02 agosto 2007

Duri e puri

Ci piace, a parte che era doverosa, la solidarietà fulminea giunta all’Antonio Bassolino messo sotto inchiesta per truffa ai danni dello stato dopo la famosa invasione dei rifiuti. Ci piace, sopra tutto, la pronta e sperticata fiducia manifestata al governatore da Fassino e da D’Alema. Ci piacciono le loro parole: “Chiunque lo conosca non può avere alcun dubbio sulla dedizione personale, il rigore amministrativo, il senso delle istituzioni che hanno sempre ispirato la sua azione politica”. Ci piace ancor di più la frase dopo: “La sua onestà non può essere messa in discussione neanche dagli avversari”. Ci piace questa idea di non poter mettere nemmeno in discussione l’onestà di Bassolino. Ci piace. Ci piace pensare che questi post-neo-tardo-ex comunisti siano rimasti onesti, disinteressati, generosi, lontani da qualsiasi interesse personale, da qualsiasi tornaconto ed egoismo. Come un tempo. Ma sopra ogni altra cosa, ci piace la conclusione che da quanto sopra detto viene fuori, vale a dire che smerdassero Napoli così, per il puro piacere di smerdarla.

Andrea's Version, su Il Foglio di oggi

31 luglio 2007

Estate 2007

L'estate è fatta per una indolente inerzia. Il caldo opprime di giorno, asfissia di notte. La mente rallenta le sue funzioni, l'afflosciamento generale rende tollerabile tutto, anche una ordinaria edizione serale del Tg5. A tale proposito, sembra opportuno sottolineare che il cambio di direttore ha reso il prodotto ancora più schifoso. Il minutaggio delle disgrazie, morti ammazzati, terronamenti vari dalle regioni del sud, è passato da 15 a 25 minuti. L'unico momento di requie sono i grafici delle previsioni del tempo.
Poi finalmente, che sollievo, arriva la pubblicità.
Questa è una stagione di silenzio anche per la politica. Almeno, lo era ai tempi della mitica Balena Bianca, quando erano consentite solo esilaranti interviste sotto l'ombrellone a politici rintronati dal sole.
Nell'era Prodi, lo scannamento tra alleati continua truce e violento anche in agosto.
Più si insultano, più si è certi che non romperanno mai.
Lo stato sociale, le pensioni, Alitalia (a quando il fallimento?), la finanziaria. Tutti polveroni per il loro pubblico pagante mentre l'opposizione sbadiglia su spiagge italiche o esotiche, salvo qualche arrapato dell'Udc che esagera con l'amore a pagamento.
Ma la più divertente è la competizione per il duce massimo del Partito Democratico.
Dopo ameba-Veltroni, sono comparse alcune ballerine di terza fila di matrice Pipi ed una sgallettata disperata come la Bindi.
Ma non basta.
Al gioco volevano partecipare anche Pannella e Di Pietro.
Candidature rifiutate.
Motivazione?
Quella del compagno Ricucci.
Sono capaci tutti di fare i froci con il culo degli altri.

09 luglio 2007

El nost Milan: Porta Vittoria

Più o meno cinquantanni indietro, le porte disegnavano i confini di Milano-città.
Oltre erano sobborghi come la Bovisa o Città Studi, o addirittura paesi autonomi come Lambrate, Niguarda, Musocco.
Uno, prima di essere milanese, era di una porta.
Io sono nato e vissuto sino all'età del matrimonio a Porta Vittoria. I miei confini naturali erano il centro, Porta Romana, Monforte. L'Idroscalo era un'entità astratta oltre i tre ponti di Viale Corsica.
Altrove si andava solo per trovare i parenti nelle feste comandate. Mi ricordo che quando una zia materna si trasferì da Via Moriggi ad un nuovo quartiere sul Fulvio Testi, vicino alla fabbrica del marito alla Bicocca, ne pianse per mesi. Cosa ho fatto di male per abbandonare Milano, diceva a mia madre durante le frequenti telefonate.
Avevo un altro pro-zio che abitava alla Baia del Re, in Via Neera. Allora un quartiere dell'estrema periferia, circondato da orti e campetti di calcio.
Avevano edificato case popolari per gli operai della Stipel, dove costui lavorava.
Andarci costava un'intera domenica, e comportava due tram ed un buon tratto a piedi. Era come un paesone e si parlava un meneghino diverso. Un po' arioso, diceva mia madre.
Se ci ripassate oggi è tutto come allora, ad eccezione del dialetto: il terron-maghrebino dei commerci in droga che si svolgono alla luce del sole, delle scritte sulle mura delle case, brutte come allora ma senza quella pulita dignità dei quartieri poveri della Milano Anni Cinquanta.
Io vivevo, come detto, a Porta Vittoria in Via Piceno, nell'area del vecchio ortomercato.
Una specie di Halles di provincia, invasa da carrettini a trazione elettrica per il trasporto delle merci, vociante e rumorosa sin dalle sei del mattino, l'ora del risveglio inesorabile e delle prime saracche di mio padre, prima che una napoletana di caffè non lo riconciliasse con l'ineluttabile realtà di una nuova giornata lavorativa.
L'orto era talmente condizionante che, a mia memoria, non ho mai visto mio padre uscire di casa per l'ufficio dopo le 7. Nei non rari momenti di litigio, mia madre gli rinfacciava di andare in banca, in Via Mazzini, a "sollevare le saracinesche". Sta di fatto che alle 7, io e mio fratello eravamo pronti per andare a scuola e mia madre era già alle prese con i lavori di casa.
Dove abitavo era brutto e caotico. Inoltre, a differenza di altre porte, era infestato - come dicevano i miei - da commercianti di frutta e verdura che venivano dal sud e qui si mettevano in pensione o, i più fortunati, si compravano casa. Spesso si facevano una seconda famiglia, come d'abitudine per tutti gli emigranti.
Almeno tre volte, per quanto ricordo, questi nodi familiari vennero risolti a pistolettate.
Ho ancora vivido nella memoria un pomeriggio estivo torrido, io sul balcone a giocare e cinque colpi secchi, in sequenza, in fondo alla strada. In casa non si amava commentare davanti ai bambini questi fattacci, ma il mazzo di fiori deposto contro un fusto del terrapieno di Viale Piceno mi chiarì di non avere udito un gioco di petardi ma vissuto le sequenze di un omicidio.
Questa era la mia Porta Vittoria che, cento metri più in là , verso il centro, diventava in Corso XXII Marzo un quartiere persino bello, alberato ai lati, con una profonda prospettiva sull'obelisco delle Cinque Giornate. Lì finiva la porta e cominciava il Corso di Porta Vittoria che ormai era centro, con i moderni e lussuosi palazzi che stavano sostituendo i disastri dei bombardamenti.
Da casa mia al Duomo si poteva arrivare a piedi in venti minuti; leggendo il giornale, in trenta minuti con una consumata tecnica dell'alternativo scrutamento del marciapiedi e lettura di un pezzo di articolo. Il quotidiano, il Corriere, me lo compravo con i soldi del tram risparmiati andando a piedi.
Non ho particolarmente amato il mio quartiere. L'eterogeneità della popolazione non favoriva le amicizie, né, per la verità, la mia famiglia era portata a un'intensa vita sociale. Ma ai miei genitori - come lo capisco ora - le sue vie, i negozi, la vicinanza con il centro dovevano essere entrati nel sangue perché lì vissero l'intera loro vita senza mai sentire lo stimolo di andarsene verso i quartieri di periferia. Cambiarono, tutti insieme, tre appartamenti, ma con l'arco di un compasso la diagonale che li congiungeva non avrebbe superato i cento metri.

Giovani depressi ma anche sfaticati

Vorrei fare una domanda semplice-semplice ai giovani: ma siete nati stanchi? Vi osservo tutti i giorni in metropolitana, e sono sempre tentato di offrirvi una delle compresse di Ginseng che porto con me, poiché io - come voi - sono stanco, ma questo si spiega, avendo superato di quattro anni il mezzo secolo d'età, sostenuto quattro concorsi statali, servito la Patria come militare, scritto undici libri e centinaia di articoli, girato l'Europa per lavoro eccetera. Ah, dimenticavo il meglio: dovendo convivere con l'artrosi cervicale, l'artrosi lombo-sacrale e la sciatica, che si fanno sentire soprattutto in metropolitana, quando - all'inpiedi - devo sostenermi agli «appositi appigli» posti in alto, costretto ad osservarvi. Voi ve ne state seduti (anzi accasciati), stanchi di una pesantissima vacuità quotidiana, per dirla con Veneziani, sfiancati dal peso di giornate totalmente inutili, di esistenze non legate a nessuna causa, a nessuna buona battaglia, a nessuna speranza. Davanti a voi è il vecchierel canuto e bianco, reso curvo dai suoi anni; la massaia carica di buste della spesa; la donna incinta; persino il cieco, sorretto dal badante. E voi fingete di non vederli. Fingete, nel migliore dei casi. Nel peggiore (che poi è il più frequente) li guardate in faccia e non battete ciglio. Avete le cuffie nelle orecchie per ascoltare la vostra musicaccia, sostenete in grembo la fidanzata con la quale vi baciate e mordicchiate ad ogni momento, o vi spidocchiate a turno, come le scimmie che si osservano allo zoo. Perché mai dovreste cedere il posto a qualcuno? Siete giovani, studenti e innamorati: caso mai è l'anziano che deve cedere il posto a voi, specie se siete disoccupati. Uno o due anni fa, presentai un mio libro in alcune scuole superiori di Rovigo; chi sa che non incontrai uno di quei campioni che hanno percosso il crocifisso, al grido di: «Finiscilo, finiscilo!». L'insegnante di una di quelle scuole mi disse: «Maestro, qui ci sono problemi opposti a quelli che vivono i suoi studenti. Non c'è lavoro nero, non c'è la casa sgarrupata, ma sono tutti annoiati. Per vincere questa noia violentano ragazze, torturano disabili, allagano le scuole, buttano sassi dai cavalcavia. La buona parte di questi ragazzi è viziata, la buona parte fa uso di droga. Non conoscono il sacrificio, vogliono tutto e subito». Poveri giovani, in pensione ancor prima di lavorare. Chissà che un paio di ceffoni bene assestati non li svegli dal loro torpore esistenziale.

Marcello D’Orta, su Il Giornale di oggi

06 luglio 2007

El nost Milan

Il solito rompicoglioni, direte.
Sbagliando, perché Jannacci è sì un rompicoglioni, ma insolito. Così insolito da sembrare unico nel panorama della canzone italiana. Viste ai suoi concerti persone non anziane commuoversi per canzoni che hanno quarantanni sul groppone, ho deciso che aveva ragione lui, prima cosa, e poi che canta meglio adesso di quarantanni fa, seconda. Ha più voce, quando si decide a tirarla fuori e non indulge al recitato, talvolta necessario (sentite le due parti di quel gioiello che è "La costruzione"). Ha più consapevolezza del ruolo, il soldato Jannacci. Non è un pirla, sa fare di conto. A difendere la sua trincea (la sua gente) sono sempre di meno. Qualcuno è morto, amen, ma tanti sono passati dall'altra parte. Le scarpe da tennis le portano anche i ricchi, non è più solo roba da barboni. Oggi per andare all'Idroscalo il barbone salirebbe su un Suv, ma per molti ci vogliono sempre due tram per arrivare in piazza del Duomo, e l'avvenire resta un buco nero in fondo al tram per i ragazzi obbligati alla precarietà, con un presente magro e un futuro vago. Il meglio di Jannacci è quasi sempre il peggio di Milano, della fatica di vivere, dell'umiliazione di sopravvivere, del non avere voce, ed è qui che arriva lui ("Ohé sun chì") con l'allegria del naufragato che è poi la totale serietà del clown, del saltimbanco, del medicastro e del poetastro. La sua voce (questa è una sensazione mia) ha più forza in quanto consapevole di esprimersi per conto di altre voci, quelle che non ci arrivano perché siamo distratti o di fretta, o perché partono da troppo distante (a Milano il troppo distante è anche mezzo metro, tenerne conto) e poi si sa che la vita lè bela, che la ruota gira (sì, ma sempre dalla stessa parte) o perché si è deciso (da qualche altra parte, in alto) che non contano. Se non contano, tanto meno raccontano o cantano. Più o meno è da mezzo secolo che l'inveterato ma pur sempre insolito Jannacci rompe i coglioni raccontando e cantando. E vogliamo tenercelo caro, come tutti i mammiferi in via d'estinzione, perché senza metterla giù tanto dura sta facendo canzoni politiche da una vita. Più musicista di tanti, stimabili, degli ex Dischi del Sole. Più padrone della scena (da quando ha i capelli bianchi). Ma sempre controtendenza, contro vento. Contro. Non sto parlando di un guerrigliero al pianoforte, ma semplicemente di un uomo che si guarda intorno senza paraocchi e paraorecchi. Perché ci vuole orecchio, ma non solo.
Questo doppio cd [Enzo Jannacci - The Best], tutte le canzoni riarrangiate da quel mostro di Paolino J, comprende alcuni inediti, un "Bartali" messo in piedi dall'Avvocato e dal Dottore (una versione sbilenca, per divertirsi, a mezza via tra il salmodiare dei frati e l'asincronia degli ubriachi) e, cosa che vale un grazie sentito da parte mia, "Dona che te durmivet", amara canzone protofemminista, con la sorpresa della traduzione in italiano. Che non sciupa l'atmosfera della latteria (quante ce n'erano, quante ne sono sparite), ma continuo a pensare che manasc suoni meglio di grosse mani e, come studioso dei testi jannacciani, mi tocca rilevare che per motivi metrici i cinque anni d'amore (tant el ghè pu) sono diventati tre. Non importa, inscì vèghen si dice a Milano.
A questo punto, può risultare superfluo chiedersi perché Jannacci rompa i coglioni da mezzo secolo. Non so lui, che comincerebbe a parlare di arterie e valvole, ma io una risposta ce l'ho. Perché ha intuito allora (adesso ne è certo) che questa è la strada più breve per arrivare al cuore.


(Gianni Mura)

Sono mesi che mi intriga l'idea di parlare di Milano a più voci, da più angoli generazionali. Lo spunto decisivo me lo dà questo bell'articolo di Mura su Jannacci: un'icona della mia gioventù, uno della scuola del Derby, uno di quella sinistra che capiva ed interpretava il popolo delle periferie e delle fabbriche e che non giocava con le bombe. La Milano del socialismo democratico, dei Tognoli, degli Aniasi, del Milan con le grandi righe verticali e del calcio non ancora violentato dai soldi di Moratti padre. La Milano dove passavi da Corso di Porta Vittoria senza provare cupe angosce, quattro volte al giorno perché l'intervallo di lavoro era di due ore. La Milano delle grandi nebbie, del nerofumo sulla 500 parcheggiata in strada, dei terroni ghettizzati nelle nuove periferie dei quartieri Iacp. Di questi ricordi vorrei parlare e sentire le testimonianze dei meno giovani, ognuno con il proprio frammento di memoria e dei giovani che condividono queste vie, queste mura, ma non i medesimi riti ambrosiani.
Un caldo invito a scrivere.

Danielone

Bpm il giorno dopo

Finita la relazione sadomaso con Bper, si è aperta la stagione dei rendiconti. Mazzotta, Vitale si sono affrettati a dichiarare che loro rispondono solo all'assemblea che li ha eletti. Gli avversari-maggioranza cercano il chiavistello giuridico che li costringa ad andarsene. La banca si appresta a trascorrere una fresca estate di marasma strategico.

Il bipartitismo cialtrone

Berlusconi, capo dell'opposizione, ha dichiarato che quando il capo del governo Prodi parla dice stronzate. Prodi ha replicato che Berlusconi è agitato perché ha poco da vivere.
Giganti della politica, maestri dell'umanesimo del terzo millennio.

28 giugno 2007

Niente lacrime per lo stop a Bpm-Bper

Non si sorprendano i lettori se LiberoMercato non si unisce ai lamenti per le mancate nozze fra la Popolare di Milano e la Bper. Né alla reprimenda contro i dipendenti-soci della Bpm che hanno dato man forte ad affossarle. Le fusioni si fanno se vi è convenienza. Di mezzo ci sono i soldi (il concambio) e potere (la governance); e l'uno e l'altro pendevano a favore degli emiliani. Logica vuole che se uno paga bene, pretende anche di comandare. E alla fine la reazione della Borsa(+5,8% per Bpm, meno 0,8% per Bper) dice di più delle dietrologie sui sindacati. Se ieri, nel corso di una turbolenta seduta in cui è stato scambiato quasi il 9% del capitale, il titolo Bpm è salito fin oltre il 7,5% (mentre Bper è arrivata a perdere il 2,5%) un motivo ci sarà. La spiegazione che rimanda ad un'Opa ostile spiega poco o niente alla luce del quadro normativo vigente. La verità, che gli analisti finanziari più attenti hanno colto, è che il deal Bpm-Bper, così come congegnato nell'accordo-quadro del 20 maggio, non era granché. Passi per quel concambio 1,76 azioni Bpm contro una Bper, ampiamente sbilanciato a favore degli emiliani. Ma che dire della governance? Barocca è il complimento migliore che si può fare, dominata dall'ossessione di impedire che una parte prevalesse sull'altra: ingessata da quorum deliberativi elevatissimi, in assemblea straordinaria come in cda e nei comitati. Senza considerare la ripartizione dei poteri a livello di direzione generale, premessa di una ingovernabilità che a sua volta è l'anticamera dell'insuccesso di una fusione.
Certo, il piano industriale era un buon piano: ma alle condizioni pattuite, gli azionisti della Milano avevano ben poco da guadagnarci (i corsi borsistici dell'ultimo mese lo provano). D'altra parte, se il governatore Mario Draghi e la Vigilanza avevano espresso più d'una perplessità qualche motivo ci sarà. Ridurre il voto del consiglio di amministrazione della Bpm ad un regolamento di conti fra l'azionista di riferimento (i soci-dipendenti, la loro associazione o i sindacati che dir si voglia) e il presidente Roberto Mazzotta, è una semplificazione che non tiene conto della realtà. Nel cda di martedì sera si sono espressi contro l'accordo 11 amministratori su un totale di 19 presenti, tre erano gli astenuti e cinque i favorevoli. Di questi ultimi - a parte Mazzotta e il vicepresidente Marco Vitale -due sono stati eletti nell'ambito della lista dei dipendenti in pensione. Fra i consiglieri per così dire di provenienza esterna, uno ha votato contro, l'altro si è astenuto. E tra gli astenuti c'è stato pure Jean Jacques Tamburini, rappresentante degli alleati francesi. Tanto basta per dire che la tesi del condizionamento"bulgaro" dei sindacati non sta in piedi.
A Mazzotta va riconosciuto l'onore delle armi per l'impegno profuso ma va anche detto che, nell'ansia di chiudere l'operazione ad ogni costo, è rimasto senza esercito. Una sconfitta per il banchiere-Mosè che ha preconizzato la Superpopolare senza ottenerla. È stato ingenuo pensare che l'enfasi del salto dimensionale potesse indurre i dipendenti-soci a rinunciare a quanto conquistato in un secolo di storia. Finché potranno (cioè finché la banca avrà clienti e utili a sufficienza, e non interverranno stravolgimenti dall'alto), i dipendenti faranno al più qualche concessione, come è successo - merito anche di Mazzotta - negli ultimi cinque anni. Quando non sarà più possibile, venderanno al miglior offerente.

Semmai, questa vicenda, come quella della riforma legislativa che galleggia in Parlamento, dimostra ancora una volta che quando si parte con il piede sbagliato, pensando di aggiustare surrettiziamente le cose in corsa, si finisce per deragliare.

di Lorenzo Dilena, su LiberoMercato

Una ricostruzione puntuale ed acuta. Un invito a leggere per quelli che credono che solo il Corrierone degli onesti, avulso da interessi di qualsivoglia natura, sappia rappresentare la realtà con verità critica.

27 giugno 2007

Il futuro che verrà (segue)

Consigli per W

Va bene, come dice W., che “bisogna lanciare lo sguardo il più lontano possibile”, ma neanche tanto lontano, sennò il circondario ti porta a fondo. W. si dia un’occhiata intorno e metta mano,
al più presto, a una tipica caratteristica della sinistra italiana: il suo farsi antipatica, scassaballe, saputella. E’ una faccenda che sta tra la fisiognomica e l’ormonale: una volta arrivati al potere, chi più chi meno, prendono tutti la faccia di Visco. Allungano lo sguardo sospettoso, scrutano come scienziati un orizzonte di soli insetti, rispondono sgradevolmente come fossero chini sulle sorti del mondo. Certi cazzoni di sottosegretari, le cui funzioni sono ignote anche in famiglia (ce ne sono oltre cento, manco abbondassero gli idraulici), vagano altezzosi spacciandosi per Winston Churchill. Se il Cav. fa (e strafà) di tutto per piacere, è il caso di rispondere cercando, strategicamente, di fare di tutto per stare sui coglioni?


da Il Foglio di oggi.

Il futuro che verrà

Noi, che abbiamo letto come con Veltroni il Partito democratico potrebbe passare dal 23/25 per cento al 35/36, perché la zona che oscilla tra i Poli pesa il 14 per cento. Noi che abbiamo letto come il 23/25 di oggi sia formato dal 18/19 di elettori di Ds e Margherita, dal 2 per cento di “altri partiti” e dal 3 di indecisi o astenuti, e come il potenziale apporto di Walter potrebbe assommare un +5 di elettori della coalizione di centrosinistra che attualmente non voterebbero Margherita o Ds, un +1 della coalizione di centrodestra, un +2 di altri diessini o della Margherita stessa e un +3 di astenuti/indecisi, così da arrivare a quel +11 che sarebbe il totale potenziale dell’apporto personale di Walter al Partito democratico, che passerebbe appunto dal suddetto 23/25 al suddetto 35/36. Noi, dicevamo, non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere in Renato Mannheimer, l’uomo strapagato per farsi le pippe, il nostro perfetto modello di vita.

Andrea's Version, sul Foglio di oggi.

Stop alla ipotizzata Banca delle Regioni

Dopo un lungo e drammatico consiglio d'amministrazione, la maggioranza del board ha detto no alla fusione con la Popolare dell'Emilia. È l'epilogo stupefacente di una trattativa che sembrava volgere verso una conclusione positiva, cementata da modifiche statutarie suggerite da Banchitalia.
Alla stretta finale sono invece tornati in superficie tutti i variegati motivi di dissenso, fatti di volta in volta propri dalle sigle sindacali maggioritarie e dalla Cisl, che nella fase finale è stato l'autentico volano che ha cementato il fronte del dissenso.
Le ragioni di fondo del no vanno equamente ripartite fra la dilagante sfiducia verso la capacità di conduzione dell'operazione da parte del presidente Mazzotta ed il disagio per un accordo che, complessivamente, vedeva la Bpm comprimaria nella nuova società.
La responsabilità del rifiuto se la sono messa sulle spalle i gruppi di opinione storicamente maggioritari e protagonisti del consenso assembleare della cooperativa milanese.
Questa vicenda, trascinatasi per mesi, ha assunto connotazioni molto strane, sempre più avulse dai canoni tipici delle operazioni di merger.
Messo in soffitta il piano industriale, assente una due diligence che aprisse squarci di comprensibilità sull'articolazione piuttosto oscura delle partecipazione di Bper, tutto si è concentrato su un modello di governance autoreferenziale per il consiglio e su uno statuto trasparente come una deliberazione dell'Onu.
Banchitalia, di proprio, ha aggiunto una richiesta di agibilità assembleare che ha suscitato giuste ed allarmate preoccupazioni.
Con queste coordinate è stupefacente come Mazzotta, capace di una innegabile abilità manovriera, avesse in pugno la vittoria sino all'89mo!
Ora cosa succederà?
La Borsa oggi ha già dato una sua rozza risposta. Bpm torna preda e cresce quasi in doppia cifra. Bper, sebbene in un mercato secondario, perde vistosamente.
I risvolti economico-politici sono di ben altro spessore e su questi ci ripromettiamo di tornare con più tranquilla ponderazione.

18 giugno 2007

Mamma li Turchi

Al congresso storiografico di Nizza, un esimio cattedrattico di Torino ha dimostrato con ragionevole certezza che gli Etruschi provenivano dal territorio turco, precisamente dall'Anatolia.
Sono state effettuate prove del DNA su abitanti del meraviglioso paese di Murlo, ritenuto, come una navicella sopravvissuta all'Oceano del tempo, un insediamento di purissima ed intonsa origine etrusca.
Murlo è adagiato sui rilievi delle crete senesi fra Buonconvento e Montalcino, e vi si respira la quieta beatitudine dei borghi senesi. Visitarlo ed innamorarsene è un tutt'uno.
Ora questa storia delle origini turche è un pò inquietante e pone domande non prive di fascino.
Le ferocia delle genti senesi, oltre alla loro innegabile ottusità politica, è frutto dei padri fondatori o del rimescolamento razziale che tremila anni di storia hanno certamente indotto?
Passare dal capoluogo nei giorni del palio fa pensare ai feroci Saladini, ma frequentare gli stupendi abitanti di quella terra, così ricchi di secolare cultura, fa convincere che i germi della follia li abbiano instillati dei barbari nordici attratti dal paesaggio e dal clima, in epoche in cui gli extracomunitari erano figli della steppa e non maghrebini.
La notizia è però curiosa e stimolante, e potrebbe rivalutare il contributo essenziale degli asiatici alle origini della civiltà europea.
Ordunque, non esitiamo oltre nell'ammettere la moderna Turchia alla Comunità Europea. Ne hanno più titoli di tutti. Prima di Enea, sono i nostri padri!

17 giugno 2007

Ho letto Simonetta Agnello Hornby

Intrigato dalle splendide critiche all'opera prima La melunnara, sono cascato nel tam-tam pubblicitario di Boccamurata, terza fatica dell'autrice, nata a Palermo ma di cultura anglofona. Infatti descrive una Sicilia altoborghese con il tono fra l'incantato e lo schifato della zitellona isterica inglese, che dopo una settimana nell'isola suppone di avere capito le diversità etniche degli isolani, ivi comprese le loro stupefacenti attitudini sessuali.
Ho smesso, mentalmente disidratato, a pag.103 ed all'autrice ho immediatamente applicato l'etichetta di solita stronza.
Se qualcuno più resistente e paziente mi vorrà convincere di avere compiuto una nefandezza, sono pronto, per ravvedimento operoso, a riprendere da pag. 1o4.

Il ventre molle dell'Europa

La vita politica della nostra penisola ci ha riservato in questo fine settimana queste chicche.
Dichiarazione delirante di Berlusconi: il ricambio al governo si fa con un bel regicidio. Il Cav. era accusato di essere fermo a Stalin. Non è vero. E' in vorticoso movimento. Ora è a Monza nel 1901.

Dichiarazioni di D'Alema: La magistratura italiana è come un sulk libanese. Motivo? Ha applicato alle intercettazioni che lo riguardavano l'aurea legge Violante. Il segreto istruttorio vale solo per i difensori degli imputati che, se lo desiderano, possono leggersi tutto l'indispensabile sul Corriere degli Onesti e sul quotidiano dei republicones. Per gli imputati di sinistra rivolgersi a Belpietro del Giornale. Perché il velista si incazza? Chi semina vento...

Festival e sfilata degli anormali a Roma. Prodi gorgoglia che non vuole ministri che partecipino all'equivoca manifestazione. Tre di loro se ne fottono, e presenziano per comunicare il patrocinio governativo allo storico evento. Però, poiché fa caldo, non seguono il corteo anche se almeno due di loro avrebbero tutto il diritto di esserne protagonisti. Notato fra i travestiti ameba Boselli sproloquiare sulla laicità. Ma dico io!

Dini, toh chi si rivede!, forse di ritorno dal Centro America?, dichiara che se continueranno a prevalere i dictat economici della sinistra radicale, loro voteranno contro il DPEF. Loro chi? La Margherita, una parte di essa? Gianni Rivera e Lambertov? L'Italia freme in attesa della soluzione della misteriosa minaccia.

Il tesoretto? Tutti i partner governativi ne vogliono un uso diverso ed alternativo, ma qualcuno teme che lo Schioppa lo abbia fatto sparire nel frattempo.

Che ne dite? In Sud America, anche per uno solo di questi eventi, i militari avrebbero già portato a termine sabato sera un colpo di stato. Già, ma in Italia i generali li nominano i partiti...

Ho letto Berselli

L'autore politicamente mi fa venire l'orticaria. Redattore di Repubblica ed Espresso, con irrefrenabili atteggiamenti da girotondino.
Ha però una virtù innegabile. Sa fare della satira con stile educato e cognitivo.
L'assunto di questa sua opera è che la letteratura contemporanea italiana soffre di asfissia e di asservimento ai capricci degli editori.
Questa teoria, non lontana dalla realtà, si materializza in uno schema applicabile inesorabilmente ad ogni letterato. Si nasce osannati giovani promesse, ma solo in casi rarissimi il bozzolo fa fuoruscire la meravigliosa farfalla del venerato maestro. Per la moltitudine è solo questione di tempo. Seconda o terza opera che sia, ed ecco scattare la mannaia dell'etichetta definitiva: solito stronzo.
Allla terribile cartina tornasole sono passati tutti gli oracoli della cultura italiana, da Benigni a Baricco, da Fò ad Eco, sino ai maitre à penser Mieli e Ferrara.
Il giochino regge magnificamente, salvo qualche accentuazione snobistica e spruzzate di settarismo sinistrorso, però sopportabile.
Lo suggerisco a chi cerca stimoli di riflessione e vuole sfuggire alla critica finanziata dalle case editrici (titolo: Venerati maestri).

13 giugno 2007

Binari paralleli (segue)

Moralisti senza morale

C’era da immaginarselo. Di fronte alle telefonate di D’Alema e Fassino col capo di Unipol, da cui emerge un «rapporto molto intimo e del tutto improprio» per dirla col direttore di Repubblica, i vertici della Quercia hanno scelto la linea di difesa apocalittica: invitare i militanti alla vigilanza democratica e lanciare l’allarme golpe. Così sperano di farla franca e di evitare imbarazzanti spiegazioni circa l’intreccio d’affari che li vede protagonisti.Del resto gli ex comunisti si considerano i migliori, i più democratici, anzi: l’essenza stessa della democrazia. Dunque, tutto ciò che li mette in difficoltà non può che essere una manovra antidemocratica. Avendo per anni confuso lo Stato con il proprio partito, gli ex pci ritengono che qualsiasi critica nei loro confronti sia «un’aggressione che mira a indebolire lo Stato di diritto», così come hanno sostenuto ieri. La difesa, come dicevamo, era prevedibile e già vista. Quando in piena Tangentopoli girò voce che i magistrati di Milano volessero mettere il naso anche nei conti dell’allora Pds, Achille Occhetto adottò la stessa tecnica: «Se mi arriva un avviso di garanzia è un golpe». Per D’Alema e compagni l’informazione giudiziaria è democratica solo quando colpisce l’avversario politico, sia che si tratti di un dc, di un socialista o di Berlusconi. Se tocca la sinistra è eversiva. Il partito che fu di Berlinguer – il segretario che sollevò la questione morale pur sapendo che il Pci per anni aveva campato coi soldi dell’Unione Sovietica – non può ammettere di avere le mani in pasta con le speculazioni finanziarie e nemmeno può confessare di essere socio di fatto di uno scalatore borsistico. Il partito dei giudici non può neppure lontanamente concepire che proprio quei giudici che per anni ha allevato e fomentato oggi gli si rivoltino contro e chiedano ragione di curiose telefonate, ma anche di vorticosi giri di denaro che ruotano sempre intorno a un solo soggetto: Unipol, la compagnia d’assicurazione delle Coop rosse. Terrorizzati di fare la fine dei socialisti e di essere spazzati via da una nuova ondata giustizialista, i Ds provano a rompere l’isolamento politico in cui sono precipitati, ma gli alleati appaiono freddi e distanti. Non una parola dagli amici della Margherita, qualche parola ma non benevola da Antonio Di Pietro e dalla sinistra radicale. In soccorso dei vertici della Quercia è andato solo un vecchio giudice, il compagno di sempre: l’ex procuratore capo di Milano, Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore ulivista, è giunto a evocare il Sifar, il vecchio servizio segreto degli Anni Sessanta che la sinistra identificava come fonte di ogni nefandezza. «Far uscire ora le intercettazioni», ha spiegato l’ex magistrato, prendendosela con quelli che furono suoi colleghi, «vuol dire volerle usare per la politica». Ma non è più il 1993, quando D’Ambrosio, con un colpo a sorpresa, «prosciolse» il Pds dall’accusa di aver preso tangenti attraverso Primo Greganti. Gli anni sono passati per tutti, anche per l’ex giudice. Che oggi non ha più assi nella manica in grado di mandare assolti i suoi compagni di viaggio.

Maurizio Belpietro, da Il Giornale di oggi.

Binari paralleli

“E’ uno schifo. Li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire. E saremmo in uno stato di diritto? Mah! Quello che succede è intollerabile, dopo questo si apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie. Nel resto del mondo non accadono cose di questo genere. Il bello è che facciamo le conferenze sulla giustizia fuori dai confini ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema, perché qui c’è una questione grande come una casa. E non dobbiamo pentirci di niente. Semmai la vicenda è grave dal punto di vista culturale. Tutto il mondo politico parla con imprenditori o uomini della finanza. E’ normale, se trovassero tutti i miei colloqui con industriali italiani ci potrebbero riempire un libro. Siamo in presenza di un circuito mediatico giudiziario illegale, vergognoso, lo ripeto, barbaro. Ma il clima contro il sistema politico è quello che è, e questo andazzo sta prendendo piede...”.
Così disse Massimo D’Alema dalla banlieue di Hammamet.


Andrea's version, da il Foglio di oggi.

05 giugno 2007

Ho letto Vitali

Capita di aprire per caso un libro di un autore sconosciuto e scoprire con emozione il riannodarsi del filo della passione che vent'anni fa mi aveva legato ad un grande autore , Piero Chiara.
Andrea Vitali, nato e vivente a Bellano, è un meraviglioso affrescatore di storie ed atmosfere lacustri. Ha la capacità rara di incatenare eventi e personaggi sul fondale di una provincia immobile in superficie ma percorsa da fremiti di vitalità e passione, vissuti con gli istinti e le timidezze della gente lombarda prealpina.
La critica (cfr. Ottaviani sul Giornale del 13 aprile 2007) considera Vitali un artigiano della penna. Quante volte ho letto lo stesso giudizio altezzoso per autori che il tempo ha consacrato di grande spessore, come il mio amato Chiara, ma anche Soldati, Cassola e persino quel genio di Guareschi, che per di più aveva la colpa di essere un dissacrante anticomunista!
E quante volte ho letto osanna per giovani promesse, posssibilmente frequentatrici di terrazze radical-chic romane , puntualmente retrocesse, come scrive Berselli, sin dalla seconda opera nell'inferno dei soliti stronzi.
Vitali è un autore vero, pragmaticamente concreto, forse senza lampi di genio (non diverrà mai un venerato maestro), ma con una capacità narrativa ed espressiva certamente pari, se non superiore, a quella di un'icona contemporanea come Camilleri.

Mi sono letto in poche settimane alcune delle sue opere in commercio con grande godimento, e le consiglio agli amici:

* Il Procuratore
* La Figlia del podestà
* Olive comprese

(tutte per i tipi di Garzanti)

03 giugno 2007

A Te che piangi i tuoi morti

Se mi ami non piangere! Se conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo; se potessi vedere e sentire quello che io sento e vedo in questi orizzonti senza fine e in questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami!
Sono ormai assorbito dall'incanto di Dio, dalle sue espressioni di infinita bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole e meschine al confronto! Mi è rimasto l'affetto per te, una tenerezza che non hai mai conosciuto! Ci siamo amati e conosciuti nel tempo: ma tutto era allora così fugace e limitato!
Io vivo nella serena e gioiosa attesa del tuo arrivo fra noi: tu pensami così; nelle tue battaglie pensa a questa meravigliosa casa; dove non esiste la morte, e dove ci disseteremo insieme, nel trasporto più intenso e più puro, alla fonte inestinguibile della gioia e dell'amore!
Non piangere più se veramente mi ami!


(S. Agostino)

Che Dio così voglia, amata Anna.

27 maggio 2007

Arrivederci al prossimo derby

La vittoria di Atene è stata festeggiata per due giorni con sfilata in pulman scoperto, stile quinta strada, per le vie di una città che di suo non sopporta nemmeno un tram jumbo in panne.
Tutto ha avuto il sapore un po' forzato di una recita a pro dei media e dei teppisti, che hanno approfittato dell'entusiasmo per devastare gli oggetti di addobbo stradale incautamente lasciati lungo il percorso.
A dare ulteriormente pepe a questo mini carnevale carioca ha poi pensato Ambro, esponendo un cartello che in sintesi invitava gli onestoni ad usare lo scudetto come supposta.
La Pravda Rosa ha esecrato, la stampa di sinistra si è sturbata ed ha riempito lenzuolate di stigmatizzazione moraleggiante, il presidente educato ad Oxford ha magnanimamente perdonato non senza lanciare, in caudam, una truce promessa: i miei sgherri non dimenticheranno.
Gattuso, saputolo, ha saggiamente risposto: life is now.