15 luglio 2008

Draghi mette sotto tiro BPM

La Banca Popolare di Milano deve cambiare in tempi rapidi lo statuto riducendo il peso dei dipendenti-soci in consiglio di amministrazione. E in tempi altrettanto celeri deve provvedere al varo di un nuovo piano industriale. La rivoluzione della governance di Bpm è stata imposta ieri dalla Banca d'Italia, dopo un'accurata ispezione durata sei mesi. Al verbale d'ispezione, letto al cospetto del cda dalla responsabile della Vigilanza di Via Nazionale Anna Maria Tarantola, era allegata una lettera firmata personalmente dal Governatore di Bankitalia Mario Draghi. Ed è proprio nella missiva, stando alle indiscrezioni, che verrebbero poste in termini perentori le richieste di presentare entro 45 giorni – insieme alla replica della banca ai rilievi ispettivi – una nuova bozza di statuto (che Bankitalia dovrà approvare) e un nuovo piano industriale. Bankitalia chiede anche che il cda proceda in tempi rapidissimi alla sostituzione del direttore generale Fabrizio Viola, dimessosi nei giorni scorsi.La vera svolta per la atipica governance di Bpm riguarda i meccanismi del voto assembleare per la nomina del cda. Nel mirino del Governatore è finito l'attuale «premio di maggioranza» che garantisce, di fatto, alla lista dei dipendenti-soci coordinata dai sindacati interni 16 consiglieri su 20. Bankitalia chiede che questo «premio» venga ridotto sensibilmente. E contesta il computo dei consiglieri (2) nominati dalla lista dei soci-pensionati tra quelli realmente di minoranza.La revisione della governance, secondo le preoccupazioni espresse da Bankitalia, si è resa necessaria perchè – al termine dell'ispezione – è risultato che l'autoreferenzialità degli attuali meccanismi di governance non permette più lo sviluppo di un piano per la banca.La perentorietà dell'invito a modificare lo statuto, che dopo il via libera di Via Nazionale dovrà essere approvato entro fine anno da un'assemblea straordinaria di Bpm, è destinata a riaprire i giochi per la nomina del nuovo cda ad aprile 2009. La riduzione del peso dei dipendenti-soci apre le porte a una significativa rappresentanza delle minoranze, compresi gli investitori istituzionali che attraverso l'Associazione Bpm 360° (promossa dal fondo Usa Amber Capital) hanno già bussato al libro soci della banca.I rilievi di Bankitalia sono contenuti nel verbale ispettivo (e nell'allegata lettera di Draghi) illustrata ieri al cda della Bpm da parte della responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola, accompagnata dal responsabile Bankitalia di Milano e dal capo degli ispettori. In un clima interno di crescente tensione – a seguito delle dimissioni del direttore generale Fabrizio Viola, che hanno amplificato il faro del mercato e delle Autorità sulla governance di Bpm – il consiglio presieduto da Roberto Mazzotta ha ascoltato per circa due ore la dura relazione della Vigilanza. In serata una nota ufficiale di Bpm si è limitata a dire che «il cda si è impegnato a fornire le risposte richieste e ad adottare i provvedimenti indicati sia sulle questioni relative alla struttura e al funzionamento del governo aziendale, sia sulle questioni operative, nel rispetto dei tempi prescritti». Nessun accenno ai contenuti del verbale, anche se è presumibile che oggi il mercato dovrà avere qualche informazione dato il rilievo delle modifiche di governance. Ora il cda ha 45 giorni di tempo per dare risposta ai rilievi di Bankitalia. Martedì 22 il cda tornerà a riunirsi, anche se – sempre stando alle indiscrezioni – la data è considerata prematura per una valutazione collegiale delle risposte da dare all'ispezione. Non è escluso invece che già lunedì prossimo il cda possa nominare il nuovo direttore generale di Bpm, accogliendo il pressante invito di Bankitalia ad avere un responsabile operativo nel pieno delle sue funzioni. Prima del consiglio di amministrazione, si era riunito il comitato esecutivo che aveva vagliato le candidature interne. Tra questi, i nomi più probabili restano quelli del direttore finanziario Enzo Chiesa e del direttore commerciale Fiorenzo Dalu. Il duro monito di Bankitalia ha indotto l'esecutivo a tornare a riunirsi d'urgenza subito dopo la fine del cda.

da Il Sole 24 Ore, del 15 luglio 2008

14 luglio 2008

Expo 2015, solo se riuscirà a dare un volto nuovo a Milano sarà un successo

Se si riflette sulle Expo universali di maggiore qualità nella storia dei quasi due secoli di queste manifestazioni, si deve constatare come, da quella di Chicago nell’Ottocento a quella di Lisbona tenuta in anni recenti, quelle che hanno lasciato un segno urbano veramente forte sono quelle che sono intervenute sul tessuto della città. Certo c’è anche la Torre Eiffel di Parigi, c’è qualche meraviglioso edificio a Londra che il Palazzo di cristallo e altri in giro per il mondo a ricordare eventi architettonici glamour e di qualità connessi con le varie Expo. Ma le esposizioni che “pesano” sul serio sono quelle che aiutano a ridisegnare la città contemporanea, un moloch difficile da gestire.
In qualche modo è questa anche la storia dell’Expo milanese del 1906, che fissa per sempre l’asse del Sempione (già lanciato in epoca napoleonica) come elemento orientativo per lo sviluppo di Milano.
Si riuscirà nel 2015 a ripetere questa impresa? La prossima manifestazione continua a insistere sull’asse del Sempione, definitivamente consolidato dal lancio – non particolarmente brillante ma comunque “lancio” – della Malpensa e poi dalla costruzione della nuova Fiera milanese a Rho-Pero. Anche gli interventi urbanistici-architettonici più rilevanti negli ultimi anni (soprattutto adesso che alcuni immobiliaristi che avevano investito in altre aree stanno entrando in crisi) insistono su questo asse: così gli interventi sull’area della vecchia Fiera (con i tre gratttacieli modernizzanti, tra cui quello meravigliosamente “storto”) e la ristrutturazione dell’area Garibaldi-Repubblica che sono “in linea” con la via del Sempione.
Ma al di là di questa corretta impostazione di base, si riuscirà a fare operazioni urbanistiche più complesse che segnino una nuova qualità dello sviluppo milanese? Non sono, i nostri, tempi particolarmente propizi per le città italiane. Si consideri anche i casi del Comune di Roma, giustamente criticati pure da uno dei protagonisti della politica di sviluppo della Capitale in questo quindicennio, Walter Tocci, ottimo assessore ai trasporti per diversi mandati. Invece di ridare forma al “costruito” a Roma si è scelto di espandere ancora una città che ha dimensioni già particolarmente ingovernabili. Certamente, oltre che con una logica di amicizie collegate al blocco di potere rutellian-veltroniano peraltro poi clamorosamente fallito, si è scelto di farlo cercando di appoggiare i nuovi quartieri sul trasporto su ferro e di dotarli di spazi verdi. Comunque è difficile dissentire da Tocci sull’errore generale che si è compiuto espandendo ancora Roma.
Milano dalla sua ha rapidamente esaurito gran parte delle aree industriali lasciate libere dalla modificazione del tessuto urbano cittadino. Più di un intervento privato ha una sua logica non disprezzabile, ma nel complesso si sono perse molte occasioni puntando soprattutto su residenziale, commerciale e un generico terziario. In parte questo è stato inevitabile in una città decapitata dal furore giustizialista del ’92.
Oggi chi prepara la nuova Expo, gli organizzatori si concentrano molto sui contenuti, sugli eventi e su una pianificazione legata all’esaltante tema del “nutrire il pianeta”. Ma miliardi di euro in interventi in infrastrutture e in costruzione di padiglioni di cui sarebbe bene pensare subito il riuso, devono spingere anche a riflettere su come utilizzare tutte queste risorse secondo un disegno coerente della nuova Milano. Secondo me, lo si fa partendo, innanzi tutto, da due temi: come valorizzare le strutture di ricerca di Milano e come riqualificare le periferie.

Lodovico Festa su L'Occidentale

10 luglio 2008

Vecchie ricette da Draghi

Va bene tutto, ma non tassate le banche. Mentre l’Italia stringe la cinghia e l’Istat ci dice che le famiglie hanno iniziato a risparmiare anche su pranzo e cena, il governatore della Banca d’Italia si ricorda di essere liberista solo quando c’è da privatizzare pezzi dello Stato a gran vantaggio di qualche banca internazionale amica.
Se però non c’è trippa per gatti, allora meglio indossare i panni del gran banchiere e partire per la più classica delle difese corporative.
All’assemblea annuale dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, giù quindi contro la Robin Tax, la tassa che nelle intenzioni del ministro Tremonti dovrebbe colpire i ricchi lasciando al riparo – per una volta – i ceti medi.
Se le banche dovessero essere tassate – ha spiegato Draghi – poi potrebbero scaricare gli oneri sui clienti e – dunque – di nuovo sulle famiglie.
Nemmeno una parola, invece, per dire – se le banche dovessero effettivamente rigirare i costi sui correntisti – quale potrebbe essere il ruolo della Banca d’Italia. Banca che una volta passati all’euro non si capisce più bene che cosa ci sta a fare, se non la solita messa cantata zeppa di allarmismi e pessimismo sull’economia planetaria.
Tremonti non ha perso così l’occasione per rispondere a Draghi per le rime, ricordando che trasferire le tasse dalle imprese ai clienti è una dottrina vecchia. Una dottrina dei tempi in cui piuttosto che tassare i ricchi si alzavano le imposte direttamente sugli operai.Una battuta che non ha turbato più di tanto il governatore, rientrato presto nella serena quiete del suo bel palazzo in via Nazionale.
Un palazzo dove si taglia il capello in quattro sugli effetti dell’inflazione e l’andamento dei mercati petroliferi, ma non si ricorda una presa di posizione minimamente efficace sui costi dei servizi bancari, sulle commissioni, sui tempi biblici ancora necessari per far passare un bonifico da un istituto all’altro.
Un palazzo da dove non ci si è fatto ancora sapere come Bankitalia può trasformarsi in una moderna Autorità in grado di tutelare i risparmiatori (oltre che le banche).
Naturale che l’associazione delle banche italiane tuteli i suoi interessi, soprattutto in un momento non entusiasmante per l’economia, ma la lezioncina di una immobilissima (passateci il termine) Banca d’Italia di fronte a banche mobilissime quando c’è da pescar soldi dai correntisti, questa no, Draghi ce la risparmi, per favore.

da L'Occidentale

09 luglio 2008

Auspici in devoluzione

Immaginate di avere una perdita d'acqua in casa. Chiamate l'idraulico, gli spiegate il problema e questi, anziché intervenire, vi risponde dicendo "auspico che il guasto venga riparato". Ma come? Tu sei l'idraulico, sei tu che dovresti risolvermi la perdita e invece mi dici che auspichi? Naturalmente si tratta di una situazione al di fuori della relatà. Se tuttavia facciamo una traslazione dal mondo degli idraulici a quello dei politici non è difficile rendersi conto di come l'irrealtà appena descritta si trasformi in quotidiana normalità. Quanto più il politico è importante, infatti, e quanto più riveste un ruolo istituzionale elevato tanto maggiore è il ricorso alla formuletta del verbo auspico. A cui si aggiungono poi altre espressioni magistrali tra cui "formulo l'augurio che...", "bisogna trovare le condizioni affinché...", "è necessario andare verso una convergenza/piattaforma di...". Insomma, un Paese di politici auspicatori, a partire dal giovane Napolitano.E allora istituiamo un bel fondo di devoluzione in cui far convergere delle multe simboliche (un misero 100 euro) ogni volta che un politico o un uomo delle istituzioni tiri fuori la parola auspico. Conta la prova televisiva. Sono certo che in poco tempo si raccoglierebbe una somma enorme, da destinare poi a qualche progetto utile e interessante.

Nautilus, su Ali e radici

Nel calcio non si è mai campioni del mondo per caso

Il mito del Kempes consapevole

Le rievocazioni del 1978 hanno raggiunto il livello di guardia: ormai anche gli eremiti sanno a memoria i nomi del commando di via Fani (tutti più o meno a piede libero, fra un dibattito e l'altro sulla 'nostra generazione'), ma anche il trentennale del Mondiale argentino non scherza. Con il labile pretesto di una 'partita della memoria' giocata al Monumental ed alla quale si sono presentati solo Luque, Villa ed Houseman. Il tutto per ribadire l'ovvio, cioè che quella di Videla e colleghi fu una dittatura sanguinaria: con oppositori o semplicemente non allineati arrestati, torturati, uccisi o fatti sparire nell'ordine delle decine di migliaia. Ma anche il meno ovvio, cioè che i calciatori in qualche modo sapessero quello che stava accadendo e che quella Coppa alzata da Passarella al termine della finale con l'Olanda sia stata doppiamente insanguinata. Per questo, tralasciando i discorsi sulla sporcizia 'sportiva' di quel mondiale (il sei a zero al Perù, l'arbitraggio di Gonella, eccetera), questo della squadra 'colpevole' rischia di tramandarsi in eterno come un falso mito. Non a caso gli esponenti di 'sinistra' (sinistra in Sudamerica spesso significa solo non essere pro-dittatori) di quel gruppo, Flaco Menotti in testa, si defilano sempre da questo tipo di iniziative. Dagli anni Trenta al 1983, quando fu letto presidente Alfonsin, l'Argentina è stata governata da personaggi sostenuti dai militari, quando non direttamente dai militari stessi: se con colpi di stato o elezioni spesso è stato un dettaglio. Lo stesso Juan Peron, eletto nel 1946, era un ufficiale dell'esercito oltre che un fervente ammiratore del fascismo. Questo per dire che Tarantini e Olguin sono cresciuti in un contesto sociale in cui per l'uomo della strada, non diciamo l'intellettuale o il politico ma l'uomo della strada, Videla non doveva poi sembrare tanto diverso da molti suoi predecessori. Almeno fino a quanto il figlio di questo uomo della strada non veniva prelevato di notte a casa, senza farvi mai più ritorno: solo in quel momento poteva nascere una consapevolezza che di sicuro non poteva venire da una stampa che per ingentilire il regime si inventava anche le lettere di Krol al figlio. Doverose le rievocazioni, quindi, ma pretendere che la dittatura fosse rovesciata da un Kempes consapevole era ed è un po' troppo.

Stefano Olivari, su Indiscreto

Polizza di lunga vita per Berlusconi

La suburra dei dipietrini, grillini, sfasciacarrozze, girotondini pensionati, si è convocata in Piazza Navona per fanculare Berlusconi al grido di fascismo, fascismo. Poi si è fatta prendere la mano dai guitti in erezione ed ha esteso l'insulto al Papa ed a Napolitano in un tripudio esaltato.
I compagni di schieramento, ricevuto il boomerang sul grugno, ora si dilungano in distinguo, sconcertato dolore, casiniani "l'avevamo detto". Il Pd veltroniano precipita nell'abituale psicodramma.
Il red D'Alema ride soddisfatto.
Da Tokio, Berlusconi ringrazia i fessi del coro.

07 luglio 2008

Nadal è il nuovo re del tennis

Sette ore e passa dinanzi al televisore, fra gioco e soste per pioggia, per vedere un incontro di tennis: la finale di Wimbledon.
Uno sport che mi prende emotivamente ma di cui capisco relativamente poco.
Ma per creare interesse e fascino non occorre essere esperti di regolamenti e tecniche di gioco, è sufficiente farsi prendere dalle sensazioni di un evento importante, qual è la finale di Wimbledon, e gustarsi gli umori di una grande sfida fra due antagonisti di classe e carisma.
Vale per il tennis ma anche per il football americano e forse anche per il cricket o il gioco della lippa.
Federer e Nadal sono rispettivamente il n° 1 ed il secondo delle classifiche mondiali.
Il primo è un caimano che divora tutti da anni, il secondo, più giovane, si appresta ad imitarlo ed, in effetti, da un anno è il migliore delle classifiche.
Il destino ha voluto che si trovassero di fronte per l'appuntamento più fascinoso dell'anno, per la finale di un torneo che da oltre cent'anni assegna l'alloro del migliore al mondo sull'erba.
La battaglia è durata 5 set, si è sviluppata in modo ammaliante con un dominio iniziale del più giovane e sfrontato e con un faticoso, ansioso recupero del più anziano e titolato, che ha ceduto solo all'ultimo game del quinto set, fra le ombre lunghe della notte ormai incombente.
Il fascino di questa sfida non è stato per il contenuto tecnico della contesa, tutto affidato a chi randellava la pallina più forte dell'altro, ma sull'eterna contesa tra il vecchio che difende il suo trono ed il giovane più fresco e sfrontato che glielo insidia.
Una legge eterna della vita, drammatica, ricca di patos e di umori, un risultato scontato ma sempre diverso perché diversa è la dignità nella sconfitta.
Ha vinto ovviamente il giovane sfrontato, spocchioso iberico Nadal.
Ha perso lo svizzero Federer (glielo si leggeva sul volto) che la sua sconfitta l'ha inesorabilmente assaporata in ogni minuto di quelle sette ore di contesa.
Perché la sconfitta, prima di certificarla sul campo o nella vita, nel tuo intimo te la bevi, minuto per minuto, sempre in ogni frangente, da un immenso calice di fiele.

05 luglio 2008

Perché l'obbligatorietà dell'azione penale non è più un dogma

Vietti, Biondi, Cicala, Violante, Perduca e Della Loggia trattano un’idea un tempo intrattabile. Chi è ottimista e chi no.

A sfogliare i quotidiani in questi giorni, a leggere e ascoltare le dichiarazioni di politici, esperti e professori, l’impressione è che il tabù dell’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione cominci a sentirsi vecchio. Che insomma polemiche e scontri su giustizia, magistratura, Cav. e processi stiano parallelamente creando un fronte comune trasversale pronto a ridiscutere quello che per molti è “un principio non applicabile”, per cui “l’uguaglianza di fronte alla legge” suona come formula retorica. Non è un tema nuovo, questo, e in passato ha visto tra i suoi sostenitori anche nomi non certo vicini a Silvio Berlusconi, come il politologo Alessandro Pizzorno che definiva “una finzione” l’obbligatorietà dell’azione penale. Che oggi ci siano le premesse per un dibattito che porti a un cambiamento?
Per Luciano Violante “non ci sono tabernacoli intangibili, ma occorre capire dove si colloca il problema: molti lo ritengono un problema dell’ordinamento giudiziario, invece ha a che fare con il sistema politico. Su questo bisogna ragionare per discuterne in radice. Sappiamo tutti che è un’ipocrisia quella dell’obbligatorietà dell’azione penale, quindi ben venga un dibattito sul tema, ma senza che si abbia un processo alle spalle, senza interessi personali di mezzo e senza avere fretta di chiudere la partita”. Anche per Michele Vietti (Udc), “quello dell’obbligatorietà dell’azione penale è un simulacro: la moltiplicazione delle norme penali incriminatici e l’iniziativa dei singoli pm slegata da qualunque logica di coordinamento fanno sì che i reati da perseguire e quelli da far prescrivere siano scelti in base a criteri non trasparenti”. Per l’ex sottosegretario alla Giustizia, però, “discuterne in un clima di rissa finisce per farli accettare acriticamente o rifiutare pregiudizialmente”. Secondo Vietti, “un’ipotesi potrebbe essere quella di una sessione annuale del Parlamento sulla giustizia in cui, sentiti i procuratori delle Corti d’appello, i procuratori generali, il Csm e il ministro, si decidono una serie di priorità sull’esercizio dell’azione penale”.
Anche l’ex ministro della Giustizia Alfredo Biondi pensa che sia “un dogma da ridiscutere”, e aggiunge: “Oltre che obbligatoria occorrerebbe che l’azione penale fosse anonima”. Prima di toglierla del tutto, però, per l’ex senatore di Forza Italia bisognerebbe apportare due semplici cambiamenti: “L’obbligatorietà dell’azione penale deve essere regolata dal procuratore capo che, magari dopo un confronto con l’ordine degli avvocati, decide certe priorità piuttosto che altre, anche in base ai carichi di lavoro della procura, come ha fatto Maddalena a Torino, per esempio. Tutto questo ovviamente assieme alla separazione delle carriere oltre che delle funzioni dei magistrati”. Il senatore radicale del Pd Marco Perduca la definisce “un’anomalia tutta italiana che necessita una riforma, non palliativi da polemica quotidiana”. E’ ottimista il senatore, che per settembre è tra gli organizzatori di un convegno internazionale proprio su questo tema: “Non mi sembra di avere visto chiusure significative: fatta eccezione per l’Italia dei valori, anche a sinistra mi pare ci sia lo spazio per far crescere un po’ di movimento che porti a una discussione seria. L’importante è che se ne continui a parlare”.
E’ pessimista lo storico Ernesto Galli Della Loggia, che in un editoriale di domenica scorsa sul Corriere metteva la degenerazione dell’obbligatorietà dell’azione penale da parte del pm in “totale arbitrio d’iniziativa del pm” come primo dei tre punti rivelatori della “patologia che affligge la giustizia italiana”. Dice infatti al Foglio che “è difficile che si apra un dibattito, perché sul tema dovrebbero essere i giuristi a esprimersi, ma essi sono ideologicamente prigionieri della loro militanza politica a sinistra; non c’è coraggio nei professori di Diritto penale e costituzionale”. Per l’editorialista del Corriere l’astio nei confronti di Berlusconi rovina tutto: “Non se ne farà nulla perché quella dei giuristi è una corporazione che si sente in dovere di sacrificare il proprio sapere alle ragioni della militanza politica”. Mario Cicala, esponente storico di Magistratura indipendente, sottolinea infine due problemi: “Oltre alla discrezionalità di celebrare i processi, vi è anche una discrezionalità del potere di indagine del magistrato che sceglie lui dove andare a cercare notizie di reato. Soltanto partendo da questa constatazione può iniziare un dibattito che farebbe abbandonare miti vuoti come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale”.

da Il Foglio, del 5 luglio 2008

La Lega invita Berlusconi a cambiare rotta

Il saggio Calderoli ha oggi pronunciato parole chiare e razionali sul tema giustizia e priorità di governo. Ha rammentato che le priorità che il popolo ha consegnato ai vincitori sono potere d'acquisto dei salari, detassazione e federalismo. Il tema giustizia è un nervo scoperto della società italiana ma anche e solo un affanno di Berlusconi, e non è risolvibile con leggi-salvacondotto ma piuttosto con una profonda riforma di lungo periodo concepita in una logica bipartisan. Ciò è indispensabile per la portata drammatica dell'argomento e politicamente opportuno per isolare i giustizialisti alla Di Pietro. Per i fabbisogni processuali del premier basta ed avanza il lodo Alfano, in attesa di rimettere mano all'obbligatorietà dell'azione penale, magari secondo gli schemi cui Nordio ha lavorato per cinque anni.
L'uscita di Calderoli è a mio avviso sintomatica dell'irritazione leghista per il mese di follia di Berlusconi, e sottointende anche qualche importante presa di distanza nel Pdl dell'ala Tremontiana.
L'altolà arriva quanto mai opportuno per rimettere in linea di gallegiamento l'azione di governo e per mandare un segnale chiaro e forte a Berlusconi. Gli anni dell'improvvisazione e della difesa degli interessi particolari sono finiti. Questa maggioranza ha fiato per governare per più lustri se saprà realizzare gli importanti obiettivi di politica economica e sociale che il paese si aspetta.
O l'uomo di Arcore se ne fa una ragione o questa maggioranza ha forza e fiato per avvicendarlo al posto di comando.

01 luglio 2008

Europei 2008: gli iberici hanno vinto e convinto

Il centravanti campione del mondo che ti segna più di zero gol in cinque partite, il grande talento del calcio italiano che avendo intorno fiducia si mette e fare la differenza, il centrocampo che pur senza il suo regista è pieno di gente che ha vinto tutto da protagonista, la difesa registrata dopo l'esordio disastroso, il miglior portiere del mondo o giù di lì: Donadoni si starà chiedendo come mai gli azzurri non siano campioni d'Europa, con lui glorificato ed il ridicolo contratto prolungato in automatico, ma questo non toglie che le sconfitte ai rigori siano vere sconfitte (altrimenti le vittorie non sarebbero vere vittorie, dalla Coppa del Mondo in giù) e che la Spagna in ogni reparto abbia una qualità ed un'età media da fare spavento non solo ad un'Italia che comunque i suoi De Silvestri e Balotelli li produce sempre. Grottesca la retorica sui giovani, che applicata alla Spagna prende spesso connotazioni politiche (i vecchi spagnoli saranno rinchiusi in qualche lager?), così come la scoperta di Aragones che allena da 35 anni ai massimi livelli nella Liga. E che fra poco a 70 anni, invece di fare il santone ritirandosi o gestendo una Spagna che va avanti da sola, proverà per la prima volta l'avventura all'estero sulla impossibile panchina del Fenerbahce che ha distrutto i nervi non solo di Zico ma anche di gente come Hiddink, Parreira, Ivic, Venglos e Baric. Grande coraggio, complimenti. In questo Europeo la bravura di Aragones, oltre a quella di pensionare Raul-Del Piero (ancora valido ma troppo condizionante), è stata soprattutto gestire con il pugno di ferro le rotazioni dei giocatori, particolarmente complicate a centrocampo dove quasi sempre Fabregas e Xabi Alonso sono partiti dalla panchina. Integrando il tutto con cambi di posizione che hanno fatto la differenza, in questo favorito dalla versatilità di un Iniesta di superlusso. Poi l'infortunio di Villa in leggero calo gli ha paradossalmente facilitato il compito nel finale: se con un centrocampo a quattro gli avversari vedevano poco la palla, con uno a cinque non l'hanno proprio mai vista. Un successo dal peso specifico pazzesco, passando in scioltezza il girone, superando con merito i campioni del mondo e la squadra con i picchi di rendimento più alti dell'Europeo, infine evitando di perdere la testa in una finale da strafavoriti. Vinta correndo pochi rischi contro una Germania dalle poche armi, lasciando capire che ci sarà molto altro da dire: con in panchina un altro saggio come Vicente Del Bosque, anche lui senza le emozioni del visionario ma con la credibilità (e rispetto ad Aragones qualche trofeo in più, ogni paese ha i suoi amanti del genere 'bacheca') per farsi ascoltare da un gruppo di talenti.

Stefano Olivari su La Settimana Sportiva

27 giugno 2008

Andrea's version

Concesso che dura sarà sempre, per lo meno adesso la questione è più civile. Una volta confermato che, con Borrelli ai giardinetti, Scalfaro ai giardinetti, Caselli (come insinua Sorrentino nel “Divo”) più che altro dal coiffeur, e con Colombo e D’Avigo nei pressi a loro volta delle panchine del parco, straconfermato, si diceva, che in questa sua nuova e meno infelice condizione l’Italia potrebbe diventare perfino un paese passabilmente anormale, due considerazioni bisogna aggiungerle. La prima è che Borrelli, Caselli e compagnia trascorsa, non è che avessero puntato la prua esattamente su un paio di frilli. Craxi, Andreotti, Berlusconi, ma pure Previti, Mannino, Pomicino, insomma, era tutta gente tosta, per cui onore quantomeno al fegato. Il secondo rilievo è figlio invece delle cronache di questi giorni e delle inevitabili preoccupazioni per il bilancio. Dal momento che i nouveaux magistrates, con quello che costano laurea e concorsi, d’ora in poi faranno i ganassa solo con le Vanne Marchi e i Vittori Cecchi Gori, non si potrebbero prendere dei diplomati?

Andrea Mercenaro sul Foglio

Me lo ricordavo meno peggio

Non sono trascorsi due mesi e Berlusconi riesce a dare il peggio di se stesso. Incurante delle motivazioni che hanno spinto il popolo a dargli una amplissima maggioranza, è tornato ad impelagarsi in storie di corruzioni, processi da non finire, baldracche da sistemare in Rai (forse a Mediaset non lo ascoltano più, come quando parla di Milan?).
La sinistra ormai in decozione si sente rianimata nonostante in Sicilia abbia subito una disfatta elettorale storica.
Mi sembra si possano trarre due conclusioni.
Il centro-destra resta la maggioranza assoluta del paese nonostante Berlusconi e non grazie a Berlusconi. Proprio per ciò deve seriamente pensare ad un rapido avvicendamento del medesimo alla guida del governo.
La magistratura è ormai contropotere nel nostro paese. Se non la si caccia in un angolo a fare il suo mestiere, ed anche bene, la svolta autoritaria in Italia è molto più vicina di quanto ci si illuda.

25 giugno 2008

Maturità

Maturità che appare
e lesta avanza
debole rende
il tuo vermiglio fiore
incerto l’incedere
faticoso il pensare
e ‘l ragionar compiuto.
Maturità ch’è qui
e stringe il petto
che dissipa il futuro
... già passato e ‘l ieri
perso per la via.
Maturità passata
ora vecchiezza
con pensieri e ricordi affastellati
con amori da tempo sullo sfondo
e domani il futuro più profondo.

Banzai 43

13 giugno 2008

Una città sempre più arida

I Vipers hockey chiudono a Milano l'attività per mancanza di finanziatori. Qualche settimana addietro è stata la volta della pallavolo maschile e femminile. Negli ultimi anni hanno chiuso rugby e baseball. Le squadre giovanili calcistiche di periferia, miniera di talenti, sono sparite.
Scompare lo sport minore che sorretto dall'entusiasmo e dalla civiltà sportiva dei milanesi ha portato alla città centinaia di scudetti nazionali.
Tutto questo mentre i due pifferai lasciano ogni anno sul prato della loro smisurata ambizione centinaia di milioni di euro per primeggiare al circo Barnum.
Povera città!
Senza memorie, senza cultura sportiva, senza quel sano mecenatismo dei cumenda, che ormai si ritrova solo in qualche polisportiva brianzola o nelle amatoriali delle due ruote.
Per la metropoli, lo sport è diventato gare di moto a scappamenti aperti sui viali cittadini, le forbite discussioni sul calcio-immondizia nei bar di periferia, la play-station in salotto.
Nostalgia pungente del nost Milan!

Un giro di valzer tra amici

La famiglia Agnelli studia un'iniezione di risorse nella cassaforte Giovanni Agnelli & C. Sapa e chiama Guido Rossi come "garante" super partes per la struttura societaria del gruppo che raccoglie i vari rami ed eredi del gruppo torinese. E' quanto scrive oggi il Sole 24.

I gazzettieri

A proposito, indecente il clima mediatico che si è creato intorno al c.t. più solo da Edmondo Fabbri ai giorni nostri: anche più del Bearzot pre-Spagna, che almeno aveva qualche adoratore fra i giornalisti che contavano. Tutto quello che i quotidiani e le tivù non possono dire di quei quattro club che li fanno campare lo riversano sulla Nazionale, più squadra di nessuno che squadra di tutti, con toni offensivi che non si riservano agli scarsi di nessun'altra professione, dal medico al giornalista. Tuttosport di ieri titolava 'Ridateci Lippi', ma se su un ipotetico 'Donadoni Daily' il c.t. avesse titolato 'Ridateci Giancarlo Padovan' come avrebbe regito l'attuale direttore della Marrone? Per il Corsport l'esclusione del centrocampo della Roma sarebbe stata da lavare con il sangue anche se Van der Sar avesse dovuto raccogliere in fondo alla porta cinque palloni invece di zero, mentre la Gazzetta di oggi punta su chi dovrebbe secondo i suoi giornalisti entrare (Chiellini, Del Piero, Grosso) senza titolare su chi dovrebbe uscire, anche perchè scontenterebbe il suo bacino d'utenza intermilanista: l'impresentabile, a questi livelli, Materazzi, unico nerazzurro dei ventitre, ed il declinante Zambrotta, ennesimo affarone spagnolo della coppia Galliani-Bronzetti (a proposito: Flamini, che guadagnerà quasi il triplo di Paolo Maldini, e sicuramente molto più di Pirlo, nella Francia nemmeno fa panchina per scelta tecnica). Anche Dostoevsky scriveva per i lettori, va bene, ma i linciaggi geogiornalistici no. Ad unire le varie provincie della terra dei cachi solo Del Piero, uno che dal 1996 ad oggi mai è stato decisivo nei grandi tornei ma che grazie all'educazione (vera rarità, non solo nel calcio) gode del lusso di non essere odiato fuori dalle mura.

Stefano Olivari, su La Settimana Sportiva

11 giugno 2008

Una metropoli tra passato e futuro

Non è facile interpretare Berlino da turisti. E' una megalopoli (889 Kmq - otto volte il territorio comunale di Parigi - cui, se ci paragoniamo, sembriamo Binasco; 3.400.000 abitanti, che tradotto significa una densità da Middlewest Usa) che è stata rasa pressoché interamente al suolo nell'ultimo biennio di guerra mondiale, che è stata separata dai vincitori ed ha sviluppato due modelli di sviluppo antitetici (capitalista e comunista), che nel 1963 è stata violentata con un muro chilometrico con cui i sovietici hanno separato uomini, case, vie, fiumi e canali per impedire bibliche fughe degli ostaggi della parte dell'est verso la libertà ed il benessere.
Poi nel 1989, per implosione del regime comunista, in una notte è stato abbattuto il muro, in pochi mesi la città e l'intera Germania sono stati riunificati.
Questi eventi hanno lasciato evidenti tracce nel tessuto urbano, certamente anche nell'animo dei berlinesi.
Il risultato è una città in continuo mutamento ed in evidente contraddizione. Quartieri avveniristici occupano gli spazi delle terre di nessuno, arate dai bombardamenti a cavaliere fra le due zone, immensi agglomerati di palazzi in stile sovietico abbruttiscono le periferie.
Ne esce un cocktail dal gusto strano ma affascinante, una città che promette di essere diversa fra dieci anni ma anche fra un anno o pochi mesi. Ce lo dicono le foreste di gru che fanno da skyline al paesaggio, sia nel centro storico che nelle periferie.
Si respira un'aria di vitalità e di spinta propulsiva che a noi, abituati ad una declinante civiltà, appaiono rivoluzionari pur senza quella violenta invadenza del modernismo americano.
Affascinano alcune connotazioni di questa grande capitale.
Il verde e le acque. Boschi, fiumi, canali sono la cornice della città. Sono ovunque. Nel centro, nelle periferie, collante fra le città satellite ed il Mitte.
Un'atmosfera affascinante fatta di silenzi, rispettosamente osservati dagli abitanti che hanno una evidente profonda cultura dell'ambiente. E' difficile spiegare il senso di pace appagata che si prova percorrendo in battello il perimetro della città antica o camminando fra un quartiere e l'altro su sentieri boscosi, accompagnati solo dai rumori dei volatili e dal fruscio delle ruote delle biciclette che sono ovunque, ordinate sulle centinaia di chilometri di piste ciclabili .
Per noi che veniamo dalla città degli scappamenti aperti, dei marciapiedi larghi un quarto di quelli berlinesi, della gente che urla, che butta di tutto per terra, sembra un sogno irreale.
Un'ultima annotazione.
I mezzi pubblici sono carissimi o meglio, costano il valore del servizio che offrono. Bus o metro o sopraelevata prezzano 2,10 euro. Gli uni e gli altri passano, puntualmente, ogni due-tre minuti, sono ovviamente confortevoli, non stracolmi di umanità, ospitano in appositi spazi biciclette, sono dotati di piastre semoventi per acconsentire il carico-scarico delle carrozzelle dei minorati.
L'autista fa anche il bigliettaio, senza che un Epifani locale parli di sfruttamento della classe lavoratrice.
Sette giorni in un altro mondo.
Se imparassero anche a fare da mangiare sarebbero un piccolo Eden!

29 maggio 2008

Una settimana in viaggio

Ciao Amici.
Vado una settimana a Berlino con la curiosità della prima volta e con l'ansia dell'analfabeta in germanico. Terrò sottobraccio mio figlio che non ha problemi con l' inglese... sperando di non incrociare qualche discendente dell'uomo con i baffetti.
Curatemi l'Italia, la sua monnezza doc, le sue contraddizioni irrisolvibili, i suoi strategici problemi dell'etere televisivo, il suo ventre molle di rom e clandestini.
Ci diremo tutto al ritorno.

28 maggio 2008

Le vedove di Mancini

Moratti ha fatto la scelta giusta: Mancini non era l'allenatore adatto per la sua Inter. Troppo esigente con i giocatori viziati, troppo irriverente con i dirigenti presuntuosi, troppo antipatico al sottobosco del calcio, troppo odiato dai giornalisti a caccia di personaggi per colmare la mancanza di idee. Troppo innamorato di una sfida contro tutti e contro tutto. Troppo interista, probabilmente. Troppo scomodo. Rischiava di alterare i falsi equilibri, dentro e fuori la società. E di fare ombra a qualcun altro.

Laura Alari, su Quotidiano net.

27 maggio 2008

La Padania Rossa

I comunisti italiani e la loro Padania rossa erano contrari alle autostrade e ai televisori a colori, come avevo scritto qui (specificando che non era uno scherzo). Oggi Filippo Facci, sul Giornale, riporta dati, citazioni e altre stupidaggini pubblicate sul quotidiano che più di ogni altro, ancora oggi, fa molto ridere.

dal blog Camillo, di Christian Rocca

Si è spento il sole a Milano

Dalle 17.37 la vità è più grigia.
Si è sciolto il duo da avanspettacolo Dentone-Ciuffettino.
A fare ridere restano solo Ancelotti e il Pelato.

Grand'Italia e dintorni (9)

“Finalmente una buona notizia: non ci sarà più la Festa nazionale dell’Unità” dice Mario Rodriguez a Europa (27 maggio).
E adesso, per par condicio, lotta dura alla Befana

“Chi plaude come ‘democratica’ la rivolta antidiscarica, forse non lo sa ma ‘il modello di stato’ che sta proponendo a tutti noi è il Libano” dice Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (27 maggio).
Qualcuno però lo sa che il modello di riferimento è il Libano, e non per nulla ha già anticipato i tempi cercando alleanze con gli hezbollah.

“Una doppia fila di cassonetti di ferro sistemati l’uno sull’altro, legati con catene d’acciaio. Saldati tra di loro, puntellati da barre di metallo e resi invalicabili da più giri di filo spinato” dice Federico Geremicca sulla Stampa (27 maggio).
E poi dicono che i napoletani non lavorano.

Lodovico Festa, su L'Occidentale

26 maggio 2008

I ricchi sono scemi anche oltre Manica

Fra i duecentomila articoli di presentazione della finale di Champions League ne abbiamo letto almeno uno sorprendente, sul Guardian a firma David Conn, riguardante la parte finanziaria di quella che noi abbrutiti davanti a Sky definiamo "modello inglese". In pratica Conn ha evidenziato come al di là dell'enfasi sul fatturato, che effettivamente vede Chelsea e soprattutto Manchester United ai vertici del mondo, la situazione debitoria delle due società sia formalmente tragica: in totale circa un miliardo e mezzo di sterline (circa 1867 milioni di euro). Il Chelsea ne deve ai suoi creditori 736, mentre lo United 764. Debiti simili, ma verso soggetti molto diversi: il principale creditore del Chelsea è infatti...il suo proprietario, Roman Abramovich. Per uno dei pochi miliardari russi non entrati nel mirino di Putin i soldi messi nei Blues ammontano a 578 milioni di sterline: non sottoforma di donazione né tantomeno di aumento di capitale, ma di prestito senza interessi. La curiosità nella curiosità è che quasi nessuno degli altri debiti del Chelsea è verso banche. Insomma, non solo la società è di Abramovich (dal 2003), ma anche se dovesse essere venduta sarà a lui legata per sempre, a meno di un 'cancella il debito' in stile Bono-Jovanotti. La gestione corrente va piuttosto bene, stiamo parlando di dati aggiornati al giugno 2007: fatturato di 190,5 milioni e perdite scese a 75,8: il famoso break even, cioè il punto di pareggio gestionale, secondo i piani dovrebbe essere raggiunto nel 2010. Quanto ai Red Devils 'americani', qui a causa della strutturazione del takeover dei Glazer i debiti sono quasi tutti esterni: 666 su 764 (da notare che di recente il valore del club è stato valutato in 90 milioni di sterline) verso banche e vari istituti finanziari, con interessi da 81 milioni di sterline a stagione. Significa, a partità di soldi di partenza, poter ingaggiare due fenomeni in meno ogni stagione.

Stefano Olivari, su Indiscreto

25 maggio 2008

Non ne usciamo più

Da tre giorni la Franzoni, la mamma assassina di Cogne, dopo la sentenza definitiva della Cassazione è rinchiusa in carcere.
Potrebbe essere una condannata innocente o una feroce delinquente che ha massacrato un piccolino di tre anni. Questa vicenda è stata giocata per anni mediaticamente e sottoposta al referendum degli innocentisti/colpevolisti. Possibile che al referendum abbia partecipato anche la magistratura. Le convinzioni degli uni e degli altri sono così partigiane che nemmeno la sentenza di terzo grado ha acquietato l'opinione pubblica.
La Franzoni ed il suo clan familiare hanno giocato anche oltre la scadenza dei termini il ruolo dei perseguitati. Capita ed è capitato nella storia giudiziaria. Molti anni fa l'opinione pubblica si divise egualmente per il delitto Fenaroli, in cui le accuse che portarono Ghiani all'ergastolo erano così improbabili da lasciare in tanti la sensazione del colpevole di comodo. L'unica differenza era che Ghiani era un povero cristo senza parentele di rispetto.
Quello che oggi è inaccettabile sono le reazioni del mondo politico-giudiziario. Un giorno dopo la procura di Torino, che ha sostenuto vittoriosamente l'accusa, ha chiesto l'applicazione di uno sconto di pena di tre anni.
Per un'infanticida. Un giorno dopo la condanna.
Oggi dal mondo politico, corso solerte e bipartisan al carcere di Bologna a consolare l'assassina, partono ipotesi di grazia presidenziale o almeno di carcere domiciliare.
Questo è un paese che ha perso la cultura della legge e della pena afflittiva per i reprobi. Vedi Soffri.
Questa è la stessa logica che porta un mentecatto telecronista televisivo a chiedere alla madre di un ragazzo assassinato, con la compagna, ad un incrocio da una pirata della strada drogato, senza patente, con trascorsi penali, se era pronta a perdonare il delinquente stupendosi del fermo rifiuto.
Questo è un paese dove un indagato viene distrutto giudiziariamente e mediaticamente ma dove un condannato in qualche mese si toglie il fastidio del carcere.
Questo è il paese della tolleranza 100% e del perdonismo buonista.
Per tutto ciò i delinquenti di tutto il mondo ci scelgono come residenza definitiva.

24 maggio 2008

Quando il Milan aveva le strisce verticali rossonere

Avrei compiuto tredici anni la settimana dopo, quando assistetti alla mia prima partita a San Siro, nientemeno che un derby.
Grazie alla complicità di mio padre, che rabbonì mia madre, fui aggregato ad un suo collega di banca che si assunse l'incarico di farmi da balia e protettore, una specie di Caronte nel mare dei dannati, come si raffigurava mia madre il mondo dei tifosi.
Lo stadio di San Siro era ancora fermo al primo anello. Le partite si vedevano rigorosamente in piedi, così da fare stare sugli spalti 40.000 spettatori. Ai derby si andava almeno quattro ore prima, ma per essere sicuri di non finire in alto, in un angolo, quel giorno entrai con la mia guida alle 10. Inizio ore 15.
Da allora mi è rimasta addosso l'ansia di arrivare allo stadio con largo anticipo.
Nell'era dei posti prenotati mi basta un'ora.
Si giungeva a San Siro da casa mia con il 38, tram che attraversava tutta la città, dall'Ortica a Piazza Axum, in un'ora circa. Si viaggiava stipati, fra urla e briciole di panini sgranocchiati dai più affamati. Le ultime case popolari finivano a P.zza Segesta. Poi erano prati sino al Trotter, con fitti greggi di pecore che pascolavano in attesa della transumanza estiva.
Con l'avvicinarsi allo stadio aumentava l'eccitazione che diveniva, al capolinea, corsa sfrenata di tutti gli occupanti verso le entrate.
Non ricordo come si trascorrevano le ore di attesa. Di quel mio primo derby, ho fissa nella memoria una accesa rissa nel mio settore con i tifosi dell'Inter, che quell'anno comandavano la classifica ed avrebbero alla fine vinto lo scudetto, e l'odore acuto dei salami, degli agrumi e del vino contenuti in sportoni che con l'avvicinarsi della partita si svuotavano malinconicamente.
Con i rituali di sempre, cinque minuti prima dell'inizio, entrarono le squadre.
Fu un'emozione violenta, un tremore di attesa e di paura che non mi ha mai più abbandonato nei derby, un soffio di amore passionale quando vidi le mie maglie confuse fra quelle degli altri.
A tredici anni capii che quella partita non si deve mai perderla e che se la vinci hai per quattro mesi il primato cittadino. Vuole dire sfottere gli avversari a scuola o al lavoro per settimane, vuole dire svegliarsi il lunedì felice o angosciato, vuole dire odiare con tutto il tuo essere tutto il mondo degli altri, le loro maglie, i loro giocatori, i loro tifosi, il loro allenatore e i loro dirigenti.
Di quell'Inter-Milan, finito 0 a 0, ho ricordi ovviamente evanescenti, ma vivissimo un tiro del pompierone Nordhal che nel secondo tempo sfiorò il palo.
Quante volte nei giorni successivi mi immaginai quel pallone bucare l'angolo della porta della nord e regalare una vittoria clamorosa ai miei colori che erano rigorosamente rossoneri, a strisce verticali con i calzoncini bianchi.
A fine partita, svuotato di emozioni, fui rimesso sulla tradotta verso casa, ora silenziosa come se il pareggio avesse tolto a tutti i contendenti l'ultimo briciolo di energia da spendere in canti ed urla.
Quando arrivai a casa fui accolto come un reduce redivivo, cacciato in un bagno bollente, forse per purificarmi, e spedito a letto dopo una frugale cena.
Era questa la rivincita di mia madre, che per tutta la vita continuò ad essere convinta che una volta o l'altra in quello stadio mi sarebbe capitato qualcosa di brutto.

Per la storia, il Milan quel giorno schierò questa formazione:
Buffon, Pedroni, Zagatti, Annovazzi, Tognon, Pistorello, Frignani, Gren, Nordahl, Celio, Burini.
All. Speroni. D.t. Busini.

Grand'Italia e dintorni (8)

Di Pietro ed il nucleare: che c'azzecca?

“Ovviamente non avrebbe senso buttarsi a capofitto in una tecnologia nucleare” dice Antonio Di Pietro alla Stampa (23 maggio).
Adesso si è messo in testa di arrestare anche il progresso.

Lodovico Festa, su L'Occidentale

23 maggio 2008

Da Oltretevere: Bene il ritorno al nucleare

CITTA’ DEL VATICANO - Come "cittadino italiano" e come esponente della Curia vaticana, il Cardinale Renato Raffaele Martino ha ‘benedetto’ la scelta del Governo Berlusconi di tornare al nucleare. «Parlando da cittadino italiano dico che la decisione del Governo di tornare al nucleare è quanto mai conveniente. Parlando da Cardinale ricordo che la Santa Sede è uno dei membri fondatori dell'Aiea, l'agenzia internazionale dell'energia atomica, che si propone di promuovere l'uso pacifico dell'energia atomica», ha spiegato all'ANSA il porporato, Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. La decisione del Governo è conveniente «perché l'Italia - spiega Martino - compra a caro prezzo l'energia elettrica prodotta con centrali nucleari dai Paesi confinanti con il nostro». Inoltre «quel timore nei confronti delle centrali nucleari originato dal disastro di Chernobyl che fu alla base del referendum del 1987 - osserva il porporato - dovrebbe ora scomparire di fronte a diverse ragioni». La prima, fa presente Martino, è che «le centrali nucleari che si costruiscono oggi sono molto più perfezionate e moderne di quelle dell'epoca di Chernobyl, la cui esplosione, tra l'altro, va ricordato fu causata da un errore umano». Altro aspetto che convince il cardinale è la considerazione che «gli italiani vanno costruendo centrali nucleari per il mondo. Ora perché - si chiede - non dovrebbero mettere le loro capacità a servizio del proprio Paese?». Tanto più, ricorda Martino, che «le centrali nucleari italiane, dopo il famoso referendum che le chiuse, non sono state del tutto dismesse e c'è ancora del qualificato personale che le mantiene e che ora potrà tornare a lavorarvi. Certo, è necessario senz'altro ammodernarle prima».

dal sito Petrus

A Napoli non c'era Casini

A Napoli Berlusconi ha convinto tutti: anche i giornali meno amichevoli gli hanno riconosciuto un piglio nuovo, decisionista, capace di imporre il suo punto di vista sul governo e sugli alleati.
La stampa parla della “svolta di Napoli” per descrivere un nuovo stile di governo che somiglia più a quello della Thatcher che a quello di Andreotti. Con buona pace di Massimo D’Alema che aveva invece bollato l’esordio del Berlusconi IV come “dorotoeo”, fatto di compromessi e meline.
Invece a Napoli il Cav. ha condotto il consiglio dei ministri con piglio sicuro, ha preso decisioni anche delicate e controverse senza stonature e nell’insieme il governo ha dato di sè un’immagine sobria e solidale.
Tutti si interrogano sul motivo di questa svolta, sulle ragioni di questo cambio di passo, e si arrovellano per comprenderne le origini e le motivazioni strutturali o addirittura psicologiche.
Noi un’idea ce la siamo fatta e pensiamo che se a Napoli, nel consiglio dei ministri, tutto è andato liscio la ragione è una sola e piuttosto banale: Casini e l’Udc sono rimasti a casa.

da L'Occidentale

Grand'Italia e dintorni (7)

Il Pd farà astensione durissima

«La durezza di Bersani non è un’ipoteca sul voto del Pd» dice Stefano Cappellini sul Riformista (22 maggio).

Ci si appresta a una durissima astensione?

Lodovico Festa, su L'Occidentale

19 maggio 2008

L'Internazionale socialista

Mentre in Italia Veltroni ammalia Berlusconi con parole buoniste ed amicali, lasciando il ruolo di guastatori alla coppia Travaglio e Di Pietro, in Europa la strategia di sputtanamento del governo è affidata ai governi socialisti amici. In attesa delle intemerate di Schultz a Strasburgo, si è mosso a ranghi compatti il governo zapateriano con accuse di razzismo e discriminazione dei diversi.
L'anima candida Frattini assicura che Zapatero non la pensa così, ma intanto tutti i suoi ministri esprimono all'Europa la loro angoscia.
Stupendi questi Spagnoli nel dare lezioni, ma anche un po' immemori.
Risulterebbe che l'accoglienza che riservano ai migranti afro-islamici non sarebbe del tipo Lampedusa, ma affettuose fucilate alle Canarie o a Ceuta e Melilla, basi coloniali in Marocco.
Le accuse di antieuropeismo fatte alla Lega sono ancora più amene. In un paese dove il federalismo è una piaga sanguinosa, dove si contano una decina di lingue regionali ufficiali, dove i tavoli di confronto con Madrid si traducono in quintali di tritolo, darci lezioni è una sciccheria.
La stranezza di questi atteggiamenti è solo apparente. Non sono vecchie ruggini fra due popoli anzi affratellati da una disastrosa esperienza dittattoriale nel Novecento, ma è il fastidio che l'Europa socialista esprime per l'ennesima vittoria nel continente della destra.
Ed è un favore a Wolter, che con una mano fa il buonista ma con l'altra tiene le fila dei pupazzetti di Madrid.
Quando il Berlusca capirà che in tema di furbizia politica non gli basterebbe una vita per eguagliare la capacità disinformatrice della chiesa rossa, quando si toglierà la saccente convinzione di essere un padre della patria buono e rivoluzionario, quando smetterà di credersi il titano che convertirà alla democrazia i comunisti ex, post e neo, sarà sempre troppo tardi!

Annus horribilis

È finito un campionato orribile. Lo ha vinto la squadra più odiosa d'Italia, all'ultima giornata con due gol del redivivio Ibra, mandato in Svezia a smaltire qualche eccesso di punture vitaminiche.
Il Milan ha bucato l'iscrizione alla Champions finendo quinto. Giustissimo così. Il campionato, a differenza delle coppe, è una rigorosa sommatoria di meriti e demeriti. Il Milan ha giocato il più indecoroso torneo casalingo, con una media di risultati degna della retrocessione.
Meritava la quarta, la Fiorentina, che con una saggia politica di ringiovanimento e con un allenatore non ottenebrato dallo stinco di maiale ha raggiunto un obiettivo importante per la crescita sportiva e societaria.
In Via Turati si riparla di scudetto ma non di rifondazione. Segno evidente di una società nel marasma, cui non mancano i soldi ma le idee.
Giudicheremo al 31 agosto, ma è facile prevedere che si privilegerà l'acquisto markettaro ad una politica di costruzione di una squadra vincente nel tempo.
Unico dato certo è che dopo 50 anni di abbonamento passerò nella schiera dei teletifosi.
Grazie Galliani.

09 maggio 2008

Grand'Italia e dintorni (6)

“Il vecchio stalinismo era sostenuto da un’ideologia, da qualche forma di ideale” dice Piero Sansonetti su Liberazione (8 maggio).
Certo che tra l’essere fucilato nel nome della costruzione del socialismo o per difendere le marchette Inps di Epifani, un po’ di differenza ne passa.

“Credo che nessuno possa in questo momento mettere in discussione il ruolo di Veltroni” dice Massimo D’Alema al Riformista (8 maggio).

In questa dichiarazione dalemiana quel che conta soprattutto sono le parole “in questo momento”.

“E non mi fermo al linguaggio sboccato o alle magliette di Calderoli” dice Silvio Sircana al Corriere della Sera (8 maggio).

A Sircana Calderoli non farebbe impressione neanche se si presentasse con le calze a rete

Lodovico Festa, su L'Occidentale

08 maggio 2008

La sinistra della destra umiliata da Berlusconi

A noi che siamo dell'ala tremontiana, antimercatista, moderatamente padana o, per meglio capirsi, convintamente cisalpina, in definitiva una costola della sinistra, come sintetizza il baffino-skipper riferendosi al Capo Carismatico ma anche a Bossi e Maroni, questa squadra di governo dimostra che il Cav. si è rammollito.
Ci aveva promesso sette-otto donne di peso, con l'anca a sinistra, e si presenta con il fogliettino dove, a fianco della veterana e terrona Prestigiacomo, c'è solo la Gelmini più due sportafogliate che contano solo bella presenza.
Ci aveva detto che la giustizia sarebbe stata presidiata al massimo livello ed invece di Vito, che faceva incazzare Di Pietro ed il Csm, solo a nominarlo, ti propina un certo Alfano che non ha collezionato nemmeno un avviso di garanzia.
Ci aveva promesso un incarico per Giovanardi, che ha sopportato la disgrazia di nascere nella stessa città di Castagnetti, di coabitare una vita con Casini e che per cinque anni ha dovuto fare figure di palta in Parlamento per difendere i provvedimenti ad personam del Cavaliere due e tre. E invece niente, forse sarà solo sottosegretario con delega forte mentre Rotondi, chi? si prende l'attuazione del programma e la rappresentanza di tutti i cattolici del PDL.
Ma soprattutto, ci aveva assicurato che Bonaiuti sarebbe stato compensato per i 15 anni di errata corrige, che si è dovuto sobbarcare al seguito di Berlusca che notoriamente, spesso, prima parla e poi pensa (vedi, ultimo esempio, Ronaldinho).
E anche lui desparecido.
E allora a cosa è servito asfaltare Veltroni, cancellare i comunisto-arcobaleni, mettere a tacere Storace?
Ce lo dica Cavaliere e ce lo dica anche Tremonti, nostro Capo Carismatico, cisalpino, con il feeling con D'Alema.
Cosa credete, Voi due, che ci bastino Maroni, Bossi, Sacconi, per sopportare l'onta dell'assenza del lacustre Castelli e sopra ogni cosa, quasi una vergogna a dirlo, il dicastero-senza portafoglio-della semplificazione a Bobo Calderoli.
Semplificazione cosa?
Il suo dicastero, ora e sempre, dev'essere il Ministero delle terre d'oltremare, dove riportare la civiltà padana e quattro sane ranzate alla famiglia Gheddafi.
E se nel governo-ombra di Wolter l'incarico di Ministro della giustizia venisse affidato a Pera e quello delle riforme a Formigoni, io, che forse ho convinto almeno due familiari a votare PDL non più tardi di un mese fa, a costoro cosa racconto?
Che rialziamo l'Italia con Frattini ed il mite poeta Bondi?

05 maggio 2008

Superpippo

Segnare un gol a 6 centimetri dalla porta è un’arte. Non è semplice, infatti gli altri non ci riescono. Gli altri calciano da 30 metri e indirizzano la palla giusto nell’angolino. Sai che bravura. E che ci vuole? Basta provare e riprovare in allenamento. I parvenu del calcio vanno in visibilio per quei tiri arcuati che girano girano girano e poi superano il portiere. I tifosi si spellano le mani ma, se ci pensi bene, sono gesti tecnici scontati. Tutti si allenano per fare gol così. Pippo se ne frega di queste sovrastrutture. Lui sta lì, famelico, pronto a catapultarsi col suo fisico di gomma verso il pallone. Con la nuca, col ginocchio, col tallone, con l’anca, con uno stinco, stai certo che l’ultimo tocco è il suo. Non sono neanche gol di rapina i suoi, sono gol di scippo. Ci vogliono rapidità, scaltrezza, imbroglio, capacità di cogliere di sorpresa la vittima. Pippo è una mosca tse tse, corre, capitombola, si aggrappa, spinge, ruba palla, è scoordinato. Io lo amo.

dal blog Camillo, di Christian Rocca

02 maggio 2008

La lingua dei Padri

Alea iacta est

Secondo Erasmo, la frase esatta, attribuita da Svetonio a Cesare è Alea iacto est, il dado sia tratto.
Milioni di casalinghe lo ripetono ogni giorno, preparando il brodo artificiale, e restando anonime. Cesare la pronunciò una volta sola e passò alla storia.
Il fiume Rubicone segnava, presso Rimini, il confine tra la Gallia Cisalpina, provincia affidata alla giurisdizione di Cesare, e l'Italia. Schierato dalla parte del rivale Pompeo, il senato aveva bruscamente intimato al generale di deporre il comando e di rientrare a Roma come privato cittadino. Cesare si rese conto della gravità del momento. Varcare in armi questo fiume voleva dire la guerra civile, rinunciare all'azione equivaleva alla sua morte politica. Mentre meditava sulla decisione da prendere, gli apparve un prodigio. Un uomo bellissimo, di grande statura, sonava il flauto e, incantati dalla musica, accorrevano da ogni parte pastori, soldati e trombettieri; allora l'uomo misterioso afferrò una tromba, corse verso il fiume e lo varcò impavido, intonando il segnale di battaglia. Suggestionato da questa visione, Cesare esclamò: "Andiamo là dove ci chiamano i prodigi degli dèi e l'iniquità degli uomini. Sia tratto il dado".
Cominciava con queste parole il grande gioco d'azzardo che aveva come posta Roma e doveva concludersi cinque anni dopo, con ventitré pugnalate.

Cesare Marchi, Siamo tutti latinisti

01 maggio 2008

Il derby che Moratti ha già vinto

Inter batte Milan per perdite di esercizio: 206,83 milioni di euro a 31,98 milioni. E’ questo uno degli aspetti economici del decisivo derby di domenica prossima: decisivo sia per la conquista dello scudetto per i nerazzurri che per la rincorsa al quarto posto per i rossoneri, che significherebbe l’accesso al turno preliminare della ricca Champions League. Liberomercato ha esaminato gli ultimi bilanci civilistici: quello della società presieduta e controllata da Massimo Moratti coincide con la stagione calcistica (1° luglio 2006-30 giugno 2007), mentre quello del club presieduto (ancora per poco, a causa della legge sul conflitto d’interessi) da Silvio Berlusconi coincide con l’anno solare 2007 poiché ha aderito al regime fiscale del consolidato nazionale con la controllante Fininvest.
Stato patrimoniale. Emerge il forte squilibrio tra debiti e crediti dell’Inter, pari a 348,46 milioni. La società nerazzurra presenta al 30 giugno scorso un patrimonio netto negativo di 70,2 milioni. Ma non ci sono problemi, grazie alle consistenti disponibilità finanziarie di Moratti. Nella nota integrativa si legge che il socio di riferimento ha provveduto, dopo la chiusura di esercizio, "ad effettuare versamenti a completamento dell’aumento di capitale sociale già deliberato dall’assemblea dei soci del 22 giugno 2007 per l’importo complessivo di euro 70.670.903". Nel documento si sottolinea che "è in corso di attuazione un ulteriore versamento di 35 milioni" a copertura di ulteriori perdite. Tra gli 80,8 milioni di altre passività vi sono 36,7 milioni riferiti "a una cessione pro soluto ad un primario istituto di credito di parte dei corrispettivi derivanti dal contratto di cessione" di diritti tv per la stagione 2007/08. Soldi già spesi per la gestione assieme a 24,88 milioni di risconti passivi. Nonostante lo squilibrio debiti-crediti di 234,83 milioni, anche il Milan non ha problemi grazie alla robusta copertura Fininvest. La sua controllante ha contribuito a irrobustire il patrimonio netto con la rinuncia "di parte di un finanziamento fruttifero" trasformato "in versamento in conto capitale" per 10,86 milioni. Inoltre, la Fininvest ha effettuato un altro versamento per 14,14 milioni. Il revisore Deloitte & Touche ha evidenziato che nello scorso gennaio è stato effettuato un altro versamento di 25 milioni. Dal rosso di bilancio è arrivato un beneficio per la controllante: il Milan le ha trasferito 18,34 milioni per "nell’ambito dell’accordo sull’esercizio dell’opzione per il regime fiscale del consolidato nazionale".
Controversie fiscali. Il Milan spiega che "è stata completamente azzerata" la voce "altri fondi per rischi e oneri" per effetto della riclassifica per 3,06 milioni del fondo tra i debiti tributari "a seguito della definizione dell’assoggettabilità a tassazione di componenti positive di reddito relative alla stagione 2001/2002". Per il debito residuo "è stata concordata con l’amministrazione finanziaria la rateizzazione fino all’anno 2010". La pace col fisco, riguardante l’Irap, ha comportato 1,48 milioni inclusi nella voce "oneri tributari esercizi precedenti". Sulle plusvalenze calciatori l’Inter, spiega in nota integrativa, "ha ricevuto un avviso di accertamento a tali plusvalenze per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2002. Inoltre nel mese di luglio 2007 è stato notificato analogo accertamento sull’esercizio chiuso al 30 giugno 2003. L’Agenzia delle entrate ha accertato complessivamente maggiore Irap per euro 5,3 milioni più interessi e sanzioni per euro 2 milioni". La società ha presentato ricorso.
Ricavi e costi. i nerazzurri perdono il confronto sul valore della produzione, incassando 221,21 milioni contro i 257 milioni dei cugini. Ma li superano sui costi: 409,22 milioni contro 285,64 milioni. Riguardo al fatturato dell’Inter i diritti tv sono pari a 91,5 milioni, mentre le sponsorizzazioni 29,6 milioni. Il Milan ha suddiviso i proventi tv tra quelli da Sky, Mediaset e da squadre ospitanti (107,36 milioni), da quelli per partecipazione competizioni Uefa e Fifa (48,3 milioni). Tra i costi dell’Inter ha pesato l’ultima quota di ammortamento, pari a 111,79 milioni, degli oneri del "salvacalcio". I compensi calciatori hanno raggiunto i 117,23 milioni (+10,75%), mentre i premi rendimento sono pari a 21,66 milioni (+54,55%). I contratti dei giocatori sono costati al Milan 124,91 milioni (+12,51%): la quota variabile per i risultati sportivi è di 13,77 milioni (+47,44%). I consiglieri di amministrazione rossoneri hanno ricevuto un compenso globale di 3,05 milioni contro i 750mila euro dei nerazzurri.

Marco Liguori, su La Settimana Sportiva


Tutto molto istruttivo, come l'articolo sul 24 Ore di martedì sui ricavi delle maggiori società europee, con il deficit di introiti da stadio delle nostre big. Il calcio nostrano regge sui diritti televisivi ma solo sino al 2010. Poi Sky e Piersilvio rifaranno i conti al risparmio. E finiranno le vacche grasse anche per Galliani, ed il compenso del cda del Milan che sfiora i 6 miliardi. Tanto pagano le televisioni!

30 aprile 2008

Ho letto e consiglio

Giovanni Guareschi: Baffo racconta

Il più incompreso e vilipeso dei narratori del primo dopoguerra. Gli ha reso giustizia e fama la versione cinematografica del Don Camillo, ma il novelliere resta misconosciuto. Questa raccolta è postuma e piacevolissima da leggere.

Orhan Pamuk: Il libro nero

Premio Nobel della letteratura per il 2006. Dopo l'assegnazione a Dario Fo vale uno sconsiglio, ma qui siamo davanti ad un capolavoro. Occorre tanta predisposizione ad accettare una cultura diversa dalla nostra, ma, calatisi nelle atmosfere della trama, si rimane affascinati e conquistati da questo possente e fantasioso narratore.

Gianfranco Ravasi: Interpretare la Bibbia

L'A. è un dotto e piacevolissimo affabulatore. L'accostamento al libro sacro ed alcune chiavi di interpretazione teologica ne rendono assolutamente suggeribile la lettura.

Andrea Vitali: La modista

Gli amici sanno che ho una predilizione per questo solido artigiano delle lettere. Anche quest'opera, forse non delle migliori, ha spunti godibilissimi ed una trama sempre accattivante.

Bernardo Caprotti: Falce e carrello

Il re dei supermercati italiani, ad oltre ottant'anni, si toglie molti sassolini dalla scarpa e racconta con rigore documentativo come Prodi e le Coop volessero espropriarlo della sua creatura. La sua ostinazione ed il suo orgoglio imprenditoriale gli hanno permesso di uscire vincitore da questa battaglia, fatta di colpi bassi e carte taroccate. Auguri di lunghissima vita!

Poeti: Umberto Saba

Contovello

Un uomo innaffia il suo campo. Poi scende
così erta dal monte una scaletta,
che pare, come avanza, il piede metta
nel vuoto. Il mare sterminato è sotto.

Ricompare. Si affanna ancora attorno
quel ritaglio di terra grigia, ingombra
di sterpi, a fiore del sasso. Seduto
all'osteria, bevo quest'aspro vino.

Poeti: Diego Valeri

I giorni, i mesi, gli anni

I giorni, i mesi, gli anni
dove mai sono andati?
Questo piccolo vento
che trema alla mia porta,
uno a uno, in silenzio,
se li è portati via.
Questo piccolo vento
foglia a foglia mi spoglia
dell'ultimo mio verde
già spento. E così sia.

29 aprile 2008

Clamoroso al Campidoglio

Ieri alle 17, ricordatomi che si ballottava a Roma, ho acceso Tg Sky.
Non credevo alle mie orecchie.
Alemanno si era bevuto Cicciobello e non per lo zero virgola ma per 100.000 voti, recuperando 9 punti percentuali rispetto al primo turno.
La rivincita dei tassinari, degli statali di ultimo ordine, dei borgatari, Primavalle in testa, non poteva essere più clamorosa e schiacciante.
Sconfiggere un sistema di potere è sempre un'impresa clamorosa. La misura dà un senso al commento del capataz Fini: abbiamo scritto la storia.
Aspetto dall'amico Giovanni la descrizione del sentiment. Solo chi ci vive ha la capacità di cogliere gli umori e gli odori di una città.
Io registro dei frammenti di analisi che vengono dagli sconfitti.
Gli sguardi di Bettini, che in quindici giorni è sceso dall'olimpo dei mammasantissima alla sagra degli obesi.
Rutelli che afferma che il voto è una reazione sbagliata ad un problema di sicurezza solo enfatizzato (chieda alle donne che sono state violentate da zingari ubriachi che enfasi si prova).
Lo stato maggiore del loft assente, rintronato, rincantucciato in attesa della vendetta del navigatore baffuto.
La notte da Vespa è comparso Fioroni, un pezzo da novanta del PD romano nonché riformatore della scuola italiana.
La sua analisi è stata kennediana, ma anche clintoniana.
Abbiamo perso a Roma? Rifletteremo. Ma intanto Berlusconi ci venga a spiegare perché è stato battuto nella roccaforte veneta di Vicenza.
Ragazzi, tranquilli.
Se dopo avere perso in una megalopoli di 3 milioni di abitanti governata da 17 anni ci si consola con Vicenza o Massa Carrara, significa che non solo si è alla canna del gas ma che i neuroni evaporano uno al secondo.
Con questi geni, temo che la destra governerà in Italia per almeno trent'anni.

28 aprile 2008

Hanno scritto (6)

Ogni Stato ha i rivoluzionari che si merita.

Palmiro Togliatti (1923)

Non sono mai le masse che fanno le rivoluzioni e a loro profitto; ma sono le classi di dominio che si servono anche delle masse, ove occorra, per fare le rivoluzioni.

Luigi Sturzo (1922)

27 aprile 2008

Il mondo arido, muto e senza Dio di Cormac McCarty

«Le cose sono ben più numerose delle parole […] dato che non abbiamo abbastanza nomi per assegnarne uno a ogni cosa» (Seneca, De beneficiis, 34, 2). E perciò chiamiamo «piede» sia quello che mi funziona poco da qualche tempo, sia quello del letto, sia quello del verso, etc...

È questa una verità che per lungo tempo ha fatto parte del patrimonio della cultura occidentale: la realtà è molto più ricca della sua rappresentazione concettuale. Almeno è stato così fino al Vico delle Institutiones Oratoriae, che fa eco a questo principio enunciato da Seneca, pur senza citarne espressamente la fonte.

Poi sono venuti illuminismo ed idealismo, con i loro derivati ideologici – primo fra tutti il marxismo in tutte le sue versioni –, che hanno cercato d’imprigionare la realtà in una sua rappresentazione, di ridurla a «idea della realtà», declinandola in forma utopica e assegnando alla Rivoluzione, cioè ai rivoluzionari e al partito che li organizza, il compito di ri-costruirla finalmente «libera dal male».

Quel che invece è accaduto è noto: la pretesa di ri-costruire il reale si è tradotta nella sua demolizione. E le macerie politiche, sociali, economiche, le distruzioni materiali e le innumerevoli vittime che le ideologie di derivazione illuministico-idealistica, i socialismi internazionalisti e nazionali, hanno lasciato dietro di sé nel XX secolo, ne sono l’inconfutabile prova.

Quelle ideologie dichiararono guerra a Dio e alla tradizione cristiana occidentale. Sono state davvero sconfitte? O, sviluppandosi, hanno solo cambiato pelle, come un virus che muta le sue caratteristiche e così resiste ai vaccini individuati per sconfiggerlo, e può perciò di nuovo attaccare l’uomo, con un morbo nuovo eppure antico? Nichilismo e relativismo sono questa «nuova pelle», con il conseguente e coerente egotismo «che ha come misura solo l’io e le sue voglie», e appaiono sempre più come fattori di una nuova devastazione, di una catastrofe, questa volta antropologica piuttosto che materiale.

Il romanziere americano Cormac McCarthy sembra percepire questa condizione apparentemente priva di umana speranza meglio di altri.

Egli l’ha già interpretata magistralmente nel suo Non è un paese per vecchi, dove, all’insensata e brutale violenza del nostro tempo spietato, fa da contrappunto la saggezza antica e «di destra», naturalmente religiosa, capace ancora di stupirsi per il male nel mondo e di ringraziare per il bene ricevuto da Dio sapendo di non meritarlo, dello sceriffo Ed Tom Bell. Al quale non sfugge l’ombra satanica che si stende sulla città moderna, sulla sua opacità, sui suoi vizi, sulle smanie distruttive e autodistruttive di una amoralità che ha nella droga la propria cifra.

Ma è ne La strada, il suo ultimo romanzo, premio Pulitzer 2007, che la percezione della disperata condizione umana contemporanea trova una forma espressiva che prende il lettore e gl’impedisce di staccarsi dalle pagine del libro prima di essere giunto alla fine.

Metafora del nostro tempo «arido, muto, senza dio», è un «dopo» che è già accaduto. Il mondo è morto: una terribile catastrofe (una guerra nucleare? un cataclisma?) – allusione alla catastrofe antropologica di cui ho appena detto – ha inaridito la terra, ha tolto trasparenza alle acque svuotandole di ogni forma di vita, depopolato il cielo, cancellato i colori ed ogni traccia della bellezza esteriore, ucciso tutti gli alberi; tra i sopravvissuti e il sole e il suolo, una patina di cenere, di pulviscolo volatile causato da incendi diffusi, che costringe ad indossare una mascherina e rende livido il panorama.

Fa freddo, molto freddo.

Tempo e spazio non hanno più nome, non sono più definibili.

Un uomo ed un bambino, senza nome e senza età, l’uomo ed il bambino, vagano come tanti alla ricerca di mezzi e luoghi di sopravvivenza. Sono padre e figlio. Ed il padre ha trovato nella protezione del figlio una vocazione e una missione, che gli ha consentito di non essere tentato dal suicidio e di trovare la forza per vivere e lottare: «Io ho il dovere di proteggerti. Dio mi ha assegnato questo compito». Il bambino è «l’unica cosa che lo separava dalla morte». La moglie, la madre del bambino, invece ha scelto il suicidio, non ha saputo amare, spaventata dal destino proprio e del figlio, la cui esistenza ritiene indegna di essere vissuta, e prima di uccidersi confessa che avrebbe ucciso anche il frutto delle sue viscere, per il suo bene, se lui, il padre, non gliel’avesse impedito con la sua semplice presenza.

In una natura ormai estranea e ostile, attraversando le rovine di una civiltà che per il suo progresso tecno-scientifico, per la grandiosità delle sue realizzazioni materiali, si è pensata come la rivincita su Dio dopo Babele, e che invece è ancora una volta vinta dalla «rivelazione finale della fragilità di ogni cosa», i due percorrono una strada, che è fatta di un groviglio di itinerari senza origine e anonimi. Continuano a camminare verso il mare alla ricerca di un improbabile tepore. Sono forti dell’amore purissimo che li lega e della tenerezza che ne scaturisce, armati di una pistola con solo due pallottole per difendersi dalle minacce mortali dei predoni – sopravvissuti come loro, che cercano e accumulano carne umana di cui nutrirsi, fino a procrearla apposta –, tra incontri simbolici e sorprendenti ritrovamenti delle risorse per vivere ancora, nutrirsi e proteggersi dal freddo, grazie ai legati della laboriosità e della capacità di conservare, di non consumare e dissipare tutto, di chi li ha preceduti.

Il bambino ha paura. È terrorizzato. Ma non smette di pensare al bene, al giusto, al vero. La bellezza sopravvive nella sua interiorità. Lui che è nato quando la catastrofe era già accaduta, che non ha mai visto un altro bambino e non ha mai conosciuto la convivenza ordinata, la convivenza fraterna, ha compassione per i vivi e per i morti, si pone il problema della moralità di ogni atto, sa e intende amare, pure in un mondo desolato e senza futuro. Convince il padre a donare parte del poco che hanno, a non privarsi per lui della misera razione giornaliera di energia. È buono, vuole semplicemente essere buono. «Siamo ancora noi i buoni. E lo saremo sempre». «Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato», pensa il padre, ed il bambino osserva sfarinarsi un fiocco di neve come «l’ultimo esercito della cristianità».

L’uomo stringe a sé il figlio, prova dolore per la sua magrezza ossuta, gli chiede scusa per le tremende e nefande brutture che non riesce ad evitargli di osservare, e quando il bambino gli chiede «noi non mangeremmo mai nessuno, vero? Neanche se stessimo morendo di fame?», gli risponde rassicurandolo «no. Certo che no». E la memoria del lettore corre al racconto di Solzenicyn, dei fuggiaschi dal GULag, che stremati e vinti dalla fame nel deserto della taiga siberiana pensano di uccidere il più debole del gruppo e nutrirsi delle sue carni, bere il suo sangue. Ma poi l’ultimo brandello d’umanità che il comunismo non aveva ancora loro strappato li convince che no, non possono essere come «gli altri», come i carnefici cekisti. Loro sono diversi, e certe cose non le fanno.

L’uomo, osservando gli scaffali ribaltati in mezzo alle rovine di una biblioteca incendiata, «prova un moto di rabbia di fronte a quelle migliaia di menzogne allineate rigo su rigo». Quella realtà futura, senza nome e senza luogo, dove «non c’è un dopo» perché «il dopo è già qui», somiglia sempre di più al nostro tempo, al nostro mondo, pure apparentemente intatto, vivo, caldo e colorato. Già qui e ora c’è qualcuno, o più di qualcuno, «che ha fatto del mondo una menzogna fino all’ultima parola».

Se una volta c’erano più cose che nomi, dopo la grande ed omicida menzogna del tentativo di ridurre il mondo alla sua idea, sembra che le cose non ci siano più, e che le parole siano persino troppe. Ma presto i nomi seguiranno le cose nell’oblio. La realtà sta sfuggendo all’uomo, come si andava estinguendo agli occhi del protagonista de La strada: «I nomi delle cose […] seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà».

È davvero diversa la nostra condizione?

McCarthy ce ne offre una straordinaria metafora, che talvolta prende alla gola, ed un groppo sembra soffocarci.

Ma nel difetto apparente di speranza e cioè di storia, il bambino de La strada somiglia sempre di più al puer virgiliano, se non ad un altro Bambino. Il suo ingenuo amore per i vivi, per i morti e per quelli verranno, la sua irriducibile consapevolezza del bene e del male, la sua ferma volontà di rimanere tra i buoni, la sua convinzione – nonostante la paura di cui è preda e che mai lo abbandona – di cavarsela comunque, che non succederà loro nulla di male «perché noi portiamo il fuoco», aprono – ed è una sorpresa narrativa, perché tutto il clima del racconto è cinereo – uno spiraglio alla speranza, ad una nuova storia, che sarà scritta intorno al fuoco di quella speranza nutrita dalla verità e dall’amore.

È necessario perciò diventare come quel bambino, il bambino di McCarthy, nel quale, e gliene sono grato, è riconoscibile un altro bambino: «Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chi diventerà piccolo come questo bambino sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt., 18, 2-4).

Giovanni Formicola, su L'Occidentale

26 aprile 2008

Il 25 Aprile ci ricorda che siamo stati tutti un po' fascisti

Per quali ragioni, ove si eccettui una ben caratterizzata area politica e culturale, la ricorrenza del 25 aprile non è popolare in Italia? Naturalmente la prima che viene in mente riguarda l’appropriazione della ricorrenza da parte della sinistra non liberale. Come ha scritto sul ‘Giornale’ del 24 aprile u.s. Massimo Teodori, - v. l’articolo L’esproprio proletario dell’antifascismo -. Meglio non si poteva spiegare un’operazione politico-culturale volta a ridurre la democrazia ad attributo dell’antifascismo, a identificare nel comunismo il nocciolo duro dell’antifascismo e quindi a rendere contraddittorio, per la democrazia, l’essere sia antifascista sia anticomunista. In tal modo, non è la democrazia che benedice l’antifascismo ma è l’antifascismo che legittima la democrazia nella misura in cui la seconda diventa consapevole del fatto che il cemento armato del primo — il suo momento più radicale e più coerente — è costituito dal comunismo. Il comunismo sta all’antifascismo come gli ordini mendicanti—domenicani, francescani--stanno alla Chiesa cattolica: non fanno parte della res publica cristiana i loro nemici.
Resta ancora da spiegare, tuttavia, perché lo ‘scippo’ simbolico sia riuscito al punto tale che per una gran parte dell’opinione pubblica italiana, antifascismo e Resistenza sono associati alla propaganda comunista o comunque sinistro-radicale e, pertanto, vengono considerati ‘cose loro’. Nel ’48 il Fronte popolare si diede come emblema Giuseppe Garibaldi eppure non per questo l’eroe dei Due Mondi, nell’immaginario collettivo, venne appiattito sulla falce e martello. Nel 1953, i monarchici esposero un manifesto con la scritta, che mostrava il gran Conte con la scheda elettorale dispiegata e la croce su ‘Stella e Corona’, eppure il massimo artefice dell’unità italiana rimase un monumento patriottico estraneo al mondo dei rissosi partiti degli onorevoli Alfredo Covelli e Achille Lauro, PNM e PMP.
Cosa dire allora? Che la Resistenza non è popolare perché, a ben guardare, non coinvolse ‘il popolo’? Che le masse siano rimaste alla finestra, a guardare, con un sentimento di trepidazione e di angoscia, la ‘guerra civile’, che si scatenò a nord di Roma dopo l’8 settembre, è un fatto innegabile, che può essere contestato solo da quanti credono che i duecentomilacinquecento partigiani iscritti, il 26 aprile 1946, nelle varie formazioni combattenti, abbiano combattuto per davvero e ignorano che molti hanno profuso il loro impegno nella ricerca di una camicia rossa che sostituisse quella nera. No, a rischiare la vita contro i tedeschi invasori furono pochi ma è quanto si verifica nella stragrande maggioranza degli eventi storici che hanno segnato un’epoca e rivoltato da cima e fondo una società. Fu una minoranza ad accorrere sotto le bandiere di George Washington, furono alcune migliaia gli studenti e i popolani arruolati nei vari eserciti di volontari che nel 1848 si costituirono in diverse regioni italiane. Sono sempre le ‘minoranze eroiche’ — per usare espressioni care ad Alfredo Oriani e a Piero Gobetti — a fare gli stati e le rivoluzioni e l’ottobre sovietico non fa certo eccezione. Sennonché, i ribelli nordamericani, i patrioti italiani, i soldati dell’anno II in Francia sono entrati nel Pantheon nazionale, diventando oggetto di culto anche per i discendenti di coloro che ‘non avevano preso parte’ agli eventi ‘fondatori’, e che, ‘sventurati’, avrebbero dovuto dire. Gli eroi sono tali in quanto merce rara e, come tale, onorata da tutti: come per gli apostoli e i profeti, la loro celebrazione avviene solo post mortem ma, in compenso, diventano un patrimonio spirituale collettivo, come la Torre di Pisa e il Colosseo.
Orbene, tornando all’antifascismo, sarà un caso che una nobilissima figura di antifascista come Duccio Galimberti sia conosciuta solo dai militanti di partito, dai cultori di storia e, naturalmente, dagli abitanti di Cuneo mentre il carabiniere Salvo D’Acquisto, che s’immolò per salvare la vita di ostaggi pronti ad essere fucilati dagli occupanti tedeschi, è conosciuto, se non da tutti gli italiani, per lo meno da un numero crescente di persone, la maggior parte delle quali non s’intende di storia né milita in un partito? Sarebbe riduttivo spiegare l’impopolarità dei ‘martiri’ dell’antifascismo con il loro apparire come un’élite severa e intransigente, disposta a sacrificare la vita in nome di un ideale - un’élite, quindi, ‘antipatica’ e minacciosa come l’ombra di Banquo per il populismo e per il qualunquismo sempre verdi nel nostro paese; il motivo dell’impopolarità in questione potrebbe trovarsi, invece, nei contenuti culturali e nei programmi politici di quella élite. Non vanno dimenticati il disegno, condiviso anche dalle correnti più moderate del Partito d’Azione, di voler rigenerare moralmente e intellettualmente gli italiani, la pedagogica iattanza che portava a considerare i propri connazionali ‘malati’ e corrotti da vent’anni di regime, l’ostinata rimozione di quel poco di buono — in termini di opere pubbliche e di Welfare State — che la dittatura aveva pur realizzato. Ce n’è quanto basta per creare una frattura insanabile tra il vissuto concreto della gente — con il suo carico di positivo e negativo — e l’immagine ufficiale che veniva data degli ‘anni neri’, totalmente ignara del chiaroscuro (v. la vulgata antifascista dei Quazza e dei Galante Garrone).
E tuttavia anche questa spiegazione lascia qualcosa in ombra. Quasi ovunque, la radicalità di un ‘progetto rivoluzionario’, in un primo tempo, genera la guerra civile ma, col passare delle generazioni, perde la sua carica divisiva. I versi della Marsigliese traboccano di sangue, di battaglie, di atroci vendette. In realtà, l’inadeguatezza non è iscritta nel DNA del liberalismo ma, ieri come oggi, nelle gravi carenze del sistema politico e della political culture italiana. Rendersene davvero conto comporterebbe la malinconica coscienza che il 25 aprile c’è ben poco da festeggiare giacché della malattia fascista siamo stati tutti responsabili!

Dino Cofrancesco, su L'Occidentale

Un 25 Aprile disastroso

Le secessioni incalzano: il buffone, i faziosi, i fischiatori. Tutti in piazza.

A Torino il trionfo del qualunquismo nella forma spettacolare e come al solito di grande successo della ciarlataneria, che fa ombra sulla cerimonia istituzionale, composta come in una bara su altra piazza, mentre echeggiano gli insulti al sindaco e al presidente della Repubblica. A Genova i fischi all’arcivescovo Angelo Bagnasco, un sereno uomo di chiesa travolto dall’intolleranza che si traveste da resistenza laica. A Milano polemiche belluine per l’assenza del sindaco Letizia Moratti, maltrattata la volta scorsa insieme con il padre invalido: con quella sciagura da Nobel della famiglia Fo-Rame in lacrime di disperazione per la vittoria di Berlusconi. A Roma i fischi toccano al deportato Piero Terracina, perché la comunità ebraica non sarebbe stata abbastanza vivace e ardente nell’opposizione alla candidatura di Gianni Alemanno. E su tutto l’oscena commistione di liturgia repubblicana e politica elettorale, tra nostalgie per il voto che non fu e inquiete premonizioni intorno al voto che sarà. Una secessione dietro l’altra, secessioni fatte in serie per la giornata della Liberazione. I dementi di sinistra che quindici anni fa hanno preso il posto delle tricoteuses mentre veniva abbattuta la Repubblica dei partiti, e hanno fatto la maglia sotto il patibolo su cui magistrati codini immolavano le classi dirigenti che avevano firmato la Costituzione, provocando valanghe di giustizialismo con argomenti alla Beppe Grillo, ora si lamentano per l’offesa alla memoria nazionale, per la trasformazione ineluttabile di una giornata di festa nazionale in un incubo di divisione nazionale. Occorreva difendere con sapienza una memoria, elaborandola come storia e purgandola delle sue asprezze, e invece piano piano il 25 aprile, tra un’aggressione e un’intimidazione, tra cento mistificazioni di bottega culturale ed elettorale, è stato ridotto a quello straccio che ieri s’è visto. Ciò che con il tempo doveva allargarsi a tutti gli italiani, compresi i leghisti e i fascisti, è stato sequestrato da pochi capifazione ed espulso dal cuore maggioritario del paese, indotto a diffidare di un calendario della patria al servizio di un vecchio ciarpame ideologico. I vecchi partiti avrebbero mediato nel pensiero e nel linguaggio, cercato una soluzione capace di senso universale della cittadinanza, e avrebbero censurato pretese e urla degli intolleranti. Ma in una nazione senza guida etica, senza forza culturale e politica, e per di più infestata dal rancore senza misura e senza significato, non poteva che finire così. Che peccato.

Giuliano Ferrara su il Foglio, del 26 Aprile 2008

25 aprile 2008

25 Aprile

Oggi è il 25 aprile.
Sessantatre anni fa ci (siamo) hanno liberati del nazifascismo.

dal blog Camillo, di Christian Rocca

Percezioni

È comprensibile che una batosta elettorale come quella subita dalla sinistra italiana possa annebbiare un po' la lucidità. Quando poi si scopre che una quota consistente del proprio elettorato è finita nel carniere di Umberto Bossi (ma non è che nel sud sia andata molto meglio) è davvero difficile farsene una ragione. È forse così che si spiega l'insistenza degli sconfitti nello spiegare che quella che ha tagliato loro le gambe è "la percezione dell'insicurezza", che avrebbe indotto l'elettorato popolare a scegliere chi vuole smantellare gli accampamenti illegali di rom e non chi li difende sostenendo i "diritti delle minoranze", come se fra questi fosse contemplato anche quello di rubare o di mandare i bambini a mendicare per la strada.
Spostare l'attenzione dai problemi della sicurezza alla loro "percezione" è un modo, per la verità non troppo convincente anche se un po' più raffinato, per dire che il popolo è bue, secondo la più radicata tradizione antidemocratica.
Quando il direttore di Liberazione dice che è stata l'eccessiva copertura televisiva delle notizie sulla criminalità diffusa a disorientare il suo elettorato di riferimento, ricorda le veline mussoliniane che probivano di dare troppo risalto alla cronaca nera. Eppure la "percezione" non è sempre stata considerata così negativamente. Per un paio d'anni, abbiamo dovuto sentire parlare dell'inflazione "percepita", naturalmente molto più elevata di quella registrata dalle statistiche, come base di riferimento per le rivendicazioni salariali. D'altra parte, il modo con il quale vengono percepiti i fenomeni sociali è da sempre un elemento basilare della politica.
Già che si occupano di percezioni, i dirigenti della sinistra sconfitta dovrebbere domandarsi come è stata percepita l'azione di partiti e movimenti che per due anni hanno continuato a mobilitare le piazze contro provvedimenti del governo di cui facevano parte e che poi, nell'esecutivo e nel Parlamento, gli oratori infiammati della domenica, approvavano regolarmente il lunedì.
Ci facciano sapere.

da Editoriali de Il Foglio, del 24 Aprile 2008

Banche, Banchieri e poteri forti

UniCredit svaluterà nella trimestrale un miliardo per subprime sparsi un po' ovunque nella galassia europea dell'impero. Intesa non se la passa meglio. Mps è ancora alle prese con una ricapitalizzazione importante per un'acquisizione nel nord-est che forse è meno strategica di quanto si voglia far credere.
La grande stampa finanziaria tratta questi affanni con la delicatezza di un piumino da cipria e con tanta, tanta amorevole comprensione.
In buona sostanza, fanno comprendere ai lettori: non facciamo confusione.
Mica sono problemi drammatici ed essenziali per il paese, come la diatriba Mazzotta-sindacati aziendali e lo sconvolgente stallo nella costruzione di una più democratica governance in Banca Popolare di Milano.

A proposito di conflitto di interesse

«Siamo diventati il secondo gruppo editoriale del paese con 55 milioni di lettori ed una quota di mercato pari al 24,4%», dichiara Francesco Gaetano Caltagirone. L'editore è anche un pezzo da novanta nel mondo delle banche ove coltiva incarichi ed alleanze bipartisan con Generali-Mediobanca e con Monte Paschi-Antonveneta.
Apprezzabile ed ammirevole successo di un uomo che ha saputo costruire con acume ed audacia imprenditoriale la sua posizione di rilievo.
Bravo come il Berlusconi, casi di italiani che conquistano le vette senza la protezione affettuosa delle grandi famiglie sabaude o milanesi.
Per non essere da meno, il Caltagirone coltiva sagacemente le proprie sponde politiche usando come leva l'azione del Cucciolotto Casini, in secondo letto marito della figlia Azzurra.
A differenza dei terribili conflitti di interesse del Cavaliere, di quelli del Cucciolotto, in politica da quarant'anni, già ministro, già vice-presidente del Consiglio, già colonna portante del centro-destra, nessuno parla. Tanto meno la stampa, sia quella borghese radical chic di Via Solferino e di Largo Fochetti che quella di proprietà del suocero.
Forse è vero quello che hanno intuito gli italiani alle urne in aprile.
Mettilo dove vuoi, Casini non confligge poiché conta zero.
È solo una bella presenza.

Il Mayor de Roma

Domenica e lunedì i romani si eserciteranno nel ballottaggio per il loro Mayor fra Rutelli ed Alemanno.
Il primo è un bollito della politica nazionale che ambisce tornare ad occupare la sedia del Campidoglio per fare finta di essere ancora vivo ed importante, l'altro non ha nemmeno fatto in tempo ad indossare i pantaloni alla zuava nel giro che conta.
Non invidio i cittadini della Capitale che, alle prese con i drammatici problemi delle grandi metropoli italiane (delinquenza, sporcizia, rom assortiti, periferie degradate), per di più si devono reggere sulle spalle il carrozzone delle istituzioni.
Alle ultime battute, il confronto fra questi due nani si è ormai spostato sull'eccitante tema della rivincita della sinistra contro il mandiamo anche ciccio bello in Africa.
Epico, storico... molto meditterraneo.
Resuscitando l'esortazione di Bettino Craxi, e se i Romani orgogliosamente decidessero di passare il fine settimana al mare?

22 aprile 2008

Era campagna elettorale "al 180%"

«Riguardo Ronaldinho la situazione resta invariata rispetto a quella di ieri. Non so se l'affare si concluderà. Noi le operazioni di mercato le facciamo alle condizioni che riteniamo opportune: se queste ci saranno bene, altrimenti si cambia obiettivo. Ormai sono tanti anni che faccio mercato e non c'è niente di nuovo e di strano. Shevchenko? Siamo ancora nel corso del mese di aprile, non si può parlare di mercato da gennaio fino a settembre».

(stralciato dalla quotidiana intervista di Adriano Galliani, dal sito AcMilan.com)

I deliri del pelato (4)

«Sono vecchio, brutto e pelato eppure, se desidero conquistare una donna, la mia forza è la concentrazione. È così che mi gioco la partita».

(stralciato da un'intervista di Adriano Galliani a Panorama)

21 aprile 2008

Ecco come va affrontata "l'altra casta", quella dei sindacati

Il governo Berlusconi – al pari di tutte le compagini di centro destra - ha un problema visibile con i sindacati. Deve scoprire al più presto quale sarà la linea di condotta delle grandi confederazioni dei lavoratori e della Confindustria (dove è in arrivo il nuovo gruppo dirigente dopo la gestione - disastrosa ed orientata a sinistra - di Luca Cordero di Montezemolo).
A un governo moderato, in Italia, non è sufficiente vincere le elezioni. Deve mettere in conto l’opposizione pregiudiziale della Cgil (la Vecchia Guardia dei Napoleoni della gauche) con gli effetti di trascinamento sulle altre organizzazioni (soprattutto in anni, come quelli appena trascorsi, in cui la Confindustria aveva una sola idea forte riassumibile nello slogan "mai senza la Cgil").
Tanto vale, allora, intraprendere subito la seconda fase della battaglia verso l’obiettivo della possibilità di governare. Come fare? Il governo dovrebbe promuovere direttamente un confronto con le parti sociali, mettendo a disposizione delle loro richieste (sgravi fiscali sulle retribuzioni, riduzione della tassazione sulle imprese) l’ammontare del "tesoretto" (una volta verificatene l’esistenza e la consistenza senza creare problemi ai conti pubblici) ad una precisa condizione: che entro 40 giorni le parti fossero capaci di avviare e concludere un negoziato sulla riforma degli assetti contrattuali, orientato a valorizzare il più possibile gli elementi della retribuzione collegati alla produttività e la contrattazione decentrata.
Sarebbe questo un tentativo di giocare di anticipo, fornendo un quadro stabile e solido all’iniziativa e al ruolo delle componenti più ragionevoli e meno strumentalizzabili tra le organizzazioni sindacali, mettendo nel contempo alla prova la nuova presidenza di viale dell’Astronomia. In fondo, il punto più alto dell’iniziativa politica dell’ultimo governo Berlusconi fu la stipula del Patto per l’Italia del luglio del 2002. Ecco perché sarebbe importante che al Dicastero del Welfare (di nuovo ricostruito dopo lo ‘spezzatino’ partitocratrico voluto da Prodi) andasse una personalità competente, magari lo stesso Roberto Maroni o uno di coloro che furono al suo fianco nella trascorsa legislatura e portarono a compimento, in quel ministero, talune delle riforme grazie alle quali quell’esperienza governativa merita di essere ricordata.
Per Silvio Berlusconi il seguire queste indicazioni non entrerebbe in contraddizione con l’esigenza di onorare, al più presto, alcuni degli impegni assunti in campagna elettorale allo scopo di non disperdere il clima di "luna di miele" instaurato con i cittadini. Certo non aiuta un disegno siffatto l’analisi, tardiva e sopra le righe, compiuta da un "uscente" Luca Cordero di Montezemolo, a proposito della rappresentatività delle confederazioni sindacali. La battuta di LCdM ha suscitato la reazione dei vertici di Cgil, Cisl e Uil.
I leader sindacali dovrebbero smetterla di reagire come una divinità pagana offesa ogni volta che qualcuno si permette di svelare i vizi delle loro organizzazioni (si veda il tono indispettito e arrogante con cui è stato accolto il saggio "L’altra casta" nel quale Stefano Livadiotti mette a nudo i privilegi e le zone franche del potere sindacale). Ma le critiche di Luca Cordero di Montezemolo (LCdM) – giunte ormai in zona Cesarini di un mandato presidenziale sicuramente discutibile – sembrano parecchio esagerate. Per tanti motivi. Innanzi tutto perché le analisi dei cambiamenti sociali e dei loro riflessi sul voto meritano considerazioni più attente. Sarà anche vero, infatti, che gli operai del Nord - anche quelli che in passato facevano convergere i loro suffragi sui partiti di sinistra - hanno votato in gran numero per la Lega. Ma non hanno stracciato la tessera delle confederazioni storiche per iscriversi in massa al Sin.Pa. (il sindacato padano che resta un’organizzazione tuttora minoritaria nei posti di lavoro).
Certo, con i "chiari di luna" che si sono visti il 13 e il 14 di aprile diventerà sempre più difficile – anche per la stessa Cgil – usare per fini politici (condurre un’opposizione strumentale al governo Berlusconi) la forza, le prerogative e i mezzi dell’iniziativa sindacale. Purtroppo, i dirigenti confederali dimostrano di non aver capito la lezione e di voler portare avanti i loro cascami ideologici piuttosto che le aspettative dei lavoratori.
Per una ricorrente vocazione all’autolesionismo stanno criticando le proposte del governo riguardanti l’abolizione dell’Ici e la detassazione del lavoro straordinario nonostante che si tratti di misure molto popolari tra i lavoratori e i cittadini meno abbienti.
Alla base di questi "mal di pancia" stanno dei residui pregiudizi ideologici nei confronti dei "proprietari immobiliari" (anche se sono titolari soltanto della casa in cui dimorano con la famiglia, avendola acquistata con tanti sacrifici) e di coloro che non si tirano indietro se è necessario lavorare di più. Detassare il lavoro straordinario (l’operazione riguarda poco più del 5% del totale delle ore lavorate) non comporta assolutamente il superamento dei limiti quantitativi posti dalla legge e dai contratti a tutela dell’integrità fisica del lavoratore.
Non si comprende, pertanto, per quali motivi il prossimo governo non dovrebbe dar corso ad un impegno elettorale più volte ribadito, dopo che – in modo corretto – proprio ieri i ministri uscenti Damiano e Padoa Schioppa hanno varato il decreto interministeriale chiamato a sperimentare (è prevista una copertura di 150milioni di euro) le agevolazioni fiscali sul salario variabile di cui al protocollo del 23 luglio scorso e alla legge attuativa (l. n.247/2007).
I sindacati devono sicuramente essere coinvolti nelle scelte che riguardano i lavoratori. Se non vogliono, tuttavia, continuare ad essere i "professionisti del veto" (è questa la critica di Montezemolo) i dirigenti sindacali devono capire che taluni cambiamenti sono ormai ineludibili. Al presidente della Confindustria, però, sarà il caso di ricordare che qualche responsabilità sullo stallo delle relazioni industriali grava pure sul vertice di viale dell’Astronomia. Fin dall’inizio del suo mandato la linea di condotta di LCdM è stata chiaramente protesa a ripristinare e a mantenere un rapporto con la Cgil, nutrendo ed allevando, in tale maniera, i principali "professionisti del veto".

Giuliano Cazzola, su L'Opinione

L'assemblea della Milano

Si è tenuta sabato l'Assemblea della ultracentenaria cooperativa di credito di Milano.
Un appuntamento atteso non tanto per i risultati gestionali, di ottimo livello, ma per il clima di feroce polemica che si è sviluppato in questi mesi fra i portatori del controllo assembleare ed il Presidente della banca.
Tutto è nato dopo l'abortito tentativo di fusione con Bper, fortemente sponsorizzato da Mazzotta e bocciato dalle associazioni di soci alla svolta finale.
La opacità della decisione così come l'intrinseca debolezza societaria ed industriale della proposta hanno generato un cocktail micidiale di divaricazioni e risentimenti, che si è protratto, a colpi di gossip giornalistico (secondo lo stile della casa) e di fratture sindacali epocali, sino a poche settimane dall'Assemblea.
Tutto si è acquietato in una sorta di progetto che dovrebbe concretizzare l'ingresso futuro in consiglio di forze economiche del territorio e dei fondi nell'organo di controllo ed un contemporaneo ridimensionamento della rappresentanza dei soci-dipendenti, come vivamente auspicato da Mazzotta con una lunga perorazione a conclusione dei lavori assembleari.
Il condizionale è d'obbligo perché gli umori dell'assemblea societaria, che ha avuto gli spiccati connotati di un congresso politico a tesi ed antitesi, hanno chiaramente evidenziato che le divaricazioni sono forse espresse in modo più salottiero ma persistono.
Fra la visione di una cooperativa molto somigliante ad una fondazione e l'autoreferenzialità dei rappresentanti dei soci-dipendenti, la sintesi sembra difficile.
Il rischio è che la mediazione finisca per essere di modesto profilo, più orientata a garantire il mantenimento degli equilibri e delle presenze in consiglio, che il risultato di un'autoriforma che sappia dare respiro vitale ad una cooperativa la cui forte presenza resta essenziale ed indispensabile nel devastato panorama creditizio italiano.

18 aprile 2008

Non è un paese per giovani

Spesso si scrive e si parla di un Milan da rifondare, ultimamente. Il tuo giudizio?
«Io non ritengo che ci sia un Milan da rifondare. Questa squadra ha vinto una competizione prestigiosa come il Mondiale per Club solo lo scorso mese di dicembre, non vent'anni fa. Per cui ritengo si debba parlare di continuità di questo gruppo e non di rinascita.»

Intervista a Paolo Maldini del 17 aprile 2008, da AcMilan.com

Grand'Italia e dintorni (5)

“Numeri alla mano si è capito che molti dei voti andati alla Lega sono di berlusconiani stanchi degli appetiti eccessivi del leader” dice Giorgio Bocca sulla Repubblica (18 aprile).
Meno male che c’è Bocca se no, come avremmo fatto a capire che nella sostanza il voto del 13 e 14 aprile è antiberlusconiano?


Lodovico Festa, su L'Opinione