Sembra che al Corrierone la guerra per bande stia toccando punte allarmanti.
Giornalisti spiati, computer con il baco, direttori quasi sfiduciati dal Cdr, proprietari l'un contro l'altro armato.
E' anche sfortunata la corazzata di Via Solferino.
Adesso che avevano contribuito a liberare l'Italia dalla dittatura delle Destre, ora che potevano finalmente spiegare alle anime belle il rinascimento del paese minuto per minuto, capita 'sta tegola delle intercettazioni illegali che l'azienda di uno del sindacato dei proprietari ha effettuato in modo troppo dissennato.
Andava bene se rimaneva nel recinto del calcio, ma allargarsi sino alle sacre stanze di Albertini!
E poi le disgrazie non vengono mai sole.
Ci si sono messi anche i repubblicones a fare larvate pressioni sulla procura di Milano perché agisca penalmente contro quello lì del sindacato dei proprietari.
Ma perché tanto accanimento!
Ora che il governo amico stava raccogliendo plausi in Europa per il risanamento economico del 2006, che la missione in Libano scriveva pagine gloriose, che a Caserta era stato scritto il nuovo testamento del riformismo prodiano, alla vigilia di un ritorno al baby-pensionismo previo abbattimento dell'odioso scalone, perché questa storia di veleni e forse anche di poco eleganti interessi concorrenziali?
Io ho una mia idea.
Sono convinto che a muovere tutto sia Ricucci con l'aiuto di Berlusconi e di tronconi dei servizi segreti rimastigli fedeli.
Non sto più nella pelle di poter leggere le quindici paginate di denuncia e inchiesta.
Sveglia, penne valenti, reagite ché la storia del Bel Paese si scrive sempre in Via Solferino!
24 gennaio 2007
22 gennaio 2007
Il biscotto
Da quando seguo calcio - ed è una vita, la mia - le partite come Lazio-Milan di domenica sera hanno una simpatica definizione gergale: "biscotto".
Il biscotto è un accordo per un risultato che fa comodo ad entrambe le squadre e presuppone una spasmodica attenzione dei contendenti a non farsi male reciprocamente.
I biscotti meglio farciti si confezionano generalmente nell'ultima giornata dei turni eliminatori ai Mondiali. Ma anche le ultime giornate di campionato toccano vertici di perfezionismo esemplari.
Queste combine, perché tali sono e mirano a fottere un avversario terzo, non sono ovviamente contemplate nel prontuario delle pene della Federazione, perciò ne fanno uso alla bisogna grandi e piccole squadre, anche in modo spudorato, tanto che quando il patto viene tradito (Bagni negli ultimi cinque minuti di un Genoa-Inter di vent'anni fa), l'Ufficio Inchieste finge di indagare e poi archivia.
Questo è il calcio bellezza, direbbe un cronista americano, paese terribilmente serio dove nelle competizioni di squadra vale solo la regola dell'eliminazione diretta.
Ma per tornare al biscottone di domenica sera, evento di cui si sono accorti persino quei due pseudo-cronisti di Sky che normalmente mugolano di godimento anche per le rimesse laterali, tutti sapevano che, con una trattativa in corso fra le due società per il passaggio di Oddo dai romani ai berluscones, era d'obbligo non litigare sul risultato.
E così è stato.
La cosa più divertente non sono stati i circa duecento passaggi sbagliati durante gli strazianti novanta minuti, ma il litigio a fine gara fra Galliani e Lotito.
Mi viene un dubbio.
Che avessero pattuito un 1 a 1?
Il biscotto è un accordo per un risultato che fa comodo ad entrambe le squadre e presuppone una spasmodica attenzione dei contendenti a non farsi male reciprocamente.
I biscotti meglio farciti si confezionano generalmente nell'ultima giornata dei turni eliminatori ai Mondiali. Ma anche le ultime giornate di campionato toccano vertici di perfezionismo esemplari.
Queste combine, perché tali sono e mirano a fottere un avversario terzo, non sono ovviamente contemplate nel prontuario delle pene della Federazione, perciò ne fanno uso alla bisogna grandi e piccole squadre, anche in modo spudorato, tanto che quando il patto viene tradito (Bagni negli ultimi cinque minuti di un Genoa-Inter di vent'anni fa), l'Ufficio Inchieste finge di indagare e poi archivia.
Questo è il calcio bellezza, direbbe un cronista americano, paese terribilmente serio dove nelle competizioni di squadra vale solo la regola dell'eliminazione diretta.
Ma per tornare al biscottone di domenica sera, evento di cui si sono accorti persino quei due pseudo-cronisti di Sky che normalmente mugolano di godimento anche per le rimesse laterali, tutti sapevano che, con una trattativa in corso fra le due società per il passaggio di Oddo dai romani ai berluscones, era d'obbligo non litigare sul risultato.
E così è stato.
La cosa più divertente non sono stati i circa duecento passaggi sbagliati durante gli strazianti novanta minuti, ma il litigio a fine gara fra Galliani e Lotito.
Mi viene un dubbio.
Che avessero pattuito un 1 a 1?
11 gennaio 2007
I risanatori coraggiosi
Con finto candore il mitico Ferrara si chiede oggi sul Foglio che senso abbia la Finanziaria appena approvata, stante il comunicato odierno dell'Istat che fissa nel 2,5% il rapporto deficit-Pil al netto degli oneri straordinari riguardanti i rimborsi Iva sulle auto aziendali.
Ferrara è un politico puro che, a differenza di molti economisti da cordata, sa leggere le tendenze e le strategie gestionali che da sempre sorreggono le contabilità sia dello Stato sia delle aziende.
La tattica adottata dal duo TPS-Prodi non è né nuova né particolarmente geniale.
Ne fecero scellerato uso, in un contesto dimensionale diverso, amministratori di banca a metà degli Anni '90 con la benevola e compiaciuta approvazione di Via Nazionale.
Arrivavi alla guida di una banca ed avevi due strade per affermare la tua geniale diversità rispetto ai predecessori.
La prima, difficile, imprescindibilmente necessitava d’elevata professionalità, come noto merce rara.
Esaminato il complesso aziendale, individuavi i punti di debolezza, di crisi e di potenziale vitalità e quindi procedevi a coerenti riforme di carattere strutturale, pretendendo il tempo necessario perché manifestassero i loro effetti.
La seconda tecnica è più rozza.
Chiamiamola "tecnica TPS", ma solo per comodità di ragionamento.
Ha il vantaggio di produrre effetti immediati.
Svaluti in modo selvaggio i beni aziendali, rinunci a legittime riprese fiscali, gonfi i fondi rischi oltre ogni ragionevole logicità.
I massimi organi di controllo, la stampa economica ed anche i super-poteri giudiziari ti considerano un implacabile ma benemerito risanatore.
Chiudi uno o due bilanci con perdite da capogiro e poi aspetti fiducioso il rimbalzo fisiologico.
I crediti da irrecuperabili diventano cartolizzabili con ottima resa; le perdite, ieri totali, segnano più che adeguate riprese di valore; i fondi rischi ad un più attento esame si manifestano eccedenti ed il tax asset restituisce gli utili già fiscalizzati.
Firmi uno o due esercizi (ma per gli estimatori basta anche una semestrale) con utili da record e ti attaccano sul petto la medaglia del geniale risanatore.
Sei pronto a rifare il giochino in un'altra azienda perché in quella che hai bonificato cammini sulle macerie e rischi l'incolumità fisica.
Negli Usa, per chi tenta una manfrina di questo genere, la Fed chiede l'arresto immediato per falso in bilancio e la magistratura provvede.
In Italia, un processo per falso in bilancio se lo subiscono gli amministratori che hanno preceduto i coraggiosi risanatori.
Ma si sa che noi viviamo nella patria del diritto.
Tutto ciò non è un case history ma cronaca vera dei ruggenti Anni '90 italiani: quelli dei capitani coraggiosi e dell'ingresso trionfale in Europa.
Un modulo contabile-gestionale che il geniale TPS ha dissotterrato dal cimitero delle nefandezze e proposto al rancoroso Prodi di adattare al bilancio dello Stato.
All'uomo di Bologna si sono riaccese tutte le lampadine dei tempi dell'IRI.
È stato sufficiente titillare gli umori antitaliani degli amici di Bruxelles, fare sfornare a qualche ufficio statistico amico previsioni da catastrofe, dimenticare per cinque e sei mesi alcuni incidenti fenomeni contabili di carattere straordinario, spargere a piene mani livore antiberlusconiano grazie agli amici della stampa fra il popolo dei vacanzieri.
Quelli che nelle famiglie dal giorno 20 del mese non si beve latte perché i soldi bastano solo per ricaricare i tre o quattro cellulari di casa, sprigionavano dolorosa indignazione per lo stato in cui ci avevano ridotto le destre. Gli altri fiutavano odore di nuove tasse con atavica arssegnazione.
Et voilà, il giochino era pronto per l'uso.
A tutto il resto avrebbe pensato Visco, il vampiro in emoteca.
Ed ecco una spaventosa pioggia di tasse, balzelli regionali, decime comunali. Per un totale di 40 mila miliardi d'€uro, quando ne bastavano 15 per tacitare i grigi ragionieri di €urolandia, i becchini del vecchio continente unificato nella recessione eterna.
L'anno prossimo questo governo illuminato, riformista e risanatore, potrà affermare che il rapporto Pil-deficit è il migliore d'Europa e persino, con i miliardi risparmiati in opere pubbliche reazionarie ed ecomostruose come la Tav nazionale e transalpina, procedere a pochi e ben mirati aumenti di tasse.
E bravo TPS!
Ricordati però che per i maghetti del risanamento bancario degli Anni '90 non è poi finita in gloria. Anzi. Ai più resistenti e fortunati è rimasto solo l'ufficio vista lago. Ma a Prodi non rivelarlo, tanto non capisce.
Ferrara è un politico puro che, a differenza di molti economisti da cordata, sa leggere le tendenze e le strategie gestionali che da sempre sorreggono le contabilità sia dello Stato sia delle aziende.
La tattica adottata dal duo TPS-Prodi non è né nuova né particolarmente geniale.
Ne fecero scellerato uso, in un contesto dimensionale diverso, amministratori di banca a metà degli Anni '90 con la benevola e compiaciuta approvazione di Via Nazionale.
Arrivavi alla guida di una banca ed avevi due strade per affermare la tua geniale diversità rispetto ai predecessori.
La prima, difficile, imprescindibilmente necessitava d’elevata professionalità, come noto merce rara.
Esaminato il complesso aziendale, individuavi i punti di debolezza, di crisi e di potenziale vitalità e quindi procedevi a coerenti riforme di carattere strutturale, pretendendo il tempo necessario perché manifestassero i loro effetti.
La seconda tecnica è più rozza.
Chiamiamola "tecnica TPS", ma solo per comodità di ragionamento.
Ha il vantaggio di produrre effetti immediati.
Svaluti in modo selvaggio i beni aziendali, rinunci a legittime riprese fiscali, gonfi i fondi rischi oltre ogni ragionevole logicità.
I massimi organi di controllo, la stampa economica ed anche i super-poteri giudiziari ti considerano un implacabile ma benemerito risanatore.
Chiudi uno o due bilanci con perdite da capogiro e poi aspetti fiducioso il rimbalzo fisiologico.
I crediti da irrecuperabili diventano cartolizzabili con ottima resa; le perdite, ieri totali, segnano più che adeguate riprese di valore; i fondi rischi ad un più attento esame si manifestano eccedenti ed il tax asset restituisce gli utili già fiscalizzati.
Firmi uno o due esercizi (ma per gli estimatori basta anche una semestrale) con utili da record e ti attaccano sul petto la medaglia del geniale risanatore.
Sei pronto a rifare il giochino in un'altra azienda perché in quella che hai bonificato cammini sulle macerie e rischi l'incolumità fisica.
Negli Usa, per chi tenta una manfrina di questo genere, la Fed chiede l'arresto immediato per falso in bilancio e la magistratura provvede.
In Italia, un processo per falso in bilancio se lo subiscono gli amministratori che hanno preceduto i coraggiosi risanatori.
Ma si sa che noi viviamo nella patria del diritto.
Tutto ciò non è un case history ma cronaca vera dei ruggenti Anni '90 italiani: quelli dei capitani coraggiosi e dell'ingresso trionfale in Europa.
Un modulo contabile-gestionale che il geniale TPS ha dissotterrato dal cimitero delle nefandezze e proposto al rancoroso Prodi di adattare al bilancio dello Stato.
All'uomo di Bologna si sono riaccese tutte le lampadine dei tempi dell'IRI.
È stato sufficiente titillare gli umori antitaliani degli amici di Bruxelles, fare sfornare a qualche ufficio statistico amico previsioni da catastrofe, dimenticare per cinque e sei mesi alcuni incidenti fenomeni contabili di carattere straordinario, spargere a piene mani livore antiberlusconiano grazie agli amici della stampa fra il popolo dei vacanzieri.
Quelli che nelle famiglie dal giorno 20 del mese non si beve latte perché i soldi bastano solo per ricaricare i tre o quattro cellulari di casa, sprigionavano dolorosa indignazione per lo stato in cui ci avevano ridotto le destre. Gli altri fiutavano odore di nuove tasse con atavica arssegnazione.
Et voilà, il giochino era pronto per l'uso.
A tutto il resto avrebbe pensato Visco, il vampiro in emoteca.
Ed ecco una spaventosa pioggia di tasse, balzelli regionali, decime comunali. Per un totale di 40 mila miliardi d'€uro, quando ne bastavano 15 per tacitare i grigi ragionieri di €urolandia, i becchini del vecchio continente unificato nella recessione eterna.
L'anno prossimo questo governo illuminato, riformista e risanatore, potrà affermare che il rapporto Pil-deficit è il migliore d'Europa e persino, con i miliardi risparmiati in opere pubbliche reazionarie ed ecomostruose come la Tav nazionale e transalpina, procedere a pochi e ben mirati aumenti di tasse.
E bravo TPS!
Ricordati però che per i maghetti del risanamento bancario degli Anni '90 non è poi finita in gloria. Anzi. Ai più resistenti e fortunati è rimasto solo l'ufficio vista lago. Ma a Prodi non rivelarlo, tanto non capisce.
03 gennaio 2007
I wish you were here
Dal blog "Camillo" di Chirstian Rocca, del 29 dicembre 2006:
Con i fondamentali Barone e Comotto del Toro diventano 15, in 19 giornate, i calciatori di squadre avversarie che grazie a diffide e squalifiche preventive nella domenica precedente non hanno incontrato e non scenderanno in campo contro gli indossatori di scudetti altrui. Vuol dire che c'è del marcio? Sì, ma non nel calcio. Piuttosto nei giornali italiani che su cose come queste, anzi inferiori a queste, hanno costruito la farsa di calciopoli e ora non scrivono una parola.
L'osservazione è ineccepibile.
Stiamo assistendo ad un campionato in cui si succedono arbitraggi anche più scandalosi di quando l'orchestra la dirigeva Lucianone. Ma alla stampa del regime morattiano fa comodo scrivere che sono errori di inesperienza anche quando le malefatte le combinano internazionali con i peli bianchi.
La verità è che il calcio ha regole sempre eguali, che si manifestano diversamente di anno in anno, a misura della discrezione del timoniere di turno.
Quest'anno poi a teleguidare il campionato c'è una cooperativa di democratici innovatori, che in attesa di illustrarci il new deal del calcio italiano usa, affinate, le armi di Moggi.
Poi come sempre (ed a maggior ragione nel biennio 2004/2006) il campo dice chi è il migliore fra concorrenti forti ed attrezzati.
Con queste coordinate il leader dell'anno è l'Inter, una squadra costruita con i punti di forza scippati alla Juventus e con in panchina Ciuffettino che forse sta capendo qualcosa di tattica, dopo tante debacles dovute alla sua insipienza.
Peccato manchi un ingrediente fondamentale: la concorrenza, massacrata dal processo sportivo più fasullo che la storia del calcio ricordi.
Con i fondamentali Barone e Comotto del Toro diventano 15, in 19 giornate, i calciatori di squadre avversarie che grazie a diffide e squalifiche preventive nella domenica precedente non hanno incontrato e non scenderanno in campo contro gli indossatori di scudetti altrui. Vuol dire che c'è del marcio? Sì, ma non nel calcio. Piuttosto nei giornali italiani che su cose come queste, anzi inferiori a queste, hanno costruito la farsa di calciopoli e ora non scrivono una parola.
L'osservazione è ineccepibile.
Stiamo assistendo ad un campionato in cui si succedono arbitraggi anche più scandalosi di quando l'orchestra la dirigeva Lucianone. Ma alla stampa del regime morattiano fa comodo scrivere che sono errori di inesperienza anche quando le malefatte le combinano internazionali con i peli bianchi.
La verità è che il calcio ha regole sempre eguali, che si manifestano diversamente di anno in anno, a misura della discrezione del timoniere di turno.
Quest'anno poi a teleguidare il campionato c'è una cooperativa di democratici innovatori, che in attesa di illustrarci il new deal del calcio italiano usa, affinate, le armi di Moggi.
Poi come sempre (ed a maggior ragione nel biennio 2004/2006) il campo dice chi è il migliore fra concorrenti forti ed attrezzati.
Con queste coordinate il leader dell'anno è l'Inter, una squadra costruita con i punti di forza scippati alla Juventus e con in panchina Ciuffettino che forse sta capendo qualcosa di tattica, dopo tante debacles dovute alla sua insipienza.
Peccato manchi un ingrediente fondamentale: la concorrenza, massacrata dal processo sportivo più fasullo che la storia del calcio ricordi.
30 dicembre 2006
Morte di un dittatore arabo
Saddam Hussein, il despota di Bagdad, è stato impiccato stamane all'alba.
Si chiude tragicamente la storia personale e politica di un dittatore sanguinario che ha perseguitato per un trentennio i propri connazionali sciiti e curdi. Le nefandezze del satrapo irakeno sembrano inoppugnabili. E chi gestisce ora il potere, in un regime di democrazia simulata, lo ha punito secondo le regole di cui Saddam aveva fatto abuso.
Non molto ci sarebbe da aggiungere se costui fosse stato semplicemente un rais mediorientale.
Sarebbe stata un'abituale storia di una dittatura mediorientale finita male invece che con una successione familiare.
Il problema nasce dalla pericolosità cosmica che l'Occidente (l'unico che conta) ha creduto di riconoscere nel suo regime, mentre contemporaneamente ben altri nemici e di ben altro spessore facevano stragi nelle capitali del mondo.
Si leggono inevitabilmente molti commenti sulla sua condanna a morte.
Di pieno convincimento negli Stati Uniti, convinti assertori della massima pena per ogni massima colpa, ed in Inghilterra, che con loro sta condividendo l'onere della sporca guerra per liberare l'Iraq dal bathaismo ed indirizzarlo verso sistemi di democrazia rappresentativa.
Scontato, plausibile e doveroso il no delle religioni alla pena capitale.
Ipocrita e spocchioso, come noiosamente sa esserlo, il no della cosiddetta Europa. In fondo è morto un socio in affari!
Ovviamente il no in Italia è singhiozzante, universale, trasversale agli schieramenti, piagnucoloso. Indignato e gridato quello della sinistra.
E allora dal mio niente mi permetto di battere un pugno ed urlare: "non ci sto".
Proprio non ci sto, come un presidente della repubblica, ora emerito, accusato da un pentito di avere usufruito fuori sacco di duecentomilioni di monetine al mese per le attività meno eleganti del ministero dell'interno. Disse "non ci sto" e basta, e senza prove a discarico.
Io con qualche spiegazione.
Io rispetto il no dei cattolici della gerarchia e di coloro che fanno della fede una regola quotidiana di vita. Considero coerente il no dei radicali che, fatta eccezione qualche recente amnesia della Bonino, hanno denunciato come sanguinari i regimi di Cuba, Cina e paesi islamici africani.
Mi provoca il voltastomaco il no della sinistra che sulle carneficine fa il compare di Collegno dai tempi di Stalin e che, nella recente storia italiana, proprio la pena di morte ha usato per liquidare i nemici del suo popolo.
Benito Mussolini ed Aldo Moro, in contesti diversi, con colpe storiche opposte, sono la prova che la sinistra non rifugge dalla pena suprema per eliminare i simboli viventi delle ideologie nemiche.
Proprio come i vituperati americani. Perché la cultura imperialista ha colorazioni diverse, ma recita da sempre gli stessi copioni.
I figuranti che vogliono cambiare commedia in corso d'opera sono solo dei mistificatori e degli ipocriti.
La loro recita entusiasmerà il popolo delle anime belle e dei trinariciuti ma a me, che ancora sto aspettando le scuse per i gulag della Siberia, il "mi vergogno" per lo scempio di Piazza Loreto, l'abiura per i compagni che sbagliarono in Via Fani, questo grido di dolore per la morte di un dittatore fa solo schifo.
Si chiude tragicamente la storia personale e politica di un dittatore sanguinario che ha perseguitato per un trentennio i propri connazionali sciiti e curdi. Le nefandezze del satrapo irakeno sembrano inoppugnabili. E chi gestisce ora il potere, in un regime di democrazia simulata, lo ha punito secondo le regole di cui Saddam aveva fatto abuso.
Non molto ci sarebbe da aggiungere se costui fosse stato semplicemente un rais mediorientale.
Sarebbe stata un'abituale storia di una dittatura mediorientale finita male invece che con una successione familiare.
Il problema nasce dalla pericolosità cosmica che l'Occidente (l'unico che conta) ha creduto di riconoscere nel suo regime, mentre contemporaneamente ben altri nemici e di ben altro spessore facevano stragi nelle capitali del mondo.
Si leggono inevitabilmente molti commenti sulla sua condanna a morte.
Di pieno convincimento negli Stati Uniti, convinti assertori della massima pena per ogni massima colpa, ed in Inghilterra, che con loro sta condividendo l'onere della sporca guerra per liberare l'Iraq dal bathaismo ed indirizzarlo verso sistemi di democrazia rappresentativa.
Scontato, plausibile e doveroso il no delle religioni alla pena capitale.
Ipocrita e spocchioso, come noiosamente sa esserlo, il no della cosiddetta Europa. In fondo è morto un socio in affari!
Ovviamente il no in Italia è singhiozzante, universale, trasversale agli schieramenti, piagnucoloso. Indignato e gridato quello della sinistra.
E allora dal mio niente mi permetto di battere un pugno ed urlare: "non ci sto".
Proprio non ci sto, come un presidente della repubblica, ora emerito, accusato da un pentito di avere usufruito fuori sacco di duecentomilioni di monetine al mese per le attività meno eleganti del ministero dell'interno. Disse "non ci sto" e basta, e senza prove a discarico.
Io con qualche spiegazione.
Io rispetto il no dei cattolici della gerarchia e di coloro che fanno della fede una regola quotidiana di vita. Considero coerente il no dei radicali che, fatta eccezione qualche recente amnesia della Bonino, hanno denunciato come sanguinari i regimi di Cuba, Cina e paesi islamici africani.
Mi provoca il voltastomaco il no della sinistra che sulle carneficine fa il compare di Collegno dai tempi di Stalin e che, nella recente storia italiana, proprio la pena di morte ha usato per liquidare i nemici del suo popolo.
Benito Mussolini ed Aldo Moro, in contesti diversi, con colpe storiche opposte, sono la prova che la sinistra non rifugge dalla pena suprema per eliminare i simboli viventi delle ideologie nemiche.
Proprio come i vituperati americani. Perché la cultura imperialista ha colorazioni diverse, ma recita da sempre gli stessi copioni.
I figuranti che vogliono cambiare commedia in corso d'opera sono solo dei mistificatori e degli ipocriti.
La loro recita entusiasmerà il popolo delle anime belle e dei trinariciuti ma a me, che ancora sto aspettando le scuse per i gulag della Siberia, il "mi vergogno" per lo scempio di Piazza Loreto, l'abiura per i compagni che sbagliarono in Via Fani, questo grido di dolore per la morte di un dittatore fa solo schifo.
24 dicembre 2006
Ho letto Simenon
Ho rifiutato per anni di leggere un autore per un mero pregiudizio, una delle colpe che considero imperdonabili negli altri e nonostante amici sensibili me lo consigliassero vivamente.
Da alcuni mesi sto leggendo romanzi di Simenon quasi con frenesia, identificandomi nei suoi personaggi soli e quietamente disperati.
La sua prolifica produzione sembra non avere prodotto scontati effetti di banalità e ripetitività delle trame. Le vicende, siano esse ambientate nelle periferie di Parigi o nella provincia francese, hanno sempre un sapore di sorprendente novità, una preziosa scoperta di esistenze chiuse nel dolore e nella sconfitta.
Ho finito di leggere Il Clan dei Mahè.
È la storia di un perdente che insegue un chimerico obiettivo di sradicamento dal proprio contesto familiare ed ambientale, accumulando passo per passo nuove frustranti disperazioni sino al dissolvimento finale.
Romanzo bello, con una ritmica narrativa lenta ma avvincente, impreziosita dall'abituale maestria di Simenon nel disegnare compiutamente i profili psicologici di tutti i suoi personaggi, anche quelli minori, sino a comporre un armonico affresco che s'impossessa della nostra memoria.
Da alcuni mesi sto leggendo romanzi di Simenon quasi con frenesia, identificandomi nei suoi personaggi soli e quietamente disperati.
La sua prolifica produzione sembra non avere prodotto scontati effetti di banalità e ripetitività delle trame. Le vicende, siano esse ambientate nelle periferie di Parigi o nella provincia francese, hanno sempre un sapore di sorprendente novità, una preziosa scoperta di esistenze chiuse nel dolore e nella sconfitta.
Ho finito di leggere Il Clan dei Mahè.
È la storia di un perdente che insegue un chimerico obiettivo di sradicamento dal proprio contesto familiare ed ambientale, accumulando passo per passo nuove frustranti disperazioni sino al dissolvimento finale.
Romanzo bello, con una ritmica narrativa lenta ma avvincente, impreziosita dall'abituale maestria di Simenon nel disegnare compiutamente i profili psicologici di tutti i suoi personaggi, anche quelli minori, sino a comporre un armonico affresco che s'impossessa della nostra memoria.
19 dicembre 2006
Italiani brava e maleducata gente
Anni Quaranta non è defunto.
E' solo ripiegato su se stesso e riflette sull'aspetto drammatico dell'esistenza dopo essersi intrattenuto sulle comicità e gli squallori del nostro quotidiano, sulla modestia delle nostre passioni.
Ma anche nei momenti più ardui, noto che la stirpe italiana riesce a dare il peggio di se stessa.
Leggevo tempo addietro che il cellulare, prezioso strumento di civiltà e di libertà se usato con parsimoniosa correttezza, veniva sguaiatamente usato nelle scuole e squillava nei luoghi di culto, ove si va per convinzione e per rispetto di Dio e quindi del prossimo.
Non credevo che le corsie di ospedale si fossero trasformate in un posto telefonico pubblico.
E qui l'italico dà il meglio di se stesso.
Il meno sofferente prevarica la quiete del più malato urlando banalità nell'aggeggio, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il modo d'uso "silenzioso" viene considerato un insulto perché impedisce di mettere in mostra la fantasia musicale e la perizia nell'esasperare i decibel del suono.
Il perfezionismo si tocca nell'orario visite, quando le conversazioni intorno ai letti si intrecciano con le telefonate in arrivo ed in partenza.
Una vera community dei cafoni .
Ma siamo buoni.
E' Natale.
Una festa di speranza soprattutto per coloro che ad essa si aggrappano per immaginare altri Natali come quelli della gente normale.
Buon Natale a tutti!
E' solo ripiegato su se stesso e riflette sull'aspetto drammatico dell'esistenza dopo essersi intrattenuto sulle comicità e gli squallori del nostro quotidiano, sulla modestia delle nostre passioni.
Ma anche nei momenti più ardui, noto che la stirpe italiana riesce a dare il peggio di se stessa.
Leggevo tempo addietro che il cellulare, prezioso strumento di civiltà e di libertà se usato con parsimoniosa correttezza, veniva sguaiatamente usato nelle scuole e squillava nei luoghi di culto, ove si va per convinzione e per rispetto di Dio e quindi del prossimo.
Non credevo che le corsie di ospedale si fossero trasformate in un posto telefonico pubblico.
E qui l'italico dà il meglio di se stesso.
Il meno sofferente prevarica la quiete del più malato urlando banalità nell'aggeggio, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il modo d'uso "silenzioso" viene considerato un insulto perché impedisce di mettere in mostra la fantasia musicale e la perizia nell'esasperare i decibel del suono.
Il perfezionismo si tocca nell'orario visite, quando le conversazioni intorno ai letti si intrecciano con le telefonate in arrivo ed in partenza.
Una vera community dei cafoni .
Ma siamo buoni.
E' Natale.
Una festa di speranza soprattutto per coloro che ad essa si aggrappano per immaginare altri Natali come quelli della gente normale.
Buon Natale a tutti!
19 novembre 2006
La repubblica degli ipocriti
Ieri, durante una manifestazione comunista a Roma a favore del terrorismo palestinese, gruppi di reduci delle gloriose giornate di Genova hanno simbolicamente bruciato pupazzi raffiguranti i nostri soldati di Nassyria.
Si è alzato vivo lo sdegno dei destri e dei sinistri e persino di Diliberto, uno dei soliti noti che sfila con la meglio gioventù dei centri sociali.
Io, francamente, mi sdegno dello sdegno.
In un paese che da trent'anni tollera centri sociali ricettacolo di reati, i cui ospiti allorché escono dai loro covi seminano distruzione e che nei momenti di mansuetudine riducono i muri delle città a porcili di ghirigori, ogni nuova impresa suona solo a vergogna di chi ha consentito che questi tumori si radicassero nelle nostre città.
Mi sdegno con i capitalisti, novelli Feltrinelli dei salotti buoni, che li hanno ospitati nei loro capannoni e nelle loro catapecchie.
Mi sdegno con chi li ha coperti politicamente senza ottenere come contropartita l'avvio di un percorso di normalizzazione.
Mi sdegno con la Guardia di Finanza che non interviene contro questi paradisi del commercio equo e solidale esentasse.
Mi sdegno con Prodi che li accoglie nella propria maggioranza.
Mi sdegno con l'assessore alla cultura di Milano, Sgarbi, che farnetica di trasformare in un museo il Leoncavallo per impedirne lo sfratto.
Mi sdegno con la destra che in cinque anni di governo ha finto che il problema fosse politico e non d'ordine pubblico.
Mi sdegno con Bertinotti che in doppio petto inorridisce, mentre dal suo partito e da quello dell'ineffabile Diliberto vennero giudizi tremendi sulla missione di belligeranti delle nostre truppe in Iraq, e sui loro giornali si leggeva che i nostri militi erano una prezzolata legione straniera che meritava di correre rischi mortali.
La verità è che questi gi-ottini sono figli legittimi e vezzeggiati della sinistra che li ha sempre giustificati e considerati una risorsa.
Oltre che un'ottima leva di manovra quando occorre dare spallate alla destra.
Si è alzato vivo lo sdegno dei destri e dei sinistri e persino di Diliberto, uno dei soliti noti che sfila con la meglio gioventù dei centri sociali.
Io, francamente, mi sdegno dello sdegno.
In un paese che da trent'anni tollera centri sociali ricettacolo di reati, i cui ospiti allorché escono dai loro covi seminano distruzione e che nei momenti di mansuetudine riducono i muri delle città a porcili di ghirigori, ogni nuova impresa suona solo a vergogna di chi ha consentito che questi tumori si radicassero nelle nostre città.
Mi sdegno con i capitalisti, novelli Feltrinelli dei salotti buoni, che li hanno ospitati nei loro capannoni e nelle loro catapecchie.
Mi sdegno con chi li ha coperti politicamente senza ottenere come contropartita l'avvio di un percorso di normalizzazione.
Mi sdegno con la Guardia di Finanza che non interviene contro questi paradisi del commercio equo e solidale esentasse.
Mi sdegno con Prodi che li accoglie nella propria maggioranza.
Mi sdegno con l'assessore alla cultura di Milano, Sgarbi, che farnetica di trasformare in un museo il Leoncavallo per impedirne lo sfratto.
Mi sdegno con la destra che in cinque anni di governo ha finto che il problema fosse politico e non d'ordine pubblico.
Mi sdegno con Bertinotti che in doppio petto inorridisce, mentre dal suo partito e da quello dell'ineffabile Diliberto vennero giudizi tremendi sulla missione di belligeranti delle nostre truppe in Iraq, e sui loro giornali si leggeva che i nostri militi erano una prezzolata legione straniera che meritava di correre rischi mortali.
La verità è che questi gi-ottini sono figli legittimi e vezzeggiati della sinistra che li ha sempre giustificati e considerati una risorsa.
Oltre che un'ottima leva di manovra quando occorre dare spallate alla destra.
18 novembre 2006
La repubblica dei pazzi (segue)
Prodi ha dichiarato venerdì che il paese si sta svegliando.
Padoa Schioppa ha prontamente provveduto ad aumentare la dose di sedazione con un emendamento alla finanziaria di oltre 800 commi.
Prodi mugolando ha chiesto la fiducia alla Camera dei Deputati, spiegando che è un intervento terapeutico necessario.
Padoa Schioppa ha prontamente provveduto ad aumentare la dose di sedazione con un emendamento alla finanziaria di oltre 800 commi.
Prodi mugolando ha chiesto la fiducia alla Camera dei Deputati, spiegando che è un intervento terapeutico necessario.
13 novembre 2006
La repubblica dei pazzi
Ogni governo ha un proprio stile di conduzione della funzione propositiva ed una specifica connotazione nella comunicazione.
L'esecutivo di Prodi non sfugge a questa regola.
Anzi si può definire un unicum.
Durante la fase dibattimentale della legge finanziaria, il più corposo ed importante atto di gestione politica dell'anno, riesce ad emanare ogni giorno decine di modifiche alla propria proposta, metà delle quali volte a rettificare le norme del giorno precedente, che non erano state proprio benevolmente accolte dalla sua stessa maggioranza oltre che dai settori di volta in volta vessati.
Naturalmente ogni toppa è peggiore del buco e così si accavallano polemiche e rettifiche.
Il risultato è uno sconfortante puzzle di provvedimenti caotici il cui collante è solo, esclusivamente, la feroce determinazione di innalzare il peso fiscale sui cittadini.
Il meglio, il governo ed il Presidente in persona lo realizzano nella comunicazione.
L'assunto è che i cittadini non capiscono la finanziaria perché egoisti, disonesti, malinformati.
Ed anche pazzi.
L'irrequietudine di Prodi non ha ormai confini che la contengano.
Il suo stato di salute psichica pone serie preoccupazioni anche al suo clan. La prossima mossa, assai temuta dai suoi amici, è la nomina della sua bicicletta da corsa nello staff della presidenza del consiglio.
L'esecutivo di Prodi non sfugge a questa regola.
Anzi si può definire un unicum.
Durante la fase dibattimentale della legge finanziaria, il più corposo ed importante atto di gestione politica dell'anno, riesce ad emanare ogni giorno decine di modifiche alla propria proposta, metà delle quali volte a rettificare le norme del giorno precedente, che non erano state proprio benevolmente accolte dalla sua stessa maggioranza oltre che dai settori di volta in volta vessati.
Naturalmente ogni toppa è peggiore del buco e così si accavallano polemiche e rettifiche.
Il risultato è uno sconfortante puzzle di provvedimenti caotici il cui collante è solo, esclusivamente, la feroce determinazione di innalzare il peso fiscale sui cittadini.
Il meglio, il governo ed il Presidente in persona lo realizzano nella comunicazione.
L'assunto è che i cittadini non capiscono la finanziaria perché egoisti, disonesti, malinformati.
Ed anche pazzi.
L'irrequietudine di Prodi non ha ormai confini che la contengano.
Il suo stato di salute psichica pone serie preoccupazioni anche al suo clan. La prossima mossa, assai temuta dai suoi amici, è la nomina della sua bicicletta da corsa nello staff della presidenza del consiglio.
12 novembre 2006
La squadra degli invincibili
Parlare del Milan nel novembre del 2006 sta diventando noioso ed imbarazzante.
Scritto una volta che la squadra è vecchia, demotivata e sfiatata, che l'allenatore non sa inventare più nulla, che la dirigenza è esclusivamente dedita alla propria autoassoluzione ed autocelebrazione, non c'è nulla di nuovo da aggiungere.
Il campo, il giudice sovrano ed inappellabile di questo sport, dice che il Milan è sceso in zona retrocessione e non tanto e solo per gli errori degli arbitri, mediocrissimi come sempre, bensì perché nelle ultime sette partite ha collezionato cinque punti con una media-retrocessione di 0,71 a partita.
Questo è tutto e, poiché finge di non capire anche il proprietario, aspettiamoci una naturale conclusione per questa stagione...
Scritto una volta che la squadra è vecchia, demotivata e sfiatata, che l'allenatore non sa inventare più nulla, che la dirigenza è esclusivamente dedita alla propria autoassoluzione ed autocelebrazione, non c'è nulla di nuovo da aggiungere.
Il campo, il giudice sovrano ed inappellabile di questo sport, dice che il Milan è sceso in zona retrocessione e non tanto e solo per gli errori degli arbitri, mediocrissimi come sempre, bensì perché nelle ultime sette partite ha collezionato cinque punti con una media-retrocessione di 0,71 a partita.
Questo è tutto e, poiché finge di non capire anche il proprietario, aspettiamoci una naturale conclusione per questa stagione...
05 novembre 2006
Domani Milano?
Milano è una città brutta ed invivibile.
Anche se la passione indigena fa dilatare gli effetti di qualche scheggia di bello, la realtà è che la nostra città diventa ogni giorno meno piacevole, più anonima, più attorcigliata fra cementi, nastri d'asfalto brulicanti di lamiere, sporcizia ed aria inquinata.
Assicurano che questo sia il destino delle metropoli ma, avendo girato abbastanza l'Europa, la sorte matrigna come con noi lo è stata raramente.
Milano ha una posizione geografica infelice. Non beneficia di una ventilazione decente e quando c'è vento, come in questi giorni, siamo talmente disabituati che diventiamo tutti isterici.
Ha una configurazione toponomastica contorta che nemmeno i bombardamenti della seconda guerra mondiale sono riusciti a correggere.
Ha ai propri angusti confini (un'area municipale fra le più limitate) diagonali di centrotrenta chilometri urbanizzate ognuna secondo un proprio modello, ovviamente in dispregio di un disegno globale che nessun ente territoriale, impegnato in visioni planetarie, gli ha mai imposto.
In questo contesto, il problema del traffico è esplosivo come porre una colonia di batteri del tifo nell'acquedotto..
Per limitarsi agli ultimi vent'anni, hanno tentato di metter cerotti tutte le amministrazioni municipali, con rimedi di breve respiro e mancanti di una visione strategica.
Singolare fu l'idea di un sindaco socialista di chiudere il centro storico a sorpresa nei giorni di Natale, con le auto tutt'intorno incolonnate ed impossibilitate a svincolarsi. Raccontano di qualcuno che lì trascorse la notte del Bambino.
Egualmente geniale fu un tale Formentini che per porre ostacoli al traffico sospese la manutenzione delle strade, che presto sembrarono un paesaggio lunare. Tutte le categorie dell'auto lo elessero loro benefattore.
Ora arriva la signora Moratti, sindaco delle libertà, che medita di passare alla storia per avere restituito a Milano l'aria pulita, dopo avere riformato con minore fortuna la scuola italiana da ministro.
Milano non è eliminabile?
Le auto nemmeno, per ora?
C'è qualcosa di trendy ed ecologico in giro per l'Europa?
Voilà, il gioco è fatto. Un consistente ticket per tutti coloro che usano la macchina, siano essi pendolari o residenti, con l'unica eccezione per coloro che comprano l'auto nuova, così Luca Cordero ed il Corriere saranno più amici.
In cambio?
Fra cinque anni, aria delle Orobie circolerà festosa per le nostre piazze e vie e potremo girare anche senza mascherina in inverno.
Ci saranno le piste ciclabili, così le signore bene ed i vecchi biliosi eviteranno di investire i pedoni sui marciapiedi, molti tram in più, tante caldaie ecologiche per quando verrà freddo. Se non si adegueranno, i proprietari degli stabili saranno tassati affinché con il ricavato si possa fare circolare anche aria delle Dolomiti nelle domeniche milanesi.
Il noto problema dei parcheggi per ospitare le auto sarà risolto dalla drastica diminuzione delle stesse.
Il programma d'estensione della rete metropolitana sarà accantonato per la semplice ragione che i milanesi preferiranno spostarsi a piedi o in bicicletta.
Resterà il problema dell'inquinamento dell'hinterland. Se tutti i comuni confinanti, e così via a raggera, non si adegueranno alle regole della capitale, il secondo piano quinquennale prevederà un importante investimento in paratie alte centinaia di metri che saranno calate intorno ai confini cittadini ogni volta che i valori dell'inquinamento provinciale minacceranno la purezza dell'aria milanese.
Tutto perfetto?
Un problema si porrà. L'assembramento di pedoni nelle strade impedirà la pulizia periodica delle stesse. La sporcizia via via si accumulerà, creando impedimenti alla circolazione ma anche proteste dei cittadini esasperati che, sobillati dalla malavita, appiccheranno pericolosamente il fuoco ai rifiuti.
L'ordine pubblico peggiorerà, e vive saranno le proteste delle signore bene che non potranno più circolare con le loro biciclette griffate.
Il sindaco Moratti penserà allora ad un provvedimento drastico e rivoluzionario come l'antica tassa sulle auto.
Un dazio per tutti i cittadini che calpestano l'asfalto pubblico ed un articolato programma affinché tutte le attività impiegatizie siano svolte al domicilio con il computer, così come tutti gli acquisti per la sopravvivenza.
Sarebbe stata la perfezione, se non fosse esistito quello stupido partito dell'inquinamento che alleatosi con i leghisti, i conservatori, il partito degli automobilisti e dei pedoni, usò il suo voto determinante per sfiduciare il sindaco.
Anche se la passione indigena fa dilatare gli effetti di qualche scheggia di bello, la realtà è che la nostra città diventa ogni giorno meno piacevole, più anonima, più attorcigliata fra cementi, nastri d'asfalto brulicanti di lamiere, sporcizia ed aria inquinata.
Assicurano che questo sia il destino delle metropoli ma, avendo girato abbastanza l'Europa, la sorte matrigna come con noi lo è stata raramente.
Milano ha una posizione geografica infelice. Non beneficia di una ventilazione decente e quando c'è vento, come in questi giorni, siamo talmente disabituati che diventiamo tutti isterici.
Ha una configurazione toponomastica contorta che nemmeno i bombardamenti della seconda guerra mondiale sono riusciti a correggere.
Ha ai propri angusti confini (un'area municipale fra le più limitate) diagonali di centrotrenta chilometri urbanizzate ognuna secondo un proprio modello, ovviamente in dispregio di un disegno globale che nessun ente territoriale, impegnato in visioni planetarie, gli ha mai imposto.
In questo contesto, il problema del traffico è esplosivo come porre una colonia di batteri del tifo nell'acquedotto..
Per limitarsi agli ultimi vent'anni, hanno tentato di metter cerotti tutte le amministrazioni municipali, con rimedi di breve respiro e mancanti di una visione strategica.
Singolare fu l'idea di un sindaco socialista di chiudere il centro storico a sorpresa nei giorni di Natale, con le auto tutt'intorno incolonnate ed impossibilitate a svincolarsi. Raccontano di qualcuno che lì trascorse la notte del Bambino.
Egualmente geniale fu un tale Formentini che per porre ostacoli al traffico sospese la manutenzione delle strade, che presto sembrarono un paesaggio lunare. Tutte le categorie dell'auto lo elessero loro benefattore.
Ora arriva la signora Moratti, sindaco delle libertà, che medita di passare alla storia per avere restituito a Milano l'aria pulita, dopo avere riformato con minore fortuna la scuola italiana da ministro.
Milano non è eliminabile?
Le auto nemmeno, per ora?
C'è qualcosa di trendy ed ecologico in giro per l'Europa?
Voilà, il gioco è fatto. Un consistente ticket per tutti coloro che usano la macchina, siano essi pendolari o residenti, con l'unica eccezione per coloro che comprano l'auto nuova, così Luca Cordero ed il Corriere saranno più amici.
In cambio?
Fra cinque anni, aria delle Orobie circolerà festosa per le nostre piazze e vie e potremo girare anche senza mascherina in inverno.
Ci saranno le piste ciclabili, così le signore bene ed i vecchi biliosi eviteranno di investire i pedoni sui marciapiedi, molti tram in più, tante caldaie ecologiche per quando verrà freddo. Se non si adegueranno, i proprietari degli stabili saranno tassati affinché con il ricavato si possa fare circolare anche aria delle Dolomiti nelle domeniche milanesi.
Il noto problema dei parcheggi per ospitare le auto sarà risolto dalla drastica diminuzione delle stesse.
Il programma d'estensione della rete metropolitana sarà accantonato per la semplice ragione che i milanesi preferiranno spostarsi a piedi o in bicicletta.
Resterà il problema dell'inquinamento dell'hinterland. Se tutti i comuni confinanti, e così via a raggera, non si adegueranno alle regole della capitale, il secondo piano quinquennale prevederà un importante investimento in paratie alte centinaia di metri che saranno calate intorno ai confini cittadini ogni volta che i valori dell'inquinamento provinciale minacceranno la purezza dell'aria milanese.
Tutto perfetto?
Un problema si porrà. L'assembramento di pedoni nelle strade impedirà la pulizia periodica delle stesse. La sporcizia via via si accumulerà, creando impedimenti alla circolazione ma anche proteste dei cittadini esasperati che, sobillati dalla malavita, appiccheranno pericolosamente il fuoco ai rifiuti.
L'ordine pubblico peggiorerà, e vive saranno le proteste delle signore bene che non potranno più circolare con le loro biciclette griffate.
Il sindaco Moratti penserà allora ad un provvedimento drastico e rivoluzionario come l'antica tassa sulle auto.
Un dazio per tutti i cittadini che calpestano l'asfalto pubblico ed un articolato programma affinché tutte le attività impiegatizie siano svolte al domicilio con il computer, così come tutti gli acquisti per la sopravvivenza.
Sarebbe stata la perfezione, se non fosse esistito quello stupido partito dell'inquinamento che alleatosi con i leghisti, i conservatori, il partito degli automobilisti e dei pedoni, usò il suo voto determinante per sfiduciare il sindaco.
01 novembre 2006
Ho letto Vassalli
Sebastiano Vassalli è con Sciascia, Salinger, Chiara uno degli autori che leggo dagli esordi e cui continuo ad essere attento e fedele.
L'ultima raccolta di racconti edita per i tipi di Einaudi nell'agosto scorso, La morte di Marx, segna un tentativo dello scrittore di sperimentare nuove strade.
Egli scrive in nota all'opera che... «bisognava tentare di essere assolutamente moderni e... dopo avere pensato per vent'anni (credo a ragione) che il presente non fosse raccontabile, ho voluto tornarci per vedere se era cambiato qualcosa...».
Ne è sortita un'opera strana, composta di tre parti scritte in epoche diverse, di cui nell'ultima, di due anni fa, si può cogliere di Vassalli il respiro del grande affrescatore e narratore.
Più taglienti, brevi, quasi asettici i racconti moderni che raffigurano uomini-automi, atomi di una massa senz'anima.
Una lettura affascinante, stringente, provocante nei sentimenti contrastanti che suscitano i due momenti del libro. Lo raccomando, non prima di suggerire per chi non avesse dimestichezza con l'Autore, di leggere almeno La notte e la cometa.
L'ultima raccolta di racconti edita per i tipi di Einaudi nell'agosto scorso, La morte di Marx, segna un tentativo dello scrittore di sperimentare nuove strade.
Egli scrive in nota all'opera che... «bisognava tentare di essere assolutamente moderni e... dopo avere pensato per vent'anni (credo a ragione) che il presente non fosse raccontabile, ho voluto tornarci per vedere se era cambiato qualcosa...».
Ne è sortita un'opera strana, composta di tre parti scritte in epoche diverse, di cui nell'ultima, di due anni fa, si può cogliere di Vassalli il respiro del grande affrescatore e narratore.
Più taglienti, brevi, quasi asettici i racconti moderni che raffigurano uomini-automi, atomi di una massa senz'anima.
Una lettura affascinante, stringente, provocante nei sentimenti contrastanti che suscitano i due momenti del libro. Lo raccomando, non prima di suggerire per chi non avesse dimestichezza con l'Autore, di leggere almeno La notte e la cometa.
30 ottobre 2006
Derby amaro
Perdere un derby provoca sempre una stizza amara.
Che si abbiano 12 punti veri di vantaggio o che si faccia un campionato di preparazione alla Champions come l'attuale, la supremazia sotto il campanile vale indiscutibilmente una stagione!
Ieri sera, 29 ottobre, il Milan ha perso per la seconda volta di seguito in casa, come non gli capitava da nove anni, contro gli odiosi nerazzurri: quelli dello scudetto politico della vergogna.
Ha perso e rischiato la goleada sino al 60° giocando sui suoi standard peggiori dell'anno.
Una difesa impresentabile, con Dida tremebondo come gli capita troppo spesso nelle occasioni importanti, un Nesta fermo come un paracarro, Cafù un ex e Janku un mediocre senza personalità che solo Galliani vede campione per giustificare una delle tante topiche delle sue campagne acquisti.
Al quarto gol degli odiosi nerazzurri, segnato dal più insopportabile di tutti, Materazzi, costui si faceva espellere per un festeggiamento becero ora finalmente vietato dai regolamenti.
Sotto di tre, svillaneggiato dalla curva dei motorini, il Milan ha tirato fuori orgoglio ed attributi, giocando finalmente una partita d'attacco in verticale, occupando stabilmente le fasce, mettendo passione ed irruenza, sino a sfiorare un clamoroso pareggio nei minuti di recupero.
Ciò gli ha meritato la hola della curva epurata dal vicepresidente esecutivo, ma non cambia la sostanza di una sconfitta insopportabile.
Sono ricomparsi gli attaccanti a tabellino. Il Gila molto più solido di un Inzaghi in tilt ed in debito di considerazione con gli arbitri, Seedorf che ha dimostrato di sapere offendere con il tiro da media, se solo la panchina gli vieta di fare la foca da circo, Kakà ha confermato d'essere l'unico fuoriclasse di questa squadra.
L'attacco in trance agonistica ha supplito anche al vuoto di un centrocampo in cui Pirlo sembra sempre di più perso alla causa ed inoltre svogliato e supponente.
Dimenticavo che per 45' ha giocato Oliveira, il fuoriclasse da 44 miliardi di lire, che Galliani ha acquistato perché sponsorizzato dal fratello di Ronaldinho. Non pervenuto anche stavolta.
Stesso timing per Maldini, che a 38 anni ha dato vigore e dinamismo alla fascia di sinistra, sempre orfana del concorde brasiliano.
Adesso tappiamoci le orecchie per non ascoltare gli sfottò degli interisti e pensiamo seriamente a come aggiustare in modo dignitoso questo campionato, senza farci venire angosce da quarto posto che sembrano onestamente al di fuori della nostra portata, a causa degli otto punti di penalizzazione e dell'involuzione di una squadra che è ormai arrivata al capolinea della propria avventura in rossonero.
L'handicap non è stato alleviato dal Coni, sembra per un dictat della "soave" Melandri.
La coproduzione Galliani-Meani, con regia dell'avv. Rossi, è talmente di successo che hanno pensato di lasciarla in cartellone.
Pensiamo a non gettare alle ortiche una stagione che può servire per la ricostruzione della squadra, magari con qualche acconcio innesto al mercato di riparazione di gennaio.
Ma di ciò si occupi Berlusconi, e non il nefasto pelato.
Arrivederci al derby di ritorno ed alla Champions, se avremo fiato e gambe per andare avanti oltre il girone eliminatorio.
Che si abbiano 12 punti veri di vantaggio o che si faccia un campionato di preparazione alla Champions come l'attuale, la supremazia sotto il campanile vale indiscutibilmente una stagione!
Ieri sera, 29 ottobre, il Milan ha perso per la seconda volta di seguito in casa, come non gli capitava da nove anni, contro gli odiosi nerazzurri: quelli dello scudetto politico della vergogna.
Ha perso e rischiato la goleada sino al 60° giocando sui suoi standard peggiori dell'anno.
Una difesa impresentabile, con Dida tremebondo come gli capita troppo spesso nelle occasioni importanti, un Nesta fermo come un paracarro, Cafù un ex e Janku un mediocre senza personalità che solo Galliani vede campione per giustificare una delle tante topiche delle sue campagne acquisti.
Al quarto gol degli odiosi nerazzurri, segnato dal più insopportabile di tutti, Materazzi, costui si faceva espellere per un festeggiamento becero ora finalmente vietato dai regolamenti.
Sotto di tre, svillaneggiato dalla curva dei motorini, il Milan ha tirato fuori orgoglio ed attributi, giocando finalmente una partita d'attacco in verticale, occupando stabilmente le fasce, mettendo passione ed irruenza, sino a sfiorare un clamoroso pareggio nei minuti di recupero.
Ciò gli ha meritato la hola della curva epurata dal vicepresidente esecutivo, ma non cambia la sostanza di una sconfitta insopportabile.
Sono ricomparsi gli attaccanti a tabellino. Il Gila molto più solido di un Inzaghi in tilt ed in debito di considerazione con gli arbitri, Seedorf che ha dimostrato di sapere offendere con il tiro da media, se solo la panchina gli vieta di fare la foca da circo, Kakà ha confermato d'essere l'unico fuoriclasse di questa squadra.
L'attacco in trance agonistica ha supplito anche al vuoto di un centrocampo in cui Pirlo sembra sempre di più perso alla causa ed inoltre svogliato e supponente.
Dimenticavo che per 45' ha giocato Oliveira, il fuoriclasse da 44 miliardi di lire, che Galliani ha acquistato perché sponsorizzato dal fratello di Ronaldinho. Non pervenuto anche stavolta.
Stesso timing per Maldini, che a 38 anni ha dato vigore e dinamismo alla fascia di sinistra, sempre orfana del concorde brasiliano.
Adesso tappiamoci le orecchie per non ascoltare gli sfottò degli interisti e pensiamo seriamente a come aggiustare in modo dignitoso questo campionato, senza farci venire angosce da quarto posto che sembrano onestamente al di fuori della nostra portata, a causa degli otto punti di penalizzazione e dell'involuzione di una squadra che è ormai arrivata al capolinea della propria avventura in rossonero.
L'handicap non è stato alleviato dal Coni, sembra per un dictat della "soave" Melandri.
La coproduzione Galliani-Meani, con regia dell'avv. Rossi, è talmente di successo che hanno pensato di lasciarla in cartellone.
Pensiamo a non gettare alle ortiche una stagione che può servire per la ricostruzione della squadra, magari con qualche acconcio innesto al mercato di riparazione di gennaio.
Ma di ciò si occupi Berlusconi, e non il nefasto pelato.
Arrivederci al derby di ritorno ed alla Champions, se avremo fiato e gambe per andare avanti oltre il girone eliminatorio.
25 ottobre 2006
Promemoria per mio figlio
Tradotto dal politico-burocratese, la vicenda del Tfr è in questi termini.
Tu alla fine del mese rinunci ad un tot di retribuzione per accantonarla, per la tua buon'uscita alla cessazione del rapporto con l'azienda.
Sino ad oggi questi soldi se li incamerava il datore di lavoro, che iscriveva il debito in bilancio senza preoccuparsi di dotarsi della relativa copertura.
Non glielo imponeva né la deontologia contrattuale né una delle tre-quattromila leggi, leggine, decreti, norme attuative che il Parlamento italiano emana ogni anno.
Era, di fatto, un conto soci che veniva onorato se al momento dell'addio l'azienda era ancora viva e vegeta. Diversamente, passavi fra i creditori privilegiati con tutte le garanzie del caso per il liquidatore fallimentare.
In quarant'anni di vita lavorativa, mai sentito un sindacalista denunciare l'esistenza di fondi liquidazione senza copertura. Figuriamoci l'ufficio studi di Confindustria.
Silenzio anche da parte della stampa economica e dei guru della Bocconi.
Era una stranezza del sistema Italia, ma funzionava perfettamente nel silenzio omertoso di tutti.
L'unica vera garanzia era che il tuo debitore potevi guardarlo in faccia e, ultima ratio in caso d'inadempienza, rigare la Bmw del direttore del personale.
Lo stato sociale?
Si faceva vivo all'atto dell'erogazione della liquidazione tassandoti con una sontuosa aliquota.
Adesso cosa cambia?
Cambia il tuo debitore. Si chiamerà Inps.
Solo a nominarlo vengono i brividi, poiché i tuoi soldi accantonati non solo continueranno a non avere copertura ma saranno a forte rischio di prelievi per la c.i.g. della Fiat, contributi di solidarietà, prelievi patrimoniali ed altre viscate del genere.
Ma tu ti chiedi perché il sindacato non ha reagito indignato, anzi ha sottoscritto questi protocolli.
Semplice.
Con i fondi Tfr espropriati e le pensioni prossimamente riformate, ipotizzano di introdurre una contrattazione previdenziale integrativa gestita, bada bene, non da esperte società finanziarie ed assicurative, ma dai sindacati stessi con l'assistenza di Unipol e compagni, al fine di costituire masse di liquidità da portare a sostegno di qualche capitano coraggioso nel risiko dei capitali.
Quanto a quelli delle piccole aziende, continuino a sbrigarsela con i loro datori di lavoro.
Questa è una storia tutta italiana.
Italiana perché in Europa non esiste, di fatto, la liquidazione di fine rapporto ed il lavoratore gode quindi di una maggiore retribuzione.
Italiana perché una norma espropriativa di stampo leninista, dopo la caduta del muro, poteva essere concepita e realizzata solo in questa penisola mediterranea a conduzione ulivista.
E adesso?
Adesso metteranno mano alle pensioni, se i numeri gli consentiranno di governare sino all'autunno del 2007.
E le lacrime diventeranno pianto dirotto.
Tu alla fine del mese rinunci ad un tot di retribuzione per accantonarla, per la tua buon'uscita alla cessazione del rapporto con l'azienda.
Sino ad oggi questi soldi se li incamerava il datore di lavoro, che iscriveva il debito in bilancio senza preoccuparsi di dotarsi della relativa copertura.
Non glielo imponeva né la deontologia contrattuale né una delle tre-quattromila leggi, leggine, decreti, norme attuative che il Parlamento italiano emana ogni anno.
Era, di fatto, un conto soci che veniva onorato se al momento dell'addio l'azienda era ancora viva e vegeta. Diversamente, passavi fra i creditori privilegiati con tutte le garanzie del caso per il liquidatore fallimentare.
In quarant'anni di vita lavorativa, mai sentito un sindacalista denunciare l'esistenza di fondi liquidazione senza copertura. Figuriamoci l'ufficio studi di Confindustria.
Silenzio anche da parte della stampa economica e dei guru della Bocconi.
Era una stranezza del sistema Italia, ma funzionava perfettamente nel silenzio omertoso di tutti.
L'unica vera garanzia era che il tuo debitore potevi guardarlo in faccia e, ultima ratio in caso d'inadempienza, rigare la Bmw del direttore del personale.
Lo stato sociale?
Si faceva vivo all'atto dell'erogazione della liquidazione tassandoti con una sontuosa aliquota.
Adesso cosa cambia?
Cambia il tuo debitore. Si chiamerà Inps.
Solo a nominarlo vengono i brividi, poiché i tuoi soldi accantonati non solo continueranno a non avere copertura ma saranno a forte rischio di prelievi per la c.i.g. della Fiat, contributi di solidarietà, prelievi patrimoniali ed altre viscate del genere.
Ma tu ti chiedi perché il sindacato non ha reagito indignato, anzi ha sottoscritto questi protocolli.
Semplice.
Con i fondi Tfr espropriati e le pensioni prossimamente riformate, ipotizzano di introdurre una contrattazione previdenziale integrativa gestita, bada bene, non da esperte società finanziarie ed assicurative, ma dai sindacati stessi con l'assistenza di Unipol e compagni, al fine di costituire masse di liquidità da portare a sostegno di qualche capitano coraggioso nel risiko dei capitali.
Quanto a quelli delle piccole aziende, continuino a sbrigarsela con i loro datori di lavoro.
Questa è una storia tutta italiana.
Italiana perché in Europa non esiste, di fatto, la liquidazione di fine rapporto ed il lavoratore gode quindi di una maggiore retribuzione.
Italiana perché una norma espropriativa di stampo leninista, dopo la caduta del muro, poteva essere concepita e realizzata solo in questa penisola mediterranea a conduzione ulivista.
E adesso?
Adesso metteranno mano alle pensioni, se i numeri gli consentiranno di governare sino all'autunno del 2007.
E le lacrime diventeranno pianto dirotto.
22 ottobre 2006
Alla fine del viaggio
Non c'è molto da commentare dopo Milan-Palermo 0 a 2.
È stato già detto tutto sul grado di sfinimento di una squadra senza riserve atletiche e senza gioco.
È stato sufficiente incontrare un avversario di buon valore ed organizzazione, che in estate ha fatto gli acquisti giusti (Simplicio non ti dice nulla Galliani?), ed è calata subito la notte.
I rossoneri hanno un attacco tatticamente incapace di segnare, perché le due punte giocano in un metro quadro e non se la passano nemmeno sotto tortura, e Tizio Oliveira non risulta pervenuto nel mondo del calcio.
Difesa e centrocampo vivono degli scampoli di vitalità di ex atleti senza entusiasmi e senza nerbo.
Poiché nella vita i belgi di Bruxelles capitano ogni cinque anni, aspettiamoci nel campionato altre magre figure e delusioni cocenti.
Se la dirigenza esistesse ancora, ne prenderebbe atto per mettere a frutto l'annata di transizione con qualche inserimento di prospettiva al mercato di gennaio e per pretendere un nuovo modulo di gioco, previo pensionamento di Ancelotti.
Se invece si continuerà a specchiarsi nella fotografia di quando si era giovani e belli, si correranno rischi anche gravissimi.
Ho abbastanza anni per ricordare il Milan di Radice che andò in Serie B convinto di giocare meglio di tutti gli altri.
Provvedere, sin che c'è tempo!
È stato già detto tutto sul grado di sfinimento di una squadra senza riserve atletiche e senza gioco.
È stato sufficiente incontrare un avversario di buon valore ed organizzazione, che in estate ha fatto gli acquisti giusti (Simplicio non ti dice nulla Galliani?), ed è calata subito la notte.
I rossoneri hanno un attacco tatticamente incapace di segnare, perché le due punte giocano in un metro quadro e non se la passano nemmeno sotto tortura, e Tizio Oliveira non risulta pervenuto nel mondo del calcio.
Difesa e centrocampo vivono degli scampoli di vitalità di ex atleti senza entusiasmi e senza nerbo.
Poiché nella vita i belgi di Bruxelles capitano ogni cinque anni, aspettiamoci nel campionato altre magre figure e delusioni cocenti.
Se la dirigenza esistesse ancora, ne prenderebbe atto per mettere a frutto l'annata di transizione con qualche inserimento di prospettiva al mercato di gennaio e per pretendere un nuovo modulo di gioco, previo pensionamento di Ancelotti.
Se invece si continuerà a specchiarsi nella fotografia di quando si era giovani e belli, si correranno rischi anche gravissimi.
Ho abbastanza anni per ricordare il Milan di Radice che andò in Serie B convinto di giocare meglio di tutti gli altri.
Provvedere, sin che c'è tempo!
14 ottobre 2006
La palude
E' arrivato il decreto Gentiloni sul cosiddetto riordino del sistema televisivo e puntualmente è seguita la furiosa reazione di Berlusconi.
Che noia e che tristezza.
Da oltre quindici anni la politica italiana, tutta, ruota intorno a questo tema.
Da un lato gli statalisti che vorrebbero tornare alla sola Rai con qualche privata per la pornografia notturna; dall'altra Mediaset ed il suo proprietario che non intendono cedere un centimetro delle posizioni acquisite.
Ma nel frattempo sono passati i lustri!
Le battaglie di libertà combattute dal paese per un sistema televisivo più libero e concorrenziale sono passate senza lasciare traccia di cambiamento.
I gruppi editoriali del duopolio si sono omologati reciprocamente con palinsesti sempre più spogli, plebei, beceri oltre il limite della dignità.
La diretta e l'informazione si sono allineati al pensiero comune del generone romano, un po' fregnone, de sinistra veltroniana.
Il proprietario di Mediaset si è dato alla politica con un occhio sempre e solo attento alla tutela del proprio patrimonio.
E sono passati quindici anni in cui abbiamo sentito parlare solo di televisioni, duopolio e connesso conflitto d'interesse.
Mai di industria culturale.
Sentire la sinistra ancor'oggi anelare ad una Rai monocolore o Berlusconi che parla di attentato alla democrazia fa veramente pena.
Fa dispiacere constatare che la politica non abbia donato al Cavaliere una capacità di visione che sappia innalzarsi oltre Cologno Monzese, l'affollamento pubblicitario e altre bazzecole.
Non stupisce vedere confermato che il nascente Partito Democratico ed i suoi esponenti sappiano solo fare il girotondo intorno al cavallo di via Mazzini, mentre il riformismo è affidato al trio delle meraviglie Di Pietro-Mastella-Visco.
E in questa furibonda battaglia, questi titani della politica non avvertono che all'opinione pubblica, a differenza di quindici o dieci anni fa, di Rai o Mediaset e dintorni non interessa più niente.
Fatta eccezione per gli stipendiati dell'Auditel, tutti sapremmo sopravvivere a meno Mentana, Costanzo, reality e bischerate varie, ma anche a buona parte dei programmi Rai. Per par condicio.
Perché?
Perché questa televisione-spazzatura annoia e scandalizza chi ha una cultura civile o religiosa appena superiore a quella di un borgataro e per questa robaccia nessuno è disposto ad infervorarsi per più di mezz'ora.
Se poi l'iniziativa è il solito mezzuccio dei sagrestani di sinistra per indurre il Berlusca a trattare la sua uscita dalla politica, ciò aggiungerebbe disgusto a noia.
Anche perché, se non l'hanno ancora capito Prodi ed i post, con o senza Berlusconi in Italia la destra è largamente maggioritaria. A dispetto dei media omologati e presto statalizzati.
Che noia e che tristezza.
Da oltre quindici anni la politica italiana, tutta, ruota intorno a questo tema.
Da un lato gli statalisti che vorrebbero tornare alla sola Rai con qualche privata per la pornografia notturna; dall'altra Mediaset ed il suo proprietario che non intendono cedere un centimetro delle posizioni acquisite.
Ma nel frattempo sono passati i lustri!
Le battaglie di libertà combattute dal paese per un sistema televisivo più libero e concorrenziale sono passate senza lasciare traccia di cambiamento.
I gruppi editoriali del duopolio si sono omologati reciprocamente con palinsesti sempre più spogli, plebei, beceri oltre il limite della dignità.
La diretta e l'informazione si sono allineati al pensiero comune del generone romano, un po' fregnone, de sinistra veltroniana.
Il proprietario di Mediaset si è dato alla politica con un occhio sempre e solo attento alla tutela del proprio patrimonio.
E sono passati quindici anni in cui abbiamo sentito parlare solo di televisioni, duopolio e connesso conflitto d'interesse.
Mai di industria culturale.
Sentire la sinistra ancor'oggi anelare ad una Rai monocolore o Berlusconi che parla di attentato alla democrazia fa veramente pena.
Fa dispiacere constatare che la politica non abbia donato al Cavaliere una capacità di visione che sappia innalzarsi oltre Cologno Monzese, l'affollamento pubblicitario e altre bazzecole.
Non stupisce vedere confermato che il nascente Partito Democratico ed i suoi esponenti sappiano solo fare il girotondo intorno al cavallo di via Mazzini, mentre il riformismo è affidato al trio delle meraviglie Di Pietro-Mastella-Visco.
E in questa furibonda battaglia, questi titani della politica non avvertono che all'opinione pubblica, a differenza di quindici o dieci anni fa, di Rai o Mediaset e dintorni non interessa più niente.
Fatta eccezione per gli stipendiati dell'Auditel, tutti sapremmo sopravvivere a meno Mentana, Costanzo, reality e bischerate varie, ma anche a buona parte dei programmi Rai. Per par condicio.
Perché?
Perché questa televisione-spazzatura annoia e scandalizza chi ha una cultura civile o religiosa appena superiore a quella di un borgataro e per questa robaccia nessuno è disposto ad infervorarsi per più di mezz'ora.
Se poi l'iniziativa è il solito mezzuccio dei sagrestani di sinistra per indurre il Berlusca a trattare la sua uscita dalla politica, ciò aggiungerebbe disgusto a noia.
Anche perché, se non l'hanno ancora capito Prodi ed i post, con o senza Berlusconi in Italia la destra è largamente maggioritaria. A dispetto dei media omologati e presto statalizzati.
12 ottobre 2006
Alitalia requiescat in pacem
I quotidiani di questi giorni danno ampio spazio all'agonia di Alitalia dopo le intemerate del presidente della società Cimoli (più voliamo, più perdiamo) e del primo ministro Prodi, che ha baldanzosamente proclamato: datemi tre mesi e risolvo tutto.
Al primo viene da chiedere dove ha buttato i miliardi della ricapitalizzazione di due anni fa, che avrebbero dovuto fare uscire Alitalia dalla crisi; il secondo va solo interpretato.
Entro tre mesi nominerà un amico commissario straordinario (ma non andrebbe bene l'avv. Rossi?) e organizzerà una baracconata con Bruxelles per buttare un po' di miliardi nella più infernale fornace mangiasoldi del dopoguerra.
Chiudere? E' un verbo che tutta la nostra classe politica non conosce né sa coniugare.
Eppure le ragioni per portare i libri in tribunale sono così evidenti che anche un Prodi qualsiasi dovrebbe intenderle.
Alitalia è un'azienda morta nel sentito dell'utenza nazionale ed internazionale.
Chi ha avuto la sventura di usare la nostra flotta, cioè quasi tutti, ha toccato con mano cosa significhi insoddisfazione del cliente. Non è solo un problema di management, mezzi confortevoli, capitali per competere. Per Alitalia, il cliente a terra ed in volo è una cosa fastidiosa da trattare nel peggiore dei modi, con toni villani o infastiditi.
Soprattutto per questo Alitalia è finita, e con maggiore evidenza da quando le low-cost hanno percorso le rotte nazionali ed europee per meno della metà della metà del biglietto.
La risposta aziendale alla competizione è stata in questo ultimo decennio scioperi selvaggi, dichiarati, di settore, di terra e di fusoliera, occupazione degli aeroporti, degli hangar, dei pulman passeggeri.
Ultima ma doverosa considerazione.
Alitalia, con Banca Popolare di Milano, è l'unica azienda italiana dove governano, di fatto, i sindacati. Ma mentre in quella banca lo sforzo di coniugare competività e cogestione è in continuo divenire, qui questo potere si è tradotto in inaccettabili privilegi che hanno condotto allo sfascio di questi anni.
Mentre le altre flotte riducevano il personale di volo, in Alitalia, tutt'ora, assistiamo allo scandalo dell'equipaggio dei voli di Malpensa che parte da Roma il giorno prima, pernotta in albergo, lavoricchia e, riatterrato, ritorna a Roma.
La nuova frontiera della mobilità!
E allora i libri di questa azienda defunta e non più sopportabile portiamoli finalmente in Tribunale.
Il sistema paese non perderà né servizi né prestigio e continuerà a volare spendendo un po' meno.
PS: Aspettiamo con ansia la fine del viaggio terreno di Trenitalia, Poste Italiane ed altri baracconi regionali, provinciali e comunali. Dopo vedrete che le tasse si potranno ridurre senza guerre ideologiche.
Al primo viene da chiedere dove ha buttato i miliardi della ricapitalizzazione di due anni fa, che avrebbero dovuto fare uscire Alitalia dalla crisi; il secondo va solo interpretato.
Entro tre mesi nominerà un amico commissario straordinario (ma non andrebbe bene l'avv. Rossi?) e organizzerà una baracconata con Bruxelles per buttare un po' di miliardi nella più infernale fornace mangiasoldi del dopoguerra.
Chiudere? E' un verbo che tutta la nostra classe politica non conosce né sa coniugare.
Eppure le ragioni per portare i libri in tribunale sono così evidenti che anche un Prodi qualsiasi dovrebbe intenderle.
Alitalia è un'azienda morta nel sentito dell'utenza nazionale ed internazionale.
Chi ha avuto la sventura di usare la nostra flotta, cioè quasi tutti, ha toccato con mano cosa significhi insoddisfazione del cliente. Non è solo un problema di management, mezzi confortevoli, capitali per competere. Per Alitalia, il cliente a terra ed in volo è una cosa fastidiosa da trattare nel peggiore dei modi, con toni villani o infastiditi.
Soprattutto per questo Alitalia è finita, e con maggiore evidenza da quando le low-cost hanno percorso le rotte nazionali ed europee per meno della metà della metà del biglietto.
La risposta aziendale alla competizione è stata in questo ultimo decennio scioperi selvaggi, dichiarati, di settore, di terra e di fusoliera, occupazione degli aeroporti, degli hangar, dei pulman passeggeri.
Ultima ma doverosa considerazione.
Alitalia, con Banca Popolare di Milano, è l'unica azienda italiana dove governano, di fatto, i sindacati. Ma mentre in quella banca lo sforzo di coniugare competività e cogestione è in continuo divenire, qui questo potere si è tradotto in inaccettabili privilegi che hanno condotto allo sfascio di questi anni.
Mentre le altre flotte riducevano il personale di volo, in Alitalia, tutt'ora, assistiamo allo scandalo dell'equipaggio dei voli di Malpensa che parte da Roma il giorno prima, pernotta in albergo, lavoricchia e, riatterrato, ritorna a Roma.
La nuova frontiera della mobilità!
E allora i libri di questa azienda defunta e non più sopportabile portiamoli finalmente in Tribunale.
Il sistema paese non perderà né servizi né prestigio e continuerà a volare spendendo un po' meno.
PS: Aspettiamo con ansia la fine del viaggio terreno di Trenitalia, Poste Italiane ed altri baracconi regionali, provinciali e comunali. Dopo vedrete che le tasse si potranno ridurre senza guerre ideologiche.
10 ottobre 2006
Il campionato più bello del mondo
Nel post partita di Italia-Ucraina, Gattuso ha riconosciuto che il campionato italiano ha cessato di essere il più bello del mondo. Se n'è accorto un passionale ardente come SAR Ringhio, e ad affermare il contrario restano solo Franco Ordine ed i curvaioli di tutta Italia che di calcio non capiscono niente.
A me qualche dubbio era venuto dal 7 Aprile 2004. Cioè da quando, a La Coruna, svanì nel nulla il più bel Milan dell'ultimo decennio.
Cosa abbia determinato il più orribile delitto del nascente millennio non è dato sapere, ma è certo che da quel giorno l'unica squadra che in Italia sapeva fare calcio di classe sopraffina si è manifestata solo con rari ed intermittenti bagliori dei suoi vecchi e nuovi artisti.
Per il quotidiano, un sonnacchioso tran-tran sempre più lento ed asfittico.
E poiché il bel calcio in Italia è Milan e solo Milan, quando a Milanello girano l'interruttore sullo spento, il più bel campionato del mondo diventa una povera cosa. Se poi all'appello mancano anche gli spaccaossa di Torino, è nebbia profonda e umidità prodotta in quantità industriale dai chiagn' e fott' dell'altra riva dell'Olona.
Cosa sperare?
Che il Cavaliere si tolga lo sfizio di portarsi a Milano un Ronaldinho con la voglia, e che i Gobbi purgati tornino a dare un senso per nove mesi alla sfida.
A Moratti tornerebbe il piacere di spendere inutilmente 200 milioni in cartellini e la libidine di accendere lucini perché torni un Rossi a rimpinguare il palmares della vergogna.
A me qualche dubbio era venuto dal 7 Aprile 2004. Cioè da quando, a La Coruna, svanì nel nulla il più bel Milan dell'ultimo decennio.
Cosa abbia determinato il più orribile delitto del nascente millennio non è dato sapere, ma è certo che da quel giorno l'unica squadra che in Italia sapeva fare calcio di classe sopraffina si è manifestata solo con rari ed intermittenti bagliori dei suoi vecchi e nuovi artisti.
Per il quotidiano, un sonnacchioso tran-tran sempre più lento ed asfittico.
E poiché il bel calcio in Italia è Milan e solo Milan, quando a Milanello girano l'interruttore sullo spento, il più bel campionato del mondo diventa una povera cosa. Se poi all'appello mancano anche gli spaccaossa di Torino, è nebbia profonda e umidità prodotta in quantità industriale dai chiagn' e fott' dell'altra riva dell'Olona.
Cosa sperare?
Che il Cavaliere si tolga lo sfizio di portarsi a Milano un Ronaldinho con la voglia, e che i Gobbi purgati tornino a dare un senso per nove mesi alla sfida.
A Moratti tornerebbe il piacere di spendere inutilmente 200 milioni in cartellini e la libidine di accendere lucini perché torni un Rossi a rimpinguare il palmares della vergogna.
01 ottobre 2006
Malinconie a San Siro
Primo giorno di ottobre.
Un fotogramma dell'autunno milanese.
Aria ferma, pioggerellina a scrosci, testa balorda e voglia di cuscino.
A San Siro, il Milan con il Siena rappresenta il suo frusto copione.
Giochicchio per linee orizzontali, divieto di tirare in porta, indolenza calcistica elevata all'ennesima potenza.
Poi i soliti dieci minuti finali alla baionetta, in cui riesce a diventare protagonista in negativo la terna arbitrale che, essendo giovane ed esordiente, deve dimostrare che non è né moggiana né al soldo del co.co.co. Meani, e riesce a dare fiato ai piagnistei dei milanisti, che non sono riusciti ancora a capacitarsi che sono rimaste solo le briciole del dolce.
In tribuna la faccia di Berlusconi, al cui fianco Galliani fa il curvaiolo con aplomb tutto brianzolo, è indicativa e nauseata. Non so se sia rimasto per vedere entrare in campo i 22 milioni del suo portafoglio e sbagliare un gol che il Balon d'Or avrebbe silurato in rete.
Alla fine, malinconica e silente incazzatura.
L'Aida, come scriveva Giuan Brera fu Carlo, era morta due anni fa ad Instanbul. Tutto il resto è una fiction cui credono solo Galliani ed il fido Meani, la nostra testa quadra di Reggiolo e Suma.
A proposito del quale. Durante la serata ci ha restituito il buonumore con uno dei più esilaranti post-partita della storia del canale. Travolto da centinaia di mail - vere - di imbufaliti supporter, è andato in deliquio accusando tutto il mondo di incompetenza e tradimento ed infine promettendo la colonna infame per l'eternità a tutti i miscredenti.
Roba da isteria adolescenziale.
Persino cipria-Lippi era vagamente costernato. Forse lo stesso Galliani, se la squalifica non gli impedisse di mettere la testa pelata negli studi di Milan Channel, avrebbe provato un lieve imbarazzo.
Un fotogramma dell'autunno milanese.
Aria ferma, pioggerellina a scrosci, testa balorda e voglia di cuscino.
A San Siro, il Milan con il Siena rappresenta il suo frusto copione.
Giochicchio per linee orizzontali, divieto di tirare in porta, indolenza calcistica elevata all'ennesima potenza.
Poi i soliti dieci minuti finali alla baionetta, in cui riesce a diventare protagonista in negativo la terna arbitrale che, essendo giovane ed esordiente, deve dimostrare che non è né moggiana né al soldo del co.co.co. Meani, e riesce a dare fiato ai piagnistei dei milanisti, che non sono riusciti ancora a capacitarsi che sono rimaste solo le briciole del dolce.
In tribuna la faccia di Berlusconi, al cui fianco Galliani fa il curvaiolo con aplomb tutto brianzolo, è indicativa e nauseata. Non so se sia rimasto per vedere entrare in campo i 22 milioni del suo portafoglio e sbagliare un gol che il Balon d'Or avrebbe silurato in rete.
Alla fine, malinconica e silente incazzatura.
L'Aida, come scriveva Giuan Brera fu Carlo, era morta due anni fa ad Instanbul. Tutto il resto è una fiction cui credono solo Galliani ed il fido Meani, la nostra testa quadra di Reggiolo e Suma.
A proposito del quale. Durante la serata ci ha restituito il buonumore con uno dei più esilaranti post-partita della storia del canale. Travolto da centinaia di mail - vere - di imbufaliti supporter, è andato in deliquio accusando tutto il mondo di incompetenza e tradimento ed infine promettendo la colonna infame per l'eternità a tutti i miscredenti.
Roba da isteria adolescenziale.
Persino cipria-Lippi era vagamente costernato. Forse lo stesso Galliani, se la squalifica non gli impedisse di mettere la testa pelata negli studi di Milan Channel, avrebbe provato un lieve imbarazzo.
Iscriviti a:
Post (Atom)