nostri valori. Siamo nati per vincere». Troppo semplice, forse. La conclusione è la solita: o c'è un disegno contro la Juventus, cosa che non si può escludere a priori, ed allora Cobolli deve far saltare tutto il calcio italiano, da Abete in giù, a colpi di denunce alla magistratura sportiva ed ordinaria, oppure non c'è ed allora le lettere ed i dossier mettono i bianconeri sullo stesso piano delle piccole squadre. I sopracitati giornalisti che si sbellicavano dalle risate ricorderanno la battuta del'Avvocato loro idolo: '«Chi si lamenta è un provinciale».
di Dominique Antognoni, in esclusiva per La Settimana Sportiva
Come forse gli amici sanno, sono in silenzio stampa sul Milan, il cui gioco indigna la mia fede cinquantenaria.
Ma il calcio è una malattia della mente e non si può fingere che non esista più.
Tema arbitraggi e la Juve. La Dominique è una giornalista brillante, spiritosa, anche dissacrante verso un Totem dell'Italia consociativa ed assistenziale.
Ma, c'è un "ma".
Io non trovo patetica l'niziativa della mediocre dirigenza bianconera. In primo luogo perché, dopo lustri, ha trovato il coraggio di scrivere le proprie lamentele anziché telefonarle. E questo è un fatto rivoluzionario per chi ha comandato in Federazione da sempre e ben prima che Moggi sposasse gli usi della Casa al suo personale progetto di potere.
In secondo luogo, perché il problema arbitrale ha toccatto livelli di nequizia francamente inaccettabili.
Le giustificazioni date agli errori (inesperienza, psicologia fragile, ambiente ostile) non stanno in piedi.
Questo campionato, che pretende essere ai massimi livelli della professionalità, che è venduto come un piatto da gourmet alle televisioni, che vede un giro di investimenti miliardario (in €uro) non può essere gestito come il torneo delle parrocchie.
Se Collina non ha saputo addestrare in modo accelerato i giovani virgulti passati indenni dalle esperienze delle serie inferiori (dove certi errori si pagano a sganassoni) si faccia da parte.
Se Abete, dopo mesi di disastri, non ha l'umiltà di chiedere alle federazioni europee direttori di gara idonei ai grandi eventi, si dimetta.
Questa dirigenza di stampo melandriano non può pretendere l'impunità.
Il pubblico più avveduto ha già capito che la rappresentazione non è credibile e se ne sta a casa.
Quando i conti non torneranno più nemmeno con i tifosi in poltrona, il giocattolo sarà buttato in un angolo anche dalle satellitari.
E allora i Berlusconi, i Moratti, i Della Valle e giù sino agli Spinelli ed ai Zamparini, finalmente senza reti di protezione, scapperanno senza ritegno verso divertimenti meno rischiosi per i loro
portafogli.
di Dominique Antognoni, in esclusiva per La Settimana Sportiva
Come forse gli amici sanno, sono in silenzio stampa sul Milan, il cui gioco indigna la mia fede cinquantenaria.
Ma il calcio è una malattia della mente e non si può fingere che non esista più.
Tema arbitraggi e la Juve. La Dominique è una giornalista brillante, spiritosa, anche dissacrante verso un Totem dell'Italia consociativa ed assistenziale.
Ma, c'è un "ma".
Io non trovo patetica l'niziativa della mediocre dirigenza bianconera. In primo luogo perché, dopo lustri, ha trovato il coraggio di scrivere le proprie lamentele anziché telefonarle. E questo è un fatto rivoluzionario per chi ha comandato in Federazione da sempre e ben prima che Moggi sposasse gli usi della Casa al suo personale progetto di potere.
In secondo luogo, perché il problema arbitrale ha toccatto livelli di nequizia francamente inaccettabili.
Le giustificazioni date agli errori (inesperienza, psicologia fragile, ambiente ostile) non stanno in piedi.
Questo campionato, che pretende essere ai massimi livelli della professionalità, che è venduto come un piatto da gourmet alle televisioni, che vede un giro di investimenti miliardario (in €uro) non può essere gestito come il torneo delle parrocchie.
Se Collina non ha saputo addestrare in modo accelerato i giovani virgulti passati indenni dalle esperienze delle serie inferiori (dove certi errori si pagano a sganassoni) si faccia da parte.
Se Abete, dopo mesi di disastri, non ha l'umiltà di chiedere alle federazioni europee direttori di gara idonei ai grandi eventi, si dimetta.
Questa dirigenza di stampo melandriano non può pretendere l'impunità.
Il pubblico più avveduto ha già capito che la rappresentazione non è credibile e se ne sta a casa.
Quando i conti non torneranno più nemmeno con i tifosi in poltrona, il giocattolo sarà buttato in un angolo anche dalle satellitari.
E allora i Berlusconi, i Moratti, i Della Valle e giù sino agli Spinelli ed ai Zamparini, finalmente senza reti di protezione, scapperanno senza ritegno verso divertimenti meno rischiosi per i loro
portafogli.
22 febbraio 2008
Intenzioni di voto
Secondo il più recente sondaggio di Sky (sempre più apprezzabili e complete le news della satellitare) la situazione dei concorrenti al governo, alla data, é:
PDL- 48%,
PD- 38%.
Minore del solito la consistenza degli indecisi.
Due sintetiche considerazioni.
La scelta di Veltroni di andare da solo, con pochi cespugli, sembra vincente, così come è positivo il trend di crescita, ma non trionfale come lasciano intendere al loft.
Il divorzio da Casini non sembra per ora avere creato sconquassi nell'elettorato di centro-destra che, se così andasse, avrebbe consensi a sufficienza per governare.
Vedremo se la rimonta del potenziale perdente sarà sufficiente a colmare il divario, ora abbastanza netto.
PDL- 48%,
PD- 38%.
Minore del solito la consistenza degli indecisi.
Due sintetiche considerazioni.
La scelta di Veltroni di andare da solo, con pochi cespugli, sembra vincente, così come è positivo il trend di crescita, ma non trionfale come lasciano intendere al loft.
Il divorzio da Casini non sembra per ora avere creato sconquassi nell'elettorato di centro-destra che, se così andasse, avrebbe consensi a sufficienza per governare.
Vedremo se la rimonta del potenziale perdente sarà sufficiente a colmare il divario, ora abbastanza netto.
La freccia della storia è tornata indietro
Cinquant'anni fa, quando l'insurrezione castrista abbattè la dittatura di Fulgencio Batista, Cuba era definito "il bordello degli americani ricchi". Oggi, invece, è il bordello degli europei (e dei canadesi) poveri. Un bel miglioramento, non c'è che dire. Mezzo secolo fa i contadini cubani soffrivano di penuria alimentare, ora pare che il programma"riformista" di Raul Castro sia quello di dare loro da mangiare. Per il popolo cubano cinquant'anni di esaltazione, all'inizio sincera, alla fine burocratica, della rivoluzione dei Caraibi hanno significato un'impressionante stagnazione, una specie di blocco della storia, che li vede ora più o meno nelle stesse, miserevoli condizioni in cui versavano prima dell'affermazione del regime "progressista".
Anche da altri punti di vista la situazione è rimasta eguale. Le libertà politiche, che non c'erano prima, non ci sono neppure oggi. Le camarille oligarchiche che detenevano il potere sono state sostituite da una monarchia comunista ereditaria; sul piano dei diritti civili vale la pena di ricordare, per esempio, che a Cuba l'omosessualità è un reato che comporta la galera. Insomma Fidel Castro che, per almeno una generazione di intellettuali europei ha rappresentato l'incarnazione della "freccia della storia" che esportava nel refrattario continente americano la scintilla innovatrice del marxismo, è nei fatti la dimostrazione che quella freccia non porta da nessuna parte, che immobilizza le capacità di crescita e di innovazione in una cupa dittatura pauperista. Naturalmente, c'è chi attribuisce il clamoroso fallimento alla malvagità dell'America, che con l'embargo si è rifiutata e si rifiuta di sostenere un regime che aveva proclamato e continua a proclamare sempre più vanamente l'obiettivo esplicito di minacciarne la stabilità e la democrazia, anche con missili atomici. Ora pare che la "nuova" dirigenza della dittatura militare nazionalista dell'Avana voglia imitare quella di Pechino, dando libertà ai capitalisti e continuando a negare al popolo i diritti democratici: un programma che ha un carattere oggettivamente fascista.
da Il Foglio del 21 Febbraio 2008
Anche da altri punti di vista la situazione è rimasta eguale. Le libertà politiche, che non c'erano prima, non ci sono neppure oggi. Le camarille oligarchiche che detenevano il potere sono state sostituite da una monarchia comunista ereditaria; sul piano dei diritti civili vale la pena di ricordare, per esempio, che a Cuba l'omosessualità è un reato che comporta la galera. Insomma Fidel Castro che, per almeno una generazione di intellettuali europei ha rappresentato l'incarnazione della "freccia della storia" che esportava nel refrattario continente americano la scintilla innovatrice del marxismo, è nei fatti la dimostrazione che quella freccia non porta da nessuna parte, che immobilizza le capacità di crescita e di innovazione in una cupa dittatura pauperista. Naturalmente, c'è chi attribuisce il clamoroso fallimento alla malvagità dell'America, che con l'embargo si è rifiutata e si rifiuta di sostenere un regime che aveva proclamato e continua a proclamare sempre più vanamente l'obiettivo esplicito di minacciarne la stabilità e la democrazia, anche con missili atomici. Ora pare che la "nuova" dirigenza della dittatura militare nazionalista dell'Avana voglia imitare quella di Pechino, dando libertà ai capitalisti e continuando a negare al popolo i diritti democratici: un programma che ha un carattere oggettivamente fascista.
da Il Foglio del 21 Febbraio 2008
20 febbraio 2008
Da Cossiga a De Mita, affettuosità fra ex Dicci
Il senatore a vita, Francesco Cossiga, ha inviato una lettera a De Mita: «Esimio Onorevole, da lunghissimo tempo ormai i nostri rapporti si sono definitivamente deteriorati e si sono non interrotti, ma rotti. Ma Lei rimane pur sempre per me uno dei leader più prestigiosi e intelligenti della Democrazia Cristiana e in essa della Sinistra di Base, anche se pessimo segretario politico e ancor peggiore Ministro e Presidente del consiglio: una versione moderna e democratica del clientelismo meridionale. Lei rimarrà sempre nella storia politica del Paese e in particolare in quella della Democrazia Cristiana». «È ingiusto - aggiunge il presidente emerito della Repubblica - che non la vogliano ricandidare! Non immiserisca però questa Sua figura, La prego - anche a difesa della dignità di tutti noi democratico-cristiani -, insistendo per essere candidato nel Partito Democratico che non La vuole. E, La prego! non scivoli nel patetico e nel ridicolo, dando vita ad una piccola e fasulla lista campana! Caso mai, in cambio, si faccia dare... qualche Asl», conclude Cossiga.
Veltroni va giù con la scure. Per ora a farne le spese sono i margheritini e Visco che è elettoralmente una disgrazia e semmai verrà buono dopo per il governo. Fra le vittime anche
Benvenuto, padre da tre legislature dell'incompiuta riforma delle popolari.
L'Obama de noantri è coerente con il suo programma di cambiamento. Se volesse provvedere anche a ritirare la Melandri, la Turco, la Bindi, concambiandole con qualche giovane passionaria, amici o nemici gliene saremmo vivamente grati.
Veltroni va giù con la scure. Per ora a farne le spese sono i margheritini e Visco che è elettoralmente una disgrazia e semmai verrà buono dopo per il governo. Fra le vittime anche
Benvenuto, padre da tre legislature dell'incompiuta riforma delle popolari.
L'Obama de noantri è coerente con il suo programma di cambiamento. Se volesse provvedere anche a ritirare la Melandri, la Turco, la Bindi, concambiandole con qualche giovane passionaria, amici o nemici gliene saremmo vivamente grati.
Poeti: Trilussa
LA POLITICA
Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principi benedetti:
chi vo' qua, chi vo' là... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
(1915)
ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialsta
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto:- Amico mio,
pensa - je disse che ce sò pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
- No, no: - rispose era Gatto senza core -
io nun divido gnente co' nessuno:
fo' er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
(1916)
Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principi benedetti:
chi vo' qua, chi vo' là... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
(1915)
ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialsta
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto:- Amico mio,
pensa - je disse che ce sò pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
- No, no: - rispose era Gatto senza core -
io nun divido gnente co' nessuno:
fo' er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
(1916)
16 febbraio 2008
La notte degli addii
Con la cautela con cui va decifrata una decisione definitiva di un ex-democristiano, sembra che Casini abbia scelto la libertà da Berlusconi e si presenterà, con l'Udc, solo alle elezioni nell'orgogliosa ricerca del sacro Graal: il centro che fu.
Non si capisce se si tratti di divorzio o di pausa di riflessione.
Certo che gli ex amanti, dopo tante prove di abbandono, ora si prendono a male parole anche se subito aggiungono: è lui che mi ci ha tirato per i capelli.
Non so come finirà alle elezioni per il bel Casini. Forse un naufragio, forse un nuovo rinascimento, forse semplicemente l'approdo al Pd.
Per Berlusconi invece il danno è grave, checché gli raccontino i suoi sondaggisti.
Per me ora con Veltroni la partita è alla pari, e mi sembra che il sindaco di Marte abbia più filo da svolgere e balle da raccontare al popolo.
Peccato.
Speravamo di esserci liberati di Visco!
Non si capisce se si tratti di divorzio o di pausa di riflessione.
Certo che gli ex amanti, dopo tante prove di abbandono, ora si prendono a male parole anche se subito aggiungono: è lui che mi ci ha tirato per i capelli.
Non so come finirà alle elezioni per il bel Casini. Forse un naufragio, forse un nuovo rinascimento, forse semplicemente l'approdo al Pd.
Per Berlusconi invece il danno è grave, checché gli raccontino i suoi sondaggisti.
Per me ora con Veltroni la partita è alla pari, e mi sembra che il sindaco di Marte abbia più filo da svolgere e balle da raccontare al popolo.
Peccato.
Speravamo di esserci liberati di Visco!
Ho letto e consiglio
Alan Bennet, Nudi e crudi.
Per chi ama l'umorismo anglosassone un'operina imperdibile. Le prime 50 pagine sono da antologia.
Andrea Vitali, La signorina Tecla Manzi.
Lo considero un clone minore di Piero Chiara, che è l'amor mio. Ha scritto di meglio ma anche qui è descrittore impagabile di atmosfere lacustri.
Cormac McCarty, La strada.
Un capolavoro possente. Non può mancare nella biblioteca degli inizi di millennio.
Maurizio Cucchi, La traversata di Milano.
Solo per milanesi che riescono ancora ad amare la loro città. Un'escursione storico-letteraria nelle vie centrali e nelle periferie brumose.
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.
Un architrave della letteratura italiana del Novecento. Incantevole come una corale di Bach. Si rilegge per essere educati al capolavoro.
Per chi ama l'umorismo anglosassone un'operina imperdibile. Le prime 50 pagine sono da antologia.
Andrea Vitali, La signorina Tecla Manzi.
Lo considero un clone minore di Piero Chiara, che è l'amor mio. Ha scritto di meglio ma anche qui è descrittore impagabile di atmosfere lacustri.
Cormac McCarty, La strada.
Un capolavoro possente. Non può mancare nella biblioteca degli inizi di millennio.
Maurizio Cucchi, La traversata di Milano.
Solo per milanesi che riescono ancora ad amare la loro città. Un'escursione storico-letteraria nelle vie centrali e nelle periferie brumose.
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.
Un architrave della letteratura italiana del Novecento. Incantevole come una corale di Bach. Si rilegge per essere educati al capolavoro.
15 febbraio 2008
Le streghe son tornate
Aborto, il giornale dei Vescovi sulla vicenda di Napoli: «Alimentato un altro caso mediatico»
CITTA’ DEL VATICANO - Sulla vicenda di Silvana, la donna che appena dopo aver subito un aborto terapeutico al Nuovo Policlinico di Napoli è stata interrogata dalla polizia intervenuta in seguito ad una denuncia anonima, si è creato «un altro caso mediatico». Lo scrive "Avvenire" in un articolo di cronaca in cui si rileva anche che «lo scandalo di cui ci si deve occupare» non è il blitz della polizia, quanto quello di un «aborto consumato in solitudine nel bagno dell'ospedale». «Un'altra scelta deve esserci sempre - si legge nell'articolo sul quotidiano dei vescovi - non si può mai lasciare una donna spalle al muro davanti al bivio dell'aborto. Ma di questo nelle piazze e sui giornali non si è sentito parlare: si è invece tentato di rendere incandescente il clima alimentando incidenti e creando un altro caso mediatico, proprio mentre la ricostruzione dei fatti di Napoli faceva affiorare più di un dubbio sulla versione sbrigativa della prima ora».
Da Papanews, del 15 febbraio 2008
CITTA’ DEL VATICANO - Sulla vicenda di Silvana, la donna che appena dopo aver subito un aborto terapeutico al Nuovo Policlinico di Napoli è stata interrogata dalla polizia intervenuta in seguito ad una denuncia anonima, si è creato «un altro caso mediatico». Lo scrive "Avvenire" in un articolo di cronaca in cui si rileva anche che «lo scandalo di cui ci si deve occupare» non è il blitz della polizia, quanto quello di un «aborto consumato in solitudine nel bagno dell'ospedale». «Un'altra scelta deve esserci sempre - si legge nell'articolo sul quotidiano dei vescovi - non si può mai lasciare una donna spalle al muro davanti al bivio dell'aborto. Ma di questo nelle piazze e sui giornali non si è sentito parlare: si è invece tentato di rendere incandescente il clima alimentando incidenti e creando un altro caso mediatico, proprio mentre la ricostruzione dei fatti di Napoli faceva affiorare più di un dubbio sulla versione sbrigativa della prima ora».
Da Papanews, del 15 febbraio 2008
Poeti
Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza.
No, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.
di Alda Merini, poetessa milanese
Hanno scritto (2)
Vi dico che chi sta neutrale conviene che sia odiato da chi perde e disprezzato da chi vince.
Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Hanno scritto (1)
Non chiedetemi dove andremo a finire, perché ci siamo già.
Ennio Flaiano (1910-1972)
Ennio Flaiano (1910-1972)
Iscriviti a:
Post (Atom)