23 maggio 2007

Atene, terra di trionfi!

Maggio, mercoledì 23. Il Milan ha conquistato la sua settima coppa con le orecchie.
Sommando i trofei internazionali, è ora la squadra più titolata nel mondo.
Ha fatto sua la finale con il Liverpool dopo una partita non bella ma tatticamente esemplare, con due stupende perle di Pippo Inzaghi.
Si conclude nel migliore dei modi una stagione agonistica complicata, con più ombre che luci, pesantemente condizionata dalla giustizia federale ispirata dai signori dei telefoni.
Ancelotti ha ottenuto il massimo possibile da un gruppo oggettivamente finito per anagrafe e tenuto a galla dalle meravigliose ispirazioni del giovane fuoriclasse Kaka.
All'allenatore va riconosciuto di avere vinto la scommessa della vittoria nella posta più importante e più improbabile.
La dirigenza ha fatto il possibile per combinare pasticci sin dalla campagna acquisti ed ora si appresta a ripetere nefandezze, anzichè usare il tesoretto della Uefa per acquisti incisivi e decisivi, per rinvigorire un gruppo esausto.
Quelli dell'altra sponda del Naviglio sono sull'orlo di una crisi di nervi e maledicono il loro destino, che non gli permette di godere la vittoria nel campionato degli oratori d'Italia.
Archiviamo una stagione da considerare comunque preziosa e prepariamoci ad un 2008 che i rossoneri giocheranno tutto in chiave internazionale, almeno sino a dicembre (Yokohama).
Per il campionato, poche le speranze di essere protagonisti ma almeno la consolazione che agli indossatori di scudetti altrui penserà la Juve - ben tornata - a turbare i sonni...

20 maggio 2007

Fine di due banche

Per gli strani intrecci del destino oggi finisce la storia societaria di due banche che, per ragioni diverse, hanno significato qualcosa nella storia economica del nostro paese. Capitalia viene incorporata da Unicredit, Banca Popolare di Milano si fonde senza diritti in Banca Popolare dell'Emilia.
Capitalia e le banche in cui si radica (Banca di Roma, Banco di Santo Spirito, Cassa di Risparmio di Roma) sono stati i veicoli privilegiati del potere politico nel quasi cinquantennio di governi democristiani, con ombre preponderanti sulle luci. Spariti gli azionisti di riferimento, hanno cercato inutilmente di rifarsi una verginità politica ma hanno saputo mettere a frutto una collaudata capacità di muoversi nelle stanze del potere. Li ha sopraffatti il nuovo modello dimensionale delle grandi banche e la povertà patrimoniale che si trascinavano dai tempi dell'Iran di Mossadeq. Andranno a stare meglio se si abitueranno ad un clima meno romanocentrico e più aperto al vento dell'Europa.

Anche la Bpm cercava un dimensione che la proponesse ai vertici delle popolari. Alla Bpm cui egualmente facevano difetto i capitali più che le tipicità della governance, si è fatta prendere dall'ansia nubendi ed ha finito per accompagnarsi con una banca della pianura padana rossa, cresciuta dimensionalmente a sportellate sotto il ragno di Fazio che la teneva in amore filiale.
Le ragioni del matrimonio di Capitalia si capiscono, le scelte di Bpm un pò meno specie se i rumors sui contenuti dell’intesa saranno confermati. Ne esce ridimensionata e sostanzialmente gregaria, specie se la nuova aggregazione si chiamerà Banca Popolare delle Regioni.
Bpm nella storia del movimento cooperativo ha scritto pagine importanti, addirittura fondamentali nella storia dell'economia lombarda, innovative e ora adottate da tanti nelle peculiarità della governance per il ruolo dei dipendenti in Assemblea.

Ad un vecchio popolarino questo dissolvimento provoca una tristezza insanabile, ma forse questo è solo l’atto conclusivo di errori ed occasioni mancate negli ultimi decenni.
Però, nella ragione sociale, almeno il glorioso nome di Milano potrebbero salvarlo...

06 maggio 2007

Cavaliere, pensi solo al Milan!

Sono in calendario elezioni amministrative di più o meno modesto rilievo ed è ricominciato il tormentone della legge ad personam sull'incompatibilità di Berlusconi.
È evidente lo scopo dell'iniziativa: rappattumare la coalizione più derelitta che la storia d'Italia ricordi al governo, sull'unico tema che la unisce: l'odio per il nemico Berlusconi, il desiderio di cancellarlo anche fisicamente dal panorama politico italiano.
E puntualmente è ripresa la litania del Cavaliere, cui piace apparire agnello sacrificale, perché questo accende il sentimento protettivo del suo elettorato, ed anche degli incerti collocati sul crinale dei due schieramenti.
Proseguiremo a bordate per due mesi e poi il disegno di legge, approfittando delle sacre ferie, sarà messo in un cassetto e ripreso per le Europee o per qualche mega ricatto istituzionale che già si profila all'orizzonte.
La demonizzazione dell'avversario è una caratteristica della sinistra europea, come ha ampiamente dimostrato la vecchia bambinona francese alle presidenziali o come diabolicamente riuscì a Zapatero con l'appoggio degli apparati deviati delle istituzioni alle politiche spagnole.
Ma in Italia, questo gioco non dura lo spazio di una competizione dal 1994 e ha tutta l'aria di continuare sino a che natura provvederà.
Nel frattempo, la capacità di progettare politiche di governo, sia da parte della sinistra sia della destra, è scesa sotto i peggiori livelli democristiani ed il paese vive in un limbo senza prospettive, passando dal peggio al peggio senza soluzione di continuità.

Cavaliere, perché non prova a sottrarre il logoro giochino ai suoi avversari scegliendosi un successore degno (va bene anche la Brambilla, purché abbia più cervello della Segolene) e ritirandosi a vita privata, con l'unica incombenza di fare il presidente del Milan?

18 aprile 2007

Bianco Natale 2004

Si apprende che negli atti di chiusura istruttoria del tribunale di Napoli per la vicenda Calciopoli figurano, alla vigilia di uno Juventus-Milan del dicembre 2004, ben 42 telefonate fra il designato arbitro Bertini, Moggi ed il suo assistente, all'epoca direttore sportivo del Messina.
La partita finì 0 a 0 anche per tre o quattro errori arbitrali decisivi, ivi compresi due rigori solari negati al Milan nei minuti iniziali.
Non vorrei farla lunga sulla catena di strane coincidenze quali: materiale istruttorio non preso in considerazione da Borrelli, illecito direttamente influente sulla mancata assegnazione dello scudetto alla Juve ma negato al Milan, assoluzione piena a Bertini da parte del Tribunale degli arbitri e via discorrendo, sino allo scudetto di cartone del 2005 assegnato alla squadra dei petrolieri.
Ma il dubbio che mi perseguita è questo: se Bertini è innocente per la giustizia sportiva perché nulla commise d'illecito anche in quella vigilia di Juve-Milan; se Borrelli non ha nemmeno preso in considerazione l'argomento; se l'avvocato Rossi, informato, si limitò a dire «nerazzurri siamo noi»... in quel freddo mese di dicembre, per 42 volte Moggi e Bertini si scambiarono gli auguri di Natale?

06 aprile 2007

Guido Rossi, un garante garantito dalla sinistra

Una lunga affinità, da Togliatti (col “compagno” Mattioli) al Manifesto.

Roma. In fondo erano e sono rimasti dei gruppettari di lusso. Una famiglia politica endogamica, una setta finanziaria. Ieri potevano chiamarsi Giulio Einaudi o Giangiacomo Feltrinelli. Oppure essere loro amici, progenie di borghesi e industriali che espiavano la propria origine piegando la lotta di classe al settarismo cinese e cambogiano. Oggi hanno perso il nome principesco, ma sono gli stessi e fanno i guardiani del mercato perfetto. All’occorrenza
sono mozzorecchi e scrivono sul Manifesto per il quale, con l’uscita di Guido Rossi dal cda Telecom, scompare “l’uomo che fino ad ora è stato garante presso le banche e forse anche presso la magistratura” (dal Manifesto). A un grado diverso sono sempre loro a manifestarsi, sull’Unità, con lo stupore indignato di Livia Ravera che dice di Telecom: “Io proprio non capisco”. “Perché dare in mano un’ulteriore carta di potere a Silvio Berlusconi?”. Nostalgici di un’economia equa e solidale, perciò immaginaria, tremendamente urbanizzati fin dal secondo dopoguerra, i settari della sinistra finanziaria soffrono il capitalismo delle praterie, temono il denaro negli spazi aperti. Perché tutto, ai loro occhi, deve rimanere nella famiglia nata dall’osmosi tra il capitalismo di relazione e la falce e martello. Certi legami germogliavano già nei salotti più ristretti prima della caduta del fascismo, quando il padrone della Comit, Raffaele Mattioli, era impegnato a trasformare le grandi banche italiane nell’università della nuova classe dirigente. E’ in questo paesaggio che Mattioli e Palmiro Togliatti, grazie al comune amico Piero Sraffa, salvano i “Quaderni” di Antonio Gramsci. Attraverso gli stessi canali, dopo il 25 luglio del 1943, Togliatti intreccerà un duraturo rapporto di fiducia con l’establishment britannico che in lui vedeva un argine agli impeti antimonarchici della resistenza incontrollabile. E se un giorno Togliatti ha potuto scrivere di Mattioli: “Mi rincresce di non essere autorizzato a chiamarlo compagno”; se un giorno Giovanni
Amendola a Mattioli ha offerto una candidatura nel Fronte popolare, non bisogna stupirsi che l’osmosi sia durata nel tempo. All’ombra delle banche di stato e arricchita dall’egemonia dei figli d’arte come Rodolfo Banfi di Mediocredito. Che è l’istituto nel quale si è formato Guido Carli, governatore della Banca d’Italia fino alla metà degli anni Settanta, quando diventa presidente di Confindustria e avvia la collaborazione con l’Espresso sotto lo pseudonimo di Bankor. Grandi firme per grandi famiglie editoriali. Come erano gli Agnelli, nel loro azionismo repubblicano accudito da Enrico Cuccia. E come cercarono di essere i Romiti, sempre attenti alla salute del Manifesto. Come una “muraglia” (ancora Mattioli) issata sulla linea di frontiera tra il cattolicesimo dossettiano e il Partito comunista, questo capitalismo di garanzia ha svolto una funzione balsamica fino a Tangentopoli, ha addomesticato il conflitto sociale e ne ha ricavato una pace remunerativa. Dal 1992 in poi, con il Pci in crisi e i socialisti sbandati, i settari della sinistra in grisaglia sono usciti allo scoperto ritornando alle origini: da Giustizia e Libertà a Libertà e Giustizia, l’associazione moralista che si pregia d’avere Guido Rossi nel comitanto dei garanti. E il loro compito è, appunto, di garanzia
economica e giudiziaria. Se le cose non vanno per il verso giusto, se il sistema si contorce e i barbari avanzano, loro insorgono in qualità di commissari annunciati, coccolati o rimpianti dagli urlatori della solita consorteria sindacalizzata.


da Il Foglio di oggi

04 aprile 2007

I nuovi barbari

I motivi esistenziali che m'inducono ad utilizzare una selezione significativa di articoli apparsi recentemente sui quotidiani per alimentare il blog, non impediscono di trarre una piccola morale da quanto leggiamo.
Lo squallore delle giovani generazioni inebriate dall'effimero dei videocellulari e stimolate a rappresentarsi con le peggiori pulsioni di psichi malate ed intorpidite dall'uso di droghe e allucinogeni, ben si compendia con i pruriti senili di un furbacchione del video come Santoro.
Gli episodi di teppismo lessicale e cerebrale non stupiscono più. Gli stupri adolescenziali, filmati e ritrasmessi nel circuito dei mentecatti, hanno già toccato il fondo dell'aberrazione.
Furbi recensori dilatano lo scandalo giornalmente per autoalimentare il circuito dell'emulazione.
Ma il quesito di fondo è quali radici abbia quest'umanità debosciata già agli albori della vita.
Galli della Loggia dà uno spunto, appena sussurrato, per non turbare le coscienze dei bravi borghesi che leggono il Corriere radical-rosso.
È invece forse meglio gridare che questa generazione è figlia, per rami discendenti, di una scuola che negli ultimi decenni ha, con la ferocia ideologica sessantottina, corrotto gli italiani.
Sono caduti i valori antichi, forse ammuffiti, forse corrosi dalla storia, sostituiti da un egualitarismo straccione (il sei politico di capannina memoria), da un multiculturalismo snaturante le radici delle nostre genti, sino alla pianificazione dell'irreligiosità diffusa.
L'obiettivo di questo raffinato progetto era conquistare il fortino dell'educazione scolastica, mettendo in conto anche di generare piccoli mostri perversi e amorali purché ideologicamente asserviti.
Finirà questo livello di degrado?
Non illudiamoci. Il peggio genera peggio. Le prossime future generazioni non potranno che avere come modelli le bande assassine delle favelas o portoricane o, per stare in casa, le gerarchie criminali della camorra.
Perché questa loro vita da disperati esasperati è costosa.
Costano le droghe, costa l'armamentario tecnologico, costano le moto truccate, costa il branco. Non so cosa potrà fermare questo fiume di detriti. Forse una ritrovata religiosità rigorosa o forse, e lo temo, un nuovo ordine imposto non certo dai generali ma dai barbari venuti dal sud del mondo.

02 aprile 2007

Un paese che sta morendo

Addio ai padri

Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno:Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo? Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via... Alunno: Ma lei quanto guadagna? Professoressa (come sopra): Non molto di certo... Alunno: Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana? Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute?

E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa? A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo ». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro. Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni.

Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?).

Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità—distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola—che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.

E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico-scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia. I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi. Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile.

Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?


di Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera

31 marzo 2007

Osteria Numero Zero

La deriva border pop di Santoro, che riesce a essere trash anche nei panni di difensore delle donne.

Michele Santoro (sia nella versione showgirl biondo platino sia in quella intellettuale brizzolato – entrambi i look gli donano, va detto) ha il grande talento di trasformare qualunque avvenimento, qualunque dramma, qualunque polemica vagamente seria in un cliché glamour, con primi piani carichi di rimmel, musiche di Nicola Piovani, inviate gesticolanti e chador perfettamente drappeggiati. Annozero è così, come ha detto Santoro l’altra sera, “molto borderline”, l’ha garantito durante la puntata euforica sulla violenza alle donne, in cui chiedeva con voluttà a una ragazza velata di nero se il marito usasse, per picchiarla, “il bastone elettrico”. Così borderline, così sempre sguaiatamente in bilico
tra un conformismo e l’altro, che il cliché giovedi scorso si è girato su se stesso e ha semplicemente mostrato l’altra faccia, quella pecoreccia di un anti islam da osteria al terzo bicchiere. “Se è l’uomo che guida, la donna dove la metti, nel portabagagli?”.

Santoro intervistava sulla visione islamica della famiglia un architetto libanese musulmano, avendogli preventivamente aizzato
contro tutto il pollaio finto femminista scandalizzato dello studio (Katia Belillo, Carolina Lussana, perfino la presidente delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai, si era per l’occasione trasfigurata, assomigliava più a Elisabetta Gregoraci che a se stessa): “Ora vi facciamo arrabbiare un po’ voi donne, ora vi faccio sentire un maschiaccio...”. Pieno di luce, gli occhi brillanti, quasi come il giovedì precedente quando raccontava di foto compromettenti e di transessuali (definiti in trasmissione politicamente “transversali”, e tutti a ridere come matti), Santoro chiedeva all’architetto musulmano che succede con la moglie “durante la cosa sessuale: l’uomo guida anche lì?”, “E se dice no, che fa, la forza, la costringe?”, “Ci deve spiegare ’sto fatto dell’uomo che guida”, “La donna che c’ha allora, il quarantanove per cento come Berlusconi?”, “Immaginiamo l’architetto musulmano che fa la corte a Katia Belillo, lei che fa, Belillo?”. Una cosa spaventosa: le signore sventate ridacchiavano e stringevano le ginocchia, la ragazza col nikab nero spalancava gli occhi bistrati terrorizzata e Beatrice Borromeo era felicissima come sempre.


Il duetto con la Mussolini.
“Onorevole Mussolini, se viene da lei Corona con delle foto diciamo un po’ osé di quando era giovane”, aveva chiesto una settimana prima Santoro ridacchiando con grande e festosa eccitazione di Vallettopoli, libertà di stampa e di trans. E aveva ricevuto finalmente da Alessandra Mussolini una risposta allo stesso livello, fieramente da bar sport, perfettamente in linea con la nuova linea eccessivamente border pop di Annozero: “A Santò, facciamo invece che vengono da lei con le foto di quando era biondo, se lo ricorda vero Santò?”. Lui non ha più motivo di prendersela, ora che è tutto magnificamente svelato, ora che ha mostrato con gusto l’anima trash, perfino priva per l’occasione di faziosità: l’altra sera la gigantesca questione politica e religiosa dell’islam è stata ridotta alla pruriginosa inchiesta sugli orrendi stupratori di mogli, bastonatori di donne, alcolizzati poligami e imam d’accatto che si ritrovano a sbevazzare in moschea. E con la sua incredibile magia scenica Santoro è riuscito a trasformare un’altra volta la vittima designata (cioè l’architetto musulmano, probabilmente in torto su tutto, che spiegava donne, famiglia e islam), nel vincitore assoluto.


da Il Foglio di oggi

Generazione del Tubo

Due giovanotti motorizzati di Rovigo rischiano la galera dopo aver diffuso sul sito di «You Tube» un filmato in cui infrangono una cinquantina di articoli del codice stradale. Il modo più infallibile di denunciarsi alla polizia, fornendo gentilmente anche le prove. La tv non ce la fa più a soddisfare la domanda di esibizionismo che sale dal Paese: per quanto si moltiplichino gli spettacoli con la gente comune, qualche milione di reietti rimarrà comunque escluso. Ed è proprio a costoro che si rivolgono i siti Internet del Tubo, in grado di soddisfare all'istante quella irresistibile voglia di farsi ammirare che assale chi abbia appena compiuto una bravata e spesso costituisce la molla che lo ha spinto a farla. Le spacconate hanno punteggiato la crescita di ogni generazione.

Ma l’impossibilità di diffonderle per immagini in tutto il globo costringeva in passato gli autori a esercitare il potere evocativo della parola. Un sistema più poetico e meno rischioso. Se ci sapevi fare, riuscivi ad attirare l’attenzione di una ragazza dicendole semplicemente che eri sfrecciato a 200 all'ora contromano: non dovevi per forza fornirle il riscontro filmato del contachilometri, come adesso. Tante carriere di successo si sono temprate nel racconto di mezze bugie elevate a verità. Ma che futuro attenderà questi ragazzi, condannati alla prosaica sincerità del video? Tanto vale che si ribellino subito al sistema e usino il Tubo per smascherare le porcherie e le scemenze degli altri, invece che per aggiungervi le proprie.

di Massimo Gramellini, La Stampa

19 marzo 2007

Educati ad Oxford

«Scudetto di cartone». E Moratti litiga al bar.
Il patron dell'Inter stava rispondendo alle domande dei giornalisti. Battibecco con il cliente di un locale. «Lei non è educato». «E allora mi faccia intercettare».


Stava per rispondere alle domande dei giornalisti che lo aspettavano fuori dal suo ufficio ma poi, dal bar vicino, ha sentito qualcosa che proprio non gli è piaciuto. Massimo Moratti ha quindi abbandonato taccuini e microfoni per andare a rispondere a un signore seduto a un tavolino del locale che, tra insulti e accuse varie, aveva definito «uno scudetto di cartone» quello che l'Inter ha vinto lo scorso anno a tavolino.

«Si tolga lo scudetto di cartone, se lo tolga», gli ha urlato l'uomo, circa 40 anni in giacca e cravatta. «Mi vuole picchiare?», ha poi detto quando ha visto Moratti avvicinarsi a lui. «No, le dico solo che non è educato quello che sta facendo», è stata la risposta di Moratti. «Io sono scostumatissimo, faccio il gesto dell'ombrello e mando a fare in c... Ronaldo», ha ribattuto l'uomo, con chiaro riferimento al comportamento del presidente nerazzurro durante il derby.

L'intervento del proprietario del bar non è servito a calmare l'uomo che ha replicato che «ognuno si deve contenere nelle sedi opportune e poi io sono sul suolo pubblico». «Bè, allora faccia quello che le pare», ha risposto un Moratti sempre più scocciato, che all'ennesima provocazione («Mi faccia anche intercettare»), ha definitivamente perso la calma: «Se lo metta in bocca il telefono», ha detto prima di andare a parlare con i giornalisti.


da Corriere.it di oggi

24 febbraio 2007

Il Gallia di Roma

Ferve intensa la campagna acquisti dei senatori.
Prodi, come il suo grande elettore Moratti nel calcio, non bada a spese.
Sottosegretariati, Presidenze di Enti, Authority, Comitati all'Onu, ricerche di Prometeia per figli e nipoti: tutto è stato messo in campo per potersi assicurare almeno cinque nuovi sostenitori del governo.
Il fronte opposto tace, ma gli esperti assicurano che alcuni colpi segreti si renderanno visibili nei prossimi mesi. Le operazioni di mercato della destra sono state affidate al Card. Ruini che controlla, come un tempo la Gea, circa duecento deputati. L'alto prelato, nell'assumere l'incarico ha posto, come unica condizione, che Berlusconi non rilasci interviste sino all'arrivo dei Dico in Senato.
La star del mercato è Follini, uomo di classe che però preoccupa i dirigenti dell'Ulivo per il profilo caratteriale: è forte il timore che, inquieto ed insoddisfatto com'è, finisca per approdare alla sinistra extraparlamentare per poi curvare spettacolarmente verso i Nar.
Ottime le quotazioni dell'ex-dipietrino De Gregorio e del siculo Lombardo.
Fisichella sta sondando il territorio di Alleanza Nazionale, di cui è universalmente riconosciuto espertissimo.
Anche Grillini è discretamente attivo fra gli omofili dell'altra sponda politica.
Prodi, titanico forgiatore del secondo rinascimento italiano, tace corrucciato attendendo con malcelata ansia, a trattative concluse, la chiamata del Colle non già per un reincarico ma per il rinvio alle camere del governo esistente.
Infatti i cavalieri della tavola rotonda, suoi fedeli ma bizzarri alleati, nel prestare giuramento di fedeltà, gli hanno sommessamente fatto presente che se muove solo una paglia della compagine succede un quarantotto.
Sul supplemento di programma, che ora traguarderà il 2100, tutti d'accordo, ma sulle cadreghe nessuno transige.

23 febbraio 2007

Ho letto Buttafuoco

Le uova del drago, di Pietrangelo Buttafuoco.

L'occupazione alleata in Sicilia e le sacche di resistenza bellica organizzate dallo spionaggio tedesco. Una trama insolita, basata su avvenimenti che sono rimasti cronaca misconosciuta perché, da sempre e giustamente, la storia la scrivono i vincitori.
L'autore, noto ed apprezzato giornalista, ideologicamente schierato a destra, ricostruisce in chiave epica le imprese di un manipolo di resistenti nel triangolo Catania-Trapani-Palermo. Storie di sabotaggi ma anche di strane commistioni fra uomini d'arme ed esponenti del clero.
La sorpresa non è solo quest'angolo visuale così insolito nel panorama di bulgara uniformità delle lettere italiane, ma anche e soprattutto la qualità letteraria e lo spessore culturale dell'autore.
Raffinato e convincente l'impianto narrativo che, dopo un preludio lento e quasi timido a dischiudersi al lettore, prende quota e ritmo sino alle incalzanti e direi perfette ultime cento pagine.
Io lo consiglio vivamente a chi ha la mente sgombra da pregiudizi ideologici perché quest'opera serve a meglio comprendere gli umori barbari della guerra ma anche a scoprire, nelle incestuose alleanze fra eserciti vincitori, affarismo e mafia, il seme delle troppe anomalie della nostra democrazia malata.

Ho letto Cavina

Nel paese di Tolintelsac, di Cristiano Cavina.

Autore giovane, alla seconda prova, dotato di una simpatica verve descrittiva.
Narra le storie della sua famiglia e del paese natio.
Prevale il gusto della pennellata arguta, l'abbozzo di figurine amabilmente riviste dietro le lenti del ricordo struggente, l'amore per le atmosfere del paese natio, ma fatica ad emergere la capacità di ricomporre i bozzetti in una struttura narrativa unitaria.
Un po' come i film ad episodi del cinema commediale italiano degli anni '60, talora piacevoli ma mai organici ad un tema.
Eppure il libro si legge con gusto ed anche con l'emozione della riscoperta di sensazioni che accomunano tutte le infanzie ingenue ed incantate.
Io attendo Cavina alle prossime fatiche.
Se acquisterà spessore di narratore, sentiremo spesso di lui nei prossimi anni.

22 febbraio 2007

Les comediens

Fare tante parti in commedia è un tratto distintivo del mestiere di politico nel Belpaese.
Il trasformismo è nato nei primi parlamenti unitari e si accompagnava al malcostume di mercificare con prebende ed onori le irrequietezze degli eletti dal popolo (cfr. D. Mack Smith - Storia d'Italia).
Questa virtù atavica non si è persa nel tempo, ma si è impreziosita con nuove esperienze e sapienti adattamenti al mutare dei tempi.
Il trasformismo contemporaneo non stupisce né sconcerta, ma che dolore gastrico vedere un Craxi, detto Bobo, già deputato della destra ora sottosegretario in quota DS, recitare la parte del servo sciocco di D'Alema, uno dei mandanti della persecuzione politica che ha ucciso il capo dei socialisti italiani, Bettino Craxi.

20 febbraio 2007

Sinistra di lotta e di governo

Masochismo gauchiste
La senatrice Franca Rame insulta Fassino e dà di vecchio sdentato a Parisi. Inutile aspettarsi reazioni.

La dentiera nuova, il ministro cazzone, il segretario bugiardo: Franca Rame era con Dario Fo (ma non sul palco di un teatro a fare pubblici, noiosi sberleffi: era magnificamente adagiata in poltrona, senatrice della Repubblica assai stanca dopo un comizio anti base americana a Vicenza), guardava il tiggì e c’era però una telecamera a registrarne il bel volto e la voce roca da attrice, mentre con la mano mandava affanculo Piero Fassino, e con la bocca uccideva Arturo Parisi, ministro della Difesa: “Eccolo qui il cazzone. Ha la dentiera nuova”. Una cosa turpe e magnifica, da trattoria con la puzza d’unto: loro due, il premio Nobel e l’appassionata senatrice del centrosinistra, stravaccati e fieramente insultanti, mentre i povericristi governanti tentano di dire dalla tivù qualcosa di bello, di serio, di politico (con tutta la prudenza possibile, con tutta l’ansia del mondo). Lei, che con loro è stata eletta e per loro sta, un po’ confusa, in Parlamento, dietro uno stupendo paio di occhiali scuri, li ha distrutti per sempre. Fassino e Parisi non risponderanno nemmeno, avviliti e oramai tristemente masochisti. Il silenzioso ministro della Difesa è stato ridotto a vecchiaccio sdentato da un’anziana e svaporata signora che sopra un palco, in un social forum a Firenze, se la prese con un’altra anziana signora, Oriana Fallaci, gridandole “terrorista”, però sempre con quell’aria bionda e perbene di chi certe cose le dice per mestiere, per arte: il rutto di un attore sul palco è ben più lieve del rutto di una senatrice in poltrona.

Inciampare nella dentiera
Più della ferocia di Marco Travaglio, molto più dell’agitazione di Sabina Guzzanti (che lo show di Franca Rame ha immediatamente trasformato in una vera signora con filo di perle e fazzolettino di pizzo), ha potuto la dentiera nuova del ministro della Difesa, cioè quanto di più devastante si possa dire di un uomo. L’onorevole Franca è così: viene eletta, con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, ringrazia, s’indigna, va da Michele Santoro a dire che vergogna le spese folli per la carta igienica in Parlamento, le fanno notare che però ha votato il rifinanziamento in Afghanistan essendo pacifista e la Finanziaria del raddoppio delle spese militari essendo risparmina, lei s’imbarazza un istante soltanto, abbassa gli occhi, poi leggera come una libellula svolazza altrove, gridando “Berlusconi”, che fa ancora così chic. Adesso, essendo ormai evidente che dentro l’Unione si può fare qualunque cosa, si potrebbe organizzare uno spettacolo d’insulti, con deputate, ministre e senatrici che gridano ai colleghi: cornuti, sfigati, froci.


da Il Foglio di oggi.

17 febbraio 2007

Fil rouge

Con il rilievo mediatico che merita un'istruttoria della Procura di Milano, è stato annunciato al paese che le Brigate Rosse sono vive, organizzate, armate e pronte a compiere atti terroristici.
Come si usa dire in Italia, gli accusati sono al momento solo degli indagati e le garanzie costituzionali gli consentiranno di provare la loro eventuale innocenza in dibattimento.
Conscio di questo valore, il teatrone politico e giornalistico si è scatenato in una delle migliori recite sulla democrazia aggredita, sul baluardo dell'unità delle masse contro il terrorismo e sulla purezza della Cgil che ospitava, per mero caso, fra i propri iscritti buona parte degli indagati.
Tutto secondo copione, come la proclamazione da parte di alcuni arrestati d'essere prigionieri politici.
Nell'attesa, fra qualche tempo, di vederli diventare collaboratori di giustizia e, se gli anni mi bastassero, di riconoscere taluno di loro deputato e forse anche sottosegretario.

Che noia questa sinistra che, a data fissa, riesce a partorire dal proprio bagaglio di violenza ideologica e verbale qualche scapestrato che interpreta in modo distorto le regole del gioco e si mette a sparare!

Ora, per rispettare il copione, attendiamoci il rinvenimento di una cellula nera, con il santabarbara in cantina, ed una salvifica manifestazione unitaria a Roma per dire no agli opposti estremismi.

E sabato tutti a Vicenza nel nome dell'arcobaleno a sfasciare vetrine ed imbrattare i monumenti palladiani.

Viva l'Italia.

07 febbraio 2007

Cammei

Certe belle terroncelle come le trovi solo a Milano e a Torino, le unghie squadrate bordeaux e uno strascico di Sud nella voce anche se sono nate alla Mangiagalli, anche se a Molfetta e a Locorotondo ci sono state sì e no un paio di volte d'estate, e ogni volta che ci sono state hanno cercato di fidanzarle con un paesano con gli occhi avidi e verdi e loro manco morte l'hanno voluto, quando su ci sono certi biondini bergamaschi che non vedono l'ora di mettere le mani sulle loro tette olivastre. Certe terroncelle con addosso il jeans glitterato e strappato su certi culi che geneticamente restano quelli delle loro madri, fecondi, ospitali e bassi, e che da quando ci sono in giro i culi ancora più bassi delle superterrone del Maghreb hanno fatto un salto di categoria, e ora fanno le commesse in jeanseria o le sciampiste da un coiffeur, e un giorno puoi giurarci apriranno un negozio tutto loro dove faranno i tagli quelli giusti, non porcherie come queste che devono fare ora, e anche un camerino per il tatoo. E parlano con una esse sibilante proprio giusta ed hanno un piercing da bastarde alla fine del sopracciglio, e comunque non hanno dimenticato come si fa la passata e le orecchiette fatte in casa con una frustata del polso e il pollice trascinato sul piano infarinato, è come fare l'amore, una cosa che ce l'hai nel sangue, e prima o poi restano incinte, oh cazzo sono incinta, ma lui ti sposa? Certo che mi sposa, è un bravo ragazzo, è di Napoli, vuole aprire una autofficina. Certe terroncelle che se fossero a New York, altro che J.Lo.

di Andrea Marcenaro, Il Foglio

04 febbraio 2007

Tifosi assassini

Un commissario di polizia è stato ucciso a Catania nell'antistadio, durante la partita Catania-Palermo.
Sospese tutte le manifestazioni calcistiche a tempo indeterminato.
Eguale provvedimento di silenziosa riflessione non è stato adottato da dirigenti federali, ministri, politici, giornalisti e fauna varia che ruota intorno al pallone, i quali hanno prontamente affollato i microfoni per declamare sdegno, determinazione, fermezza, lotta alle tifoserie violente e bla, bla, bla.
Dov'era questo circo settimana scorsa, quando fu massacrato un dirigente di una squadra dilettantistica calabrese?
E questi propositi di dire basta, quante volte li abbiamo sentiti proclamare in quarant'anni di morti assurde, ferimenti, violenze inaudite, consumate dentro e fuori gli stadi?
Quante volte, dopo le lacrime di prammatica, le condoglianze di rito, gli articoli grondanti italica retorica, la giostra ha ricominciato a girare spensierata e violenta?
Temo che anche questa volta si ripeterà la sceneggiata.
Per tre elementari ragioni.

Il calcio, per il fisco - cioè la politica - è una grassa vacca da latte che deve essere munta.
Il tifo organizzato è da sempre "il braccio armato" di quasi tutte le società calcistiche, che lo finanziano e ne sono parimenti ricattate, come si usa fra gentiluomini.
Le curve, tutte politicamente imparentate, protette da partiti che in Parlamento bocciano i provvedimenti restrittivi e votano gli indulti, sono accomunate dall'odio sanguinario verso le tifoserie (politicamente) avverse e, soprattutto, verso le forze dell'ordine.

Se non si rimuovono questi nodi, almeno uno per volta, auspicare il modello inglese in Italia è sporca ipocrisia.
Al massimo possiamo imitare il modello argentino.
Amen

31 gennaio 2007

Le famiglie di plastica

Non si può non provare pena per la lite a mezzo giornale fra i coniugi Berlusconi.
Per quello che si è capito, fra le righe di una lettera postata all’Ansa, grondante sdegno e proclamazione di virtù ancillari inossidabili, la signora Lario in Berlusconi (al secondo giro) accusa il marito di fare il puttaniere in pubblico e sotto i riflettori delle televisioni.
Di conseguenza, chiede pubbliche scuse.
Noi della plebe, che i litigi coniugali li consumiamo fra le mura domestiche ed al massimo coinvolgiamo i suoceri viventi, ci sentiamo dei vermi, delle nullità.
Questa dea, per dare del cornutazzo al marito, chiama a testimonianza tutta la nazione cui proclama che lo perdonerà solo se le scuse avranno lo stesso rilievo mediatico.
Ora che farà Silvio?
Mediterà sui guasti che provoca la sua logorrea?
Comunicherà a reti unificate che il giro della signora Lario (che è anche di sentimenti comunisti) è finito, ovvero piangendo urlerà che i microfoni hanno distorto le sue parole?
La nazione eccitata attende la seconda puntata di quest’aristocratica story, pronta ad acconsentire anche qualche interruzione pubblicitaria, se tutto non si esaurirà in un botta e risposta ma proseguirà almeno sino alla pausa estiva.
I partiti per l'uno o per l'altra si stanno rapidamente formando e sono trasversali agli schieramenti politici.
Dietro a Silvio tante le donne, anche di Rifondazione, che consumano una loro privata rivalsa verso la privilegiata che vive in ville più ampie di San Siro e va in vacanza nelle isole di proprietà.
Più frammentato il fronte degli uomini, fra cui prevale la compassione per la compagna silente che finalmente ha reagito alla brutalità del marito-padrone.
Una parola a parte merita Ferrara, che ha come editore la signora Lario ma è consigliori illuminato di Silvio. La sua intelligenza luciferina gli consentirà di uscire da quest'ossessionante condizione con un numero speciale, con inserto fotografico, del Foglio ed intervista ai due coniugi.

Noi della plebe come cercheremo di emulare questa coppia regale?

Un suggerimento valido potrebbe essere quello di sbrigare le controversie familiari con degli SMS multipli indirizzati agli amici, parenti e colleghi di lavoro.
Oppure un forum condominiale aperto al contributo del proprio medico di base.
Le botte saranno acconsentite solo in ultima istanza, vietato il ricorso ad armi da taglio.
Un'autorità indipendente, fortemente voluta da Prodi e Luxuria, emanerà apposito codice di comportamento.

Non appena approvati i pacs, anche le coppie di fatto potranno usufruire di questa innovazione.

26 gennaio 2007

I tecnici competenti non siedono in panchina

Galvanizzato dal campionato trionfale del Milan, per smorzare gli entusiasmi e fare una severa penitenza, ieri sera mi sono visto la semifinale di Coppa Italia in Rai. Non c'è miglior atto di contrizione che ascoltare le banalità dei cronisti romani, strillate per novanta minuti con il contrappunto tecnico di qualche curvaiolo dell'Olimpico.
Sorpresa!
Non per la partita del Milan, che ha mantenuto alto il suo blasone nell'attesa di diventare imbattibile fra qualche mese quando il neo acquisto Ronaldo sarà tornato in peso forma, ma per la competenza e la misura con cui Beppe Dossena ha commentato la partita.
L'ex centrocampista di Toro, Samp e Azzurri, ha allenato diverse nazionali del terzo mondo insegnando calcio lontano dall'Italia, dove invece ce ne sarebbe ancora tanto bisogno.
Rientrato in patria, ora è naturalmente disoccupato, forse anche perché abituato a dichiarare franche verità.

Tre giudizi sul gioco del Milan mi sono sembrati particolarmente pertinenti e, pronunciati dal microfono del commentatore televisivo che per contratto deve raccontare banalità ipocrite, addirittura rivoluzionari.
Uno. Il Milan non sa attaccare le difese schierate, da almeno due anni. Chi ha la sfortuna di frequentare San Siro, questo lo sa e si chiede se sia così difficile provare qualche schema nuovo invece dell'eterno tic-e-toc a due all'ora.
Due. Il centrocampo è debole e non costruisce. La squadra paga l'equivoco Pirlo, la cui inconsistenza atletica non garantisce più di dieci partite decenti l'anno. Anche Gattuso, fenomeno atletico unico, comincia a pagare l'usura degli anni che passano, e gli altri sono trentenni sfiatati.
Tre. La difesa è vecchia e impoverita sulle fasce.
Io aggiungo che esiste anche un problema portiere, poiché Dida è ormai una vecchia gloria e non vede più partire i palloni da lontano.
Sono begli argomenti di riflessione che appassionano la tifoseria, angustiano il tecnico (grasso come il Fenomeno) ed hanno indotto la società ad intervenire con risolutezza. Acquistato El Gordo dal Real... che dissennatamente lo aveva declassato a riserva. Per due obiettivi strategici: guastare la festa dello scudetto a Moratti, che è animo sensibile e fedele alle vecchie passioni (si mormora che a giugno per collassarlo sarà ingaggiato a parametro zero Recoba); rimodellare il centrocampo che passerà da tre a due per consentire a Ronaldo di passeggiare per il prato.

Che Dio non ci tolga mai Galliani!... canta la curva nerazzurra.
Noi, sull'altra riva del Naviglio, lo stramalediamo come si faceva ai tempi della perfida Albione.