15 gennaio 2009

Farsopoli

Christian Rocca, 41 anni, di Alcamo, è inviato speciale de "Il Foglio" e collabora con diverse testate italiane. Negli ultimi anni ha raccontato da New York la cultura americana e la risposta di Washington agli attacchi dell'11settembre. Nel 2003 ha scritto "Esportare l'America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori"; nel 2005 ha pubblicato "Contro l'Onu. Il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un'alleanza tra le democrazie" (vincitore del Premio Capalbio 2005); nel 2006 è stata la volta di "Cambiare Regime", edito da Einaudi. La sua attività di blogger (http://www.camilloblog.it/) è volta a denunciare quelle che ritiene essere le distorsioni e le falsità della visione degli Stati Uniti proposta sistematicamente da giornali e media vari. Dalle colonne del suo blog non ha lesinato commenti su calciopoli, sulla Juve ed ha coniato, per gli interisti, il titolo di "indossatori di scudetti altrui". Fin dal primo giorno Christian Rocca è stato uno dei pochi giornalisti che ha cercato di spiegare le incongruenze e gli "strani" comportamenti dei mass media nei confronti di Moggi e della Juventus durante l'estate del 2006.
Abbiamo percorso un cammino parallelo con lui, spesso condividendo ogni virgola di quello che usciva dalla sua penna allo stesso tempo pungente e dissacrante. Leggere il suo Blog ci ha aiutato a superare momenti difficili e a trovare le motivazioni per continuare a combattere. È giunto il momento di ospitarlo sul nostro sito per una intervista senza peli sulla lingua. Un'intervista da Juventinovero.

Buongiorno Dr. Rocca, ci descrive in breve cosa rappresenta per Lei la Juventus?
Una squadra di calcio.

In questi giorni molte persone, addette ai lavori ma anche semplici tifosi, stanno sorprendentemente cambiando atteggiamento nei confronti di Farsopoli e degli accadimenti dell’estate 2006. Come giudica questo cambiamento?
Mi spiace, non ci credo. Il bar dello sport non chiuderà mai.


Condivide il pensiero di Enzo Biagi che forse lo scandalo Calciopoli è servito per dare in pasto un mostro al popolo e per distrarre il popolino dal più grande scandalo degli ultimi anni, ovvero lo scandalo Telecom?
No, non lo condivido. Questo è complottismo e io non credo mai ai complotti. Altra cosa è, invece, l’innegabile intreccio societario tra la proprietà di una squadra di calcio di Milano e gli ex azionisti e dirigenti di Telecom. I nomi di Massimo Moratti, Tronchetti Provera, Carlo Buora e Guido Rossi sono o sono stati nella proprietà o nel consiglio di amministrazione di entrambe le società. E Rossi ha gestito la Federcalcio nei pochi mesi in cui la Juventus è stata punita e scippata di due scudetti vinti sul campo con merito. Si sa, inoltre, che la società di calcio ha chiesto a un alto dirigente di Telecom, accusato di essere a capo della struttura che conduceva indagini illegali e per questo in galera, di pedinare e quant’altro Moggi, un arbitro di Serie A, calciatori della stessa squadra e probabilmente anche altri dirigenti e tesserati federali. I fatti sono questi, ma non credo ai complotti.


Lei conosce molto bene gli Stati Uniti e la loro cultura, politica e non. Secondo Lei, un caso simile a Farsopoli sarebbe stato possibile negli USA? Cosa c'è di diverso rispetto all'Italia, soprattutto per quanto riguarda il mondo dei media e quello sportivo?
Nel 2007 la migliore squadra del torneo di football americano NFL, i New England Patriots, ha spiato illecitamente le tattiche d’attacco degli avversari. Un illecito sportivo. La NFL ha condannato l’allenatore a mezzo milione di dollari e i Patriots a 250 mila dollari di multa e alla rinuncia di una prima scelta universitaria l’anno successivo. Nessuno si è sognato però di contestare i risultati ottenuti sul campo. Anzi, ancora oggi, si ricorda il prodigioso record conquistato quell’anno dai Patriots di 18 vittorie su 18. I Patriots hanno perso solo in finale, al Superbowl, contro i Giants di New York, all’ultimo secondo. Ogni ordine professionale ha un suo codice etico e chi non lo rispetta subisce, giustamente, pesanti sanzioni; come è possibile che la quasi totalità dei giornalisti continui a dare un'informazione distorta senza che nessuno di essi subisca il benchè minimo provvedimento? Come è possibile che a tutt'oggi ci siano giornalisti che vanno in televisione, ad esempio, a riproporre la favola di Paparesta chiuso nello spogliatoio?
Nessun giornalista si sente in dovere di difendere la professionalità della propria categoria?
Sono contrario agli ordini professionali e in particolare a quello dei giornalisti. L’Italia è l’unico paese occidentale che ha un ordine dei giornalisti, un lascito del fascismo. Nel resto del mondo sanno che non ha alcun senso, perché a nessuno può essere negato il diritto di scrivere su un giornale. Anni fa ho anche raccolto le firme per un referendum, purtroppo la gente non è andata a votare. Ed è la stessa gente che o si lamenta o continua a comprare quei giornali, invece di altri.


Ritiene come noi "macabramente comica" una sentenza, nel paese dei mille morti sul lavoro all'anno e del lavoro nero, dove un uomo è stato condannato per aver "minacciato di sbattere in tribuna" un calciatore miliardario che non accettava il cambio di società (con relativo aumento di stipendio)?
Comica, sì.


Naturalmente è passata l’idea che Moggi sia stato condannato a una pena leggera, malgrado fosse il capo della cupola. È credibile che un ex ferroviere avesse più potere, nel calcio, di chi ha grandi gruppi di potere alle spalle, di chi maneggia il petrolio, le centrali Telecom, le televisioni con annessi diritti tv?
Moggi aveva il grande potere del nome Juventus alle spalle e certamente si sapeva muovere sul mercato, la sua arma a disposizione contro i soldi a palate e i bilanci un po’ così degli avversari. Quando la proprietà della Juventus l’ha scaricato, e non si è mai capito bene perché, i giornali amici si sono scatenati. I più duri sono stati la Gazzetta, il Corriere della Sera e la Stampa, nei cui consigli di amministrazione c’è almeno un rappresentante della famiglia Agnelli.


Non ritiene che oltre ad una modifica della legge sulle intercettazioni sia ancora più necessaria una miglior specificazione da parte del legislatore del reato di "associazione a delinquere", visto che in realtà, la grande lezione del processo GEA è che i magistrati utilizzano questa fattispecie di reato in casi in cui non vi è neanche il fumus dell'associazione, con l'unico intento di ottenere da parte del Gip l'autorizzazione ad intercettare?
Le leggi sono buone o comunque perfettibili, ma è tutto inutile se non si cambia radicalmente la struttura della magistratura. In Italia i magistrati non rispondono a nessuno, né al popolo come in America, né al governo o al Parlamento come in Francia o in Inghilterra e per i reati federali anche negli Stati Uniti. Da dieci anni in Italia governano i magistrati, dalla politica alle banche, dalle vallette televisive al calcio. Fanno e disfano governi nazionali e giunte locali, interferiscono sull’esercizio del potere legislativo e sovvertono le decisioni sovrane degli elettori. A Napoli, poi, si occupano dell’associazione a delinquere di Moggi. All’immondizia e alla camorra ci deve pensare il cinema, con Gomorra.


Il presidente Cossiga ha espresso il timore che si facciano comunque delle intercettazioni e solo successivamente viene regolarizzata la loro richiesta; quasi la magistratura dicesse "intercettiamo tutti, vediamo chi resta nella rete". Se questo fosse provato cosa direbbe uno spirito "libertario" come Lei?
Non è provata la falsificazione della richiesta, ma è provato che un’indagine parte da un’ipotesi di reato e poi per effetto delle intercettazioni si continua a procedere su altro. Vi siete mai chiesti come mai ci sono piccole procure di provincia che improvvisamente indagano sull’ex famiglia reale in Svizzera o sul vescovo di una città spagnola o anche solo sui dirigenti RAI? Ripeto, va riformata la magistratura in modo radicale.


Ritiene utile la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante? Se si, anche Lei, come noi, per caso ha avuto l'impressione, che il magistrato giudicante ha avuto paura di assolvere Moggi per timore di screditare il proprio presidente della ANM, che era il PM del processo?
La ritengo utile, ma insufficiente. Non basta. I magistrati inquirenti devono rispondere a qualcuno, non possono essere irresponsabili per le loro azioni. Abbiamo visto spesso i magistrati ricorrere alla formula "Non poteva non sapere" per incriminare altri potenti.


Tronchetti, secondo Lei, poteva ignorare cosa facevano i Tavaroli-boys in Telecom? Perché in questo caso non sono ricorsi a quella formulazione?
Il principio del "non poteva non sapere", sul piano penale, secondo me è incostituzionale, perché la responsabilità penale è strettamente personale. Nel diritto societario è diverso, ma non conosco gli atti di quel processo, quindi non posso esprimermi. Sennò farei come quelli che parlano della Juventus senza aver letto la sentenza di condanna che dice chiaramente che non c’è stata alcuna partita truccata e che la Juventus non ha commesso alcun illecito sportivo ex articolo 6 del codice FIGC.


Lei è sempre molto critico, come noi del resto, con il presidente Cobolli. Se questi dirigenti trovassero il coraggio di chiedere la revisione dei processi sportivi cambierebbe giudizio?
No. Mi piacerebbe che lo facessero e glielo riconoscerei, ma questo non cancella che cosa hanno fatto in quella primavera-estate. Senza dimenticare la cessione di Ibrahimovic agli indossatori di scudetti altrui, senza la quale a Milano sarebbero rimasti soltanto con lo scudetto a tavolino o a tavaroli.


Secondo Lei uno scudetto non difeso ed indirizzato, insieme ad Ibrahimovic, all'Inter sono il prezzo di qualcosa? Di un patto tra la proprietà della Juve e Moratti-Tronchetti?
Di nuovo, non credo ai complotti. Di certo c’è che in quei mesi gli unici a sostenere Guido Rossi, oltre alla seconda squadra di Milano, è stata la prima squadra di Torino.


Come reputa le dichiarazioni di Cobolli Gigli subito dopo la sentenza Gea?
Quando leggo dichiarazioni di Cobolli passo oltre, anche perché so che da un momento all’altro potrebbe sostenere il contrario.


Come reputa le dichiarazioni di Abete riguardo l'ipotesi di restituzione degli scudetti alla Juve?
Mi spiace, non le conosco.

Come reputa le dichiarazioni di Massimo Moratti in seguito alla sentenza Gea ed alla ventilata ipotesi di restituzione dello scudetto di cartone alla Juve?
Moratti ha parlato? Non so, ho visto sul Corriere che ha scattato fotografie poetiche agli immigrati che spalavano la neve di Milano. Quello che ha fatto lui per gli extracomunitari, non l’ha fatto nessuno. Basta vedere Recoba.


Proprietà Juve, proprietà Inter, ambienti della politica romana vicina a Confindustria e di fede giallorossa. Secondo Lei chi avrebbe avuto più interesse a eliminare Moggi e Giraudo?
La Juve, probabilmente. Moggi e Giraudo ormai agivano da proprietari di fatto, dopo la morte di Umberto Agnelli. Gli indossatori di scudetti altrui non credo, visto che hanno cercato di assumere Moggi.


Secondo Lei quale è stato il motivo per cui illustri avvocati, giuristi e magistrati come Guido Rossi, Ruperto, Borrelli, si sono prestati a gestire processi palesemente irregolari come quelli dell’estate del 2006?
Guido Rossi è come Wolf, il personaggio di Pulp Fiction, uno che risolve problemi. È un grande professionista, sa fare il suo mestiere come nessuno. Borrelli era in pensione, gli mancavano le luci della ribalta dei bei tempi di Mani Pulite e del “rito ambrosiano”.


Il mantra degli inquisitori di Calciopoli: "La Giustizia Sportiva è diversa dalla Giustizia Ordinaria". Alla fine, siamo sicuri, rimarrà loro solo questo argomento. O forse neanche quello?
Sono due cose diverse, è vero. Ma, insisto, le sentenze della giustizia sportiva dimostrano che Moggi non ha alterato alcuna partita. Ci sono stati comportamenti sportivamente sleali, ex articolo 1 del codice, che certamente facevano anche gli altri, ma che era giusto punire. Ma per nessuno di questi comportamenti era prevista la retrocessione e la revoca degli scudetti. L’ha detto allora anche Piero Sandulli, l’autore della sentenza di condanna: “Non ci sono illeciti, il campionato non è stato falsato, era tutto regolare, l’unico dubbio riguarda la partita Lecce-Parma”. E qualche giorno fa ha ribadito il concetto, specificando che l’illecito per cui è stata condannata la Juventus “non esisteva, era una falla del sistema giuridico, è stato da noi introdotto”. I giudici non devono introdurre niente, devono valutare i fatti e applicare le leggi. Non è stato così.

Nel caso in cui anche a Napoli cadano le accuse di associazione a delinquere cosa dovrebbe fare la Juventus che è anche una S.p.A quotata in borsa?
Dovrebbe fare quello che non ha fatto quando sono state lanciate le accuse: difendersi.

Quelle dimissioni da tifoso Juventino (date in "C'era una volta la Juventus" del 15 agosto 2006), le hai poi ritirate?
Guardo sempre le partite, ovviamente. Ma con lo spirito di un tifoso della Fiorentina o della Lazio. Mi diverto, ma non mi illudo, perché so che non siamo i più forti. In questo senso dico che “la Juventus non c’è più”.


Ipotesi: La Juventus tra 4 mesi vince la Champions League. Sarebbe sufficiente secondo Lei a questa proprietà e a questa dirigenza per mondarsi definitivamente dal peccato originale dell’agosto 2006?
No. E non credo che accadrà: Ibra è più forte. Però non sarebbe affatto male se i vecchietti e i ragazzini della vecchia squadra distrutta da calciopoli portassero a casa la Champions, dopo il Mondiale del 2006.


Probabilmente, qualche volta Le sarà capitato di leggere il sito ju29ro.com o il blog collegato: cosa ne pensa del nostro lavoro? L'ha trovato utile?
Ci trovo molte notizie e spunti. Bravi, continuate così. E spero che il prossimo anno possiate cambiare nome.

dal blog Camillo, di Christian Rocca

Letizia, prepara il sale

Le previsioni meteo per la prossima settimana parlano di possibili nevicate in Padania.
Non sono un fanatico della materia ,ma quel "nevicate" mi ha messo il prurito addosso.
Considerata la disastrosa inadeguatezza con cui sono state affrontate le precipitazioni dell'Epifania, è lecito chiedersi cosa riuscirà a combinare la Moratti stavolta.
Per informazione, mentre la città della casta è stata ripulita, qui in periferia si naviga fra cumuli di neve marcia e ghiacciata.
Con noi il destino è cinico e baro.
Sarebbe bastato un giorno di foen e saremmo ripuliti, ed invece queste previsioni ci fanno capire che la natura l'avrà vinta sino all'arrivo della primavera.
Ma almeno la Letizia si ricorderà, fra un Linate e una Malpensa, di comprare il sale?

09 gennaio 2009

Un altro di quelli di cui si è perso lo stampino

È esagerato definire Beppe Chiappella una leggenda del calcio? No, dal momento che è uno di quei rari personaggi che prima in campo e poi in panchina hanno riempito l'immaginario dei calciofili di due generazioni. Milanese di San Donato, classe 1924, con gavetta giovanile in C nel Redaelli (1942-43) e nella Stradellina (1945-46). Nel 1946 il salto in B nel Pisa, e nel 1949 l'approdo in maglia viola, di cui diventa una istituzione. È l'inizio del grande amore tra Beppe e Firenze. Gioca a Firenze fino al 15 maggio 1960: 329 partite, 5 gol, e uno scudetto storico nel 1956. Non vestirà nessun'altra maglia. Nazionale 17 volte. Poi la carriera da allenatore: Fiorentina (1964-67), Napoli (1968-73), Cagliari (1973-75), Inter (1975-77), ancora Fiorentina (1977-78) e Hellas Verona (1978-79). Beppe Chiappella ha risposto con grande disponibilità al fuoco di fila delle nostre domande. Lo ringraziamo di cuore.

C'è un sogno calcistico che non è riuscito a realizzare?
Beppe Chiappella: Principalmente tre. Ai tempi in cui giocavo nella Fiorentina, non avere disputato la finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Mi ero infortunato due giorni prima. Poi il non avere avuto la chance di allenare la Nazionale. Infine, non essere il detentore del record di presenze in maglia viola. Mi superò Antognoni, anche se il suo computo comprendeva anche spezzoni di partita, mentre il mio le presenze di 90 minuti.


E quello che invece ha realizzato?
B.C.: Giocare in Nazionale, anche se non sono riuscito a giocare un mondiale: dopo le qualificazioni fu chiamato il blocco dell'Inter, e non chi portò gli azzurri alla fase finale.


Davanti a quale giocatore ha provato l'emozione più forte?
B.C.: Davanti a Pelè, quando giocai in Italia-Brasile a S.Siro. Vincemmo 3 a 0, ma la sua classe illuminò lo stadio per tutta la partita.


A parte l' Inter, quale squadra le è rimasta nel cuore?
B.C.: La Fiorentina. Ho giocato e allenato per talmente tanti anni a Firenze da ritenerla tuttora la mia seconda casa.


Come si può capire se un ragazzino può diventare un buon calciatore?
B.C.: Dall' intelligenza tattica e dalla tecnica di base. Ma se durante la crescita queste doti non si sviluppano, il ragazzino tenderà a perdersi.


Qual è il fondamentale più importante nel calcio?
B.C.: Il passaggio. Senza la padronanza del passaggio diventa impossibile costruire il gioco. Un giocatore che non ha questo fondamentale non potrà mai arrivare a certi livelli.


Da allenatore, cosa mancò alla sua Inter per vincere?
B.C.: Era un gruppo difficile da gestire, dove mancava l'amalgama. Nei momenti di difficoltà, questo fattore si è fatto sentire.


Lei fu uno dei primi allenatori a guidare l'Inter dopo la fine del grande ciclo: quali difficoltà trovò?
B.C.: Trovai un ambiente in parte già sazio di vittorie, e giocatori arrivati dopo, che facevano fatica a integrarsi col resto del gruppo. In qualsiasi squadra, dopo un ciclo, è difficile ripetersi subito. Io presi la squadra in un momento di transizione. Mancava la consapevolezza nei propri mezzi e la mentalità vincente che si perse dopo gli anni della Grande Inter.


Nella sua prima estate in nerazzurro (1975) arrivò Giacomo Libera dal Varese, con grandi aspettative. Perchè fallì?
B.C.: Era un ottimo giocatore, ma il passaggio dal Varese all'Inter fu per lui uno stacco difficile da superare. Le pressioni a Milano erano e sono enormi, e dopo le prime critiche lui non riuscì a giocare - specialmente a S.Siro - con la tranquillità necessaria per riuscire a mostrare il suo valore.


La sua seconda stagione in nerazzurro fu la più amara: Mazzola a fine carriera, la Coppa Italia persa in finale col Milan. Si aspettava di più?
B.C.: Sì. Mi aspettavo di vincere la Coppa Italia, perché pensavo di potere battere il Milan in finale. Ma comunque fu una stagione positiva, perché l'Inter chiuse per la seconda volta al quarto posto, dopo un bienno in cui era andata peggio.


In che modo le fu comunicato che non sarebbe più stato l' allenatore dell'Inter ?
B.C.: Sapevo già che se non avessi vinto la Coppa Italia sarei stato allontanato.


Col senno di poi, avrebbe fatto scelte diverse in quei due anni?
B.C.: Non mi pento mai delle scelte fatte, perché tutte erano dettate da una logica societaria.

Chi è stato il più grande giocatore della storia dell'Inter?
B.C.: Giuseppe Meazza. Un bomber con la sua classe è difficile vederlo anche oggi.


Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera?
B.C.: Quando in occasione dell'amichevole tra Egitto e Italia a Il Cairo venne convocato il blocco della Fiorentina, della quale facevo parte. Fu la mia prima convocazione in Nazionale.


Come valuta nel complesso la sua carriera di allenatore?
B.C.: Piena di soddisfazioni, dettate dal fatto di avere conosciuto piazze come Napoli e Cagliari, Firenze e Milano, Verona e Pisa. Un'esperienza stupenda, avendo avuto la possibilità di allenare grandi squadre e riuscendo a sperimentare le differenze del tifo, da nord a sud, sempre con la consapevolezza di lavorare per tentare di rendere felici tanti tifosi. Il loro calore è sempre stato uno stimolo per il mio lavoro.


Meglio il calcio di adesso o quello degli anni settanta?
B.C.: Quello degli anni settanta era un calcio più lento, che prediligeva la tecnica di base. Ora, con i ritmi altissimi che ci sono, la forza fisica è diventata la base del gioco.


Il ricordo più bello e quello più brutto del Chiappella giocatore.
B.C.: Il più brutto è la finale di Coppa Campioni persa dalla Fiorentina a Madrid, dove non potei giocare: da fuori fu una sofferenza vedere i miei compagni in difficoltà e non potergli dare una mano. Il più bello è lo scudetto dei record nella stagione 1955-56, dove solo all'ultima giornata a Genova perdemmo l'imbattibilità.


Le piace il calcio televisivo o le dà la nausea?
B.C.: Sinceramente non mi piace. Troppe partite trasmesse in TV annoiano lo spettatore e allontanano la gente dagli stadi. Preferirei stadi più pieni e meno partite alla televisione.

Se non avesse sfondato nel calcio, quale mestiere avrebbe fatto?
B.C.: L' incisore d'argento. Nel periodo in cui giocavo a Stradella, avevo iniziato a fare questo lavoro a 14 anni, presso un orefice a Milano.


Pensa di avere più dato o ricevuto dal calcio?
B.C.: Ho dato molto, ma ho ricevuto tantissimo. Perché certe emozioni che il calcio mi ha trasmesso sono impossibili da descrivere. Il fatto di essere da tanti anni lontano dagli stadi non ha fatto dimenticare ai tifosi le mie gesta. E tuttora mi fanno festa, ogni qual volta mi riconoscono.


(Un ringraziamento a Andrea e Alessandro Polenghi, 4-4-2 Pub Milano)

da La Settimana Sportiva

Letizia rintronata

Milano ha retto benissimo il confronto con altre metropoli europee, e se guardiamo a Marsiglia si è comportata meglio” dice Letizia Moratti alla Repubblica (9 gennaio).
Milano meglio di Marsiglia? Ma perché la Moratti si fa preparare le sue dichiarazioni dai Monty Python.

L'Opinione, del 9 gennaio 2009



Lo ricordate il Pilli, con la bavetta alla bocca, che in diretta tv insultava due sindacalisti leghisti in una rimessa tramviaria?
Più dignitoso.

08 gennaio 2009

La Moratti peggio di Pillitteri

Invece della carezza meditterranea è arrivata una buona navicata. Trenta centimetri, non un metro come nell'86, quando le nefandezze architettoniche del Palasport crollarono al suolo come cartapesta.
Allora trascorremmo tre giorni da incubo, sotterrati dalla neve e dalla inadeguatezza della giunta Pillitteri.
Ma la giustificazione, seppure miserrima, fu che l'evento era veramente straordinario per le nostre latitudini.
Questa volta 30 cm. Duecento chilometri a nord di Milano, non in Lapponia, rimettono in sesto le città in una notte.
Qui, sotto il regno del clan Moratti, si è fatta la figura dei Cairoti che vedono la neve ogni mille anni. Niente spazzaneve, niente spalatori, niente sale perché l'efficiente amministrazione Expo 2015 si era dimenticata di acquistarlo. Se non mettavamo un po' di compassione alla Regione Friuli, oggi avremmo dovuto girare con i ramponi.
Il Sindaco ha naturalmente abbozzato scuse puerili, dopo essersi presentata alle 12 nel suo ufficio(dormito bene?), ha fatto un po' di disinformazione sulla frequenza nelle scuole, ed è poi tornata nei suoi appartamenti.
Nella classifica dei peggiori era primo l'inossidabile Pillitteri. Non più da ieri. La Letizia in due anni ha fatto tutto il peggio possibile.
Se Berlusconi non fosse ormai un brianzolo inurbato a Roma, provvederebbe d'autorità al Commissariamento del Comune che gli ha dato il potere politico.

05 gennaio 2009

Le bianche Tele

Oggi, forse il vero primo giorno del 2009 che si possa definire freddo, la natura ha dato di nuovo spettacolo: le gelate notturne e del mattino, imbiancandole di brina, hanno dato visibilità alle splendide architetture delle tele di ragno di cui normalmente non ci accorgiamo.

da Ali e Radici



Quello che ci fa sopportare il freddo polare di questi giorni è il miracolo meraviglioso della galaverna. Erano almeno dieci anni che non vedevo i portentosi ricami dei cristalli ghiacciati e la fiaba di un paesaggio fatto di alberi candidi e prati reticolati.
Tanto bello da sorseggiare con moderazione.
Adesso non sarebbe sgradito un sospiro meditterraneo di foen.

Leghista d'antan

Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocratici, degli accademici, dei posapiano, dei piacciconi.
Non basta aprire le finestre, bisogna sfondare le porte.
Le riviste non bastano, ci vogliono le pedate.

Giovanni Papini
Discorso di Roma, 1913

03 gennaio 2009

Ritorno alla base

Ricalato nelle nebbia gelida della pianura padana, il primo rimpianto dell'Egitto è il clima primaverile e la tintarella di Assuan sotto un sole cocente.
Tutto il resto è un intrico di sensazioni, di meraviglie ed anche di delusioni.

Nella mente restano scolpiti gli incredibili templi dell'Alto Nilo, imponenti, meravigliosi, imprese architettoniche che sembra improbabile siano solo il frutto dell'ingegneria di 5.000 anni fa.
Visitando Abu Simbel, salvato dalle acque della diga Nasser dagli italiani, o i templi gemelli di Luxor, mi sono tornate alla mente le teorie di Peter Kolosimo che, in libri letti in gioventù, proclamava la natura extra-terrestre dell'edilizia faraonica.
Parliamone.
Tanta audacia ingegneristica non può essere morta con le dinastie egizie. Forse è semplicemente finito il suggerimento scientifico. O almeno così mi piace credere.

In un villaggio nubiano, visitato per diletto turistico, ho appreso una grande lezione di civiltà.
In una scuola professionale, un gruppo di ragazzine si divideva un povero e modesto pasto. Polpette di fava. È stato sufficiente fermarsi ad osservare i loro disegni, perché molte di loro mi offrissero di condividere il loro cibo. L'intuito ha voluto che non rifiutassi, che non pensassi a norme igieniche spesso raccomandate, che cogliessi il dono di questa gratuita solidarietà.
Quelle mano tesa è stata una sconvolgente dimostrazione di fratellanza che solo gli ultimi della terra riescono ancora a coltivare nei loro cuori.

Ho trovato una chiesa cattolica, dei padri comboniani, a Luxor per la messa di Natale.
Non mi ha stupito il colore caldo del sole che inondava l'altare. Un'esperienza già vissuta sul Mar Rosso lo scorso anno.
Mi ha colpito la presenza di un buon numero di egiziani e la totale assenza dei turisti del mio gruppo.
La religione, qualunque essa sia, per noi Italiani è un'esteriorità di gesti superficiali, quali il bell'applauso ai funerali o il santo subito che non si nega a nessuno, neanche all'uomo di Arcore per le vie di Napoli.
Per gli egiziani cristiani, che pure sono il 10% della popolazione, frequentare una chiesa è un atto di testimonianza coraggiosa in un universo dominato da musulmani certamente non amichevoli.

Cairo è una città di una bruttezza emblematica. Quindici milioni di povere anime affollano rari quartieri lussuosi ed immense periferie sporche, sovrappopolate, trasudanti odori sgradevoli.
Per 300.000 c'è un girone infernale ancora peggiore. Il cimitero storico, in cui convivono morti e finti vivi. È detta, appunto, "la città dei morti viventi", offerta dal potere come soluzione provvisoria agli sfollati del canale di Suez nel 1956.
Mi sono chiesto se questo, fra duecento o trecento anni, sarà il destino di Napoli ma anche di Roma o Milano.
In questo sfacelo, sopravvivono cedendo ogni giorno spazi della loro solitaria maestà, le Piramidi, la Sfinge. Meravigliosi monumenti cui manca però l'austerità silenziosa dei templi del Sud. Troppa confusione, troppe macchine che occupano ovunque lo sfondo, troppe case che presto le stringeranno in una morsa.

L'amico fidato resta il deserto che da qui si estende, sassi e sabbia, sino alle sponde dell'Atlantico.

19 dicembre 2008

Auguri di buon Natale

Auguri a tutti gli amici che hanno la pazienza di leggermi.
Domani parto per una crociera sul Nilo ed alla scoperta delle piramidi.
Potrei dire, alle origini della civiltà meditterranea.
Mi disintossicherò delle miserie globali e nazionali ma ho speranza, tornando, di leggere due buone notizie.
Il Milan ha esonerato Ancelotti e Galliani lascia la dirigenza calcistica.
Il PD si è spaccato ed ognuno è tornato alla casa madre. Giusto per risolvere la loro questione morale e potere cantare bandiera rossa nei cortei, anziché sotto le lenzuola prima di dormire.

Buon Natale a tutti, e che il Bambino mi renda più buono.

12 dicembre 2008

A Milano di questi sindaci si è perso lo stampo

Nel momento stesso in cui l'ex-sindaco di Milano, Carlo Tognoli, ha ringraziato il presidente della provincia, Filippo Penati, dell'offerta di aderire alla sua lista in vista delle elezioni provinciali della prossima primavera. Nel momento stesso, cioè, in cui Tognoli ha detto: "Lo ringrazio dell'attenzione e per le belle parole, ma non sono disponibile ad aderire a questa sinistra". Vale a dire nel momento stesso in cui Tognoli ha aggiunto: "Se Penati avesse voluto fare un gesto per ricordare Craxi, avrebbe potuto dedicargli una medaglia in occasione della giornata della riconoscenza, sarebbe stato un gesto di grande importanza, ma forse avrebbe potuto creargli dei problemi, perché la sinistra non ha mai superato il marxismo-leninismo", in quel momento lì, avendo imparato l'importanza del'etologia soltanto ultimamente, perfino noi abbiamo capito la differenza fra Giuliano Amato, splendido esemplare di roditore, e Tognoli il topolino.

Andrea's Version, da Il Foglio del 12 dicembre 2008

11 dicembre 2008

Matrimoni a ore

Recentissime statistiche enunciano che negli ultimi anni, a Milano, si sono perse 1.171 unioni; l'anno scorso i matrimoni sono stati 3.959 contro 2.074 separazioni. Le funzioni civili superano quelle religiose (60,6% contro 39,4% in Chiesa).
Cifre he denunciano senza possibilità di equivoco l'imbarbarimento laicistico della città.
Il germe dell'ateismo e dell'individualismo seminato negli anni '8o dalla cricca Pannella ha prodotto risultati devastanti. L'assenza di valori morali, se non religiosi, ha mercificato il matrimonio a bene di consumo da usare il più rapidamente e meno impegnativamente possibile.
Dice la notissima matrimonialista Annamaria Bernardini De Pace che l'aumento dei divorzi è figlio di una cultura deviata del matrimonio, passato da una meditata scelta per la vita ad una umorale e passionale opzione che non sa reggere la prova dell'esperienza nel quotidiano. Alla domanda perché si arriva a mettere la parola fine ad un matrimonio, l'avvocato risponde: "Perché ci si sposa senza responsabilità e di fronte alle difficoltà si ha paura. Non si è in grado di capire le diversità dell'altro. Non è più come una volta, al primo ostacolo si getta la spugna. Non si può credere che tutto sia sempre bello come i primi tempi. I cambiamenti sono inevitabili".
Diagnosi di modesta consistenza, secondo me. Il matrimonio ha sempre avuto fasi di disillusione, momenti di difficoltà, stimoli di libera uscita, esigenza di rinunce individuali per potere costruire un equilibrio comune. Il problema è il substrato culturale per l'istituto familiare che non esiste più. La formazione in famiglia verso il matrimonio, la codificazione del ruolo dell'uno parte del due, la predisposizione al sacrificio, il clima religioso che rendeva il contratto matrimoniale un patto sacro fra gli attori e verso la società.
Per i giovani cresciuti spesso in famiglie sessantottine, tutti questi sono stati assimilati come disvalori da rifiutare aprioristicamente. Se la società non tornerà con umiltà ai valori della tradizione, presto vi saranno solo unioni variabili, sessualmente inidentificabili.
Quali i risultati di medio periodo?
Un mondo di disperati, senza ideali, senza emozioni, schiavo di esaltazioni artificiali.
Questo scenario post-moderno alienato sarà il terreno di coltura delle religioni semplici e violente come l'Islam, che proprio nella famiglia riconosce un caposaldo di unità e di proselitismo.
Forse sono troppo vecchio per accettare questo nuovo, ma vorrei che qualcuno mi dicesse dove sbaglio.

05 dicembre 2008

Ambrogini e Letizie

Questa sera, o forse è già avvenuto, verranno consegnati gli Ambrogini d'oro e le benemerenze del Comune di Milano.
Una volta, questi erano riconoscimenti molto milanesi, volti a ricompensare i migliori comportamenti e le benefiche iniziative dei cittadini della capitale Lombarda.
Da qualche anno, ma ora come mai, l'iniziativa si è trasformata in una specie di Premio Nobel del Naviglio, che spazia in tutto il cosmo alla ricerca di qualche personaggio benefattore o anche semplicemente testimonial politico o di costume, possibilmente multietnico.
In questa nuova interpretazione, naturalmente lo spazio della "politica" è trabordante, esclusivo.
Le preselezioni sono una parata della provocazione di parte o delle stramberie più coglione.
Quest'anno ha tenuto banco Enzo Biagi, giornalista e scrittore prolifico di leggerissimo spessore intellettuale, ma abilissimo markettaro di sè stesso e soprattutto benemerito antiberlusconiano. C'erano anche le "mamme coraggio del Leonka" (nota associazione insurrezionale di sinistra, trasformatasi con gli anni in un quieto ma remunerativo spaccio di articoli fuorilegge in esenzione fiscale), un autore di best-seller napoletano ed altra compagnia bella di forestieri.
Dei Milanesi poche tracce, forse perché la politica non li conosce per niente.
Questo degrado è l'ultimo e nemmeno più importante effetto del premierato di Letizia Moratti, uno dei più disastrosi sindaci che la città abbia eletto a Palazzo Marino. Da tre anni, assistiamo a provvedimenti ed iniziative sempre più improvvide, decise in assoluta solitudine.
L'astio e l'insofferenza della città verso questa signora è ormai palpabile e avrà come conseguenza la fine della leadership del Pdl in città (se non ci pensa la Lega, avremo il finanziere Penati sindaco).
Ma la rappresentante del clan petrolifero peggio potrà ancora fare con l'improvvida iniziativa dell'Expo 2015, che la sfortuna ha voluto venisse assegnata a Milano, città incapace di governare iniziative di questa dimensione perché disabituata a disbrigare anche l'ordinario, grazie ad una amministrazione locale imbelle.
Lo scempio degli Ambrogini è lo specchio della gestione Moratti.
Se almeno si limitasse a farsi spernacchiare per le medagliette ricordo... invece di collocarsi su un altare universale.

03 dicembre 2008

Grand'Italia e dintorni (11)

Walter era antisocialista anche quando fingeva di non essere comunista.

“Il Pd non è parte della storia socialista” dice Walter Veltroni alla Repubblica (2 dicembre). Criticatelo quanto volete, il povero Veltroni, ma è una persona coerente. Anche quando da non comunista (forse anticomunista) era iscritto al Pci, era già nemico di quei fetentoni dei socialisti.

Lodovico Festa, su L'Occidentale

E adesso, povero Veltroni?

In merito alla battaglia di Sky, la Commissione Ue scioglie ogni dubbio. «Se le autorità italiane avessero insistito nel non cambiare le aliquote Iva sulla tv a pagamento - ha fatto sapere Maria Assimakopoulou, portavoce del Commissario Ue alla Fiscalità Laszlo Kovacs - la commissione Ue avrebbe dovuto aprire una procedura di infrazione. Ma nel momento in cui le autorità italiane informano di avervi riposto rimedio con decisioni adeguate, il caso è chiuso».
La portavoce ha ricordato che Bruxelles, in seguito a un reclamo ricevuto nell'aprile 2007, ha inviato una lettera all'Italia per porre in rilievo il tasso diverso di Iva, in alcuni casi al 10%, in altri al 20%. «Nella direttiva Ue sull'Iva c'è un allegato che dice che si può applicare un'aliquota ridotta per le tv satellitari, ma devono essere applicate le stesse aliquote per gli stessi tipi di servizi. L'aliquota andava perciò resa uguale per tutti. Quindi il governo italiano doveva decidere se tutti al 10% o tutti al 20%: è il Paese che decide». Roma aveva dunque riconosciuto, ha proseguito, che «tale differenziazione dell'aliquota non era in linea con le norme Ue e si era impegnata ad allinearlo».
Intanto, l’ex premier Romano Prodi ha ricordato che, sul caso dell’Iva per Sky, "le sollecitazioni dell’Ue perché fosse risolta l’asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere - spiega in un'intervista confermando le dichiarazione del ministro del Tesoro Tremonti - ma poi non entrammo mai nel merito".
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ieri aveva detto: "Esiste un blocco di documenti che hanno origine a Bruxelles da cui risulta che il sistema italiano, stratificato su più anni, era fuori dalla giurisprudenza europea per la quale dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate". Secondo Tremonti "è stata avviata una procedura di infrazione comunitaria e la soluzione poteva essere solo quella dell’allineamento delle aliquote. C’è un carteggio tra la commissione Ue e il governo Prodi che prevede l’impegno del governo ad allineare le aliquote. L’impegno scadeva in questi giorni".

29 novembre 2008

Inzaghi, uno che Ancelotti non ha sterilizzato

Non guardare come, ma che cosa. Gol. Inzaghi ancora, di nuovo, sempre. È inutile contare: 64? 65? 67? Importa davvero quanti ne ha fatti? Tanto presto ce ne sarà un altro: sul limite del fuorigioco, con uno stop goffo, con un tiro sporco e perfetto. Lo splendore della grossolanità, la certificazione che l'estetica conta sempre meno del risultato. Pippo gode, al solito. Un minuto e quarantadue secondi dopo il novantesimo, all'ultimo assalto, all'ultima palla. Cesarini aggiornato. Contemporaneo. Tutta roba sua, di Pippo, perché non si cambia neanche a 35 anni, quando tutti continuano a raccontare che è finito. Cioè «grazie Pippo, hai fatto tutto». È quel momento, quello là, quando in ogni bar dello sport di questo Paese può entrare uno e dire che come Inzaghi non ce ne sono. Fermo al bancone c'è per forza un nemico di Pippo che deve tacere, perché ha appena finito di pensare alla filastrocca di una vita: che è sgraziato, viscido, inguardabile, anti-estetico.
Quante volte s'è sentito: segna alla Inzaghi, quindi facile, col tocco di fronte alla porta, con lo stinco che colpisce prima del collo e crea una traiettoria imprendibile. Culo. Sì, culo. Rimpallo, rimbalzo, deviazione, papera del portiere. Gol e qualche attimo di attesa, perché certe volte non ci crede neanche lui. Poi sì. Poi va. Poi di corsa verso la bandierina con la bocca aperta e le mani agitate come se ogni volta fosse Atene e la Coppa dei Campioni. Inzaghi è lo spot del calcio della speranza è un piccolo totem della fiducia. I suoi gol sgraziati servono a rimettere sulla strada una partita persa o a vincerne una che non si sbloccherà mai. Di Pippo non hai voglia di appendere in camera il poster, ma tieni una figurina nel portafoglio, come un santino al quale aggrapparsi quando non sai più che fare. Allora adesso non serve chiedersi se è titolare o se sta in panchina. Non se lo chiede neanche lui che ha smesso di essere ossessionato dall'idea di giocare ogni partita. Non può, quasi quasi non lo vuole neanche. Con lui si conta il rapporto tra minuti giocati e gol fatti: con lui non devi mica ricordarti se è in forma, oppure no, se gioca bene o se gioca male, se ha preso sei, sette, otto o quattro in pagella. La sponda? E che cos'è? L'assist? In una partita di Inzaghi ti ricordi soltanto se segna o no. È finita l'era dei Fascetti che lo criticavano perché era un cascatore. Inzaghi ha superato tutto: le botte degli avversari che gli hanno sfigurato anche il labbro, la rivalità con Del Piero ai tempi della Juventus, l'arrivo di ogni tipo di attaccante al Milan, l'ironia sulla dieta a base di solo riso in bianco e bresaola, la presenza di un fratello che l'ha imitato senza essere lui. A 35 anni un centravanti che non gioca titolare fisso non serve. Pippo te lo tieni caro fino a quando sarà lui a dire basta. Opportunista. Cioè un po' meschino. Cioè straordinario. Inzaghi è un desiderio represso e un'invidia perenne: l'idea di essere fondamentale per una squadra anche senza dover essere il più forte di tutti. Non piace ai fighetti, non appassiona gli esteti, poi tutti lo vorrebbero o l'avrebbero voluto perché quando trovi uno che segna con il pezzetto di plastica della stringa che si è appena slacciata, non puoi avere davvero nulla di meglio. Sono più di 15 anni che è così. Gol, gol, gol. Poi le critiche, ovvio. Perché con Pippo è successo quello che di solito accade con i trequartisti, con Baggio, Del Piero, Totti, Cassano. Cioè dividono: allora fino a un certo punto o lo adoravi o lo detestavi. Parrocchie e correnti. Poi qualcosa è cambiato. Poi è arrivata Atene e la doppietta nella finale di Champions. Tutti zitti. Applausi. Pippo ha ancora nemici, come tutti, solo che adesso non parlano più. Soffrono un po' a ogni gol e non sanno quando potranno smettere.

Beppe di Corrado, su Il Giornale del 29/11/2008



SuperPippo è uno dei pochi giocatori del Milan per il quale si spendono volentieri i soldi del biglietto o due ore dinanzi al televisore. Perché lui è calcio allo stato fuido: furore, malizia, intensità, inventiva, improvvisazione.
In un calcio ormai incapsulato negli schemi, i cui interpreti non si possono permettere libertà creative, Inzaghi è l'incubo del cobra che ti fulmina prima che tu possa pensare alla contromossa. La sua pericolosità di attaccante ricorda il Veleno interista degli anni 50 che, non a caso, è una memoria viva anche per chi l'ha conosciuto solo con il passaparola.
Ai miei occhi ha inoltre il grandissimo merito di avere rifiutato i condizionamenti tattici del suo allenatore, l'invito a ritornare a centrocampo o a marcare l'avversario difensore.
Per lui il campo, al massimo, sono i 13 metri dell'area, ma il suo habitat è l'area piccola e immediati dintorni.
Ancelotti non potendolo plasmare, per la sua irrinunciabilità si è inventato lo schema ad una punta, che ha un senso ed una credibilità solo se gioca Pippo. Con gli altri che l'hanno sostituito, è solo un favore agli avversari e la vera causa dell'impotenza offensiva del Milan.

19 novembre 2008

La classe dirigente craxiana

In un recente convegno sulla terza età ed oltre, tenutosi nella sala convegni della Banca Popolare di Milano, gli illustri e brillanti relatori hanno fissato al 2100 il target per il raggiungimento dei 120 anni della vita media umana.
Il mio forte auspicio è che la scienza avvicini quella scadenza in modo significativo, e non tanto per una egoistica personale attesa ma per consentire alla politica italiana di continuare ad attingere alla classe dirigente craxiana sopravvissuta alla cure di Di Pietro e soci.
Ultimo emblematico esempio è Sergio Zavoli. Non so chi l'abbia suggerito a Veltroni per la vigilanza Rai, ma certamente oltre che proba ed esperta persona (fu presidente Rai durante la Presidenza del Consiglio Craxi e prima fu uno degli inviati storici dell'emittente di stato), l'ottuagenario socialista romagnolo consente al sempre più frastornato Uolter di uscire da un buco in cui si era testardamente cacciato, e forse di liberarsi della subornazione dell'Italia dei Valori, i cui... valori eversivi ed il cui caravanserraglio girotondino offendono la democrazia ogni giorno di più.
Non credo che Zavoli sia l'ultimo craxiano di cui la politica avrà bisogno per uscire dalle sue misere ristrettezze.
Il problema è che il tempo fugge e che se la scienza non fa un miracolo con i traguardi di senescenza, corriamo il rischio di dovere giocare a briscola in futuro solo con maturi e inaciditi portaborse.

08 novembre 2008

Lettere al Foglio

Risposta di Ferrara ad un lettore sull'obamismo di Veltroni

Veltroni è sempre sotto schiaffo, anche molto ingenerosamente, e la sua versione obamista non ne parliamo nemmeno. Ho sentito citare un efficace e greve detto siciliano ("Fottere con la minchia degli altri") per commentare le manifestazioni di entusiasmo veltroniano alla notizia del trionfo di Obama. Tutto bene. Non faccio moralismi né perbenismi. Ma basta un po' di fair play per riconoscere a Veltroni la convergenza del suo modo di fare politica e cultura con certi tratti obamiani. Che male c'è?

07 novembre 2008

Sulla giusta strada per essere Popolare

BPM: Lancia Euromutuo, tasso non più agganciato a Euribor

(ASCA) - Roma, 6 novembre - Si chiama Euromutuo ed ha il vantaggio di avere un tasso di interesse agganciato a quello ufficiale di riferimento della Banca centrale europea. E' questa la nuova tipologia di mutui offerta dal Gruppo Bipiemme (Banca Popolare di Milano, Banca di Legnano e Cassa di Risparmio di Alessandria) alle famiglie. I vantaggi per chi aderira' a questa proposta - informa un comunicato - sono significativi. Soprattutto il tasso, che essendo agganciato a quello ufficiale di riferimento della Banca centrale europea e non piu' a quello interbancario (Euribor) offre una maggiore trasparenza e una maggiore stabilita'.I primi mutui potranno essere sottoscritti nelle filiali del Gruppo Bipiemme fin da lunedi' prossimo e prevedono l'applicazione di uno spread, rispetto al tasso Bce, dell'1,50% e una durata massima di 30 anni.

Gli Usa guardano con il fiato sospeso l'Italia

Se Berlusconi scimmiotta Ezio Greggio, lo fa per una intrinseca vocazione alle battute cretine. Tanto vale l'abbronzato dedicato ad Obama.
Discutiamo di infantilismo, ma buttarsi su una previsione apocalittica di crisi irriversibile dei rapporti USA-Italia, come fa l'eccitato Uolter, mi sembra eccessivo.
Questa militaresca difesa del presidente de noantri ricorda molto da vicino la divinizzazione di Baffone e del paradiso dei lavoratori.
Anche per i piddì è un DNA culturale impazzito, che ha sostituito l'Ovest all'Est. Tanto tutto è relativo, se è vero che la Siberia è l'Ovest della California.
La speranza è che i prossimi quattro anni in Italia non si giochino sul razzismo peloso visto da destra e da sinistra, ma piuttosto sulla realizzazione dei cambiamenti epocali che la più perfetta maccchina elettorale mai vista ha promesso agli Americani ed a tutti i sudditi dell'Impero.
L'unica certezza è che il Presidente degli Usa farà gli interessi del suo continente-paese e non si farà né intenerire n? tanto meno influenzare dalle sinistre post, pre e neo della sgangherata Europa.

05 novembre 2008

Il trionfo di Uolter

Sono trascorsi 7 mesi ma la rivincita è stata trionfale. Sagacemente preparata alla Convention Democratica nella pauperistica pensioncina in cui era stato schiaffato con il suo seguito, animata da clamorose mobilitazioni di masse a Roma (ogni testa in piazza, benedetta da Uolter, conta 10), supportato dai campus dei pelandroni universitari, Veltroni ha travolto Berlusconi nell'unica vera competizione che conta: le Presidenziali del 4 Novembre.
Fratello gemello di Obama, suo ispiratore politico, guida spirituale, viene finalmente collocato al vertice politico mondiale da un consenso travolgente in Usa grazie alla campagna intelligente ed incisiva nelle birrerie di N.Y della Melandri, ministro a doppio passaporto, ed al supporto di tutti i media televisivi indipendenti peninsulari.
In attesa dell'incoronazione, Uolter per i prossimi 2 mesi si dedicherà ad intense cure abbrozzanti nei solarium di Roma ed alla stesura di un book di memorie sui retroscena di questa memorabile vittoria planetaria e sugli ostacoli messi in atto, ma inutilmente, da Max D'Alema detto il rosicone di Gallipoli.
Ça va sans dire che a Berlusconi verranno chieste fermamente le dimissioni dalla Presidenza del Consiglio che, per volontà popolare planetaria e non banali e compiacenti sondaggi, non è più di sua competenza.
Unica angoscia è che il piduista, sempre ispirato da Gelli, inviti il gemello Obama ad una settimana di ferie su una delle isole di proprietà nei Caraibi, per stabilire vincoli di equivoca amicizia.

31 ottobre 2008

Grand'Italia e dintorni (10)

“Madri e figlie unite nella lotta” dice Tito Boeri sulla Repubblica (31 ottorbe).
Madri e figlie? Dei rettori? Unite nella lotta? Per una cattedra?

“Racconterò questa Italia oscurata da un regime autoritario” dice Sabina Guzzanti alla Stampa (31 ottobre).

Splendide denunce magnificamente valorizzate dalla stampa nazionale e dalla tv pubblica, esattamente come succedeva ai dissidenti in Unione sovietica o agli antifascisti sotto Mussolini.

“Noi non possiamo stare dalla parte della conservazione” dice Giuseppe Fioroni al Corriere della Sera (31 ottobre).

E’ dura la vita del “democratico”, non solo gli tocca di difendere tutte le battaglie conservatrici, ma non può neanche condividerle.

Lodovico Festa, su L'Occidentale

Inglese fantasma

A prosposito di "bontà della scuola italiana" (quella che i giovani comunisti in piazza in questi giorni non ritengono di dover riformare). Ieri sera il TG5 ha mandato in onda un servizio relativo all'ultima truffa sulle assicurazioni in Campania (ultima in ordine di tempo, mica ultima nel senso di definitiva). I carabinieri di Santa Maria Capua Vetere hanno denominato l'operazione crash ghost; la giornalista di turno ha spiegato che quel nome significa "incidente fantasma". Peccato che incidente fantasma si direbbe ghost crash. Ma c'è davvero bisogno di usare l'Inglese per dare un nome a quasi tutte le operazioni di polizia? Se proprio volete farlo, prima di tutto studiatevi la lingua di Shakespeare.

dal blog Ali e Radici


Al blog gemellato di Nautilus voglio fare notare che il vizio non è solo delle questure. L'inglese alla pizzaiola è una invasione che ci perseguita, come l'italiano sintetico: "assolutamente sì" vale "la misura in cui" dei sessantottini, ora rettori e docenti dei nostri disgraziati nipoti.
I fantocci televisivi, di loro, ci mettono una pronuncia da sagra paesana di chi la scuola l'ha frequentata di striscio e da turista ha fatto ridere tutta l'Europa.
Altro esempio emblematico. In Francese la "u" si pronuncia alla padana (come "posteriore" in lombardo). Gli spocchiosi cugini hanno avuto in dono dalla Storia decenni da occupanti per ficcarla in zucca, e non solo ai ricchi borghesi.
In Rai, Mediaset, etc. la "u" francese diventa "iu". Per intenderci, come se noi lombardi dicessimo "mi fa male il chiù" nel senso di centro di produzione del pensiero e non di discarica.
Tanto tutto è global per i peninsulari!

30 ottobre 2008

Facce da ONU

Simpathy for Devil

In diplomazia si devono stringere le mani. Le mani di tutti, anche dei più orrendi personaggi. Ma è fondamentale saperlo fare. Puoi anche dovere stringere la mano di Pol Pot, o di Pinochet, ma non puoi dare a lui e al mondo l’idea di trovarlo simpatico, di essergli amico, di divertirti. Romano Prodi, invece, ha stretto la mano a Mohammed Ahmadinejad, che di lì a poco gli ripeterà –sia pure con parole contorte- che vuole la fine di Israele, come ad un vecchio, caro amico.
Un sorriso sornione e cordiale sul faccione, i gesti disinvolti e amicali di chi ritrova un vecchio sodale, uno di cui hai fiducia, che rispetti. Questo è intollerabile. Prodi non è un cittadino qualsiasi e non solo perché è un ex presidente del Consiglio italiano e quindi ancora rappresenta in qualche modo nel mondo la nostra comunità nazionale. Prodi oggi ricopre un alto incarico dell’Onu. Quella stretta di mano all’antisemita Ahmadinejad, è dunque, semplicemente oscena e fa pensare, proietta una brutta ombra sul passato recente del governo presieduto da Prodi. Più volte, all’assemblea dell’Onu a New York nel 2007, e poi in molti strani incontri bilaterali con esponenti di primo piano dell’Iran, il governo Prodi ha condotto una strana “diplomazia parallela”, che ha inquietato non poco i paesi membri del “5più 1”. Incontri che hanno fatto sospettare molti che il governo dell’Unione facesse di tutto per mostrare a Teheran che era pronto a fornirgli una sponda per evitare di essere messo nell’angolo dalle sanzioni del Consiglio di Sicurezza per il suo programma nucleare e militare. Oggi, quella foto, quel volto pacioccone e sornione di Prodi, quel sorriso amico e troppo aperto di Ahamadinejad sono più che una conferma di quei sospetti.


Carlo Panella, su L'Occidentale del 30 ottobre 2008

29 ottobre 2008

Sono le carte di credito la prossima bolla che travolgerà gli Usa

La scorsa settimana Innovest Avisors ha pubblicato un rapporto circa il possibile impatto delle carte di credito sulla finanza e sull’economia Americana.
A partire dagli anni ’90, la domanda USA è stata alimentata da un utilizzo massiccio delle carte di credito. Visa, American Express e JP Morgan hanno costruito un grandissimo business e hanno alimentato la spese di tutte le famiglie americane. Il ricorso al debito negli Stati Uniti è molto più diffuso che nel Vecchio Continente. Così pure i meccanismi delle carte di credito sono più complessi e sofisticati.
Le carte che vengono saldate ogni mese per le spese sostenute nel mese precedente sono poco diffuse. Infatti sono di gran lunga più popolari le carte cosiddette revolving. Quest’ultime in buona sostanza corrispondono all’erogazione di una linea di credito che prevede un meccanismo di rientro molto diluito nel tempo. In cambio le società che emettono le carte, fissano tassi di interesse altissimi che sfiorano il 19%.
Le stesse società emittenti inoltre, non effettuano una meticolosa selezione della clientela. Anzi concedono le carte revolving pure a soggetti non in grado di offrire adeguate garanzie o che hanno un rating pessimo. Avviene persino che alcuni famiglie rifinanzino una carta di credito ricorrendo all’emissione di una nuova e ulteriore carta per coprire il debito contratto in precedenza. Oppure operino una rivalutazione dell’immobile su cui grava un mutuo ed effettuino una compensazione con parte dell’ammontare dovuto per le carte revolving.
In analogia a quanto è avvenuto per i mutui subprime, le società emittenti lucrano sulla propria esposizione verso i clienti: il tasso di interesse applicato è tanto più alto quanto lo è il rischio.
Paradossalmente alle emittenti conviene che i soggetti non estinguano il proprio debito. E’ più redditizio un cliente che dilaziona nel tempo il proprio debito o richiede nuove linee di credito perché gli si potrà applicare un tasso di interesse sempre maggiore. Di conseguenza le stesse emittenti hanno creato un circuito in cui milioni di famiglie sono dipendenti in modo crescente dal debito da cui non possono prescindere per soddisfare le proprie necessità.
Robert Magging docente e ricercatore presso “Il Centro per gli Utenti di Servizi Finanziari” del Rochester Institute of Technology, si è interessato trai primi al fenomeno. Afferma che nel 1990 il debito delle famiglie americane era di 4 mila miliardi di dollari. Oggi raggiunge la soglia dei 13 mila miliardi. In particolare Magging sottolinea che il debito delle famigli per carte di credito revolving oggi ammonta a 950 miliardi di dollari a fronte dei 239 miliardi dei primi anni ’90.
Magging osserva che tali stime sono approssimative. Poichè i dati non includono i debiti rifinanziati mediante la rivalutazione degli immobili che potrebbero aggirarsi intorno ai 350 miliardi di dollari.
Milioni di famiglie dipendono quindi dalla rivalutazione dell’immobile per sostenere le proprie spese domestiche.
Pertanto la crisi dei subprime morgage che ha fatto crollare il valore degli immobili, impedisce a molte famiglie di accedere a quella liquidità con cui prima del credit crunch rifinanziavano i debiti delle carte di credito. Milioni di americani rischiano di divenire insolventi. E di non sostenere più la domanda dei consumi, determinando un netto rallentamento dell’economia e conseguenti perdite di posti di lavoro.
Ma non basta. Le società emittenti hanno ricavato liquidità per alimentare i crediti revolving cartolarizzando enormi masse di debito dei propri clienti. Hanno immesso sul mercato dei capitali titoli cartolari per 365 miliardi di dollari di cui hedge fund e fondi pensione sono stati imbottiti.
Se le stime sono corrette, si sta per abbattere sui mercati una nuova bolla. Con la differenza che i subprime hanno come collateral beni solidi e tangibili come le case su cui ci si può rivalere. Mentre le cartolarizzazioni derivanti dal meccanismo delle carte di credito non forniscono nulla di solido su cui rivalersi.
Purtroppo, il Piano Paulson non contempla alcun intervento a sostegno delle carte dei credito e delle relative cartolarizzazioni. I 700 miliardi devono essere già impiegati per fare ripartire il mercato dei commercial papers derivanti dai subpirme morgage.
Eppure il default delle carte di credito non può essere sottovaluto. Il fenomeno impatta ulteriormente sulla finanza globale. E rischia di mettere in ginocchio l’economia americana. Con il coinvolgimento delle altre economie collegate agli USA, inclusa quella Italiana

Zambon, su L'Occidentale del 29 ottobre 2008

28 ottobre 2008

Prepariamoci ad un quadriennio di monocolore democratico (negli Usa per fortuna!)

Obama torna messianico, i democratici si preparano a fare il pieno con i candidati pro aborto

New York. A una settimana esatta dalle elezioni presidenziali, il candidato democratico Barack Obama è sempre più in testa ai sondaggi elettorali nazionali e statali e ieri ha cominciato a portare in giro per l’America “l’argomento finale” della sua campagna elettorale, tornando ai toni lirici degli inizi della sua avventura: “Il cambiamento di cui abbiamo bisogno – ha detto Obama in Ohio – non riguarda soltanto nuovi programmi e nuove proposte, ma una nuova politica, una politica che si appella ai nostri migliori angeli, invece che incoraggiare i nostri peggiori istinti, che ci ricordi degli obblighi che abbiamo con noi stessi e uno con l’altro”. Il 4 novembre, però, non si vota soltanto per la presidenza degli Stati Uniti, ma come ogni due anni anche per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. La situazione per il Partito democratico non può essere migliore, al punto che per i democratici e il loro candidato presidenziale si prevede il miglior risultato degli ultimi quarantaquattro anni: non solo il controllo della presidenza e dei due rami del Congresso, come già durante i primi due anni di Bill Clinton, ma anche un mandato ampio per il presidente come nel 1964 e una maggioranza a prova di ostruzionismo al Congresso.I democratici controllano già di misura al Senato e abbastanza agevolmente alla Camera. Con il voto di martedì prossimo potrebbero strappare ai repubblicani altri cinque/nove seggi al Senato e venti/trenta alla Camera, sfruttando l’ondata pro Obama, ma anche l’oculata scelta di presentare in zone repubblicane candidati più conservatori che liberal. La strategia aveva funzionato già due anni fa, alle elezioni di metà mandato, quando sono stati eletti 47 deputati “blue dogs”, moderati e conservatori. In totale sono il 20 per cento del gruppo parlamentare democratico, ma in questi due anni non sono riusciti a emergere e a influenzare la leadership democratica. Ora ce n’è in arrivo almeno un’altra dozzina, hanno scritto il New York Times e Time. Candidati in zone conservatrici, questi probabili nuovi deputati democratici quasi non menzionano Obama nei loro comizi e fanno apertamente campagna elettorale contro l’aborto. Mai nella storia recente del Partito democratico s’era visto una legione di candidati anti aborto come quest’anno, malgrado la piattaforma del partito sia più pro choice del solito. Secondo Pete Wehner, ex capo del centro studi interno alla Casa Bianca di Bush, le probabili vittorie democratiche del 4 novembre non segnalano un cambiamento ideologico nel paese, ma in un certo senso provano che gli Stati Uniti siano un paese conservatore. L’approccio di Obama è moderato, l’oratoria a tratti conservatrice e ieri un gruppo di cristiani per Obama ha diffuso spot radiofonici in cui si sente Obama parlare della sua fede, della sua sottomissione a Cristo, del suo inginocchiarsi davanti alla croce.Le ultime risorse dei repubblicaniIl probabile successo dei democratici al Congresso sarà decisivo perché una solida maggioranza al Senato consentirà a Obama, in caso di elezione alla Casa Bianca, di poter far approvare la sua agenda politica senza grandi compromessi. Se i democratici raggiungeranno quota sessanta seggi al Senato (oggi ne hanno 51 con l’indipendente Joe Lieberman) toglieranno infatti ai repubblicani l’unica arma a loro disposizione per ostacolare le politiche democratiche – ovvero il filibustering, l’ostruzionismo fondamentale per influire sulla nomina di giudici federali e costituzionali. I repubblicani danno già per persa la partita in alcuni stati, mentre rischiano di perdere il posto il leader del Senato Mitch McConnell del Kentucky ed Elizabeth Dole della Nord Carolina, oltre a Norm Coleman del Colorado a vantaggio del comico Al Franken. La situazione è così drammatica che David Frum, ex speechwriter di George W. Bush e columnist del Foglio, in un articolo sul Washington Post ha suggerito ai repubblicani di utilizzare le ultime risorse finanziarie nelle elezioni senatoriali, piuttosto che nella campagna presidenziale di McCain. I repubblicani, ha scritto Frum, dovrebbero accettare l’ormai certa sconfitta di McCain e spiegare agli americani che non si possono permettere anche una maggioranza democratica e a prova di ostruzionismo al Congresso. McCain prova a fare il ragionamento opposto: ci sarà certamente un Congresso democratico, guidato da Nancy Pelosi e Harry Reid, quindi non ci possiamo permettere di consegnare a Obama anche la Casa Bianca. “E’ un ‘dangerous threesome’, un triangolo pericoloso – ha detto McCain – Se questi tre guideranno Washington saremo nei guai, amici miei. Ci sarà da mettere mano al portafoglio”.

Camillo, su Il Foglio del 28 ottobre 2008

23 ottobre 2008

Circo Barnum Football Club

Avevo preso impegno di non parlare più di Milan. Dimessomi da abbonato, tifoso distratto, passionaccia sepellita sotto i ricordi.
In attesa dell'inevitabile ripulisti dirigenziale.
Indifferente a qualche discreto risultato in campionato, ma anche offeso da sconfitte amichevoli negli Emirati Musulmani d'Europa.
Ora Beckham.
A tutto c'è una misura.
Inoltre il circo non mi ha mai attratto, anche da bambino quando l'unico divertimento era guardare di sottecchi mio padre scompisciarsi dalle risate.
Pelato di Monza, se lui fosse ancora vivo, avresti conquistato quel tifoso in più che è la tua mission.
Ma i conti dei veri milanisti persi chi li tiene?

06 ottobre 2008

Unicredit matura per l'associazione Amici

Ora è più forte l'asse Geronzi-Tremonti (Berlusconi)-Ligresti
Giù Alessandro Profumo, sale Cesare Geronzi. Il banchiere più indipendente e mitteleuropeo a cui tocca il destino cinico e baro di essere salvato proprio da quella Mediobanca da cui voleva prendere le distanze, ritenendola il crocevia degli intrecci incestuosi del salotto buono.
Sempre più forte l'asse Geronzi-Tremonti (Berlusconi)-Ligresti, che aggiunge un altro trofeo di caccia dopo quello di Corrado Passera conquistato con la vicenda Alitalia. Sempre più debole l'asse Bazoli-Profumo-Prodi-Pd con annessi manager e direttori di giornali. Lo ha capito anche Ferruccio de Bortoli che ieri ha passato il pomeriggio alla festa di An e Forza Italia a Milano, moderando il solito dibattito sonnacchioso ma soprattutto tubando con Ignazio La Russa, gran cerimoniere e anfitrione, da cui si aspetta un appoggio per il ritorno al Corriere della Sera. Ma il salto della quaglia è difficile. E Paolo Mieli dentro l'asse Geronzi-Ligresti c'è da 4 anni. Ce lo hanno messo loro, lì.

da Affari italiani.it



Tutto interessante ma periferico.
Il nocciolo è cosa ne pensano Modica e Botti , sentito Zaffra.
Sembra che ieri al Lido con De Bortoli sia stato notato Tettamanzi.
Diabolici gli Amici.

03 ottobre 2008

I grandi la fanno fuori del vaso e la reproba BPM deve aggiustare i cocci

Unicredit ieri ha vissuto un altra seduta all'insegna della volatilità, complice l'intonazione positiva dei mercati dopo l'ok del Senato americano al piano di salvataggio dei mercati finanziari prima e la loro flessione conseguente ai deludenti macroecconomici americani.
Nonostante l'agenzia Fitch abbia abbassato le prospettive sul rating di lungo termine della banca (rimasto invariato ad A+) da positivo a negativo definendo «molto stretta» la capitalizzazione della società, il sentiment borsistico sul titolo della banca guidata da Alessandro Profumo sembra essere mutato rispetto ai giorni scorsi. Dal pessimismo cupo si è passati a un ottimismo molto cauto. Il primo che ha cercato di rasserenare gli animi è stato il Governatore di Bankitalia Mario Draghi che ha rassicurato sulla solidità delle banche italiane, rassicurazione che verosimilmente non avrebbe potuto dare se Unicredit fosse stata in serie difficoltà.
A gettare acqua sul fuoco della speculazione ha provveduto la Consob che l'altroieri, invero un po' tardivamente, ha ulteriormente stretto la possibilità di vendere allo scoperto sui titoli finanziari, disinnescando di fatto la speculazione su Unicredit. Una volta sedata la follia dello short selling sul titolo, il mercato ha potuto tornare a concentrarsi nuovamente sui fondamentali ella società. E i numeri, secondo la maggior parte degli analisti, dicono che le quotazioni di Unicredit incorporano uno scenario da «Armageddon». In pratica le attuali quotazioni del titolo sarebbero giustificate se lo scenario economico mondiale fosse molto più compromesso di quello attuale. Dopo l'intervista di Profumo al Tg1, in cui l'a.d. ha confermato che la propria banca è sana e ha ribadito la smentita delle indiscrezioni sulla sua possibili dimissioni, ieri Unicredit ha segnato un segnale di fiducia molto importante al mercato annunciando il lancio di un'emissione obbligazionaria a due anni e tre mesi, composta da una tranche a tasso fisso e da una a tasso variabile, destinata al pubblico indistinto.
Rivolgersi al mercato retail in questo momento per chiedere liquidità non è da tutti. Segno che gli uomini di Profumo sono convinti di riuscire a vendere i titoli. E le prime indiscrezioni sull'andamento del collocamento, che avrebbe registrato prenotazioni per circa il 30% del totale dell'emissione nelle prime ore dal lancio sembrerebbero dare loro ragione. Insieme alla speculazioni sono scemate le indiscrezioni su possibili offerte da parte di banche estere e italiane per rilevare Unicredit. La più suggestiva di quelle circolate nei giorni scorsi voleva un interessamento congiunto di Santander e Intesa Sanpaolo per la banca guidata da Alessandro Profumo. Al di là delle possibili suggestioni, appare abbastanza difficile allo stato che Unicredit possa divenire una preda. In primo luogo perché forte dei suoi 37 miliardi circa di capitalizzazione è un boccone troppo grosso, anche per banche ben capitalizzate, in questa fase di mercato. Al di là delle rassicurazioni del presidemte del Consiglio, inoltre, appare abbastanza improbabile che Bankitalia possa dare il via libera a un take over ostile di Unicredit, che incontrerebbe anche la contrarietà della Bundesbank tedesca, visto che la Germania è il secondo mercato domestico di Unicredit dopo l'acquisizione di Hvb. Quindi qualora mai dovesse essere necessario un salvataggio di Unicredit, e oggi certo non ve ne sono i presupposti, questo arriverebbe dall'Italia o dalla Germania. Più di un osservatore fa notare che se Draghi volesse potrebbe mettere in sicurezza Unicredit favorendo o rilanciando il progetto di integrazione con la Popolare di Milano.
L'eventualità di un merger fra le due realtà era stato studiato prima che Unicredit decidesse la fusione con Capitalia e la Bpm tentasse l'integrazione, poi fallita, con la Popolare Emilia Romagna. Da allora il dossier non è stato più ripreso in mano né risulta che nessuna delle due banche lo stia studiando. Nonostante da allora sia variato il perimetro di Unicredit l'operazione sarebbe ancora razionale da un punto di vista industriale. Le sovrapposizioni territoriali sarebbero minime e l'Opa lanciata recentemente da Bpm su Anima consentirebbe alla banca guidata da Roberto Mazzotta di portare in dote una massa critica interessante nell'asset management che andrebbe a risolvere i problemi dimensionali di Pioneer. Inoltre Bpm è molto liquida e quindi il matrimonio archivierebbe anche ogni timore residuo sui coefficienti patrimoniali di Unicredit.
Il matrimonio con Unicredit risolverebbe poi, una volta per sempre, i problemi di governance della popolare milanese caratterizzata da uno strapotere dei dipendenti soci che Draghi ha dimostrato di non gradire affatto.

da Il Tempo, del 3 ottobre 2008

19 settembre 2008

Addio Fausto

Si allunga paurosamente la fila di quelli che mi guardano dall'altra parte, coetanei o quasi.
Ieri se ne è andato Fausto Gardini, uno dei miti della mia gioventù, eroe del tennis in bianco e nero, non ancora professionistico. Quelli che ne capiscono, io no, scrivevano che aveva uno stile sgangherato, l'esatto contrario del principe Pietrangeli, tutto perfezione di geometrie e genialità.
Lui era un combattente iroso, capace di annullare al suo storico rivale italiano 8 punti decisivi e poi andare a vincersi al quinto set un campionato d'Italia.
Lo vidi dal vivo a Firenze in una Davis Italia-Russia, sentii le sue grida belluine mentre recuperava palle che solo l'atletismo dei Nadal di oggi possono consentire.
Era brutto, sgraziato, ma un guerriero come non se ne sono visti più nel tennis italiano. Dopo pochi minuti portava al parossismo il pubblico di casa, all'isteria quello avversario, meglio se era quello del centrale di Roma.
Ha lasciato il tennis una vita fa, senza chiedere medagliette federali come hanno fatto tutti gli altri, fuoriclasse e mediocri, da Pietrangeli in poi.
Di atleti come lui si è perso lo stampo, dicevano i miei vecchi.
Lievi ti siano le zolle, Fausto!

17 settembre 2008

Questa estate ho letto (2008)

I mesi caldi, la spiaggia, il sopore del fare niente, sono notoriamente propizi alla lettura. Quest'anno ci ho dato dentro con gusto e con la fortuna di alcune ottime scelte.

Muriel Barbery: L'eleganza del riccio
In classifica da un anno, quindi mi accosto con diffidenza temendo boiate alla Moccia o alla Tamaro. Libro delizioso, commovente, scritto con simpatica raffinatezza. Un'opera veramente educativa, da tenere fra i volumi che si devono rileggere nei momenti di piattezza esistenziale.

Piero Chiara: Il verde della tua veste ed altri racconti
Per noi che amiamo il maestro di Luino è uno stupefacente reincontro questa operina inedita di racconti. Si ritrovano le atmosfere, il mondo lacustre, il dotto e brioso narratore che affascinò la mia maturità.

Cornac McCarty: Sunset Limited
Dell'autore della Strada. Un'opera breve e possente come una sinfonia. Stile narrativo ineguagliabile. La titanica lotta dialettica fra un demone ed un angelo e la sua amara conclusione.

Georges Simenon: Il Treno
C'è tutta l'abilità narrativa di S., la capacità di fare vivere trame e di impadronirsi del lettore, la triste inesorabilità del compimento del nostro destino di morte.

Sebastiano Vassalli: Dio il diavolo e la mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni
Lontani gli anni della Chimera e dell'invenzione narrativa, ma è sempre piacevole leggerlo anche ora che si atteggia ad ecopessimista.

Luciano de Crescenzo: Il caffè sospeso
Che dire? Anche se hai l'impressione di rileggere le stesse pagine dei primi libri è un amico che ti tiene allegro e ti fa amare questa napoletanità di pura fantasia.

Laura Fitzgerald: Colazione da Starbucks
L'iniziazione di una donna iraniana in permesso provvisorio negli Usa al mondo capitalista e la sua ricerca affannosa di un marito che la salvi dal ritorno all'inferno. La grazia dell'autrice riesce a colorare, con pungenti note sociologiche e venature di sensibiltà femminile, una storia forse un po' inverosimile e certamente un po' troppo filoamericana. Esemplare la rappresentazione della comunità persiana trapiantata negli Usa.

Geronimo: La politica del cuore
Pomicino non aggiunge molto al suo precedente libro. Immaginifica esaltazione della taumaturgica capacità di governo politico della DC, nefandezze dei magistrati di Mani Pulite, simpatia per gli alleati di allora. Ma non è mai banale e si legge con una vena di nostalgia per un'epoca della politica in cui i nanetti non erano leader ma portaborse.

Alitalia, vergogna d'Italia

Due anni fa inauguravo questo blog nel mezzo di una delle infinite crisi epocali dell'Alitalia. Allora facevo considerazioni sul livello di litigiosità, sindacale e di servizio, di questa compagnia e concludevo che gli italiani che ancora desideravano farsi del male volando Alitalia erano ostaggi di una proterva banda di facinorosi sindacalizzati. Il titolo, se non ricordo male, era meglio il fallimento che cancellasse per sempre un nome ed il ricordo di uno scempio comportamentale.
Io ovviamente non volo Alitalia da anni. L'ultima volta fu un Budapest-Milano in cui mi sentii apostrofare da una cameriera di bordo: «Aò, che vo'».
In questi giorni si sta dipanando, sotto la regia di Berlusconi e lo sguardo attonito di una decina di capitalisti sado-masochisti che sono stati indotti ad investire in questo pattume di compagnia, un teatrino di ineguagliabile comicità. Gente che porta la responsabilità materiale e morale del fallimento di fatto di Alitalia, che strepita su piani strategici che non gli aggradano, mobilità dorate, confederali che giocano gli ultimi atti di una protagonismo velenoso, cameriere di bordo che rivendicano il mantenimento di privilegi salariali inauditi sfilando per le vie di Roma, pazzarielli napoletani che fingono di bruciarsi in piazza, un ministro del lavoro che ogni ora cala le braghe sino a mostrare le impudicizie.
Il liquidatore Fantozzi, nomen omen, osserva esterrefatto e pensa che forse settimana prossima non potrà pagare la benzina avio.
Domani il circo dovrebbe finire per esaurimento delle forze.
Mi auguro che venerdì Fantozzi salga le scale del Tribunale fallimentare di Roma.

05 settembre 2008

I proprietari di una volta

Non c'è più il calcio di una volta, per non parlare dei proprietari di una volta. L'ennesimo colpo di un miliardario slegato da logiche di appartenenza, per nascita o per tifo, è importante perché questa volta non ha creato scandalo né reazioni negative. La triste verità è che chi non crede in niente si abitua a tutto: in Italia a città governate dalla criminalità organizzata e disorganizzata, ad oratori cattolici affittati per il Ramadan, all'evasione fiscale come grande risposta liberale nei confronti dello Stato oppressore, in Inghilterra non sappiamo. Torniamo a noi, anzi a loro: lo sceicco Sulamain Al-Fahim, uno degli uomini più ricchi di Abu Dhabi e quindi del mondo, ha come tutti sanno acquistato il Manchester City per circa 250 milioni di euro e si è presentato portando al popolo bue la stellina Robinho per circa 45 milioni superando anche l'offerta di Abramovich. Tutto preso dalla maggioranza con filosofia, stando a giornali e blog di tifosi che invece al suo predecessore non avevano risparmiato critiche e linciaggi mediatici. Il Berlusconi thailandese (per politica, da primo ministro, e televisioni possedute) Thaksin Shinawatra, e anche il Berlusconi vero però sono poca cosa rispetto agli interessi non solo personali rappresentati dallo sceicco, leader di un gruppo che vale più di mille miliardi euro (non abbiamo scritto male: centesimo più centesimo meno significa un decimo del PIL degli Stati Uniti ed il quintuplo di quello italiano). Dimensioni che si faticano anche solo ad immaginare, senza alcun merito dei primatisti in classifica a parte quello di nascere sopra un giacimento di petrolio (Abramovich e Berlusconi, con tutto il male che si può dire di loro, qualche capacità hanno almeno dovuto dimostrarla) , e che spiegano meglio dei nostri articoletti moraleggianti perché il calcio europeo, per non parlare dell'Europa, sia in pericolo. Ovviamente non lo capivamo quando l'uomo simbolo della nazionale brasiliana era orgoglioso di giocare in una nostra provinciale, anzi all'epoca tutto ci sembrava dovuto. Qualcuno non lo capisce nemmeno quando si vede costretto ad esaltare questa specie di NASL presuntuosa che è diventata la serie A, che fabbrica statue equestri agli scarti di Barcellona e Chelsea o a chi ha stracciato un contratto arabo solo per rischio insolvenza, venendo premiato con un ruolo da dirigente in pectore. Magari il concetto sarà più chiaro quando un fondo sovrano di uno stato canaglia comprerà, mettiamo, la Juventus. Senza arrivare agli estremi del 'vero Manchester United' che riparte dai dilettanti o a quelli del Wimbledon anti Milton Keynes, non è razzismo osservare che il calcio e chi lo dirige (per noi anche chi lo gioca) non possano essere slegati da chi lo guarda. Ognuno fa i suoi interessi, ma il rapporto dei Moratti e dei Sensi con Inter e Roma è strutturalmente diverso da quello dei Glazer con il Manchester United, di Hicks e Gillette con il Liverpool o di Gaydamak con il Portsmouth. Per non parlare dello sceicco, che da bambino di sicuro non è cresciuto con il mito di Bert Trautmann o di Mike Summerbee. Perché il calcio non è un grande sport, come contenuti tecnici ed etici, ed è spesso osceno come spettacolo. E' la vita di molte persone, però. Vita che fa schifo, ma per la quale ci hanno offerto Robinho. Vendiamo?

di Stefano Olivari, su Indiscreto



Con ricchezza di riferimenti e di argomenti, Olivari conferma una mia crepuscolare convinzione sul futuro del Milan.
Finito il boom televisivo e l'immenso indotto che si trascina, ridimensionati gli introiti ai soli spettatori, che nel frattempo sono scappati disgustati da stadi angusti e dominati da bande di teppisti, l'alternativa al fallimento saranno i fondi sovrani arabi che finanzieranno un campionato europeo stile Nba.
Si può prolungare l'agonia ma lì finirà, superprofessionalizzato, un calcio che ha smesso di essere sport da almeno vent'anni.

Italia coatta

I figli di Grillo

Al Festival di Venezia, trasformato in Multisala delle Emozioni, ieri è stata la giornata delle esternazioni forti: due, e pressoché in contemporanea. Una di Adriano Celentano, precursore e maestro del genere «esternescion», che ha attaccato nell’ordine (si fa per dire) i «politici degenerati» Berlusconi e Veltroni, la cordata per Alitalia, Formigoni e Moratti «genitori di Frankenstein» (questa però fa ridere...). E il parcheggio del Pincio, Chicco Testa «senza testa», Alemanno, l’Expo di Milano e parecchio altro. L’altra del regista Mimmo Calopresti, autore commosso del commovente film La fabbrica dei tedeschi sulla strage alla ThyssenKrupp, che dopo avere passato qualche mese a girare e montare scene di lacrime e sangue ne è uscito, e se ne è uscito, lui di sinistra, con una raffica di critiche anche contro il sindacato che «pensa solo al pil» mentre la gente muore. Parole diverse di due artisti diversi. Che vanno a riversarsi nell’immane calderone delle dichiarazioni pronunciate o urlate ormai tutti i santi giorni, da tutti i pulpiti, in tutti i telegiornali e su molti giornali, e da esternatori di ineguale competenza ed efficacia. Ne siamo inondati, ne siamo frastornati. Al punto che si rischia di pensare che sia tutta la stessa materia indistinta e gridata: un mix di furbizia, protagonismo, scorciatoie demagogiche. Ma le parole sono creature delicate. Come distinguere quelle autentiche da quelle «paracule», quelle che davvero dicono dalle altre soltanto autopromozionali? Un outsider pensoso come Calopresti non rischia forse di gettare il suo sasso nello stesso stagno dove navigano - da anni - esternatori per hobby o per professione? Come per altri comparti della cultura di massa, e massificata, manca un vaglio che lasci filtrare solo le pepite, e scarichi altrove i detriti, la massa inerte delle parole insignificanti, dette tanto per dire, tanto per avere due minuti di popolarità sui teleschermi della sera o cinque righe nelle edicole dell'indomani. E in questa omissione di giudizio non si può certo dire che i media (quasi tutti) brillino per vigilanza, e soprattutto per sobrietà. Ci sono dichiaratori quotidiani (per esempio Gasparri, che esterna a mitraglia) che finiscono per avere lo stesso spazio, e dunque ahimè lo stesso peso, di filosofi originali e parchi, o di pensatori spiazzanti.Bisognerebbe inventare una critica delle esternazioni e delle dichiarazioni da giornale. Qualcuno che valuti e metta in guardia contro gli effettacci, i titoli facili, la parola rumorosa e vuota. Che ristabilisca una gerarchia delle parole, non tutte eguali come la ghiaia sonora che crepita ovunque. Magari che commini squalifiche (come il giudice sportivo) per chi prevarica o imbroglia o esagera, costringendolo a saltare almeno un turno: hai già dichiarato ieri, fatti da parte. Che misuri le competenze e denunci le incompetenze, perché l’universo mediatico pullula di pareri (a volte perfino richiesti: ed è quasi istigazione a delinquere...) che non hanno alcuna titolarità, non discendono da esperienze, da saperi, da pensieri, da emozioni vere (come quella di Calopresti), ma solo da un microfono aperto, e aperto quasi per chiunque passi nelle vicinanze.Perfino Celentano, che pure di esternazioni è un campione indiscusso (i giornali lo chiamano guru, speriamo che lui se la rida), rischia di ritrovarsi a imitare se stesso. Cominciò a sparare sul pianista quando la comunicazione aveva toni e volumi decisamente più soft. Un pioniere. Un inventore. Ora il frastuono del saloon è tale, che neanche ci si domanda più il significato, giusto o sbagliato, di quello che si dice. Il dopo Grillo & C. è un territorio dove la voce umana è diventata così esondante, e invadente, e strumentale, che cercare la misura delle parole potrebbe essere l'unico modo per farsi ascoltare davvero.

di G. Zucconi, sulla Stampa



Perfetto quadro della nostra contemporaneità burina, di cui Celentano è un analfabeta precursore.
Aggiungiamoci i vezzi da middle-class (assolutamente sì, assolutamente no), facciamo un bell'applauso ai funerali, il festival delle banalità nelle interviste al volo per strada, gli idoli televisivi dei grandi fratelli nell'isola, il dramma dell'ultima settimana del mese evocato sulle spiagge della Sardegna, lo stato deve fare lo stato con gli sfasciacarrozze degli stadi e, ultimo tic, speriamo che vinca Obama per salvare la democrazia.
Siamo o non siamo la culla della civiltà?

25 agosto 2008

Sarà un autunno caldo?

Tornati a Milano, con la frescura notturna, il sole pallido ed il cielo color latte, per non farci prendere dalla malinconia dei ricordi agostani, delle spiaggie bianche e dei mari trasparenti, proviamo a strologare sull'autunno.
Cosa ci aspetta?
Federalismo all'italiana: cambiare perché tutto resti come prima, con lo scempio del denaro pubblico (cioè nostro) disperso in mille rivoli di burocratismo inefficiente e ribaldo.
La nuova guerra dei blocch,i ma a temperatura ambiente con la riconferma che l'Europa, mancando di fondamenta etico-politiche ed anche religiose, conta come le damine del Settecento con il neo sulla guancia.
Il rallentamento dell'immigrazione clandestina, ma solo perché il mare in autunno è mosso.
Il campionato di calcio con il santone portoghese che viene a spiegare alle curve che il pallone, poiché è rotondo, rotola.
Per la Bpm un nuovo statuto che sancisca il principio che desiderano i poteri forti: se il pallino in assemblea ce l'hanno gli sgraditi, l'assemblea deve contare sempre di meno. Per Draghi, il vero nocciolo duro delle società sono i fondi speculativi, specie in una cooperativa con sede a Milano.
Poi infine ci sarebbe il sindacato, che una volta organizzava gli autunni caldi. Ora, al massimo, può mettere insieme un milione di pensionati con viaggio gratis sino a Roma e ritorno.
Gratis perché i treni sono gentilmente messi a disposizione dall'azienda parastatale più indebitata del mondo.
Insomma, sempre le stesse cose.
Poi arriva Natale.

28 luglio 2008

Arrivederci a Settembre

Ed ora una sosta vacanziera.
Saluti di riposo e benessere a tutti gli amici.

25 luglio 2008

In BPM dopo 18 anni un Direttore Generale di scuola interna

Giovedì sera il CdA di BPM ha nominato all'unanimità Fiorenzo Dalù direttore generale.
Decisione importante, quasi storica, perché dopo più di tre lustri la popolare milanese torna ad avere al vertice un manager di scuola interna e di solida formazione commerciale.
Sembra di potere affermare che il difficile percorso che dovrà portare anche alla riforma dello statuto ed alle scadenze assembleari della primavera prossima sia cominciato in modo virtuoso e con un'assonanza di consensi così ampia da fare sperare superati gli infantilismi e gli steccati isterici dell'ultimo anno.

19 luglio 2008

Giustizia malata (2)

Stupisce la scarsa perspicacia politica di Walter Veltroni che ha seccamente respinto ieri la proposta di una stagione di riforme bipartsan che nel prossimo autunno affianchi al federalismo anche la giustizia. Stupisce soprattutto l'incapacità del presidente del Pd di comprendere che la decisione di Silvio Berlusconi di affidare a "tre saggi" la stesura delle linee della riforma della giustizia, cambia il quadro di riferimento
Soprattutto elimina alla radice ogni possibile dubbio di una riforma viziata da interessi di parte del premier. Solo un Veltroni masochisticamente placcato da Di Pietro e in stato confusionale, può non accorgersi che Francesco Cossiga, Giuseppe Gargani e Romano Vaccarella non sono personalità disposte a macchiare le loro biografie con proposte di basso profilo. Applicando la tecnica dello spariglio, con fantasia istituzionale, Berlusconi offre oggi al Pd e all'Udc un tavolo di alto livello, più che aperto ai loro contributi. Mette a disposizione del confronto con l'opposizione uno strumento agile, pronto a recepire le sue suggestioni. Una preziosa sponda per quella parte del Pd che sa bene che è indispensabile affrontare il nodo gordiano della giustizia -che ha strangolato anche il governo Prodi- ma che non sa oggi come prendere l'iniziativa. Stranamente isolato nel suo stesso partito, Luciano Violante da mesi ha avanzato proposte stimolanti di riforma della giustizia che - per una intrigante nemesi storica - saranno sicuramente guardate con grande attenzione dai "tre saggi".

Il Tempo, editoriale del 19 luglio.

Giustizia malata (1)

L’arresto del presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco e di altri dirigenti politici e amministrativi e l'incriminazione di molte altre persone nell’ambito di una inchiesta su presunte tangenti nella sanità ha scompaginato le file del Partito democratico di quella regione ricordando a tutti che i problemi dei rapporti fra giustizia e politica non riguardano solo Berlusconi. Come sempre accade in questi casi vengono poste pubblicamente domande destinate a restare senza risposta. Una per tutte: a parte l’esigenza di ottenere il massimo impatto mediatico, c’è stata anche qualche altra ragione dietro la decisione (ovviamente molto grave per le sue conseguenze) di procedere all’arresto della massima autorità politico- amministrativa della Regione? Ancorché indubbiamente meno spettacolare, una semplice incriminazione a piede libero non sarebbe ugualmente servita agli scopi dell’inchiesta? Una cosa è certa. Se mai Del Turco, alla fine, dovesse uscire pulito da questo affare giudiziario non ci sarà comunque mai alcuna sede disciplinare nella quale le suddette domande potranno essere poste a quei magistrati.
L’imbarazzo del Partito democratico è evidente. Il silenzio dei suoi vertici sulla vicenda abruzzese, durato per buona parte della giornata di ieri, è stato rotto solo a metà pomeriggio da una dichiarazione di Walter Veltroni che, mentre manifestava stupore e amarezza per l’arresto di Del Turco, riconfermava, un po’ ritualmente, la sua fiducia nella magistratura.
Ma forse, oggi, dal Partito democratico è lecito attendersi anche qualcosa d’altro. Forse anche per il Pd è arrivato il momento, dopo anni di silenzi, acrobazie e furbizie da parte dei partiti predecessori (Ds e Margherita), di smetterla di fare il pesce in barile sulle questioni della giustizia e dei rapporti fra magistratura e politica.
È lecito chiedere al Partito democratico: come pensate di tornare a essere forza di governo se non avete una vostra posizione sulla giustizia, una posizione che non si limiti a essere, come è sempre stato fin qui, una fotocopia di quella dell’Associazione nazionale magistrati?
Almeno da Mani pulite in poi la sinistra ha nel complesso finto (e comunque questo è il racconto che, per lo più, ha «venduto » all’elettorato e ai militanti o ha permesso che venisse venduto dai propri giornali di riferimento) che non ci fossero veri problemi nel rapporto fra giustizia e politica. Ha negato l’esistenza di un potere discrezionale eccessivo dei pubblici ministeri, ha finto di non vedere le continue invasioni di campo. Ha accreditato in sostanza l’idea che i problemi derivassero tutti, e soltanto, dalla natura corrotta del nemico del momento (Craxi, Berlusconi).
In mezzo a tanti convegni inutili, l’unico convegno davvero prezioso che purtroppo manca ancora all’appello è quello in cui il Partito democratico, pubblicamente e solennemente, sceglie la strada della discontinuità, di una svolta decisa nella sua politica della giustizia.
Solo dopo l’incresciosa manifestazione di Piazza Navona, il Pd ha preso le distanze dal partito di Di Pietro. Ma perché quella decisione non si riduca solo a furbizia tattica occorrono ora cambiamenti nelle concezioni e nelle scelte in materia di giustizia.
Non esistono dubbi che, senza una collaborazione fra maggioranza e opposizione una riforma dell'ordinamento della giustizia (separazione delle carriere, responsabilizzazione dei pubblici ministeri, eccetera) che lo renda coerente con lo spirito e i principi di una democrazia liberale e che riequilibri i rapporti (squilibrati ormai da quasi un ventennio) fra magistratura e politica, non potrà mai passare. È lecito dunque attendersi dalla massima forza di opposizione non solo qualche battuta utile per ottenere un titolo sui giornali ma un ripensamento serio delle proprie posizioni.
Luciano Violante, un esponente politico la cui influenza passata sulla politica della giustizia della sinistra sarebbe impossibile sottovalutare, sembra oggi uno dei pochi consapevoli della necessità di cambiamenti. In un intervento ieri sulla Stampa Violante ha criticato in termini che a me paiono ineccepibili la nuova versione della cosiddetta norma blocca-processi decisa dal governo. L'argomento che ha usato dovrebbe fare storcere il naso ai giustizialisti. Ha sostenuto che, se pure la nuova versione è meglio della precedente, produce anch'essa danni, lasciando in questo caso troppa discrezionalità ai magistrati. Violante, mi pare di capire, dichiara il suo favore per un sistema nel quale, come avviene in tanti Paesi occidentali (in passato si è tentato di farlo anche in Italia ma senza grandi risultati), Guardasigilli e Parlamento dettino annualmente alla magistratura le priorità. A me pare, però, che senza una riforma che, tra le altre cose, separi le carriere e tolga di mezzo l'obbligatorietà dell'azione penale, non sarà mai possibile ricondurre nell'alveo delle istituzioni democratico-rappresentative le grandi scelte di politica delle giustizia. Forse proprio Violante, con la sua autorevolezza, potrebbe oggi essere, insieme ad altri (come i radicali, oggi accasati nel Partito democratico, con il loro patrimonio di battaglie e proposte garantiste) uno degli uomini in grado di fare da battistrada a un nuovo corso, aiutare il Partito democratico a cambiare registro.

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera

18 luglio 2008

Il calcio mediatico

Della spumeggiante e scintillante notte di Ronaldinho a San Siro è rimasto impresso un oggetto, datato, addirittura vetusto, ancorché d‘ordinanza negli studi professionali di New York da mille dollari al minuto quadro: un paio di bretelle. Le indossava Lorenzo Cantamessa, figlio d’arte di Leandro, l’avvocatissimo del Milan e della Lega Calcio, in una parola di zio Fester. Nere, o almeno così è sembrato, seriose, larghissime. Ogni bretella copriva mezzo busto dell’impettito avvocato che incedeva, con ventiquattr’ore d’ordinanza nella mano, verso il tavolo della conferenza stampa. Lì un Galliani gigioneggiante lo stava aspettando al fianco di Ronaldinho per la firma thriller. Tutto improvvisato, sia chiaro. Nella borsa del giovane Lorenzo le copie fresche di inchiostro contenenti le ultime postille del contratto fiume. Postille determinanti, e sopratutto fuori tempo massimo; le bretelle parlavano chiaro. Bretelle sulla camicia con la giacca appesa nello studio, sinonimo di urgenza, imprevisto, “Dannazione non c’è un attimo da perdere” da telefilm poliziesco. In sala un brivido lungo la schiena, per i più. Per gli altri, i distratti, quelli ancora inconsapevoli di vivere la Storia in diretta (pochissimi per la verità) è arrivata in soccorso una concitatissima signora in golf colore rosso che si è precipitata verso Cantamessa. La signora, una segretaria? un’interprete? No, una velina no, magari una semplice funzionaria affannata e affamata di telecamere (l’avremmo rivista più tardi raggiante e incollata a Ronaldinho in mezzo al campo durante i fuochi d’artificio) con un guizzo alla Mennea ha voluto interporsi tra Lorenzo Cantamessa e il vuoto davanti a lui, appunto per fargli spazio e recuperare tempo prezioso. L’effetto “imprevisto nell’imprevisto” della Signora in Rosso ha fatto elegantemente il paio con le bretelle Nere dell’Uomo della Legge producendo prima il brusio quindi l’applauso desiderato: “Ci siamo, ci siamo!”. In alto dunque i cellulari, le firme, i clic per la foto dell’anno: “La Storia Siamo Noi”.

da Calciomercato.com


Per noi che abbiamo perso la poesia ma non la fede, resta difficile prevedere se il Divin Dentone sarà l'uomo della rinascita o il monotono ripetersi di brutte sceneggiature sin troppo recenti(Ciccionaldo, Pato).
La passione ferita non ha impedito di incollarsi al televisore per gustarsi la diretta della presentazione con la migliore predisposizione di questo mondo, direi quasi con il fanciullesco entusiasmo di quei 40.000 pirla che sono andati di persona a vedere i fuochi di artificio e le foche con il pallone.
Fingendo di credere che tutto fosse spontaneo.
Sino a quando è stata messa in scena la pagliacciata del contratto firmato in presa diretta di telecamere, con il pelato brianzolo che fingeva svenimenti.
Qui è cascato l'asino.
Era solo un teatrino televisivo, con la guest star chiamata a potenziare l'audience ed i finti giornalisti a fare da claque.
Il funerale del calcio popolare e la nuova frontiera del reality calcistico.
Comunque, qualcosa che non riguarda più i veri milanisti.

Qual è il vero motivo per cui il Papa è andato in Australia

Il papa, i giovani, l’Australia. Alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sidney questi sono i tre ingredienti principali. Sembrano fare a pugni tra loro, ma il papa è convinto di no. Come il solito i media hanno sbagliato bersaglio. Quando si tratta di religione, la tendenza a secolarizzare è molto forte. Il papa ha detto mezza parola sulla tutela dell’ambiente e i giornali a riportalo come un grande novità. Poi il papa ha detto che c’è contrasto tra essere prete e compiere abusi sessuali e i media a sottolineare l’affermazione come se fosse anche questa una novità. Qualcuno ha anche riportato con enfasi la frase del papa secondo cui gli abusi sessuali impediscono la santità. Poi ci si è soffermati sugli indigeni, che in Australia – è vero – sono cittadini di serie B. Il fatto è che il papa non è andato a Sidney per parlare di ecologia, né per occupare i titoli dei giornali con le sue invettive contro gli abusi sessuali di qualche sacerdote, né per denunciare le ingiustizie sociali di quel continente. Farà anche questo, se necessario, ma non è là per questo. E là per lanciare questa sfida: cosa ci stanno a fare insieme il papa, i giovani e l’Australia?
L’Australia è uno dei paesi più secolarizzati del mondo, con un benessere molto diffuso e una inflazione inesistente. E’ un paese dalle mille culture e dalle mille religioni, ma soprattutto è un paese postreligioso o, come si dice di solito, “emancipato”, dalle larghe vedute. La Chiesa è proprio per questo sofferente. Ricca anch’essa, in grado di aiutare generosamente altre chiese più povere, ma spesso proiettata sull’orizzontale, sulla salvaguardia dell’ambiente e sui diritti degli indigeni, appunto. Cose sacrosante in sé, ma che non fanno il cuore del cattolicesimo. La scelta di Sidney non è stata casuale: una terra ai confini, non solo ai confini del Pacifico, ma anche ai confini della fede o forse già ampiamente oltre. A questa Australia, e al mondo che essa rappresenta, il mondo “post”, il papa va a fare l’annuncio di Cristo, che qui può anche risuonare come un “primo” annuncio. La secolarizzazione non è un destino, l’allontanamento dalla fede, che i moderni maestri ci hanno abituato a considerare “menzongna” – L’uomo ha bisogno di Dio, quindi Dio non esiste, sosteneva Freud - non è una necessità, la ruota della storia può cambiare il proprio giro, la battaglia non è ancor conclusa. In quelle terre il papa è andato per parlare di Gesù Cristo e per aiutare quella Chiesa a ritrovare il suo essere, che non è quello di una agenzia sociale.
A Sidney sono arrivati tanti giovani da tutto il mondo. Le statistiche ci dicono che il gruppo maggiore viene dagli Stati Uniti e il secondo dall’Italia. Ce ne sono anche molti dall’Oriente. L’arrivo dei giovani americani e italiani ha un senso preciso, quello della ripresa. Il papa fa molta leva sugli Stati Uniti – lo si è visto nel suo viaggio recente - e sull’Italia. A questi due paesi assegna un ruolo particolare nella rievangelizzazione. Al primo per la saggia soluzione che ha sempre dato al rapporto tra fede e ambito pubblico. Il secondo perché esprime ancora una religione di popolo, che si è preservata, anche se ne è stata molto provata, dalla secolarizzazione della morte di Dio. Sono truppe giovanili che vanno in soccorso ai giovani australiani. Questi ultimi ascolteranno il papa, ma ascolteranno anche i loro coetanei di Washington e di Roma. Si sentiranno meno soli nel testimoniare una verità che il loro mondo fatica ad accettare. Sono arrivati anche i giovani poveri del Vietnam o delle Filippine, arrivati lì proprio grazie agli aiuti della Chiesa australiana. E da loro i supervitaminizzati giovanottoni australiani apprenderanno forse una ingenuità che essi hanno perduto, ma non irrimediabilmente. Spesso chi è nel bisogno – come dice il Salmo – vede meglio e di più.
Durante questa GMG I giornali continueranno prevedibilmente a carpire qua e là qualche frase del papa a sfondo sociale o politico, nel tentativo di orizzontalizzare quanto è verticale. Ma il papa è andato a Sidney e ha incontrato i giovani proprio per dire il contrario, ossia che un orizzonte solo orizzontale non è un vero orizzonte.

Stefano Fontana, su L'Occidentale