23 ottobre 2008

Circo Barnum Football Club

Avevo preso impegno di non parlare più di Milan. Dimessomi da abbonato, tifoso distratto, passionaccia sepellita sotto i ricordi.
In attesa dell'inevitabile ripulisti dirigenziale.
Indifferente a qualche discreto risultato in campionato, ma anche offeso da sconfitte amichevoli negli Emirati Musulmani d'Europa.
Ora Beckham.
A tutto c'è una misura.
Inoltre il circo non mi ha mai attratto, anche da bambino quando l'unico divertimento era guardare di sottecchi mio padre scompisciarsi dalle risate.
Pelato di Monza, se lui fosse ancora vivo, avresti conquistato quel tifoso in più che è la tua mission.
Ma i conti dei veri milanisti persi chi li tiene?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Il calcio è morto, viva il prodotto calcio.

Pierpirla

Anonimo ha detto...

Oltre i soliti discorsi tecnici e mediatici, la questione societaria rossonera è qualcosa che risiede solo nel cervello di Berlusconi. Che al Milan non può dedicare la stessa forza del passato, non perché gli manchino i soldi (considerando la capitalizzazione delle sue aziende ed il patrimonio sarebbe competitivo anche con il russo della situazione) ma perché il trip dello statista che rimanga sui libri e soprattutto il sogno Quirinale sconsigliano di usare armi utilizzate dai rivali del presente e da lui stesso utilizzate abbondantemente in passato (il solo Van Basten patteggiò in un tribunale di Milano, e non di Utrecht, per 41 miliardi di lire di redditi non dichiarati). A questo si aggiunge un discorso familiare difficile da fare senza entrare nel privatissimo: a livello superficiale si può dire che la figlia Marina voglia sganciare Fininvest dal Milan, le altre due figlie lo considerino un'azienda come un'altra, Piersilvio sia tiepido e Luigi sia l'erede calcistico designato solo per mancanza di concorrenti. Ciclicamente si legge di un disimpegno, ma al di là del piacere di fare un bel titolo manca la sostanza: se avesse davvero avuto questa idea Berlusconi avrebbe chiuso a fine 2007, da campione del mondo per club con una squadra fortissima ma evidentemente senza alcun futuro. Il compratore ideale c'era e c'è già: Paolo Ligresti, figlio di quel Salvatore accolto con snobismo nei cosiddetti salotti buoni e che con Berlusconi condivide più di una frequentazione. Insomma, sarebbe stato un Milan in mani amiche, ricche e soprattutto libere di muoversi secondo le regole del calcio italiano. Però il boss non ha voluto, quindi è presumibile che fino alla sua morte non cambi niente e che gli scenaristi debbano esercitarsi altrove. Rimane il discorso calcistico, con pochi punti fermi: a) Con la bugia sul Ronaldinho desiderato Ancelotti ha confermato un asse con Berlusconi che rende possibile un esonero solo in caso di disastro vero; b) Il budget a disposizione di Galliani non aumenterà di molto, nemmeno negli anni a venire, quindi in mancanza di svolte etiche ed etniche (non diciamo l'Athletic Bilbao, ma il 'Milan dei lombardi' più volte vagheggiato da Berlusconi) l'alternativa tecnica è fra cadaveri di lusso o emergenti di alto livello (il Kakà del 2003, per dire); c) Galliani è inamovibile, perché è uno della prima ora, per gratitudine e perché sa troppe cose: un suo licenziamento è impensabile. Ma l'affiancamento ad un giovane brillante, magari pilotato da Moggi, non è più fantacalcio.

Stefano Olivari, su Settimana Sportiva