09 luglio 2007

El nost Milan: Porta Vittoria

Più o meno cinquantanni indietro, le porte disegnavano i confini di Milano-città.
Oltre erano sobborghi come la Bovisa o Città Studi, o addirittura paesi autonomi come Lambrate, Niguarda, Musocco.
Uno, prima di essere milanese, era di una porta.
Io sono nato e vissuto sino all'età del matrimonio a Porta Vittoria. I miei confini naturali erano il centro, Porta Romana, Monforte. L'Idroscalo era un'entità astratta oltre i tre ponti di Viale Corsica.
Altrove si andava solo per trovare i parenti nelle feste comandate. Mi ricordo che quando una zia materna si trasferì da Via Moriggi ad un nuovo quartiere sul Fulvio Testi, vicino alla fabbrica del marito alla Bicocca, ne pianse per mesi. Cosa ho fatto di male per abbandonare Milano, diceva a mia madre durante le frequenti telefonate.
Avevo un altro pro-zio che abitava alla Baia del Re, in Via Neera. Allora un quartiere dell'estrema periferia, circondato da orti e campetti di calcio.
Avevano edificato case popolari per gli operai della Stipel, dove costui lavorava.
Andarci costava un'intera domenica, e comportava due tram ed un buon tratto a piedi. Era come un paesone e si parlava un meneghino diverso. Un po' arioso, diceva mia madre.
Se ci ripassate oggi è tutto come allora, ad eccezione del dialetto: il terron-maghrebino dei commerci in droga che si svolgono alla luce del sole, delle scritte sulle mura delle case, brutte come allora ma senza quella pulita dignità dei quartieri poveri della Milano Anni Cinquanta.
Io vivevo, come detto, a Porta Vittoria in Via Piceno, nell'area del vecchio ortomercato.
Una specie di Halles di provincia, invasa da carrettini a trazione elettrica per il trasporto delle merci, vociante e rumorosa sin dalle sei del mattino, l'ora del risveglio inesorabile e delle prime saracche di mio padre, prima che una napoletana di caffè non lo riconciliasse con l'ineluttabile realtà di una nuova giornata lavorativa.
L'orto era talmente condizionante che, a mia memoria, non ho mai visto mio padre uscire di casa per l'ufficio dopo le 7. Nei non rari momenti di litigio, mia madre gli rinfacciava di andare in banca, in Via Mazzini, a "sollevare le saracinesche". Sta di fatto che alle 7, io e mio fratello eravamo pronti per andare a scuola e mia madre era già alle prese con i lavori di casa.
Dove abitavo era brutto e caotico. Inoltre, a differenza di altre porte, era infestato - come dicevano i miei - da commercianti di frutta e verdura che venivano dal sud e qui si mettevano in pensione o, i più fortunati, si compravano casa. Spesso si facevano una seconda famiglia, come d'abitudine per tutti gli emigranti.
Almeno tre volte, per quanto ricordo, questi nodi familiari vennero risolti a pistolettate.
Ho ancora vivido nella memoria un pomeriggio estivo torrido, io sul balcone a giocare e cinque colpi secchi, in sequenza, in fondo alla strada. In casa non si amava commentare davanti ai bambini questi fattacci, ma il mazzo di fiori deposto contro un fusto del terrapieno di Viale Piceno mi chiarì di non avere udito un gioco di petardi ma vissuto le sequenze di un omicidio.
Questa era la mia Porta Vittoria che, cento metri più in là , verso il centro, diventava in Corso XXII Marzo un quartiere persino bello, alberato ai lati, con una profonda prospettiva sull'obelisco delle Cinque Giornate. Lì finiva la porta e cominciava il Corso di Porta Vittoria che ormai era centro, con i moderni e lussuosi palazzi che stavano sostituendo i disastri dei bombardamenti.
Da casa mia al Duomo si poteva arrivare a piedi in venti minuti; leggendo il giornale, in trenta minuti con una consumata tecnica dell'alternativo scrutamento del marciapiedi e lettura di un pezzo di articolo. Il quotidiano, il Corriere, me lo compravo con i soldi del tram risparmiati andando a piedi.
Non ho particolarmente amato il mio quartiere. L'eterogeneità della popolazione non favoriva le amicizie, né, per la verità, la mia famiglia era portata a un'intensa vita sociale. Ma ai miei genitori - come lo capisco ora - le sue vie, i negozi, la vicinanza con il centro dovevano essere entrati nel sangue perché lì vissero l'intera loro vita senza mai sentire lo stimolo di andarsene verso i quartieri di periferia. Cambiarono, tutti insieme, tre appartamenti, ma con l'arco di un compasso la diagonale che li congiungeva non avrebbe superato i cento metri.

Giovani depressi ma anche sfaticati

Vorrei fare una domanda semplice-semplice ai giovani: ma siete nati stanchi? Vi osservo tutti i giorni in metropolitana, e sono sempre tentato di offrirvi una delle compresse di Ginseng che porto con me, poiché io - come voi - sono stanco, ma questo si spiega, avendo superato di quattro anni il mezzo secolo d'età, sostenuto quattro concorsi statali, servito la Patria come militare, scritto undici libri e centinaia di articoli, girato l'Europa per lavoro eccetera. Ah, dimenticavo il meglio: dovendo convivere con l'artrosi cervicale, l'artrosi lombo-sacrale e la sciatica, che si fanno sentire soprattutto in metropolitana, quando - all'inpiedi - devo sostenermi agli «appositi appigli» posti in alto, costretto ad osservarvi. Voi ve ne state seduti (anzi accasciati), stanchi di una pesantissima vacuità quotidiana, per dirla con Veneziani, sfiancati dal peso di giornate totalmente inutili, di esistenze non legate a nessuna causa, a nessuna buona battaglia, a nessuna speranza. Davanti a voi è il vecchierel canuto e bianco, reso curvo dai suoi anni; la massaia carica di buste della spesa; la donna incinta; persino il cieco, sorretto dal badante. E voi fingete di non vederli. Fingete, nel migliore dei casi. Nel peggiore (che poi è il più frequente) li guardate in faccia e non battete ciglio. Avete le cuffie nelle orecchie per ascoltare la vostra musicaccia, sostenete in grembo la fidanzata con la quale vi baciate e mordicchiate ad ogni momento, o vi spidocchiate a turno, come le scimmie che si osservano allo zoo. Perché mai dovreste cedere il posto a qualcuno? Siete giovani, studenti e innamorati: caso mai è l'anziano che deve cedere il posto a voi, specie se siete disoccupati. Uno o due anni fa, presentai un mio libro in alcune scuole superiori di Rovigo; chi sa che non incontrai uno di quei campioni che hanno percosso il crocifisso, al grido di: «Finiscilo, finiscilo!». L'insegnante di una di quelle scuole mi disse: «Maestro, qui ci sono problemi opposti a quelli che vivono i suoi studenti. Non c'è lavoro nero, non c'è la casa sgarrupata, ma sono tutti annoiati. Per vincere questa noia violentano ragazze, torturano disabili, allagano le scuole, buttano sassi dai cavalcavia. La buona parte di questi ragazzi è viziata, la buona parte fa uso di droga. Non conoscono il sacrificio, vogliono tutto e subito». Poveri giovani, in pensione ancor prima di lavorare. Chissà che un paio di ceffoni bene assestati non li svegli dal loro torpore esistenziale.

Marcello D’Orta, su Il Giornale di oggi

06 luglio 2007

El nost Milan

Il solito rompicoglioni, direte.
Sbagliando, perché Jannacci è sì un rompicoglioni, ma insolito. Così insolito da sembrare unico nel panorama della canzone italiana. Viste ai suoi concerti persone non anziane commuoversi per canzoni che hanno quarantanni sul groppone, ho deciso che aveva ragione lui, prima cosa, e poi che canta meglio adesso di quarantanni fa, seconda. Ha più voce, quando si decide a tirarla fuori e non indulge al recitato, talvolta necessario (sentite le due parti di quel gioiello che è "La costruzione"). Ha più consapevolezza del ruolo, il soldato Jannacci. Non è un pirla, sa fare di conto. A difendere la sua trincea (la sua gente) sono sempre di meno. Qualcuno è morto, amen, ma tanti sono passati dall'altra parte. Le scarpe da tennis le portano anche i ricchi, non è più solo roba da barboni. Oggi per andare all'Idroscalo il barbone salirebbe su un Suv, ma per molti ci vogliono sempre due tram per arrivare in piazza del Duomo, e l'avvenire resta un buco nero in fondo al tram per i ragazzi obbligati alla precarietà, con un presente magro e un futuro vago. Il meglio di Jannacci è quasi sempre il peggio di Milano, della fatica di vivere, dell'umiliazione di sopravvivere, del non avere voce, ed è qui che arriva lui ("Ohé sun chì") con l'allegria del naufragato che è poi la totale serietà del clown, del saltimbanco, del medicastro e del poetastro. La sua voce (questa è una sensazione mia) ha più forza in quanto consapevole di esprimersi per conto di altre voci, quelle che non ci arrivano perché siamo distratti o di fretta, o perché partono da troppo distante (a Milano il troppo distante è anche mezzo metro, tenerne conto) e poi si sa che la vita lè bela, che la ruota gira (sì, ma sempre dalla stessa parte) o perché si è deciso (da qualche altra parte, in alto) che non contano. Se non contano, tanto meno raccontano o cantano. Più o meno è da mezzo secolo che l'inveterato ma pur sempre insolito Jannacci rompe i coglioni raccontando e cantando. E vogliamo tenercelo caro, come tutti i mammiferi in via d'estinzione, perché senza metterla giù tanto dura sta facendo canzoni politiche da una vita. Più musicista di tanti, stimabili, degli ex Dischi del Sole. Più padrone della scena (da quando ha i capelli bianchi). Ma sempre controtendenza, contro vento. Contro. Non sto parlando di un guerrigliero al pianoforte, ma semplicemente di un uomo che si guarda intorno senza paraocchi e paraorecchi. Perché ci vuole orecchio, ma non solo.
Questo doppio cd [Enzo Jannacci - The Best], tutte le canzoni riarrangiate da quel mostro di Paolino J, comprende alcuni inediti, un "Bartali" messo in piedi dall'Avvocato e dal Dottore (una versione sbilenca, per divertirsi, a mezza via tra il salmodiare dei frati e l'asincronia degli ubriachi) e, cosa che vale un grazie sentito da parte mia, "Dona che te durmivet", amara canzone protofemminista, con la sorpresa della traduzione in italiano. Che non sciupa l'atmosfera della latteria (quante ce n'erano, quante ne sono sparite), ma continuo a pensare che manasc suoni meglio di grosse mani e, come studioso dei testi jannacciani, mi tocca rilevare che per motivi metrici i cinque anni d'amore (tant el ghè pu) sono diventati tre. Non importa, inscì vèghen si dice a Milano.
A questo punto, può risultare superfluo chiedersi perché Jannacci rompa i coglioni da mezzo secolo. Non so lui, che comincerebbe a parlare di arterie e valvole, ma io una risposta ce l'ho. Perché ha intuito allora (adesso ne è certo) che questa è la strada più breve per arrivare al cuore.


(Gianni Mura)

Sono mesi che mi intriga l'idea di parlare di Milano a più voci, da più angoli generazionali. Lo spunto decisivo me lo dà questo bell'articolo di Mura su Jannacci: un'icona della mia gioventù, uno della scuola del Derby, uno di quella sinistra che capiva ed interpretava il popolo delle periferie e delle fabbriche e che non giocava con le bombe. La Milano del socialismo democratico, dei Tognoli, degli Aniasi, del Milan con le grandi righe verticali e del calcio non ancora violentato dai soldi di Moratti padre. La Milano dove passavi da Corso di Porta Vittoria senza provare cupe angosce, quattro volte al giorno perché l'intervallo di lavoro era di due ore. La Milano delle grandi nebbie, del nerofumo sulla 500 parcheggiata in strada, dei terroni ghettizzati nelle nuove periferie dei quartieri Iacp. Di questi ricordi vorrei parlare e sentire le testimonianze dei meno giovani, ognuno con il proprio frammento di memoria e dei giovani che condividono queste vie, queste mura, ma non i medesimi riti ambrosiani.
Un caldo invito a scrivere.

Danielone

Bpm il giorno dopo

Finita la relazione sadomaso con Bper, si è aperta la stagione dei rendiconti. Mazzotta, Vitale si sono affrettati a dichiarare che loro rispondono solo all'assemblea che li ha eletti. Gli avversari-maggioranza cercano il chiavistello giuridico che li costringa ad andarsene. La banca si appresta a trascorrere una fresca estate di marasma strategico.

Il bipartitismo cialtrone

Berlusconi, capo dell'opposizione, ha dichiarato che quando il capo del governo Prodi parla dice stronzate. Prodi ha replicato che Berlusconi è agitato perché ha poco da vivere.
Giganti della politica, maestri dell'umanesimo del terzo millennio.

28 giugno 2007

Niente lacrime per lo stop a Bpm-Bper

Non si sorprendano i lettori se LiberoMercato non si unisce ai lamenti per le mancate nozze fra la Popolare di Milano e la Bper. Né alla reprimenda contro i dipendenti-soci della Bpm che hanno dato man forte ad affossarle. Le fusioni si fanno se vi è convenienza. Di mezzo ci sono i soldi (il concambio) e potere (la governance); e l'uno e l'altro pendevano a favore degli emiliani. Logica vuole che se uno paga bene, pretende anche di comandare. E alla fine la reazione della Borsa(+5,8% per Bpm, meno 0,8% per Bper) dice di più delle dietrologie sui sindacati. Se ieri, nel corso di una turbolenta seduta in cui è stato scambiato quasi il 9% del capitale, il titolo Bpm è salito fin oltre il 7,5% (mentre Bper è arrivata a perdere il 2,5%) un motivo ci sarà. La spiegazione che rimanda ad un'Opa ostile spiega poco o niente alla luce del quadro normativo vigente. La verità, che gli analisti finanziari più attenti hanno colto, è che il deal Bpm-Bper, così come congegnato nell'accordo-quadro del 20 maggio, non era granché. Passi per quel concambio 1,76 azioni Bpm contro una Bper, ampiamente sbilanciato a favore degli emiliani. Ma che dire della governance? Barocca è il complimento migliore che si può fare, dominata dall'ossessione di impedire che una parte prevalesse sull'altra: ingessata da quorum deliberativi elevatissimi, in assemblea straordinaria come in cda e nei comitati. Senza considerare la ripartizione dei poteri a livello di direzione generale, premessa di una ingovernabilità che a sua volta è l'anticamera dell'insuccesso di una fusione.
Certo, il piano industriale era un buon piano: ma alle condizioni pattuite, gli azionisti della Milano avevano ben poco da guadagnarci (i corsi borsistici dell'ultimo mese lo provano). D'altra parte, se il governatore Mario Draghi e la Vigilanza avevano espresso più d'una perplessità qualche motivo ci sarà. Ridurre il voto del consiglio di amministrazione della Bpm ad un regolamento di conti fra l'azionista di riferimento (i soci-dipendenti, la loro associazione o i sindacati che dir si voglia) e il presidente Roberto Mazzotta, è una semplificazione che non tiene conto della realtà. Nel cda di martedì sera si sono espressi contro l'accordo 11 amministratori su un totale di 19 presenti, tre erano gli astenuti e cinque i favorevoli. Di questi ultimi - a parte Mazzotta e il vicepresidente Marco Vitale -due sono stati eletti nell'ambito della lista dei dipendenti in pensione. Fra i consiglieri per così dire di provenienza esterna, uno ha votato contro, l'altro si è astenuto. E tra gli astenuti c'è stato pure Jean Jacques Tamburini, rappresentante degli alleati francesi. Tanto basta per dire che la tesi del condizionamento"bulgaro" dei sindacati non sta in piedi.
A Mazzotta va riconosciuto l'onore delle armi per l'impegno profuso ma va anche detto che, nell'ansia di chiudere l'operazione ad ogni costo, è rimasto senza esercito. Una sconfitta per il banchiere-Mosè che ha preconizzato la Superpopolare senza ottenerla. È stato ingenuo pensare che l'enfasi del salto dimensionale potesse indurre i dipendenti-soci a rinunciare a quanto conquistato in un secolo di storia. Finché potranno (cioè finché la banca avrà clienti e utili a sufficienza, e non interverranno stravolgimenti dall'alto), i dipendenti faranno al più qualche concessione, come è successo - merito anche di Mazzotta - negli ultimi cinque anni. Quando non sarà più possibile, venderanno al miglior offerente.

Semmai, questa vicenda, come quella della riforma legislativa che galleggia in Parlamento, dimostra ancora una volta che quando si parte con il piede sbagliato, pensando di aggiustare surrettiziamente le cose in corsa, si finisce per deragliare.

di Lorenzo Dilena, su LiberoMercato

Una ricostruzione puntuale ed acuta. Un invito a leggere per quelli che credono che solo il Corrierone degli onesti, avulso da interessi di qualsivoglia natura, sappia rappresentare la realtà con verità critica.

27 giugno 2007

Il futuro che verrà (segue)

Consigli per W

Va bene, come dice W., che “bisogna lanciare lo sguardo il più lontano possibile”, ma neanche tanto lontano, sennò il circondario ti porta a fondo. W. si dia un’occhiata intorno e metta mano,
al più presto, a una tipica caratteristica della sinistra italiana: il suo farsi antipatica, scassaballe, saputella. E’ una faccenda che sta tra la fisiognomica e l’ormonale: una volta arrivati al potere, chi più chi meno, prendono tutti la faccia di Visco. Allungano lo sguardo sospettoso, scrutano come scienziati un orizzonte di soli insetti, rispondono sgradevolmente come fossero chini sulle sorti del mondo. Certi cazzoni di sottosegretari, le cui funzioni sono ignote anche in famiglia (ce ne sono oltre cento, manco abbondassero gli idraulici), vagano altezzosi spacciandosi per Winston Churchill. Se il Cav. fa (e strafà) di tutto per piacere, è il caso di rispondere cercando, strategicamente, di fare di tutto per stare sui coglioni?


da Il Foglio di oggi.

Il futuro che verrà

Noi, che abbiamo letto come con Veltroni il Partito democratico potrebbe passare dal 23/25 per cento al 35/36, perché la zona che oscilla tra i Poli pesa il 14 per cento. Noi che abbiamo letto come il 23/25 di oggi sia formato dal 18/19 di elettori di Ds e Margherita, dal 2 per cento di “altri partiti” e dal 3 di indecisi o astenuti, e come il potenziale apporto di Walter potrebbe assommare un +5 di elettori della coalizione di centrosinistra che attualmente non voterebbero Margherita o Ds, un +1 della coalizione di centrodestra, un +2 di altri diessini o della Margherita stessa e un +3 di astenuti/indecisi, così da arrivare a quel +11 che sarebbe il totale potenziale dell’apporto personale di Walter al Partito democratico, che passerebbe appunto dal suddetto 23/25 al suddetto 35/36. Noi, dicevamo, non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere in Renato Mannheimer, l’uomo strapagato per farsi le pippe, il nostro perfetto modello di vita.

Andrea's Version, sul Foglio di oggi.

Stop alla ipotizzata Banca delle Regioni

Dopo un lungo e drammatico consiglio d'amministrazione, la maggioranza del board ha detto no alla fusione con la Popolare dell'Emilia. È l'epilogo stupefacente di una trattativa che sembrava volgere verso una conclusione positiva, cementata da modifiche statutarie suggerite da Banchitalia.
Alla stretta finale sono invece tornati in superficie tutti i variegati motivi di dissenso, fatti di volta in volta propri dalle sigle sindacali maggioritarie e dalla Cisl, che nella fase finale è stato l'autentico volano che ha cementato il fronte del dissenso.
Le ragioni di fondo del no vanno equamente ripartite fra la dilagante sfiducia verso la capacità di conduzione dell'operazione da parte del presidente Mazzotta ed il disagio per un accordo che, complessivamente, vedeva la Bpm comprimaria nella nuova società.
La responsabilità del rifiuto se la sono messa sulle spalle i gruppi di opinione storicamente maggioritari e protagonisti del consenso assembleare della cooperativa milanese.
Questa vicenda, trascinatasi per mesi, ha assunto connotazioni molto strane, sempre più avulse dai canoni tipici delle operazioni di merger.
Messo in soffitta il piano industriale, assente una due diligence che aprisse squarci di comprensibilità sull'articolazione piuttosto oscura delle partecipazione di Bper, tutto si è concentrato su un modello di governance autoreferenziale per il consiglio e su uno statuto trasparente come una deliberazione dell'Onu.
Banchitalia, di proprio, ha aggiunto una richiesta di agibilità assembleare che ha suscitato giuste ed allarmate preoccupazioni.
Con queste coordinate è stupefacente come Mazzotta, capace di una innegabile abilità manovriera, avesse in pugno la vittoria sino all'89mo!
Ora cosa succederà?
La Borsa oggi ha già dato una sua rozza risposta. Bpm torna preda e cresce quasi in doppia cifra. Bper, sebbene in un mercato secondario, perde vistosamente.
I risvolti economico-politici sono di ben altro spessore e su questi ci ripromettiamo di tornare con più tranquilla ponderazione.

18 giugno 2007

Mamma li Turchi

Al congresso storiografico di Nizza, un esimio cattedrattico di Torino ha dimostrato con ragionevole certezza che gli Etruschi provenivano dal territorio turco, precisamente dall'Anatolia.
Sono state effettuate prove del DNA su abitanti del meraviglioso paese di Murlo, ritenuto, come una navicella sopravvissuta all'Oceano del tempo, un insediamento di purissima ed intonsa origine etrusca.
Murlo è adagiato sui rilievi delle crete senesi fra Buonconvento e Montalcino, e vi si respira la quieta beatitudine dei borghi senesi. Visitarlo ed innamorarsene è un tutt'uno.
Ora questa storia delle origini turche è un pò inquietante e pone domande non prive di fascino.
Le ferocia delle genti senesi, oltre alla loro innegabile ottusità politica, è frutto dei padri fondatori o del rimescolamento razziale che tremila anni di storia hanno certamente indotto?
Passare dal capoluogo nei giorni del palio fa pensare ai feroci Saladini, ma frequentare gli stupendi abitanti di quella terra, così ricchi di secolare cultura, fa convincere che i germi della follia li abbiano instillati dei barbari nordici attratti dal paesaggio e dal clima, in epoche in cui gli extracomunitari erano figli della steppa e non maghrebini.
La notizia è però curiosa e stimolante, e potrebbe rivalutare il contributo essenziale degli asiatici alle origini della civiltà europea.
Ordunque, non esitiamo oltre nell'ammettere la moderna Turchia alla Comunità Europea. Ne hanno più titoli di tutti. Prima di Enea, sono i nostri padri!

17 giugno 2007

Ho letto Simonetta Agnello Hornby

Intrigato dalle splendide critiche all'opera prima La melunnara, sono cascato nel tam-tam pubblicitario di Boccamurata, terza fatica dell'autrice, nata a Palermo ma di cultura anglofona. Infatti descrive una Sicilia altoborghese con il tono fra l'incantato e lo schifato della zitellona isterica inglese, che dopo una settimana nell'isola suppone di avere capito le diversità etniche degli isolani, ivi comprese le loro stupefacenti attitudini sessuali.
Ho smesso, mentalmente disidratato, a pag.103 ed all'autrice ho immediatamente applicato l'etichetta di solita stronza.
Se qualcuno più resistente e paziente mi vorrà convincere di avere compiuto una nefandezza, sono pronto, per ravvedimento operoso, a riprendere da pag. 1o4.

Il ventre molle dell'Europa

La vita politica della nostra penisola ci ha riservato in questo fine settimana queste chicche.
Dichiarazione delirante di Berlusconi: il ricambio al governo si fa con un bel regicidio. Il Cav. era accusato di essere fermo a Stalin. Non è vero. E' in vorticoso movimento. Ora è a Monza nel 1901.

Dichiarazioni di D'Alema: La magistratura italiana è come un sulk libanese. Motivo? Ha applicato alle intercettazioni che lo riguardavano l'aurea legge Violante. Il segreto istruttorio vale solo per i difensori degli imputati che, se lo desiderano, possono leggersi tutto l'indispensabile sul Corriere degli Onesti e sul quotidiano dei republicones. Per gli imputati di sinistra rivolgersi a Belpietro del Giornale. Perché il velista si incazza? Chi semina vento...

Festival e sfilata degli anormali a Roma. Prodi gorgoglia che non vuole ministri che partecipino all'equivoca manifestazione. Tre di loro se ne fottono, e presenziano per comunicare il patrocinio governativo allo storico evento. Però, poiché fa caldo, non seguono il corteo anche se almeno due di loro avrebbero tutto il diritto di esserne protagonisti. Notato fra i travestiti ameba Boselli sproloquiare sulla laicità. Ma dico io!

Dini, toh chi si rivede!, forse di ritorno dal Centro America?, dichiara che se continueranno a prevalere i dictat economici della sinistra radicale, loro voteranno contro il DPEF. Loro chi? La Margherita, una parte di essa? Gianni Rivera e Lambertov? L'Italia freme in attesa della soluzione della misteriosa minaccia.

Il tesoretto? Tutti i partner governativi ne vogliono un uso diverso ed alternativo, ma qualcuno teme che lo Schioppa lo abbia fatto sparire nel frattempo.

Che ne dite? In Sud America, anche per uno solo di questi eventi, i militari avrebbero già portato a termine sabato sera un colpo di stato. Già, ma in Italia i generali li nominano i partiti...

Ho letto Berselli

L'autore politicamente mi fa venire l'orticaria. Redattore di Repubblica ed Espresso, con irrefrenabili atteggiamenti da girotondino.
Ha però una virtù innegabile. Sa fare della satira con stile educato e cognitivo.
L'assunto di questa sua opera è che la letteratura contemporanea italiana soffre di asfissia e di asservimento ai capricci degli editori.
Questa teoria, non lontana dalla realtà, si materializza in uno schema applicabile inesorabilmente ad ogni letterato. Si nasce osannati giovani promesse, ma solo in casi rarissimi il bozzolo fa fuoruscire la meravigliosa farfalla del venerato maestro. Per la moltitudine è solo questione di tempo. Seconda o terza opera che sia, ed ecco scattare la mannaia dell'etichetta definitiva: solito stronzo.
Allla terribile cartina tornasole sono passati tutti gli oracoli della cultura italiana, da Benigni a Baricco, da Fò ad Eco, sino ai maitre à penser Mieli e Ferrara.
Il giochino regge magnificamente, salvo qualche accentuazione snobistica e spruzzate di settarismo sinistrorso, però sopportabile.
Lo suggerisco a chi cerca stimoli di riflessione e vuole sfuggire alla critica finanziata dalle case editrici (titolo: Venerati maestri).

13 giugno 2007

Binari paralleli (segue)

Moralisti senza morale

C’era da immaginarselo. Di fronte alle telefonate di D’Alema e Fassino col capo di Unipol, da cui emerge un «rapporto molto intimo e del tutto improprio» per dirla col direttore di Repubblica, i vertici della Quercia hanno scelto la linea di difesa apocalittica: invitare i militanti alla vigilanza democratica e lanciare l’allarme golpe. Così sperano di farla franca e di evitare imbarazzanti spiegazioni circa l’intreccio d’affari che li vede protagonisti.Del resto gli ex comunisti si considerano i migliori, i più democratici, anzi: l’essenza stessa della democrazia. Dunque, tutto ciò che li mette in difficoltà non può che essere una manovra antidemocratica. Avendo per anni confuso lo Stato con il proprio partito, gli ex pci ritengono che qualsiasi critica nei loro confronti sia «un’aggressione che mira a indebolire lo Stato di diritto», così come hanno sostenuto ieri. La difesa, come dicevamo, era prevedibile e già vista. Quando in piena Tangentopoli girò voce che i magistrati di Milano volessero mettere il naso anche nei conti dell’allora Pds, Achille Occhetto adottò la stessa tecnica: «Se mi arriva un avviso di garanzia è un golpe». Per D’Alema e compagni l’informazione giudiziaria è democratica solo quando colpisce l’avversario politico, sia che si tratti di un dc, di un socialista o di Berlusconi. Se tocca la sinistra è eversiva. Il partito che fu di Berlinguer – il segretario che sollevò la questione morale pur sapendo che il Pci per anni aveva campato coi soldi dell’Unione Sovietica – non può ammettere di avere le mani in pasta con le speculazioni finanziarie e nemmeno può confessare di essere socio di fatto di uno scalatore borsistico. Il partito dei giudici non può neppure lontanamente concepire che proprio quei giudici che per anni ha allevato e fomentato oggi gli si rivoltino contro e chiedano ragione di curiose telefonate, ma anche di vorticosi giri di denaro che ruotano sempre intorno a un solo soggetto: Unipol, la compagnia d’assicurazione delle Coop rosse. Terrorizzati di fare la fine dei socialisti e di essere spazzati via da una nuova ondata giustizialista, i Ds provano a rompere l’isolamento politico in cui sono precipitati, ma gli alleati appaiono freddi e distanti. Non una parola dagli amici della Margherita, qualche parola ma non benevola da Antonio Di Pietro e dalla sinistra radicale. In soccorso dei vertici della Quercia è andato solo un vecchio giudice, il compagno di sempre: l’ex procuratore capo di Milano, Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore ulivista, è giunto a evocare il Sifar, il vecchio servizio segreto degli Anni Sessanta che la sinistra identificava come fonte di ogni nefandezza. «Far uscire ora le intercettazioni», ha spiegato l’ex magistrato, prendendosela con quelli che furono suoi colleghi, «vuol dire volerle usare per la politica». Ma non è più il 1993, quando D’Ambrosio, con un colpo a sorpresa, «prosciolse» il Pds dall’accusa di aver preso tangenti attraverso Primo Greganti. Gli anni sono passati per tutti, anche per l’ex giudice. Che oggi non ha più assi nella manica in grado di mandare assolti i suoi compagni di viaggio.

Maurizio Belpietro, da Il Giornale di oggi.

Binari paralleli

“E’ uno schifo. Li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire. E saremmo in uno stato di diritto? Mah! Quello che succede è intollerabile, dopo questo si apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie. Nel resto del mondo non accadono cose di questo genere. Il bello è che facciamo le conferenze sulla giustizia fuori dai confini ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema, perché qui c’è una questione grande come una casa. E non dobbiamo pentirci di niente. Semmai la vicenda è grave dal punto di vista culturale. Tutto il mondo politico parla con imprenditori o uomini della finanza. E’ normale, se trovassero tutti i miei colloqui con industriali italiani ci potrebbero riempire un libro. Siamo in presenza di un circuito mediatico giudiziario illegale, vergognoso, lo ripeto, barbaro. Ma il clima contro il sistema politico è quello che è, e questo andazzo sta prendendo piede...”.
Così disse Massimo D’Alema dalla banlieue di Hammamet.


Andrea's version, da il Foglio di oggi.

05 giugno 2007

Ho letto Vitali

Capita di aprire per caso un libro di un autore sconosciuto e scoprire con emozione il riannodarsi del filo della passione che vent'anni fa mi aveva legato ad un grande autore , Piero Chiara.
Andrea Vitali, nato e vivente a Bellano, è un meraviglioso affrescatore di storie ed atmosfere lacustri. Ha la capacità rara di incatenare eventi e personaggi sul fondale di una provincia immobile in superficie ma percorsa da fremiti di vitalità e passione, vissuti con gli istinti e le timidezze della gente lombarda prealpina.
La critica (cfr. Ottaviani sul Giornale del 13 aprile 2007) considera Vitali un artigiano della penna. Quante volte ho letto lo stesso giudizio altezzoso per autori che il tempo ha consacrato di grande spessore, come il mio amato Chiara, ma anche Soldati, Cassola e persino quel genio di Guareschi, che per di più aveva la colpa di essere un dissacrante anticomunista!
E quante volte ho letto osanna per giovani promesse, posssibilmente frequentatrici di terrazze radical-chic romane , puntualmente retrocesse, come scrive Berselli, sin dalla seconda opera nell'inferno dei soliti stronzi.
Vitali è un autore vero, pragmaticamente concreto, forse senza lampi di genio (non diverrà mai un venerato maestro), ma con una capacità narrativa ed espressiva certamente pari, se non superiore, a quella di un'icona contemporanea come Camilleri.

Mi sono letto in poche settimane alcune delle sue opere in commercio con grande godimento, e le consiglio agli amici:

* Il Procuratore
* La Figlia del podestà
* Olive comprese

(tutte per i tipi di Garzanti)

03 giugno 2007

A Te che piangi i tuoi morti

Se mi ami non piangere! Se conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo; se potessi vedere e sentire quello che io sento e vedo in questi orizzonti senza fine e in questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami!
Sono ormai assorbito dall'incanto di Dio, dalle sue espressioni di infinita bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole e meschine al confronto! Mi è rimasto l'affetto per te, una tenerezza che non hai mai conosciuto! Ci siamo amati e conosciuti nel tempo: ma tutto era allora così fugace e limitato!
Io vivo nella serena e gioiosa attesa del tuo arrivo fra noi: tu pensami così; nelle tue battaglie pensa a questa meravigliosa casa; dove non esiste la morte, e dove ci disseteremo insieme, nel trasporto più intenso e più puro, alla fonte inestinguibile della gioia e dell'amore!
Non piangere più se veramente mi ami!


(S. Agostino)

Che Dio così voglia, amata Anna.

27 maggio 2007

Arrivederci al prossimo derby

La vittoria di Atene è stata festeggiata per due giorni con sfilata in pulman scoperto, stile quinta strada, per le vie di una città che di suo non sopporta nemmeno un tram jumbo in panne.
Tutto ha avuto il sapore un po' forzato di una recita a pro dei media e dei teppisti, che hanno approfittato dell'entusiasmo per devastare gli oggetti di addobbo stradale incautamente lasciati lungo il percorso.
A dare ulteriormente pepe a questo mini carnevale carioca ha poi pensato Ambro, esponendo un cartello che in sintesi invitava gli onestoni ad usare lo scudetto come supposta.
La Pravda Rosa ha esecrato, la stampa di sinistra si è sturbata ed ha riempito lenzuolate di stigmatizzazione moraleggiante, il presidente educato ad Oxford ha magnanimamente perdonato non senza lanciare, in caudam, una truce promessa: i miei sgherri non dimenticheranno.
Gattuso, saputolo, ha saggiamente risposto: life is now.

23 maggio 2007

Atene, terra di trionfi!

Maggio, mercoledì 23. Il Milan ha conquistato la sua settima coppa con le orecchie.
Sommando i trofei internazionali, è ora la squadra più titolata nel mondo.
Ha fatto sua la finale con il Liverpool dopo una partita non bella ma tatticamente esemplare, con due stupende perle di Pippo Inzaghi.
Si conclude nel migliore dei modi una stagione agonistica complicata, con più ombre che luci, pesantemente condizionata dalla giustizia federale ispirata dai signori dei telefoni.
Ancelotti ha ottenuto il massimo possibile da un gruppo oggettivamente finito per anagrafe e tenuto a galla dalle meravigliose ispirazioni del giovane fuoriclasse Kaka.
All'allenatore va riconosciuto di avere vinto la scommessa della vittoria nella posta più importante e più improbabile.
La dirigenza ha fatto il possibile per combinare pasticci sin dalla campagna acquisti ed ora si appresta a ripetere nefandezze, anzichè usare il tesoretto della Uefa per acquisti incisivi e decisivi, per rinvigorire un gruppo esausto.
Quelli dell'altra sponda del Naviglio sono sull'orlo di una crisi di nervi e maledicono il loro destino, che non gli permette di godere la vittoria nel campionato degli oratori d'Italia.
Archiviamo una stagione da considerare comunque preziosa e prepariamoci ad un 2008 che i rossoneri giocheranno tutto in chiave internazionale, almeno sino a dicembre (Yokohama).
Per il campionato, poche le speranze di essere protagonisti ma almeno la consolazione che agli indossatori di scudetti altrui penserà la Juve - ben tornata - a turbare i sonni...

20 maggio 2007

Fine di due banche

Per gli strani intrecci del destino oggi finisce la storia societaria di due banche che, per ragioni diverse, hanno significato qualcosa nella storia economica del nostro paese. Capitalia viene incorporata da Unicredit, Banca Popolare di Milano si fonde senza diritti in Banca Popolare dell'Emilia.
Capitalia e le banche in cui si radica (Banca di Roma, Banco di Santo Spirito, Cassa di Risparmio di Roma) sono stati i veicoli privilegiati del potere politico nel quasi cinquantennio di governi democristiani, con ombre preponderanti sulle luci. Spariti gli azionisti di riferimento, hanno cercato inutilmente di rifarsi una verginità politica ma hanno saputo mettere a frutto una collaudata capacità di muoversi nelle stanze del potere. Li ha sopraffatti il nuovo modello dimensionale delle grandi banche e la povertà patrimoniale che si trascinavano dai tempi dell'Iran di Mossadeq. Andranno a stare meglio se si abitueranno ad un clima meno romanocentrico e più aperto al vento dell'Europa.

Anche la Bpm cercava un dimensione che la proponesse ai vertici delle popolari. Alla Bpm cui egualmente facevano difetto i capitali più che le tipicità della governance, si è fatta prendere dall'ansia nubendi ed ha finito per accompagnarsi con una banca della pianura padana rossa, cresciuta dimensionalmente a sportellate sotto il ragno di Fazio che la teneva in amore filiale.
Le ragioni del matrimonio di Capitalia si capiscono, le scelte di Bpm un pò meno specie se i rumors sui contenuti dell’intesa saranno confermati. Ne esce ridimensionata e sostanzialmente gregaria, specie se la nuova aggregazione si chiamerà Banca Popolare delle Regioni.
Bpm nella storia del movimento cooperativo ha scritto pagine importanti, addirittura fondamentali nella storia dell'economia lombarda, innovative e ora adottate da tanti nelle peculiarità della governance per il ruolo dei dipendenti in Assemblea.

Ad un vecchio popolarino questo dissolvimento provoca una tristezza insanabile, ma forse questo è solo l’atto conclusivo di errori ed occasioni mancate negli ultimi decenni.
Però, nella ragione sociale, almeno il glorioso nome di Milano potrebbero salvarlo...

06 maggio 2007

Cavaliere, pensi solo al Milan!

Sono in calendario elezioni amministrative di più o meno modesto rilievo ed è ricominciato il tormentone della legge ad personam sull'incompatibilità di Berlusconi.
È evidente lo scopo dell'iniziativa: rappattumare la coalizione più derelitta che la storia d'Italia ricordi al governo, sull'unico tema che la unisce: l'odio per il nemico Berlusconi, il desiderio di cancellarlo anche fisicamente dal panorama politico italiano.
E puntualmente è ripresa la litania del Cavaliere, cui piace apparire agnello sacrificale, perché questo accende il sentimento protettivo del suo elettorato, ed anche degli incerti collocati sul crinale dei due schieramenti.
Proseguiremo a bordate per due mesi e poi il disegno di legge, approfittando delle sacre ferie, sarà messo in un cassetto e ripreso per le Europee o per qualche mega ricatto istituzionale che già si profila all'orizzonte.
La demonizzazione dell'avversario è una caratteristica della sinistra europea, come ha ampiamente dimostrato la vecchia bambinona francese alle presidenziali o come diabolicamente riuscì a Zapatero con l'appoggio degli apparati deviati delle istituzioni alle politiche spagnole.
Ma in Italia, questo gioco non dura lo spazio di una competizione dal 1994 e ha tutta l'aria di continuare sino a che natura provvederà.
Nel frattempo, la capacità di progettare politiche di governo, sia da parte della sinistra sia della destra, è scesa sotto i peggiori livelli democristiani ed il paese vive in un limbo senza prospettive, passando dal peggio al peggio senza soluzione di continuità.

Cavaliere, perché non prova a sottrarre il logoro giochino ai suoi avversari scegliendosi un successore degno (va bene anche la Brambilla, purché abbia più cervello della Segolene) e ritirandosi a vita privata, con l'unica incombenza di fare il presidente del Milan?

18 aprile 2007

Bianco Natale 2004

Si apprende che negli atti di chiusura istruttoria del tribunale di Napoli per la vicenda Calciopoli figurano, alla vigilia di uno Juventus-Milan del dicembre 2004, ben 42 telefonate fra il designato arbitro Bertini, Moggi ed il suo assistente, all'epoca direttore sportivo del Messina.
La partita finì 0 a 0 anche per tre o quattro errori arbitrali decisivi, ivi compresi due rigori solari negati al Milan nei minuti iniziali.
Non vorrei farla lunga sulla catena di strane coincidenze quali: materiale istruttorio non preso in considerazione da Borrelli, illecito direttamente influente sulla mancata assegnazione dello scudetto alla Juve ma negato al Milan, assoluzione piena a Bertini da parte del Tribunale degli arbitri e via discorrendo, sino allo scudetto di cartone del 2005 assegnato alla squadra dei petrolieri.
Ma il dubbio che mi perseguita è questo: se Bertini è innocente per la giustizia sportiva perché nulla commise d'illecito anche in quella vigilia di Juve-Milan; se Borrelli non ha nemmeno preso in considerazione l'argomento; se l'avvocato Rossi, informato, si limitò a dire «nerazzurri siamo noi»... in quel freddo mese di dicembre, per 42 volte Moggi e Bertini si scambiarono gli auguri di Natale?

06 aprile 2007

Guido Rossi, un garante garantito dalla sinistra

Una lunga affinità, da Togliatti (col “compagno” Mattioli) al Manifesto.

Roma. In fondo erano e sono rimasti dei gruppettari di lusso. Una famiglia politica endogamica, una setta finanziaria. Ieri potevano chiamarsi Giulio Einaudi o Giangiacomo Feltrinelli. Oppure essere loro amici, progenie di borghesi e industriali che espiavano la propria origine piegando la lotta di classe al settarismo cinese e cambogiano. Oggi hanno perso il nome principesco, ma sono gli stessi e fanno i guardiani del mercato perfetto. All’occorrenza
sono mozzorecchi e scrivono sul Manifesto per il quale, con l’uscita di Guido Rossi dal cda Telecom, scompare “l’uomo che fino ad ora è stato garante presso le banche e forse anche presso la magistratura” (dal Manifesto). A un grado diverso sono sempre loro a manifestarsi, sull’Unità, con lo stupore indignato di Livia Ravera che dice di Telecom: “Io proprio non capisco”. “Perché dare in mano un’ulteriore carta di potere a Silvio Berlusconi?”. Nostalgici di un’economia equa e solidale, perciò immaginaria, tremendamente urbanizzati fin dal secondo dopoguerra, i settari della sinistra finanziaria soffrono il capitalismo delle praterie, temono il denaro negli spazi aperti. Perché tutto, ai loro occhi, deve rimanere nella famiglia nata dall’osmosi tra il capitalismo di relazione e la falce e martello. Certi legami germogliavano già nei salotti più ristretti prima della caduta del fascismo, quando il padrone della Comit, Raffaele Mattioli, era impegnato a trasformare le grandi banche italiane nell’università della nuova classe dirigente. E’ in questo paesaggio che Mattioli e Palmiro Togliatti, grazie al comune amico Piero Sraffa, salvano i “Quaderni” di Antonio Gramsci. Attraverso gli stessi canali, dopo il 25 luglio del 1943, Togliatti intreccerà un duraturo rapporto di fiducia con l’establishment britannico che in lui vedeva un argine agli impeti antimonarchici della resistenza incontrollabile. E se un giorno Togliatti ha potuto scrivere di Mattioli: “Mi rincresce di non essere autorizzato a chiamarlo compagno”; se un giorno Giovanni
Amendola a Mattioli ha offerto una candidatura nel Fronte popolare, non bisogna stupirsi che l’osmosi sia durata nel tempo. All’ombra delle banche di stato e arricchita dall’egemonia dei figli d’arte come Rodolfo Banfi di Mediocredito. Che è l’istituto nel quale si è formato Guido Carli, governatore della Banca d’Italia fino alla metà degli anni Settanta, quando diventa presidente di Confindustria e avvia la collaborazione con l’Espresso sotto lo pseudonimo di Bankor. Grandi firme per grandi famiglie editoriali. Come erano gli Agnelli, nel loro azionismo repubblicano accudito da Enrico Cuccia. E come cercarono di essere i Romiti, sempre attenti alla salute del Manifesto. Come una “muraglia” (ancora Mattioli) issata sulla linea di frontiera tra il cattolicesimo dossettiano e il Partito comunista, questo capitalismo di garanzia ha svolto una funzione balsamica fino a Tangentopoli, ha addomesticato il conflitto sociale e ne ha ricavato una pace remunerativa. Dal 1992 in poi, con il Pci in crisi e i socialisti sbandati, i settari della sinistra in grisaglia sono usciti allo scoperto ritornando alle origini: da Giustizia e Libertà a Libertà e Giustizia, l’associazione moralista che si pregia d’avere Guido Rossi nel comitanto dei garanti. E il loro compito è, appunto, di garanzia
economica e giudiziaria. Se le cose non vanno per il verso giusto, se il sistema si contorce e i barbari avanzano, loro insorgono in qualità di commissari annunciati, coccolati o rimpianti dagli urlatori della solita consorteria sindacalizzata.


da Il Foglio di oggi

04 aprile 2007

I nuovi barbari

I motivi esistenziali che m'inducono ad utilizzare una selezione significativa di articoli apparsi recentemente sui quotidiani per alimentare il blog, non impediscono di trarre una piccola morale da quanto leggiamo.
Lo squallore delle giovani generazioni inebriate dall'effimero dei videocellulari e stimolate a rappresentarsi con le peggiori pulsioni di psichi malate ed intorpidite dall'uso di droghe e allucinogeni, ben si compendia con i pruriti senili di un furbacchione del video come Santoro.
Gli episodi di teppismo lessicale e cerebrale non stupiscono più. Gli stupri adolescenziali, filmati e ritrasmessi nel circuito dei mentecatti, hanno già toccato il fondo dell'aberrazione.
Furbi recensori dilatano lo scandalo giornalmente per autoalimentare il circuito dell'emulazione.
Ma il quesito di fondo è quali radici abbia quest'umanità debosciata già agli albori della vita.
Galli della Loggia dà uno spunto, appena sussurrato, per non turbare le coscienze dei bravi borghesi che leggono il Corriere radical-rosso.
È invece forse meglio gridare che questa generazione è figlia, per rami discendenti, di una scuola che negli ultimi decenni ha, con la ferocia ideologica sessantottina, corrotto gli italiani.
Sono caduti i valori antichi, forse ammuffiti, forse corrosi dalla storia, sostituiti da un egualitarismo straccione (il sei politico di capannina memoria), da un multiculturalismo snaturante le radici delle nostre genti, sino alla pianificazione dell'irreligiosità diffusa.
L'obiettivo di questo raffinato progetto era conquistare il fortino dell'educazione scolastica, mettendo in conto anche di generare piccoli mostri perversi e amorali purché ideologicamente asserviti.
Finirà questo livello di degrado?
Non illudiamoci. Il peggio genera peggio. Le prossime future generazioni non potranno che avere come modelli le bande assassine delle favelas o portoricane o, per stare in casa, le gerarchie criminali della camorra.
Perché questa loro vita da disperati esasperati è costosa.
Costano le droghe, costa l'armamentario tecnologico, costano le moto truccate, costa il branco. Non so cosa potrà fermare questo fiume di detriti. Forse una ritrovata religiosità rigorosa o forse, e lo temo, un nuovo ordine imposto non certo dai generali ma dai barbari venuti dal sud del mondo.

02 aprile 2007

Un paese che sta morendo

Addio ai padri

Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno:Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo? Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via... Alunno: Ma lei quanto guadagna? Professoressa (come sopra): Non molto di certo... Alunno: Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana? Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute?

E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa? A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo ». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro. Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni.

Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?).

Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità—distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola—che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.

E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico-scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia. I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi. Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile.

Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?


di Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera

31 marzo 2007

Osteria Numero Zero

La deriva border pop di Santoro, che riesce a essere trash anche nei panni di difensore delle donne.

Michele Santoro (sia nella versione showgirl biondo platino sia in quella intellettuale brizzolato – entrambi i look gli donano, va detto) ha il grande talento di trasformare qualunque avvenimento, qualunque dramma, qualunque polemica vagamente seria in un cliché glamour, con primi piani carichi di rimmel, musiche di Nicola Piovani, inviate gesticolanti e chador perfettamente drappeggiati. Annozero è così, come ha detto Santoro l’altra sera, “molto borderline”, l’ha garantito durante la puntata euforica sulla violenza alle donne, in cui chiedeva con voluttà a una ragazza velata di nero se il marito usasse, per picchiarla, “il bastone elettrico”. Così borderline, così sempre sguaiatamente in bilico
tra un conformismo e l’altro, che il cliché giovedi scorso si è girato su se stesso e ha semplicemente mostrato l’altra faccia, quella pecoreccia di un anti islam da osteria al terzo bicchiere. “Se è l’uomo che guida, la donna dove la metti, nel portabagagli?”.

Santoro intervistava sulla visione islamica della famiglia un architetto libanese musulmano, avendogli preventivamente aizzato
contro tutto il pollaio finto femminista scandalizzato dello studio (Katia Belillo, Carolina Lussana, perfino la presidente delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai, si era per l’occasione trasfigurata, assomigliava più a Elisabetta Gregoraci che a se stessa): “Ora vi facciamo arrabbiare un po’ voi donne, ora vi faccio sentire un maschiaccio...”. Pieno di luce, gli occhi brillanti, quasi come il giovedì precedente quando raccontava di foto compromettenti e di transessuali (definiti in trasmissione politicamente “transversali”, e tutti a ridere come matti), Santoro chiedeva all’architetto musulmano che succede con la moglie “durante la cosa sessuale: l’uomo guida anche lì?”, “E se dice no, che fa, la forza, la costringe?”, “Ci deve spiegare ’sto fatto dell’uomo che guida”, “La donna che c’ha allora, il quarantanove per cento come Berlusconi?”, “Immaginiamo l’architetto musulmano che fa la corte a Katia Belillo, lei che fa, Belillo?”. Una cosa spaventosa: le signore sventate ridacchiavano e stringevano le ginocchia, la ragazza col nikab nero spalancava gli occhi bistrati terrorizzata e Beatrice Borromeo era felicissima come sempre.


Il duetto con la Mussolini.
“Onorevole Mussolini, se viene da lei Corona con delle foto diciamo un po’ osé di quando era giovane”, aveva chiesto una settimana prima Santoro ridacchiando con grande e festosa eccitazione di Vallettopoli, libertà di stampa e di trans. E aveva ricevuto finalmente da Alessandra Mussolini una risposta allo stesso livello, fieramente da bar sport, perfettamente in linea con la nuova linea eccessivamente border pop di Annozero: “A Santò, facciamo invece che vengono da lei con le foto di quando era biondo, se lo ricorda vero Santò?”. Lui non ha più motivo di prendersela, ora che è tutto magnificamente svelato, ora che ha mostrato con gusto l’anima trash, perfino priva per l’occasione di faziosità: l’altra sera la gigantesca questione politica e religiosa dell’islam è stata ridotta alla pruriginosa inchiesta sugli orrendi stupratori di mogli, bastonatori di donne, alcolizzati poligami e imam d’accatto che si ritrovano a sbevazzare in moschea. E con la sua incredibile magia scenica Santoro è riuscito a trasformare un’altra volta la vittima designata (cioè l’architetto musulmano, probabilmente in torto su tutto, che spiegava donne, famiglia e islam), nel vincitore assoluto.


da Il Foglio di oggi

Generazione del Tubo

Due giovanotti motorizzati di Rovigo rischiano la galera dopo aver diffuso sul sito di «You Tube» un filmato in cui infrangono una cinquantina di articoli del codice stradale. Il modo più infallibile di denunciarsi alla polizia, fornendo gentilmente anche le prove. La tv non ce la fa più a soddisfare la domanda di esibizionismo che sale dal Paese: per quanto si moltiplichino gli spettacoli con la gente comune, qualche milione di reietti rimarrà comunque escluso. Ed è proprio a costoro che si rivolgono i siti Internet del Tubo, in grado di soddisfare all'istante quella irresistibile voglia di farsi ammirare che assale chi abbia appena compiuto una bravata e spesso costituisce la molla che lo ha spinto a farla. Le spacconate hanno punteggiato la crescita di ogni generazione.

Ma l’impossibilità di diffonderle per immagini in tutto il globo costringeva in passato gli autori a esercitare il potere evocativo della parola. Un sistema più poetico e meno rischioso. Se ci sapevi fare, riuscivi ad attirare l’attenzione di una ragazza dicendole semplicemente che eri sfrecciato a 200 all'ora contromano: non dovevi per forza fornirle il riscontro filmato del contachilometri, come adesso. Tante carriere di successo si sono temprate nel racconto di mezze bugie elevate a verità. Ma che futuro attenderà questi ragazzi, condannati alla prosaica sincerità del video? Tanto vale che si ribellino subito al sistema e usino il Tubo per smascherare le porcherie e le scemenze degli altri, invece che per aggiungervi le proprie.

di Massimo Gramellini, La Stampa

19 marzo 2007

Educati ad Oxford

«Scudetto di cartone». E Moratti litiga al bar.
Il patron dell'Inter stava rispondendo alle domande dei giornalisti. Battibecco con il cliente di un locale. «Lei non è educato». «E allora mi faccia intercettare».


Stava per rispondere alle domande dei giornalisti che lo aspettavano fuori dal suo ufficio ma poi, dal bar vicino, ha sentito qualcosa che proprio non gli è piaciuto. Massimo Moratti ha quindi abbandonato taccuini e microfoni per andare a rispondere a un signore seduto a un tavolino del locale che, tra insulti e accuse varie, aveva definito «uno scudetto di cartone» quello che l'Inter ha vinto lo scorso anno a tavolino.

«Si tolga lo scudetto di cartone, se lo tolga», gli ha urlato l'uomo, circa 40 anni in giacca e cravatta. «Mi vuole picchiare?», ha poi detto quando ha visto Moratti avvicinarsi a lui. «No, le dico solo che non è educato quello che sta facendo», è stata la risposta di Moratti. «Io sono scostumatissimo, faccio il gesto dell'ombrello e mando a fare in c... Ronaldo», ha ribattuto l'uomo, con chiaro riferimento al comportamento del presidente nerazzurro durante il derby.

L'intervento del proprietario del bar non è servito a calmare l'uomo che ha replicato che «ognuno si deve contenere nelle sedi opportune e poi io sono sul suolo pubblico». «Bè, allora faccia quello che le pare», ha risposto un Moratti sempre più scocciato, che all'ennesima provocazione («Mi faccia anche intercettare»), ha definitivamente perso la calma: «Se lo metta in bocca il telefono», ha detto prima di andare a parlare con i giornalisti.


da Corriere.it di oggi

24 febbraio 2007

Il Gallia di Roma

Ferve intensa la campagna acquisti dei senatori.
Prodi, come il suo grande elettore Moratti nel calcio, non bada a spese.
Sottosegretariati, Presidenze di Enti, Authority, Comitati all'Onu, ricerche di Prometeia per figli e nipoti: tutto è stato messo in campo per potersi assicurare almeno cinque nuovi sostenitori del governo.
Il fronte opposto tace, ma gli esperti assicurano che alcuni colpi segreti si renderanno visibili nei prossimi mesi. Le operazioni di mercato della destra sono state affidate al Card. Ruini che controlla, come un tempo la Gea, circa duecento deputati. L'alto prelato, nell'assumere l'incarico ha posto, come unica condizione, che Berlusconi non rilasci interviste sino all'arrivo dei Dico in Senato.
La star del mercato è Follini, uomo di classe che però preoccupa i dirigenti dell'Ulivo per il profilo caratteriale: è forte il timore che, inquieto ed insoddisfatto com'è, finisca per approdare alla sinistra extraparlamentare per poi curvare spettacolarmente verso i Nar.
Ottime le quotazioni dell'ex-dipietrino De Gregorio e del siculo Lombardo.
Fisichella sta sondando il territorio di Alleanza Nazionale, di cui è universalmente riconosciuto espertissimo.
Anche Grillini è discretamente attivo fra gli omofili dell'altra sponda politica.
Prodi, titanico forgiatore del secondo rinascimento italiano, tace corrucciato attendendo con malcelata ansia, a trattative concluse, la chiamata del Colle non già per un reincarico ma per il rinvio alle camere del governo esistente.
Infatti i cavalieri della tavola rotonda, suoi fedeli ma bizzarri alleati, nel prestare giuramento di fedeltà, gli hanno sommessamente fatto presente che se muove solo una paglia della compagine succede un quarantotto.
Sul supplemento di programma, che ora traguarderà il 2100, tutti d'accordo, ma sulle cadreghe nessuno transige.

23 febbraio 2007

Ho letto Buttafuoco

Le uova del drago, di Pietrangelo Buttafuoco.

L'occupazione alleata in Sicilia e le sacche di resistenza bellica organizzate dallo spionaggio tedesco. Una trama insolita, basata su avvenimenti che sono rimasti cronaca misconosciuta perché, da sempre e giustamente, la storia la scrivono i vincitori.
L'autore, noto ed apprezzato giornalista, ideologicamente schierato a destra, ricostruisce in chiave epica le imprese di un manipolo di resistenti nel triangolo Catania-Trapani-Palermo. Storie di sabotaggi ma anche di strane commistioni fra uomini d'arme ed esponenti del clero.
La sorpresa non è solo quest'angolo visuale così insolito nel panorama di bulgara uniformità delle lettere italiane, ma anche e soprattutto la qualità letteraria e lo spessore culturale dell'autore.
Raffinato e convincente l'impianto narrativo che, dopo un preludio lento e quasi timido a dischiudersi al lettore, prende quota e ritmo sino alle incalzanti e direi perfette ultime cento pagine.
Io lo consiglio vivamente a chi ha la mente sgombra da pregiudizi ideologici perché quest'opera serve a meglio comprendere gli umori barbari della guerra ma anche a scoprire, nelle incestuose alleanze fra eserciti vincitori, affarismo e mafia, il seme delle troppe anomalie della nostra democrazia malata.

Ho letto Cavina

Nel paese di Tolintelsac, di Cristiano Cavina.

Autore giovane, alla seconda prova, dotato di una simpatica verve descrittiva.
Narra le storie della sua famiglia e del paese natio.
Prevale il gusto della pennellata arguta, l'abbozzo di figurine amabilmente riviste dietro le lenti del ricordo struggente, l'amore per le atmosfere del paese natio, ma fatica ad emergere la capacità di ricomporre i bozzetti in una struttura narrativa unitaria.
Un po' come i film ad episodi del cinema commediale italiano degli anni '60, talora piacevoli ma mai organici ad un tema.
Eppure il libro si legge con gusto ed anche con l'emozione della riscoperta di sensazioni che accomunano tutte le infanzie ingenue ed incantate.
Io attendo Cavina alle prossime fatiche.
Se acquisterà spessore di narratore, sentiremo spesso di lui nei prossimi anni.

22 febbraio 2007

Les comediens

Fare tante parti in commedia è un tratto distintivo del mestiere di politico nel Belpaese.
Il trasformismo è nato nei primi parlamenti unitari e si accompagnava al malcostume di mercificare con prebende ed onori le irrequietezze degli eletti dal popolo (cfr. D. Mack Smith - Storia d'Italia).
Questa virtù atavica non si è persa nel tempo, ma si è impreziosita con nuove esperienze e sapienti adattamenti al mutare dei tempi.
Il trasformismo contemporaneo non stupisce né sconcerta, ma che dolore gastrico vedere un Craxi, detto Bobo, già deputato della destra ora sottosegretario in quota DS, recitare la parte del servo sciocco di D'Alema, uno dei mandanti della persecuzione politica che ha ucciso il capo dei socialisti italiani, Bettino Craxi.

20 febbraio 2007

Sinistra di lotta e di governo

Masochismo gauchiste
La senatrice Franca Rame insulta Fassino e dà di vecchio sdentato a Parisi. Inutile aspettarsi reazioni.

La dentiera nuova, il ministro cazzone, il segretario bugiardo: Franca Rame era con Dario Fo (ma non sul palco di un teatro a fare pubblici, noiosi sberleffi: era magnificamente adagiata in poltrona, senatrice della Repubblica assai stanca dopo un comizio anti base americana a Vicenza), guardava il tiggì e c’era però una telecamera a registrarne il bel volto e la voce roca da attrice, mentre con la mano mandava affanculo Piero Fassino, e con la bocca uccideva Arturo Parisi, ministro della Difesa: “Eccolo qui il cazzone. Ha la dentiera nuova”. Una cosa turpe e magnifica, da trattoria con la puzza d’unto: loro due, il premio Nobel e l’appassionata senatrice del centrosinistra, stravaccati e fieramente insultanti, mentre i povericristi governanti tentano di dire dalla tivù qualcosa di bello, di serio, di politico (con tutta la prudenza possibile, con tutta l’ansia del mondo). Lei, che con loro è stata eletta e per loro sta, un po’ confusa, in Parlamento, dietro uno stupendo paio di occhiali scuri, li ha distrutti per sempre. Fassino e Parisi non risponderanno nemmeno, avviliti e oramai tristemente masochisti. Il silenzioso ministro della Difesa è stato ridotto a vecchiaccio sdentato da un’anziana e svaporata signora che sopra un palco, in un social forum a Firenze, se la prese con un’altra anziana signora, Oriana Fallaci, gridandole “terrorista”, però sempre con quell’aria bionda e perbene di chi certe cose le dice per mestiere, per arte: il rutto di un attore sul palco è ben più lieve del rutto di una senatrice in poltrona.

Inciampare nella dentiera
Più della ferocia di Marco Travaglio, molto più dell’agitazione di Sabina Guzzanti (che lo show di Franca Rame ha immediatamente trasformato in una vera signora con filo di perle e fazzolettino di pizzo), ha potuto la dentiera nuova del ministro della Difesa, cioè quanto di più devastante si possa dire di un uomo. L’onorevole Franca è così: viene eletta, con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, ringrazia, s’indigna, va da Michele Santoro a dire che vergogna le spese folli per la carta igienica in Parlamento, le fanno notare che però ha votato il rifinanziamento in Afghanistan essendo pacifista e la Finanziaria del raddoppio delle spese militari essendo risparmina, lei s’imbarazza un istante soltanto, abbassa gli occhi, poi leggera come una libellula svolazza altrove, gridando “Berlusconi”, che fa ancora così chic. Adesso, essendo ormai evidente che dentro l’Unione si può fare qualunque cosa, si potrebbe organizzare uno spettacolo d’insulti, con deputate, ministre e senatrici che gridano ai colleghi: cornuti, sfigati, froci.


da Il Foglio di oggi.

17 febbraio 2007

Fil rouge

Con il rilievo mediatico che merita un'istruttoria della Procura di Milano, è stato annunciato al paese che le Brigate Rosse sono vive, organizzate, armate e pronte a compiere atti terroristici.
Come si usa dire in Italia, gli accusati sono al momento solo degli indagati e le garanzie costituzionali gli consentiranno di provare la loro eventuale innocenza in dibattimento.
Conscio di questo valore, il teatrone politico e giornalistico si è scatenato in una delle migliori recite sulla democrazia aggredita, sul baluardo dell'unità delle masse contro il terrorismo e sulla purezza della Cgil che ospitava, per mero caso, fra i propri iscritti buona parte degli indagati.
Tutto secondo copione, come la proclamazione da parte di alcuni arrestati d'essere prigionieri politici.
Nell'attesa, fra qualche tempo, di vederli diventare collaboratori di giustizia e, se gli anni mi bastassero, di riconoscere taluno di loro deputato e forse anche sottosegretario.

Che noia questa sinistra che, a data fissa, riesce a partorire dal proprio bagaglio di violenza ideologica e verbale qualche scapestrato che interpreta in modo distorto le regole del gioco e si mette a sparare!

Ora, per rispettare il copione, attendiamoci il rinvenimento di una cellula nera, con il santabarbara in cantina, ed una salvifica manifestazione unitaria a Roma per dire no agli opposti estremismi.

E sabato tutti a Vicenza nel nome dell'arcobaleno a sfasciare vetrine ed imbrattare i monumenti palladiani.

Viva l'Italia.

07 febbraio 2007

Cammei

Certe belle terroncelle come le trovi solo a Milano e a Torino, le unghie squadrate bordeaux e uno strascico di Sud nella voce anche se sono nate alla Mangiagalli, anche se a Molfetta e a Locorotondo ci sono state sì e no un paio di volte d'estate, e ogni volta che ci sono state hanno cercato di fidanzarle con un paesano con gli occhi avidi e verdi e loro manco morte l'hanno voluto, quando su ci sono certi biondini bergamaschi che non vedono l'ora di mettere le mani sulle loro tette olivastre. Certe terroncelle con addosso il jeans glitterato e strappato su certi culi che geneticamente restano quelli delle loro madri, fecondi, ospitali e bassi, e che da quando ci sono in giro i culi ancora più bassi delle superterrone del Maghreb hanno fatto un salto di categoria, e ora fanno le commesse in jeanseria o le sciampiste da un coiffeur, e un giorno puoi giurarci apriranno un negozio tutto loro dove faranno i tagli quelli giusti, non porcherie come queste che devono fare ora, e anche un camerino per il tatoo. E parlano con una esse sibilante proprio giusta ed hanno un piercing da bastarde alla fine del sopracciglio, e comunque non hanno dimenticato come si fa la passata e le orecchiette fatte in casa con una frustata del polso e il pollice trascinato sul piano infarinato, è come fare l'amore, una cosa che ce l'hai nel sangue, e prima o poi restano incinte, oh cazzo sono incinta, ma lui ti sposa? Certo che mi sposa, è un bravo ragazzo, è di Napoli, vuole aprire una autofficina. Certe terroncelle che se fossero a New York, altro che J.Lo.

di Andrea Marcenaro, Il Foglio

04 febbraio 2007

Tifosi assassini

Un commissario di polizia è stato ucciso a Catania nell'antistadio, durante la partita Catania-Palermo.
Sospese tutte le manifestazioni calcistiche a tempo indeterminato.
Eguale provvedimento di silenziosa riflessione non è stato adottato da dirigenti federali, ministri, politici, giornalisti e fauna varia che ruota intorno al pallone, i quali hanno prontamente affollato i microfoni per declamare sdegno, determinazione, fermezza, lotta alle tifoserie violente e bla, bla, bla.
Dov'era questo circo settimana scorsa, quando fu massacrato un dirigente di una squadra dilettantistica calabrese?
E questi propositi di dire basta, quante volte li abbiamo sentiti proclamare in quarant'anni di morti assurde, ferimenti, violenze inaudite, consumate dentro e fuori gli stadi?
Quante volte, dopo le lacrime di prammatica, le condoglianze di rito, gli articoli grondanti italica retorica, la giostra ha ricominciato a girare spensierata e violenta?
Temo che anche questa volta si ripeterà la sceneggiata.
Per tre elementari ragioni.

Il calcio, per il fisco - cioè la politica - è una grassa vacca da latte che deve essere munta.
Il tifo organizzato è da sempre "il braccio armato" di quasi tutte le società calcistiche, che lo finanziano e ne sono parimenti ricattate, come si usa fra gentiluomini.
Le curve, tutte politicamente imparentate, protette da partiti che in Parlamento bocciano i provvedimenti restrittivi e votano gli indulti, sono accomunate dall'odio sanguinario verso le tifoserie (politicamente) avverse e, soprattutto, verso le forze dell'ordine.

Se non si rimuovono questi nodi, almeno uno per volta, auspicare il modello inglese in Italia è sporca ipocrisia.
Al massimo possiamo imitare il modello argentino.
Amen

31 gennaio 2007

Le famiglie di plastica

Non si può non provare pena per la lite a mezzo giornale fra i coniugi Berlusconi.
Per quello che si è capito, fra le righe di una lettera postata all’Ansa, grondante sdegno e proclamazione di virtù ancillari inossidabili, la signora Lario in Berlusconi (al secondo giro) accusa il marito di fare il puttaniere in pubblico e sotto i riflettori delle televisioni.
Di conseguenza, chiede pubbliche scuse.
Noi della plebe, che i litigi coniugali li consumiamo fra le mura domestiche ed al massimo coinvolgiamo i suoceri viventi, ci sentiamo dei vermi, delle nullità.
Questa dea, per dare del cornutazzo al marito, chiama a testimonianza tutta la nazione cui proclama che lo perdonerà solo se le scuse avranno lo stesso rilievo mediatico.
Ora che farà Silvio?
Mediterà sui guasti che provoca la sua logorrea?
Comunicherà a reti unificate che il giro della signora Lario (che è anche di sentimenti comunisti) è finito, ovvero piangendo urlerà che i microfoni hanno distorto le sue parole?
La nazione eccitata attende la seconda puntata di quest’aristocratica story, pronta ad acconsentire anche qualche interruzione pubblicitaria, se tutto non si esaurirà in un botta e risposta ma proseguirà almeno sino alla pausa estiva.
I partiti per l'uno o per l'altra si stanno rapidamente formando e sono trasversali agli schieramenti politici.
Dietro a Silvio tante le donne, anche di Rifondazione, che consumano una loro privata rivalsa verso la privilegiata che vive in ville più ampie di San Siro e va in vacanza nelle isole di proprietà.
Più frammentato il fronte degli uomini, fra cui prevale la compassione per la compagna silente che finalmente ha reagito alla brutalità del marito-padrone.
Una parola a parte merita Ferrara, che ha come editore la signora Lario ma è consigliori illuminato di Silvio. La sua intelligenza luciferina gli consentirà di uscire da quest'ossessionante condizione con un numero speciale, con inserto fotografico, del Foglio ed intervista ai due coniugi.

Noi della plebe come cercheremo di emulare questa coppia regale?

Un suggerimento valido potrebbe essere quello di sbrigare le controversie familiari con degli SMS multipli indirizzati agli amici, parenti e colleghi di lavoro.
Oppure un forum condominiale aperto al contributo del proprio medico di base.
Le botte saranno acconsentite solo in ultima istanza, vietato il ricorso ad armi da taglio.
Un'autorità indipendente, fortemente voluta da Prodi e Luxuria, emanerà apposito codice di comportamento.

Non appena approvati i pacs, anche le coppie di fatto potranno usufruire di questa innovazione.

26 gennaio 2007

I tecnici competenti non siedono in panchina

Galvanizzato dal campionato trionfale del Milan, per smorzare gli entusiasmi e fare una severa penitenza, ieri sera mi sono visto la semifinale di Coppa Italia in Rai. Non c'è miglior atto di contrizione che ascoltare le banalità dei cronisti romani, strillate per novanta minuti con il contrappunto tecnico di qualche curvaiolo dell'Olimpico.
Sorpresa!
Non per la partita del Milan, che ha mantenuto alto il suo blasone nell'attesa di diventare imbattibile fra qualche mese quando il neo acquisto Ronaldo sarà tornato in peso forma, ma per la competenza e la misura con cui Beppe Dossena ha commentato la partita.
L'ex centrocampista di Toro, Samp e Azzurri, ha allenato diverse nazionali del terzo mondo insegnando calcio lontano dall'Italia, dove invece ce ne sarebbe ancora tanto bisogno.
Rientrato in patria, ora è naturalmente disoccupato, forse anche perché abituato a dichiarare franche verità.

Tre giudizi sul gioco del Milan mi sono sembrati particolarmente pertinenti e, pronunciati dal microfono del commentatore televisivo che per contratto deve raccontare banalità ipocrite, addirittura rivoluzionari.
Uno. Il Milan non sa attaccare le difese schierate, da almeno due anni. Chi ha la sfortuna di frequentare San Siro, questo lo sa e si chiede se sia così difficile provare qualche schema nuovo invece dell'eterno tic-e-toc a due all'ora.
Due. Il centrocampo è debole e non costruisce. La squadra paga l'equivoco Pirlo, la cui inconsistenza atletica non garantisce più di dieci partite decenti l'anno. Anche Gattuso, fenomeno atletico unico, comincia a pagare l'usura degli anni che passano, e gli altri sono trentenni sfiatati.
Tre. La difesa è vecchia e impoverita sulle fasce.
Io aggiungo che esiste anche un problema portiere, poiché Dida è ormai una vecchia gloria e non vede più partire i palloni da lontano.
Sono begli argomenti di riflessione che appassionano la tifoseria, angustiano il tecnico (grasso come il Fenomeno) ed hanno indotto la società ad intervenire con risolutezza. Acquistato El Gordo dal Real... che dissennatamente lo aveva declassato a riserva. Per due obiettivi strategici: guastare la festa dello scudetto a Moratti, che è animo sensibile e fedele alle vecchie passioni (si mormora che a giugno per collassarlo sarà ingaggiato a parametro zero Recoba); rimodellare il centrocampo che passerà da tre a due per consentire a Ronaldo di passeggiare per il prato.

Che Dio non ci tolga mai Galliani!... canta la curva nerazzurra.
Noi, sull'altra riva del Naviglio, lo stramalediamo come si faceva ai tempi della perfida Albione.

24 gennaio 2007

L’Italia degli onestoni

Sembra che al Corrierone la guerra per bande stia toccando punte allarmanti.
Giornalisti spiati, computer con il baco, direttori quasi sfiduciati dal Cdr, proprietari l'un contro l'altro armato.
E' anche sfortunata la corazzata di Via Solferino.
Adesso che avevano contribuito a liberare l'Italia dalla dittatura delle Destre, ora che potevano finalmente spiegare alle anime belle il rinascimento del paese minuto per minuto, capita 'sta tegola delle intercettazioni illegali che l'azienda di uno del sindacato dei proprietari ha effettuato in modo troppo dissennato.
Andava bene se rimaneva nel recinto del calcio, ma allargarsi sino alle sacre stanze di Albertini!
E poi le disgrazie non vengono mai sole.
Ci si sono messi anche i repubblicones a fare larvate pressioni sulla procura di Milano perché agisca penalmente contro quello lì del sindacato dei proprietari.
Ma perché tanto accanimento!
Ora che il governo amico stava raccogliendo plausi in Europa per il risanamento economico del 2006, che la missione in Libano scriveva pagine gloriose, che a Caserta era stato scritto il nuovo testamento del riformismo prodiano, alla vigilia di un ritorno al baby-pensionismo previo abbattimento dell'odioso scalone, perché questa storia di veleni e forse anche di poco eleganti interessi concorrenziali?
Io ho una mia idea.
Sono convinto che a muovere tutto sia Ricucci con l'aiuto di Berlusconi e di tronconi dei servizi segreti rimastigli fedeli.
Non sto più nella pelle di poter leggere le quindici paginate di denuncia e inchiesta.
Sveglia, penne valenti, reagite ché la storia del Bel Paese si scrive sempre in Via Solferino!

22 gennaio 2007

Il biscotto

Da quando seguo calcio - ed è una vita, la mia - le partite come Lazio-Milan di domenica sera hanno una simpatica definizione gergale: "biscotto".
Il biscotto è un accordo per un risultato che fa comodo ad entrambe le squadre e presuppone una spasmodica attenzione dei contendenti a non farsi male reciprocamente.
I biscotti meglio farciti si confezionano generalmente nell'ultima giornata dei turni eliminatori ai Mondiali. Ma anche le ultime giornate di campionato toccano vertici di perfezionismo esemplari.
Queste combine, perché tali sono e mirano a fottere un avversario terzo, non sono ovviamente contemplate nel prontuario delle pene della Federazione, perciò ne fanno uso alla bisogna grandi e piccole squadre, anche in modo spudorato, tanto che quando il patto viene tradito (Bagni negli ultimi cinque minuti di un Genoa-Inter di vent'anni fa), l'Ufficio Inchieste finge di indagare e poi archivia.
Questo è il calcio bellezza, direbbe un cronista americano, paese terribilmente serio dove nelle competizioni di squadra vale solo la regola dell'eliminazione diretta.
Ma per tornare al biscottone di domenica sera, evento di cui si sono accorti persino quei due pseudo-cronisti di Sky che normalmente mugolano di godimento anche per le rimesse laterali, tutti sapevano che, con una trattativa in corso fra le due società per il passaggio di Oddo dai romani ai berluscones, era d'obbligo non litigare sul risultato.
E così è stato.
La cosa più divertente non sono stati i circa duecento passaggi sbagliati durante gli strazianti novanta minuti, ma il litigio a fine gara fra Galliani e Lotito.
Mi viene un dubbio.
Che avessero pattuito un 1 a 1?

11 gennaio 2007

I risanatori coraggiosi

Con finto candore il mitico Ferrara si chiede oggi sul Foglio che senso abbia la Finanziaria appena approvata, stante il comunicato odierno dell'Istat che fissa nel 2,5% il rapporto deficit-Pil al netto degli oneri straordinari riguardanti i rimborsi Iva sulle auto aziendali.
Ferrara è un politico puro che, a differenza di molti economisti da cordata, sa leggere le tendenze e le strategie gestionali che da sempre sorreggono le contabilità sia dello Stato sia delle aziende.
La tattica adottata dal duo TPS-Prodi non è né nuova né particolarmente geniale.
Ne fecero scellerato uso, in un contesto dimensionale diverso, amministratori di banca a metà degli Anni '90 con la benevola e compiaciuta approvazione di Via Nazionale.

Arrivavi alla guida di una banca ed avevi due strade per affermare la tua geniale diversità rispetto ai predecessori.
La prima, difficile, imprescindibilmente necessitava d’elevata professionalità, come noto merce rara.
Esaminato il complesso aziendale, individuavi i punti di debolezza, di crisi e di potenziale vitalità e quindi procedevi a coerenti riforme di carattere strutturale, pretendendo il tempo necessario perché manifestassero i loro effetti.
La seconda tecnica è più rozza.
Chiamiamola "tecnica TPS", ma solo per comodità di ragionamento.
Ha il vantaggio di produrre effetti immediati.
Svaluti in modo selvaggio i beni aziendali, rinunci a legittime riprese fiscali, gonfi i fondi rischi oltre ogni ragionevole logicità.
I massimi organi di controllo, la stampa economica ed anche i super-poteri giudiziari ti considerano un implacabile ma benemerito risanatore.
Chiudi uno o due bilanci con perdite da capogiro e poi aspetti fiducioso il rimbalzo fisiologico.
I crediti da irrecuperabili diventano cartolizzabili con ottima resa; le perdite, ieri totali, segnano più che adeguate riprese di valore; i fondi rischi ad un più attento esame si manifestano eccedenti ed il tax asset restituisce gli utili già fiscalizzati.
Firmi uno o due esercizi (ma per gli estimatori basta anche una semestrale) con utili da record e ti attaccano sul petto la medaglia del geniale risanatore.
Sei pronto a rifare il giochino in un'altra azienda perché in quella che hai bonificato cammini sulle macerie e rischi l'incolumità fisica.
Negli Usa, per chi tenta una manfrina di questo genere, la Fed chiede l'arresto immediato per falso in bilancio e la magistratura provvede.
In Italia, un processo per falso in bilancio se lo subiscono gli amministratori che hanno preceduto i coraggiosi risanatori.
Ma si sa che noi viviamo nella patria del diritto.

Tutto ciò non è un case history ma cronaca vera dei ruggenti Anni '90 italiani: quelli dei capitani coraggiosi e dell'ingresso trionfale in Europa.
Un modulo contabile-gestionale che il geniale TPS ha dissotterrato dal cimitero delle nefandezze e proposto al rancoroso Prodi di adattare al bilancio dello Stato.
All'uomo di Bologna si sono riaccese tutte le lampadine dei tempi dell'IRI.
È stato sufficiente titillare gli umori antitaliani degli amici di Bruxelles, fare sfornare a qualche ufficio statistico amico previsioni da catastrofe, dimenticare per cinque e sei mesi alcuni incidenti fenomeni contabili di carattere straordinario, spargere a piene mani livore antiberlusconiano grazie agli amici della stampa fra il popolo dei vacanzieri.
Quelli che nelle famiglie dal giorno 20 del mese non si beve latte perché i soldi bastano solo per ricaricare i tre o quattro cellulari di casa, sprigionavano dolorosa indignazione per lo stato in cui ci avevano ridotto le destre. Gli altri fiutavano odore di nuove tasse con atavica arssegnazione.
Et voilà, il giochino era pronto per l'uso.

A tutto il resto avrebbe pensato Visco, il vampiro in emoteca.
Ed ecco una spaventosa pioggia di tasse, balzelli regionali, decime comunali. Per un totale di 40 mila miliardi d'€uro, quando ne bastavano 15 per tacitare i grigi ragionieri di €urolandia, i becchini del vecchio continente unificato nella recessione eterna.

L'anno prossimo questo governo illuminato, riformista e risanatore, potrà affermare che il rapporto Pil-deficit è il migliore d'Europa e persino, con i miliardi risparmiati in opere pubbliche reazionarie ed ecomostruose come la Tav nazionale e transalpina, procedere a pochi e ben mirati aumenti di tasse.

E bravo TPS!
Ricordati però che per i maghetti del risanamento bancario degli Anni '90 non è poi finita in gloria. Anzi. Ai più resistenti e fortunati è rimasto solo l'ufficio vista lago. Ma a Prodi non rivelarlo, tanto non capisce.

03 gennaio 2007

I wish you were here

Dal blog "Camillo" di Chirstian Rocca, del 29 dicembre 2006:

Con i fondamentali Barone e Comotto del Toro diventano 15, in 19 giornate, i calciatori di squadre avversarie che grazie a diffide e squalifiche preventive nella domenica precedente non hanno incontrato e non scenderanno in campo contro gli indossatori di scudetti altrui. Vuol dire che c'è del marcio? Sì, ma non nel calcio. Piuttosto nei giornali italiani che su cose come queste, anzi inferiori a queste, hanno costruito la farsa di calciopoli e ora non scrivono una parola.

L'osservazione è ineccepibile.
Stiamo assistendo ad un campionato in cui si succedono arbitraggi anche più scandalosi di quando l'orchestra la dirigeva Lucianone. Ma alla stampa del regime morattiano fa comodo scrivere che sono errori di inesperienza anche quando le malefatte le combinano internazionali con i peli bianchi.
La verità è che il calcio ha regole sempre eguali, che si manifestano diversamente di anno in anno, a misura della discrezione del timoniere di turno.
Quest'anno poi a teleguidare il campionato c'è una cooperativa di democratici innovatori, che in attesa di illustrarci il new deal del calcio italiano usa, affinate, le armi di Moggi.
Poi come sempre (ed a maggior ragione nel biennio 2004/2006) il campo dice chi è il migliore fra concorrenti forti ed attrezzati.
Con queste coordinate il leader dell'anno è l'Inter, una squadra costruita con i punti di forza scippati alla Juventus e con in panchina Ciuffettino che forse sta capendo qualcosa di tattica, dopo tante debacles dovute alla sua insipienza.
Peccato manchi un ingrediente fondamentale: la concorrenza, massacrata dal processo sportivo più fasullo che la storia del calcio ricordi.

30 dicembre 2006

Morte di un dittatore arabo

Saddam Hussein, il despota di Bagdad, è stato impiccato stamane all'alba.

Si chiude tragicamente la storia personale e politica di un dittatore sanguinario che ha perseguitato per un trentennio i propri connazionali sciiti e curdi. Le nefandezze del satrapo irakeno sembrano inoppugnabili. E chi gestisce ora il potere, in un regime di democrazia simulata, lo ha punito secondo le regole di cui Saddam aveva fatto abuso.
Non molto ci sarebbe da aggiungere se costui fosse stato semplicemente un rais mediorientale.
Sarebbe stata un'abituale storia di una dittatura mediorientale finita male invece che con una successione familiare.
Il problema nasce dalla pericolosità cosmica che l'Occidente (l'unico che conta) ha creduto di riconoscere nel suo regime, mentre contemporaneamente ben altri nemici e di ben altro spessore facevano stragi nelle capitali del mondo.

Si leggono inevitabilmente molti commenti sulla sua condanna a morte.
Di pieno convincimento negli Stati Uniti, convinti assertori della massima pena per ogni massima colpa, ed in Inghilterra, che con loro sta condividendo l'onere della sporca guerra per liberare l'Iraq dal bathaismo ed indirizzarlo verso sistemi di democrazia rappresentativa.
Scontato, plausibile e doveroso il no delle religioni alla pena capitale.
Ipocrita e spocchioso, come noiosamente sa esserlo, il no della cosiddetta Europa. In fondo è morto un socio in affari!
Ovviamente il no in Italia è singhiozzante, universale, trasversale agli schieramenti, piagnucoloso. Indignato e gridato quello della sinistra.

E allora dal mio niente mi permetto di battere un pugno ed urlare: "non ci sto".
Proprio non ci sto, come un presidente della repubblica, ora emerito, accusato da un pentito di avere usufruito fuori sacco di duecentomilioni di monetine al mese per le attività meno eleganti del ministero dell'interno. Disse "non ci sto" e basta, e senza prove a discarico.

Io con qualche spiegazione.
Io rispetto il no dei cattolici della gerarchia e di coloro che fanno della fede una regola quotidiana di vita. Considero coerente il no dei radicali che, fatta eccezione qualche recente amnesia della Bonino, hanno denunciato come sanguinari i regimi di Cuba, Cina e paesi islamici africani.
Mi provoca il voltastomaco il no della sinistra che sulle carneficine fa il compare di Collegno dai tempi di Stalin e che, nella recente storia italiana, proprio la pena di morte ha usato per liquidare i nemici del suo popolo.
Benito Mussolini ed Aldo Moro, in contesti diversi, con colpe storiche opposte, sono la prova che la sinistra non rifugge dalla pena suprema per eliminare i simboli viventi delle ideologie nemiche.
Proprio come i vituperati americani. Perché la cultura imperialista ha colorazioni diverse, ma recita da sempre gli stessi copioni.
I figuranti che vogliono cambiare commedia in corso d'opera sono solo dei mistificatori e degli ipocriti.
La loro recita entusiasmerà il popolo delle anime belle e dei trinariciuti ma a me, che ancora sto aspettando le scuse per i gulag della Siberia, il "mi vergogno" per lo scempio di Piazza Loreto, l'abiura per i compagni che sbagliarono in Via Fani, questo grido di dolore per la morte di un dittatore fa solo schifo.

24 dicembre 2006

Ho letto Simenon

Ho rifiutato per anni di leggere un autore per un mero pregiudizio, una delle colpe che considero imperdonabili negli altri e nonostante amici sensibili me lo consigliassero vivamente.
Da alcuni mesi sto leggendo romanzi di Simenon quasi con frenesia, identificandomi nei suoi personaggi soli e quietamente disperati.
La sua prolifica produzione sembra non avere prodotto scontati effetti di banalità e ripetitività delle trame. Le vicende, siano esse ambientate nelle periferie di Parigi o nella provincia francese, hanno sempre un sapore di sorprendente novità, una preziosa scoperta di esistenze chiuse nel dolore e nella sconfitta.
Ho finito di leggere Il Clan dei Mahè.
È la storia di un perdente che insegue un chimerico obiettivo di sradicamento dal proprio contesto familiare ed ambientale, accumulando passo per passo nuove frustranti disperazioni sino al dissolvimento finale.
Romanzo bello, con una ritmica narrativa lenta ma avvincente, impreziosita dall'abituale maestria di Simenon nel disegnare compiutamente i profili psicologici di tutti i suoi personaggi, anche quelli minori, sino a comporre un armonico affresco che s'impossessa della nostra memoria.

19 dicembre 2006

Italiani brava e maleducata gente

Anni Quaranta non è defunto.
E' solo ripiegato su se stesso e riflette sull'aspetto drammatico dell'esistenza dopo essersi intrattenuto sulle comicità e gli squallori del nostro quotidiano, sulla modestia delle nostre passioni.
Ma anche nei momenti più ardui, noto che la stirpe italiana riesce a dare il peggio di se stessa.
Leggevo tempo addietro che il cellulare, prezioso strumento di civiltà e di libertà se usato con parsimoniosa correttezza, veniva sguaiatamente usato nelle scuole e squillava nei luoghi di culto, ove si va per convinzione e per rispetto di Dio e quindi del prossimo.
Non credevo che le corsie di ospedale si fossero trasformate in un posto telefonico pubblico.
E qui l'italico dà il meglio di se stesso.
Il meno sofferente prevarica la quiete del più malato urlando banalità nell'aggeggio, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il modo d'uso "silenzioso" viene considerato un insulto perché impedisce di mettere in mostra la fantasia musicale e la perizia nell'esasperare i decibel del suono.
Il perfezionismo si tocca nell'orario visite, quando le conversazioni intorno ai letti si intrecciano con le telefonate in arrivo ed in partenza.
Una vera community dei cafoni .
Ma siamo buoni.
E' Natale.
Una festa di speranza soprattutto per coloro che ad essa si aggrappano per immaginare altri Natali come quelli della gente normale.

Buon Natale a tutti!

19 novembre 2006

La repubblica degli ipocriti

Ieri, durante una manifestazione comunista a Roma a favore del terrorismo palestinese, gruppi di reduci delle gloriose giornate di Genova hanno simbolicamente bruciato pupazzi raffiguranti i nostri soldati di Nassyria.
Si è alzato vivo lo sdegno dei destri e dei sinistri e persino di Diliberto, uno dei soliti noti che sfila con la meglio gioventù dei centri sociali.

Io, francamente, mi sdegno dello sdegno.
In un paese che da trent'anni tollera centri sociali ricettacolo di reati, i cui ospiti allorché escono dai loro covi seminano distruzione e che nei momenti di mansuetudine riducono i muri delle città a porcili di ghirigori, ogni nuova impresa suona solo a vergogna di chi ha consentito che questi tumori si radicassero nelle nostre città.
Mi sdegno con i capitalisti, novelli Feltrinelli dei salotti buoni, che li hanno ospitati nei loro capannoni e nelle loro catapecchie.
Mi sdegno con chi li ha coperti politicamente senza ottenere come contropartita l'avvio di un percorso di normalizzazione.
Mi sdegno con la Guardia di Finanza che non interviene contro questi paradisi del commercio equo e solidale esentasse.
Mi sdegno con Prodi che li accoglie nella propria maggioranza.
Mi sdegno con l'assessore alla cultura di Milano, Sgarbi, che farnetica di trasformare in un museo il Leoncavallo per impedirne lo sfratto.
Mi sdegno con la destra che in cinque anni di governo ha finto che il problema fosse politico e non d'ordine pubblico.
Mi sdegno con Bertinotti che in doppio petto inorridisce, mentre dal suo partito e da quello dell'ineffabile Diliberto vennero giudizi tremendi sulla missione di belligeranti delle nostre truppe in Iraq, e sui loro giornali si leggeva che i nostri militi erano una prezzolata legione straniera che meritava di correre rischi mortali.

La verità è che questi gi-ottini sono figli legittimi e vezzeggiati della sinistra che li ha sempre giustificati e considerati una risorsa.
Oltre che un'ottima leva di manovra quando occorre dare spallate alla destra.

18 novembre 2006

La repubblica dei pazzi (segue)

Prodi ha dichiarato venerdì che il paese si sta svegliando.
Padoa Schioppa ha prontamente provveduto ad aumentare la dose di sedazione con un emendamento alla finanziaria di oltre 800 commi.
Prodi mugolando ha chiesto la fiducia alla Camera dei Deputati, spiegando che è un intervento terapeutico necessario.

13 novembre 2006

La repubblica dei pazzi

Ogni governo ha un proprio stile di conduzione della funzione propositiva ed una specifica connotazione nella comunicazione.
L'esecutivo di Prodi non sfugge a questa regola.
Anzi si può definire un unicum.
Durante la fase dibattimentale della legge finanziaria, il più corposo ed importante atto di gestione politica dell'anno, riesce ad emanare ogni giorno decine di modifiche alla propria proposta, metà delle quali volte a rettificare le norme del giorno precedente, che non erano state proprio benevolmente accolte dalla sua stessa maggioranza oltre che dai settori di volta in volta vessati.
Naturalmente ogni toppa è peggiore del buco e così si accavallano polemiche e rettifiche.
Il risultato è uno sconfortante puzzle di provvedimenti caotici il cui collante è solo, esclusivamente, la feroce determinazione di innalzare il peso fiscale sui cittadini.
Il meglio, il governo ed il Presidente in persona lo realizzano nella comunicazione.
L'assunto è che i cittadini non capiscono la finanziaria perché egoisti, disonesti, malinformati.
Ed anche pazzi.
L'irrequietudine di Prodi non ha ormai confini che la contengano.
Il suo stato di salute psichica pone serie preoccupazioni anche al suo clan. La prossima mossa, assai temuta dai suoi amici, è la nomina della sua bicicletta da corsa nello staff della presidenza del consiglio.

12 novembre 2006

La squadra degli invincibili

Parlare del Milan nel novembre del 2006 sta diventando noioso ed imbarazzante.
Scritto una volta che la squadra è vecchia, demotivata e sfiatata, che l'allenatore non sa inventare più nulla, che la dirigenza è esclusivamente dedita alla propria autoassoluzione ed autocelebrazione, non c'è nulla di nuovo da aggiungere.
Il campo, il giudice sovrano ed inappellabile di questo sport, dice che il Milan è sceso in zona retrocessione e non tanto e solo per gli errori degli arbitri, mediocrissimi come sempre, bensì perché nelle ultime sette partite ha collezionato cinque punti con una media-retrocessione di 0,71 a partita.
Questo è tutto e, poiché finge di non capire anche il proprietario, aspettiamoci una naturale conclusione per questa stagione...

05 novembre 2006

Domani Milano?

Milano è una città brutta ed invivibile.
Anche se la passione indigena fa dilatare gli effetti di qualche scheggia di bello, la realtà è che la nostra città diventa ogni giorno meno piacevole, più anonima, più attorcigliata fra cementi, nastri d'asfalto brulicanti di lamiere, sporcizia ed aria inquinata.
Assicurano che questo sia il destino delle metropoli ma, avendo girato abbastanza l'Europa, la sorte matrigna come con noi lo è stata raramente.
Milano ha una posizione geografica infelice. Non beneficia di una ventilazione decente e quando c'è vento, come in questi giorni, siamo talmente disabituati che diventiamo tutti isterici.
Ha una configurazione toponomastica contorta che nemmeno i bombardamenti della seconda guerra mondiale sono riusciti a correggere.
Ha ai propri angusti confini (un'area municipale fra le più limitate) diagonali di centrotrenta chilometri urbanizzate ognuna secondo un proprio modello, ovviamente in dispregio di un disegno globale che nessun ente territoriale, impegnato in visioni planetarie, gli ha mai imposto.
In questo contesto, il problema del traffico è esplosivo come porre una colonia di batteri del tifo nell'acquedotto..
Per limitarsi agli ultimi vent'anni, hanno tentato di metter cerotti tutte le amministrazioni municipali, con rimedi di breve respiro e mancanti di una visione strategica.
Singolare fu l'idea di un sindaco socialista di chiudere il centro storico a sorpresa nei giorni di Natale, con le auto tutt'intorno incolonnate ed impossibilitate a svincolarsi. Raccontano di qualcuno che lì trascorse la notte del Bambino.
Egualmente geniale fu un tale Formentini che per porre ostacoli al traffico sospese la manutenzione delle strade, che presto sembrarono un paesaggio lunare. Tutte le categorie dell'auto lo elessero loro benefattore.

Ora arriva la signora Moratti, sindaco delle libertà, che medita di passare alla storia per avere restituito a Milano l'aria pulita, dopo avere riformato con minore fortuna la scuola italiana da ministro.
Milano non è eliminabile?
Le auto nemmeno, per ora?
C'è qualcosa di trendy ed ecologico in giro per l'Europa?
Voilà, il gioco è fatto. Un consistente ticket per tutti coloro che usano la macchina, siano essi pendolari o residenti, con l'unica eccezione per coloro che comprano l'auto nuova, così Luca Cordero ed il Corriere saranno più amici.
In cambio?
Fra cinque anni, aria delle Orobie circolerà festosa per le nostre piazze e vie e potremo girare anche senza mascherina in inverno.
Ci saranno le piste ciclabili, così le signore bene ed i vecchi biliosi eviteranno di investire i pedoni sui marciapiedi, molti tram in più, tante caldaie ecologiche per quando verrà freddo. Se non si adegueranno, i proprietari degli stabili saranno tassati affinché con il ricavato si possa fare circolare anche aria delle Dolomiti nelle domeniche milanesi.
Il noto problema dei parcheggi per ospitare le auto sarà risolto dalla drastica diminuzione delle stesse.
Il programma d'estensione della rete metropolitana sarà accantonato per la semplice ragione che i milanesi preferiranno spostarsi a piedi o in bicicletta.
Resterà il problema dell'inquinamento dell'hinterland. Se tutti i comuni confinanti, e così via a raggera, non si adegueranno alle regole della capitale, il secondo piano quinquennale prevederà un importante investimento in paratie alte centinaia di metri che saranno calate intorno ai confini cittadini ogni volta che i valori dell'inquinamento provinciale minacceranno la purezza dell'aria milanese.
Tutto perfetto?
Un problema si porrà. L'assembramento di pedoni nelle strade impedirà la pulizia periodica delle stesse. La sporcizia via via si accumulerà, creando impedimenti alla circolazione ma anche proteste dei cittadini esasperati che, sobillati dalla malavita, appiccheranno pericolosamente il fuoco ai rifiuti.
L'ordine pubblico peggiorerà, e vive saranno le proteste delle signore bene che non potranno più circolare con le loro biciclette griffate.
Il sindaco Moratti penserà allora ad un provvedimento drastico e rivoluzionario come l'antica tassa sulle auto.
Un dazio per tutti i cittadini che calpestano l'asfalto pubblico ed un articolato programma affinché tutte le attività impiegatizie siano svolte al domicilio con il computer, così come tutti gli acquisti per la sopravvivenza.

Sarebbe stata la perfezione, se non fosse esistito quello stupido partito dell'inquinamento che alleatosi con i leghisti, i conservatori, il partito degli automobilisti e dei pedoni, usò il suo voto determinante per sfiduciare il sindaco.

01 novembre 2006

Ho letto Vassalli

Sebastiano Vassalli è con Sciascia, Salinger, Chiara uno degli autori che leggo dagli esordi e cui continuo ad essere attento e fedele.
L'ultima raccolta di racconti edita per i tipi di Einaudi nell'agosto scorso, La morte di Marx, segna un tentativo dello scrittore di sperimentare nuove strade.
Egli scrive in nota all'opera che... «bisognava tentare di essere assolutamente moderni e... dopo avere pensato per vent'anni (credo a ragione) che il presente non fosse raccontabile, ho voluto tornarci per vedere se era cambiato qualcosa...».
Ne è sortita un'opera strana, composta di tre parti scritte in epoche diverse, di cui nell'ultima, di due anni fa, si può cogliere di Vassalli il respiro del grande affrescatore e narratore.
Più taglienti, brevi, quasi asettici i racconti moderni che raffigurano uomini-automi, atomi di una massa senz'anima.
Una lettura affascinante, stringente, provocante nei sentimenti contrastanti che suscitano i due momenti del libro. Lo raccomando, non prima di suggerire per chi non avesse dimestichezza con l'Autore, di leggere almeno La notte e la cometa.