21 gennaio 2012

Te Deum laudamus

Abbiamo a che fare con truffe, grassazioni tentacolari, anonime, insonni, irresponsabili ed immense, che ci hanno preso tutti in contropiede. La voracità di pochi si alimenta di miliardi di bit impazziti. E come i computer vengono spesso protetti da degli anti-virus, che sono venduti dalle società che hanno messo in rete i virus stessi, così, adesso, sovente ed assurdamente, chiamiamo a risolvere il marasma finanziario coloro che, in un modo o nell'altro, lo hanno prodotto traendone immensi benefici. Ci stanno rovinando i multimasterizzati, gli azzeccagarbugli poliglotti, gli apprendisti stregoni della finanza globale, i matematici iperspecializzati in imbroglionologia. Ci salveranno gli uomini di buona volontà. Ci riusciranno perché sono tanti, credono negli affetti, non si lasciano intimorire, sanno soffrire. Anche se i giornali non ne parlano mai. Te Deum. E tu se puoi, mi raccomando, dacci una mano. Non prevalebunt, non prevarranno. Ce lo avevi detto tu, no?
Pier Luigi Magnaschi (Tempi 11-1).

01 ottobre 2011

Banca Popolare di Milano: una nobile decaduta

Sono riluttante a scrivere di Bpm. Troppe emozioni, troppi ricordi, troppe ferite appena rimarginate.
Ma l'odissea della sua governance, come si usa dire oggi, merita qualche modestissimo commento.
La peculiarità delle società cooperative è il voto capitario in assemblea. Conta il libro soci, non le azioni possedute. È certamente un concetto che sa di socialismo ottocentesco e di sana cultura mazziniana, ma funziona egregiamente, checché ne pensi Draghi, a precise condizioni.
1) La sfera decisionale dei manager, del consiglio di amministrazione e delle rappresentanze dei soci si riconosca reciprocamente totale autonomia nell'ambito delle specifiche competenze.
2) La banca sappia esprimere una redditività ed un'efficienza operativa di buon livello.
3) Il Consiglio di amministrazione sia la proiezione delle migliori istanze economico-culturali del territorio di riferimento.
Questa è l'unica "velina" che ha diritto di cittadinanza in una cooperativa e che ha ispirato per decenni i delicati equilibri e rapporti della Bpm, che fu negli anni '80 fra le prime otto banche italiane e, fra le popolari, seconda per dimensione alla Novara ma prima per efficienza gestionale (negli anni '90 vinse l'oscar del più trasparente bilancio bancario).
Sono passati quattro lustri e sono arrivate nuove generazioni di soci-cooperatori, che forse non hanno saputo distinguere il possibile dal passibile e si sono inebriati nel gioco del potere, senza l'umiltà di studiare la storia e senza la consapevolezza che una banca non è un consiglio comunale e che gli errori nessuno li ripiana. I consigli si sono sbiaditi qualitativamente e la gestione è stata a uomini di cultura finanziaria certo poco sensibile alle connotazioni storiche di una cooperativa forte e radicata sul proprio territorio e della cultura media dei livelli manageriali interni.
Ci si sono messe le crisi sistemiche e globali, certamente, ma da quelle ci si difende meglio se si è se stessi e non si scimmiottano improbabili modelli gestionali.
Si è dispersa una bella cultura bancaria, forse ruspante, ma genuinamente vicina alle esigenze del territorio; si sono fatte prove di grandeur espansionistica che hanno dilapidato il patrimonio aziendale e trovata impreparata la banca a dimensioni troppo dilatate.
Questa la mia analisi, discutibile, ma questo percorso introspettivo sarebbe stato bene che tutti gli attori in campo lo avessero fatto prima di esercitarsi in formulette statutarie che paiono pensate più per conservare lo sbagliato che non per recuperare l'originario spirito e il consenso e la solidarietà della clientela e del territorio.

30 settembre 2011

Nell'intervallo, una morbidella farcita di marmellata fatta in casa

Siamo agli sgoccioli di un settembre estivo come non se ne ricordano, ma la politica non ha cambiato spartito, sempre arroventata e vuota di contenuti propositivi. Da un lato un governo inesorabilmente infiacchito, con una maggioranza che non crede più al dovere di governare e si riposiziona per la conta elettorale prossima a venire; dall'altra un'opposizione con l'elettroencefalogramma piatto, che sa solo gridare terribili anatemi contro Berlusconi, ma dopo due anni non ha ancora detto quale sarebbe la sua ricetta di governo per toglierci dalle sabbie mobili.
Se la cultura di comando è la medesima del governo municipale di Milano della strampalata coalizione di Pisapia e del rancoroso Tabacci, viene francamente da rabbrividire.
Tutto finirà in vacca? No, tranquilli! È come ce lo spiega, in un arguto fondo di oggi sul Giornale, Marcello Veneziani.

Alla fine per stanchezza verrà Casini
(di Marcello Veneziani, su Il Giornale del 30/09/2011)

Dopo Berlusconi prevedo Casini. Mi azzardo a fare una previsione, anzi una profezia. Nella sfera di vetro ho visto il faccino di Pierferdy. Dopo il diluvio verrà la pioggerellina. Quando si tira troppo la corda alla fine si spezza, non scappa il morto ma scappano spaventati i presenti. Si accendono le luci in sala e arriva l'intervallo con i popcorn. Casini è la tregua tra due film. Casini delude tutti ma in modo tenuo ed equilibrato. Casini non entusiasma nessuno ma non dispiace a nessuno. Casini rassicura, non suscita gli amori e gli odi di Berlusconi e degli anti, ed è pure munito di conforti religiosi. Alla fine verrà Casini perché le guerre civili cercano poi la pace domestica. Perché disfatte le case della libertà, si torna ai palazzinari ed ai loro congiunti. Perché prima o poi tornano le mezze stagioni. Perché da noi anche nella scienza trionfano i neutrini. Perché dopo le erezioni viene la mosceria. Perché quando ci vogliamo divagare dopo una giornata intensa, andiamo in centro. Perché quando vogliamo addormentarci prendiamo il bromuro democristiano. Casini è l'ultimo prodotto dell'antica farmacia del Corso, è la camomilla parrocchiale. Magari non dice granché,non eccelle, non ha mai governato, ma ci fa riposare. L'Italia è il paese dell'acqua né liscia né gasata ma lievemente frizzante; l'Italia cerca sempre una via di mezzo tra Roma e Milano, alla fine ci si incontra a Bologna. Infine perché Casini è il peluche che ci lasciò mamma Dc quando morì, per farci compagnia la notte al buio.

26 agosto 2011

Giornale di bordo del 26 Agosto

Appello a Via Bellerio.
Chiudete in un convento di clausura Calderoli!
Per quanto scassata sia la politica italiana, risparmiateci almeno questo Tecoppa delle Orobie. L'ultima esternazione sulle pensioni di reversibilità è miserevole ed indegna e dimostra una insensibilità sociale inammissibile.
Invito gli amici alla lettura molto istruttiva e condivisibile dell'articolo di Giorgio Fedel sul Corriere a pag. 45 intitolato: "Perché manca una morale civica".
La chiusa è giustamente sconfortata sulla capacità di inventarsi un collante che tenga unita questa sgangherata comunità.
La retorica della patria, al di fuori del contesto liberal-risorgimentale corrotto dal fascismo, non ha retto l'usura degli anni e degli eventi ed il tentativo di riportarla in vita degli ultimi due Presidenti della Repubblica è caduto nell'indifferenza popolare, se mai è solo servito ad alimentare la stanca creatività dei markettari della pubblicità.
Cosa ci resta? Forse la riscoperta delle comuni radici cattoliche potrebbe essere l'avvio di una consapevolezza unitaria che la politica oggi non sa più promuovere.

20 agosto 2011

Borse e stregoneria

C’è chi sta facendo e farà ottimi affari, approfittando di Borse che offrono prezzi sempre più bassi. Fra quanti possono gioire non rientrano i governi (mica solo il nostro), perché impotenti. I giornali titolano sui miliardi che vengono “bruciati”, vale a dire persi per colpa dei ribassi. La cosa non è del tutto ragionevole, perché avrebbero dovuto far titoloni anche sui miliardi che furono “creati”, quando gli indici sono stati improntati, per lungo tempo, al bello o al sereno. Il fatto è che quegli strilli non avrebbero attirato un gran interesse, perché è difficile credere che la ricchezza possa essere inventata e, comunque, la gente che cammina per la strada ed entra al supermercato non coglie il nesso fra i gloriosi rialzi borsistici e lo spessore del proprio borsellino. Un nesso che, al ribasso, vuole invece prepotentemente imporsi.
C’è sempre, quel nesso. Anche gli abitanti del paesello di campagna, che sorbiscono il caffè al circolo e vanno di briscola al tramonto, pur magari non avendo mai investito una lira in Borsa, hanno visto crescere il valore dei propri immobili. È avvenuto anche grazie al fatto che c’era gente disposta a pagare di più per avere un rifugio lontano dalla città. Nei sistemi aperti, la maggiore ricchezza degli uni arricchisce sempre gli altri. La maggiore povertà, di converso, li impoverisce. Ma fino ad un certo punto.
I governi che guardano alle Borse, cercandovi gli auspici per il futuro immediato, sono come i comandanti che interrogavano gli aruspici per sapere della sorte in battaglia: si spera, non del tutto in balia della divinazione. I mercati non sono governati da occulte cabine di regia o da comitati esecutivi di gente cinica e competente. Nella gran parte dei casi, funziona la logica del gregge: battete le mani da una parte e le pecore vanno tutte dall’altra. Ciascun operatore osserva il proprio computer e cerca di reagire in tempo reale, sulla base di modelli matematici, all’andamento della giornata. Siccome i modelli sono simili, va a finire che si muovono all’unisono. Talora provocando disastri, perché un gregge che corre cieco sui tuoi campi te li distrugge, e prega che non siano bisonti e di non trovartici in mezzo. Che loro non sappiano cosa fanno e non ne avessero l’intenzione è, alla fine, irrilevante.
Qualcuno crede di star per assistere ad una crisi del capitalismo. Sbagliato, assisterà alla sua vitalità. Quello che va in scena è l’inciampo della finanza, che crea un tonfo enorme. La finanza può agire da sistema nervoso del capitalismo, indicando quali sono i settori che i mercati considerano promettenti. Ma se lo droghi, un sistema nervoso, lo inganni. E lui, per vendetta, inganna te. Come quelli che prendono l’lsd e si lanciano dalla finestra con l’idea di volare, finendo spiaccicati al suolo. La finanza contemporanea ha veramente fatto credere che si potesse inventare la ricchezza, sicché oggi lascia titolare che la si brucia, ma, in realtà, quel che mangiamo va coltivato, allevato e preparato, quello di cui ci vestiamo va cucito, e anche impreziosito con il bottone del colore giusto. Se, poi, considero ricchezza quel bottone e lo valuto più del cappotto divento ricco e famoso finché dura, dopo di che crollo e faccio crollare, anche perché il cappotto s’usa per il freddo, non per il bottone. Se dico di avere eliminato i rischi, come s’è fatto con i derivati, induco ad andar per mare i non natanti e a far salire in vetta gli obesi. Finiranno annegati e sfracellati, perché non sono stati in grado di vedere il rischio.
I governi dovrebbero guardare alle economie reali, sapendo di non potere governare quelle virtuali, che sono, per definizione, sovranazionali e digitali. Il nostro governo non può fare un accidente per la Borsa di Milano, ma può fare molto per la nostra economia. Se gli rimproveriamo i crolli e da Palazzo Chigi si guardano solo gli indici ci prendiamo tutti in giro. Il tema della finanza globale dovrà essere argomento di relazioni internazionali, perché quella macchina, che è importante e deve funzionare, rischia di stritolare tutto. La regolazione della finanza ha oggi un valore pari alla risoluzione delle dispute territoriali: o lo si fa con la diplomazia o finiscono con il parlare le armi (siano essere quelle da fuoco o da speculazione). Nell’attesa c’è moltissimo da fare, ma ha a che vedere con le nostre capacità cognitive e produttive. Insomma, se l’economia s’esaurisce nella finanza (che, lo ripeto, è pur importantissima) sconfina nella stregoneria, e se la politica s’esaurisce nell’inseguire gli speculatori deborda nella totale inutilità.
Il benessere non s’inventa e non si brucia, ce lo si guadagna. Lavorando. Il dovere dei governanti è regolare i mercati in modo che i nostri risparmi non siano divorati da sconosciuti smanettatori con il master, ma anche quello di ricordare che non si diventa miliardari standosene in panciolle e affidandosi a loro.

da: www.DavideGiacalone.it

La buttano in cagnara ma sanno come uscirne

Stiamo assistendo, ma era prevedibile vista la dilatazione dei tempi fra l'annuncio del piano di risanamento e l'inizio del dibattito parlamentare, ad una squallida commedia della politica sugli interventi strutturali (?) per azzerare il deficit corrente dell'Italia entro il 2012.
È bene avere coscienza che la leva maestra è sempre quella delle entrate, come hanno fatto nel tempo ed in situazioni emergenziali dal '92 ad oggi la sinistra, la destra ma anche e soprattutto i governi dei mandarini di stato. La ragione è di una semplicità disarmante: per raccogliere soldi sicuri occorre prelevare laddove le fonti sono note ed accertate.
Inutile dire che pagano i soliti. Sì, pagano e pagheranno sempre i soliti, perché con la lotta all'evasione siamo a zero, sostanzialmente perché gli italiani non credono a questo stato e non sentono il dovere civico, etc. ma sono elettori buoni come gli schedati dal fisco, classici vasi di coccio di manzoniana memoria.
O si ha il coraggio di essere reazionari assolutisti, riservando il diritto di voto a chi contribuisce all'erario, o ci si accetta come siamo in questa finzione di stato in cui viviamo.
Torniamo al dibattito. La sinistra e Casini fanno il loro mestiere negando validità al piano e mettendo in evidenza, giustamente, l'assenza di un qualsivoglia progetto di rilancio dell'economia. Questo governo, o meglio Tremonti che è l'unica testa pensante della compagnia, si comporta come i manager bancari di oggi: dinanzi ad un cambiamento epocale del modo di fare banca non tagliano i costi e rimediano a decennali inefficienze, ma aspettano una ripresa degli spread sempre più lontana nel tempo.
Si afferma che si è disboscato il mondo degli enti locali e quindi si risparmierà moltissimo. Rammento che nel suo piccolo, un governo della prima repubblica fece eguali prospettazioni sulla eliminazione degli enti inutili, che ad anni di distanza sono rimasti in vita magari semplicemente cambiando pelle e finalità sociale.
Figuratevi con i comuni e le provincie, provvedimento già di per sè urticante per la cultura campanilistica degli italiani, ed in fondo ultimo baluardo di democrazia diretta nel nostro paese.
La triste realtà è che in Italia le riforme strutturali non si possono fare, perché la burocrazia, vera padrona del paese, vuole che nulla cambi per perpetuare la sua centralità ed inamovibilità. E gli italiani non sono disposti a fare nessuna rivoluzione, perché di questa burocrazia ci campano in tanti e perché comunque non credono che valga la pena cambiare lo status quo.
Cosa succederà in Parlamento? Poco importa e poco rileva. Chiediamoci invece cosa farà la Bce dopo le nostre abituali e rumorose cagnare.
Io vedo delineata una pesante patrimoniale che Amato, gran maestro di salassi, ha già profetizzato ed auspicato quest'inverno. Quanto ai mega progetti, verranno ripensati in una logica più ampia e sotterrati sino alla prossima recita.

12 agosto 2011

Le società di rating ed i loro portaborse

Dopo mesi di bufera ribassista, alimentata dalle tempestivissime pagelle delle società di rating, al Corriere (giornale dei banchieri e delle anime belle) alla vigilia di ferragosto, quando i quotidiani servono al più per riparare dal sole durante la pennicchella postprandiale sulla sdraio, si rivelano le inquietanti interconnessioni fra le suddette società di rating ed il mondo della finanza, dei fondi americani, degli hedge funds. Molto istruttivo! A pag. 17.
Se si vuole capire qualcosa di più, consiglio però di leggere in materia l'articolo odierno del Fatto quotidiano, che sull'argomento non soffre di reticenze, non essendo imparentato con queste catene di Sant'Antonio del potere globale.
A proposito di parentele. San Draghi non era consulente di una delle tre sorelle all'epoca delle privatizzazioni dei capitani coraggiosi amici di D'Alema?

03 agosto 2011

Tiro alle banche

La borsa di Milano ha una caratteristica unica in Europa. Il comparto dei bancari/finanziari rappresenta oltre il 60 per cento di capitalizzazione dell'intero listino. Ė così intuitivo che la speculazione, spendendo la sua forza d'urto sui bancari, riesca a realizzare due obiettivi essenziali per alimentarsi: deprimere l'indice generale con uno sforzo relativamente basso e tenere viva la sensazione di tracollo non solo sulle banche ma anche su tutti gli aggregati merceologici.
Questa evidenza è misurabile ogni giorno con un confronto fra le principali piazze europee.
Quindi le banche non perché più deboli o meno patrimonializzate delle concorrenti europee, ma semplicemente perché al flipper borsistico danno un maggiore punteggio.
Eppure le ragioni per ritenere relativamente messe meglio le italiane ci sarebbero tutte.
Hanno pagato un prezzo modesto alla deriva dei derivati, salvo casi eccellenti che il buon cuore delle autorità preposte ha amnistiato in istruttoria secondo inveterato vizio nazionale, sono state tutte "costrette" a sostanziosi aumenti di capitale che le costringeranno a darsi dei modelli produttivi più redditizi e hanno, talune, sopportato il peso economico dei tremanti-bond, che è stato un affare solo per il ministero dell'economia, hanno una profittabilità ancora accettabile anche perché gli effetti dei misfatti finanziari sono stati relativamente lievi.
Sono diventate bersaglio grosso perché l'effetto leva del loro arretramento per il listino di Milano è rilevantissimo, come detto.
Credo quindi che non vi sia in atto nessun tentativo di comprare banche a prezzo di realizzo, fatto salvo i casi più disperati che avrebbero comunque pagato pegno in qualsiasi diverso scenario.